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domenica 10 marzo 2024

Waiting Academy Awards: la più bella commedia che ho visto negli ultimi mesi, American Fiction

 La commedia di Cord Jefferson (non solo regista, ma anche sceneggiatore), American Fiction, è veramente brillante e solleva una polemica, invitando a riflettere.



"Guarda cosa si aspettano che scriviamo."

Cosa succede se uno scrittore afroamericano scrive letteratura, ma non è quello che bianchi e neri si aspettano dal suo incarnato? Succede che si ritrova a occuparsi della madre ed è in difficoltà con le spese per l'assistenza, perciò decide, per fare soldi, di provare a dare agli editori quanto si aspettano, ossia, come viene definito nel film, il "black trauma porn". 

"La maggior parte della gente vuole cose facili."

Uno stereotipo inchioda gli afroamericani: la narrativa scritta, prodotta e comunque riguardante le black-people, anche quando proviene da persone che hanno fatto l'università e non parlano il linguaggio della strada, deve limitarsi a cliché. Da qui nascono una serie di riflessioni, ma anche di battute e situazioni comiche molto argute e raffinate. Mi ha veramente divertito tantissimo.

A questo si affiancano le personali vicende dell'autore, Thelonious Ellison, detto Monk, molto umane e altrettanto profonde. Monk si trova a confrontarsi non solo col suo presente, una giostra di malintesi, quasi una commedia dell'equivoco, ma anche col suo passato, che -come quello di tutti noi- nasconde fantasmi e problemi irrisolti con i suoi familiari.

Anche le sottotrame degli altri personaggi, come Lorraine, mi sono molto piaciute e riescono ad arricchire la storia.

Inoltre, l'attore, Jeffrey Wright, che si trova a recitare quasi due diverse parti, è stato magistrale. Un colpo al cuore il personaggio e l'interpretazione di Sterling K. Brown; scritto molto bene, nei suoi non detti, oltre che in quello che è mostrato, ci lascia intravedere la profondità del personaggio, il fratello di Monk, Cliff. Mi ha notevolmente sorpreso anche Adam Brody, che si cimenta in un ruolo, un paio di scene in realtà, un po' fuori dal suo abituale personaggio.

La musica è un'altra chicca: da manuale nell'evidenziare i momenti comici e drammatici, in crescendo e sottolineature studiate alla perfezione.

Quel che ho adorato di più, tuttavia, è la scrittura della commedia, sagace sia nella trama, che nelle battute: credo che tiferò questa candidatura ai premi Oscar. Del resto ha già vinto nella sua categoria (sceneggiatura non originale, poiché adatta il romanzo di Percival Everett, Erasure) ai premi BAFTA.

Non sorprende per niente, dopo la visione, che il film abbia cinque nomination (film, sceneggiatura non originale, attore protagonista e non protagonista e colonna sonora); quello che non capisco è perché sia passato quasi inosservato e non sia stato proiettato nelle sale cinematografiche. Per molte settimane non avevo neppure trovato informazioni sulla sua uscita su nessun sito (salvo scoprire che un'amica l'aveva visto in italiano non si sa bene come). Infine è approdato su Prime Video, dove l'ho recuperato per completare la decina dei migliori film candidati ai premi Oscar.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐

venerdì 8 marzo 2024

Waiting Academy Awards: un film spiazzante, La zona d'interesse

 Il film dell'inglese Jonathan Glazer, La zona d'interesse, Grand Prix Speciale della Giuria al festival di Cannes, è stato candidato ai premi Oscar di quest'anno non solo nella categoria dei film internazionali (rappresentando il Regno Unito -paese di produzione, insieme alla Polonia-, nonostante sia girato in tedesco), ma anche come miglior film, miglior regia, migliore sceneggiatura non originale e miglior sonoro (per un totale di 5 nomination).


Diciamo subito che il sonoro del film è una delle cose più particolari, rappresentando addirittura un elemento narrativo, disturbante, come nelle scene "buie", una delle quali, molto lunga, apre il film, nelle quali non si vede praticamente niente, se non un indistinto nero-rosso, e durante le quali, invece, si sente un rumore indefinito piuttosto forte, che potrebbe essere un vocio oppure qualcos'altro. L'interpretazione potrebbe essere da ricercarsi nel contesto, ma lo spettatore è libero di farsi la propria idea, considerando come sono state concepite. Di certo, l'impatto all'inizio è spiazzante, anche perché dura così a lungo che è inevitabile domandarsi se ci sia un problema tecnico, tanto più che l'ho visto al cinemino del mio paese, una piccola sala-teatro che poteva presentare degli inconvenienti.

La storia stessa, adattata dallo stesso regista dall'omonimo romanzo di Martin Amis, turba moltissimo. Siamo di fronte all'agghiacciante indifferenza e, non troppo velata, crudeltà di una delle famiglie che abitano di fianco, letteralmente al di là dello spinato, al campo di concentramento di Auschwitz. Il comandante Rudolf Höß è stato davvero il costruttore e il primo direttore del campo, chiamato poi ad altri compiti, come istruire altri nello stesso lavoro (rendiamoci conto di cosa significa). Vivere, però, in quella zona di interesse, così definita, rappresentava per lui e la moglie una condizione così favorevole, che la moglie, Hedwig, non seguì il marito quando i suoi incarichi lo allontanarono dal campo. Nel film Hedwig Höß dichiara che fa una bellissima vita in campagna e che spostare i suoi figli da lì è un dispetto: di certo godeva dei privilegi di poter prendere i beni confiscati ai prigionieri del lager.

Hedwig Hösse è interpretata da Sandra Hüller, che alla grande notte dell'Academy sarà presente non solo per questa pellicola, dove è stata magnificamente algida e cattiva, ma anche per Anatomia di una caduta, dove, con tutto un altro personaggio, è candidata per la sua performance da protagonista.

Risulta difficile non citare il titolo dell'opera di Hannah Arendt, La banalità del male: azioni mostruose commesse da persone normalissime, solo che, come vediamo nel film, discutevano dell'ampliamento dei forni crematori come se si trattasse della velocizzazione tecnologica di un processo industriale. Di fatto era proprio questo: rendere la distruzione di migliaia di vite efficiente come una fabbrica. Impossibile pensare a qualcosa di più aberrante, perché gli individui che hanno commesso tutto questo nella più cieca indifferenza erano identici a me o voi. Erano noi.

Ecco perché il punto di vista del film è così originale: non vediamo le atrocità commesse, ma solo chi le commetteva, nella comune, banale monotonia della loro vita: è come guardarsi allo specchio e vedere l'abisso, senza nemmeno fare lo sforzo di affacciarcisi sopra.

Il film, però, forse proprio per restituire la normalissima condizione di una qualunque famiglia, è indicibilmente lento. Malgrado la durata di solo un'ora e quaranta, mi è sembrato claustrofobico, probabilmente anche in virtù della raffigurazione così diretta di tanta indifferenza e cristallizzazione in una normalità delle barbarie che quella famiglia stava commettendo.

Riguardo la regia, ho trovato curiosa, forse significativa, l'introduzione ai personaggi fatta "da lontano". Nelle primissime scene gli attori sono sempre in secondo piano e, in generale, i primi piani sono rari, come se la macchina da presa si distaccasse volutamente da questa rappresentazione. Ho successivamente scoperto che il regista si è avvalso di molte camere nascoste, ma non so se quelle riprese iniziali sono state realizzate così. Molto particolare anche la scelta di spezzare la linea narrativa, mentre inquadrano Höß, in una sorta di flash-forward, che mostra il museo del campo di Auschwitz nel futuro.

In questo flash-forward si affiancano due normalità banali come quella degli Hösse e quella della manutenzione di un museo; eppure, per quanto possa spiegarmi alcune cose, dargli un significato, e per quanto riconosca che un simile punto di vista sia necessario e significativo, non posso non trovare il ritmo davvero un grosso problema, un punto sfavorevole.

Di certo si è trattato di un film molto ostico, per le tematiche ad alto impatto e per il suo ritmo, veramente molto difficile da affrontare. Riconosco la sua importanza, capisco il suo linguaggio, ma non mi è piaciuto.

Giudizio: ⭐⭐

lunedì 4 marzo 2024

Waiting Academy Awards con un film romantico: Past Lives

 La regista e sceneggiatrice teatrale e televisiva sud coreana Celine Song approda nel mondo del cinema e scrive e dirige Past Lives, che riceve un consenso unanime, venendo candidato ai più importanti premi cinematografici, tra cui Golden Globes e Oscar, nelle sezioni dei film internazionali.


La storia è deliziosa, commovente e ruota intorno a un concetto coreano sulla reincarnazione, In-Yun. Come spiega la protagonista del film, Nora, si tratta del destino che lega nei rapporti personali due individui ed è stato costruito nei loro contatti nelle vite passate.

Nora, cresciuta in Corea fino ai 12 anni, lascia insieme alla sua famiglia il paese (per gli USA) e il ragazzo che le piaceva, Hae Sung. Dodici anni più tardi, i due giovani (lei sceneggiatrice, come Song, della quale è alter ego, lui studente di ingegneria) si ritrovano, attraverso Facebook, e iniziano a parlarsi di nuovo, ma abitano in paesi diversi. Passano altri 12 anni prima che si trovino di persona a New York.

Dire di più sulla trama, credo sciuperebbe un po' le sorprese nel film, quindi preferisco limitarmi a queste poche informazioni.

Ho trovato straziante la storia di Nora e Hae e mi sono commossa durante la visione: a livello di messa in scena dei sentimenti, trovo che regia e interpretazioni siano stati grandiosi: mi sono sembrati enormi e palpabili, molto comprensibili. L'applicazione dello In-Yun alla storia mi è piaciuto moltissimo: ho al contempo imparato qualcosa di nuovo e l'ho trovato profondo, toccante e anche magico, in un certo senso. Diciamolo, ho anche sofferto abbastanza.

D'altro canto, devo dire che il film è anche molto lento e, in qualche ripresa, piuttosto ridondante. I film orientali, d'altro canto, hanno ritmi completamente diversi da quelli occidentali. Nondimeno, anche se si tratta solo di un'ora e quaranta minuti di film, ne ho avvertiti di più.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 3/4

domenica 18 febbraio 2024

Waiting Academy Awards: Povere Creature

 Acclamato al Festival di Venezia, dove gli è stato tributato il Leone d'Oro, Povere creature è l'8° film di Yorgos Lanthimos, adattato da Tony McNamara dall'omonimo libro di Alasdair Gray (che a questo punto dovrò proprio leggere).

Il film ha undici candidature agli Academy Awards (film, regia, attrice protagonista e attore non protagonista, sebbene, secondo me, quello sbagliato, montaggio, fotografia, scenografia, costumi, trucco&parrucco, sceneggiatura non originale, colonna sonora) e ha già vinto due Golden Globes (migliore commedia e migliore attrice), per i quali aveva sette candidature; altre dieci ne ha ai BAFTA.


Bella Baxter è la Creatura di un novello Frankenstein, il dottor Godwin Baxter (Willem Dafoe), chirurgo e scienziato, affezionato a lei come un padre, capace, però, di lasciarla andare nel mondo, sia a fini sperimentali, sia cogliendo l'esigenza della vita che ha creato.

Bella, infatti, inizialmente ha una mente non formata, che evolverà nel corso della sua storia, man mano che esplora il mondo: all'inizio si tratta del limitato ambiente del padre, la casa e il laboratorio; ma presto non si accontenta di quanto ha a disposizione. I pochi stimoli iniziali non fanno che aumentare la curiosità della creatura, che coglie al volo l'opportunità di fuggire assieme a un mascalzone, Duncan Wedderburn (Mark Ruffalo), fuori dal suo ambiente domestico.

Strutturato in capitoletti, il film affronta diverse situazioni, facendo sempre crescere in ciascuno Bella nei suoi diversi aspetti. L'opera riesce, infatti, a trattare molti temi diversi, riguardo la necessità di scoprire e l'evoluzione di un individuo, tra alte aspirazioni ed esigenze materiali, dal bisogno di elevarsi spiritualmente con la filosofia o di fare del bene al prossimo, a quello più terreno di procurarsi da vivere, passando, frequentemente, per quello di conoscersi e soddisfarsi dal punto di vista sessuale.

"Tutto ha a che fare con il sesso, tranne il sesso. Il sesso ha a che fare con il potere."

Ho letto che questo continuo riferimento non è stato universalmente apprezzato. A me, personalmente, non ha pesato (cosa che invece fa di solito, quando è gratuito), poiché è ben contestualizzato e ha il suo perché, dovuto all'assenza di indottrinamenti di sorta sul personaggio di Bella. Poiché non ha sovrastrutture, l'unico modo attraverso il quale conosce la sessualità, è l'esperienza: quello che sente al riguardo e ciò che sperimenta, prima da sola e poi con altri. La libertà priva di tabù sul sesso la conduce a esserlo anche in altri ambiti; la conduce a scoprire sé stessa e il mondo, prima attraverso i sensi, appunto, che a livello cerebrale, poi a rendersi indipendente, ad avere potere. Le sensazioni che conosce le chiedono di assecondarle, di non farsi limitare dalle imposizioni che prova a metterle Wedderburn o chicchessia. Tutte le sue esperienze la rendono completamente formata, consapevole, libera, realizzata e, dunque, felice.

La prospettiva è principalmente femminile, perché il tema di rendersi indipendenti in un mondo patriarcale è attuale, ma resta comunque universale. Ogni individuo ha le stesse esigenze di Bella e si scontra con i tabù della buona società, come viene definita nel film, per cui certe cose non si fanno, anche per coloro che dichiarano che la società, con le sue norme, è castrante. Il mondo del film non è né un presente, né un passato, né un futuro; non è nemmeno una distopia, poiché raffigura una società vittoriana per la gran parte della pellicola, una società conformista agli ideali di quell'epoca. Eppure Bella, vestita in pantaloncini o, comunque, con capi di vestiario (bellissimi e coloratissimi) che non avrebbero potuto esistere allora, non suscita il mormorio della folla, come se fosse perfettamente normale che sia vestita così, sebbene a esserlo sia solo lei. Anche questo la connota diversamente da tutti: lei è unica, speciale, come dirà Max McCandles (Ramy Youssef), l'apprendista di Goodwin.

Libera dalle convenzioni e dalle morali del suo tempo, poiché non ha ricevuto alcuna istruzione (il dottor Baxter la osserva, ma non le fornisce un'educazione attiva), può apprendere secondo istinto e necessità. Qui compare l'unico neo che ho rilevato nel film, che per il resto, per me, non presenta difetti: qualche imprecisione nella scrittura. Non riesco, infatti, a spiegarmi come Bella abbia imparato a leggere. Si passa dall'articolazione approssimativa delle frasi alla lettura della filosofia. Inoltre, in alcuni momenti il personaggio esprime pensieri complessi in un linguaggio articolato, ricco e corretto, mentre in istanti successivi regredisce alla pronuncia di parole elementari e scollegate. Sono due diverse componenti del suo essere a cui dà differente spazio in momenti e contesti diversi, oppure non era intenzionale? Mi sembra che sia un difetto troppo evidente, per non essere voluto, poiché per il resto l'evoluzione di Bella è abbastanza lineare, anche se con qualche salto iniziale, probabilmente necessario a coprire lunghi intervalli. Credo che cercherò queste risposte nel romanzo originale.

Dal punto di vista estetico, il film è impeccabile e così la regia: costumi e scenografie sono originali, colorati, bellissimi; la fotografia è luminosa e pulita.

Dal punto di vista attoriale, ritengo che Emma Stone sia stata perfetta, molto al di sopra di La La Land, per la cui premiazione, all'epoca, non fui così d'accordo. Non avrei molti dubbi sulla sua vittoria agli Oscar. Deve interpretare una bambina, una ragazza ingenua e disincantata, ma anche una persona sicura di sé e matura, quasi cinica a un certo punto: le varie trasformazioni di Bella Baxter.

Anche le parti di Mark Ruffalo e Willem Dafoe sono molto apprezzabili, personalmente soprattutto la seconda, ma anche Ruffalo ha un personaggio che gli permette di sbizzarrirsi (e lo fa). Al contrario, quello di Dafoe è un originale, a suo modo coraggioso e cinico, ma anche sentimentale e corretto. Tanto è scorretto, possessivo e meschino è Duncan Wedderburn, tanto Max McCandles è retto, gentile e aperto di mente.

Giudizio: andate a vederlo e riempitevi gli occhi ⭐⭐⭐⭐ 1/2

venerdì 9 febbraio 2024

Un film terapeutico: Perfect days

 Il quasi ottantenne Wim Wenders, del cui cinema mi professo ignorante, con grande senso di colpa e dispiacere, torna alla regia di un film di produzione nipponica, scritto dallo stesso regista e da Takuma Takasaki: Perfect days.

Si tratta di un film dalla scrittura semplice, con un meccanismo di narrazione e una ricerca di significato che, sospetto, prenda ispirazione da concetti quali la mindfulness e, forse, le correnti buddiste zen.

"Un'altra volta è un'altra volta. Adesso è adesso."


Hirayama (Kōji Yakusho) tutti i giorni si sveglia al suono dell'uomo che in strada spazza le foglie, piega il suo fouton, indossa la tuta da lavoro, si prende cura delle sue piantine, si lava i denti, si fa la barba, esce di casa, prende un caffè in lattina dal distributore proprio davanti a casa, sceglie l'audiocassetta con cui accompagnerà il viaggio in auto e si reca a lavoro. Fa le pulizie per la Tokyo Public Toilet e prende il suo lavoro in modo professionale, aderendo ai principi (per noi tanto distanti) per cui qualunque cosa fai la devi fare al tuo meglio e come se fosse una missione (un ikigai), in cui migliorare ogni giorno, cercando di spingersi sempre un passettino oltre il tuo massimo. Ecco, Hirayama ci mette del suo: si crea degli strumenti da solo per fare le cose al meglio e compie il suo dovere come una vocazione, perfino quando viene lasciato solo a coprire i turni. A differenza del collega della generazione più giovane, che gli domanda perché metterci tanto impegno, se saranno sporcati nuovamente di lì a poco, non trascura i dettagli, non cerca di sbrigarsi, tirando un po' via, per rispetto prima verso sé stesso, che verso il pubblico.

All'ora di pranzo, l'uomo si siede vicino a un tempio, una bella zona verde a Tokyo, dove mangia il suo tramezzino. Hirayama torna poi a casa, inforca la sua bicicletta e va a lavarsi ai bagni pubblica, a fare qualche giro, a cena e poi prima di dormire, legge un po' del suo libro. Non usa il cellulare, se non per comunicare, è estraneo al mondo di internet. Le sue giornate riprendono quasi invariate, in un ciclo sereno e tranquillo, anche se, ovviamente, non è esattamente così. La domenica porta a sviluppare un rotolino di pellicola, seleziona le foto che gli sono riuscite bene, che gli trasmettono qualcosa; compra un nuovo libro da leggere la settimana successiva; cena in un posticino speciale.

Hirayama si porta dietro ovunque una macchina fotografica e, costantemente, presta attenzione a cosa ha intorno, per coglierne la bellezza. Così succede che ogni parte della sua giornata diventa bella da vivere e ha un suo perché. Ogni adesso è bello da vivere.

Ci sono personaggi, incontri ed eventi imprevisti che si inseriscono in questa routine, proprio come è per le nostre vite. Anche i nostri quotidiani si ripetono analoghi, ma non sono mai gli stessi.

Questo film mi ha dato tanto. Avrei bisogno di rivederlo in loop per sempre, soprattutto nel periodo in cui mi trovo adesso (ci sto provando ad applicare la filosofia-Hirayama, ci sto provando davvero e mi serve). Nella sua ripetitività semplice, nella sua serena lentezza, ambizione a cui tendo ormai da qualche anno, mi sono sentita bene: mi è arrivato Hirayama, il suo stile di vita, la ricerca dei suoi ideali, che condivido, anche se non sono i miei e sono tanto lontani dalla società in cui ci troviamo.

Eppure non sarebbe impossibile: anche lui vive nella super tecnologica e al passo col tempo Tokyo (che ha le pareti dei bagni trasparenti che si oscurano alla chiusura), ma lui vive nel suo mondo e, a giudicare da quanto rivelato, per sua volontà.

Mi è piaciuto tutto di questo film: la colonna sonora fatta di pezzi storici, la recitazione del protagonista (che per molte scene è stand alone, con minimi interventi delle altre comparse, e spesso è muto), l'averlo reso un uomo che sento vivo e vero, la regia, la fotografia. Si sente un goccio la ripetitività, che, però, è il suo plus, la sua piacevolezza (una sorta di mantra), ma il film è anche breve (due ore secche) e, dunque, ho non ho avvertito la noia.

Ho una sola cosa da dire, ma non è in negativo. Questo è un film diverso, che ha il suo senso pieno e compiuto così e mi piace da impazzire. Lo riguarderei subito una seconda e una terza volta. Tuttavia, per quanto riguarda la corsa all'oscar come film internazionale, gli preferisco ancora Io capitano. Trovo che dovrebbe essere premiato soprattutto per una sceneggiatura molto più complessa e, a suo modo, profonda, ricalcando il viaggio vogleriano dell'eroe.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐

martedì 6 febbraio 2024

Waiting Academy Awards: Maestro di Bradley Cooper

 Bradley Cooper torna una seconda volta alla regia nel lungometraggio Netflix Maestro, dopo A star is born. Il film è candidato a sette premi Oscar, tra cui miglior film, sceneggiatura originale e sonoro.


Si tratta della storia del maestro d'orchestra e compositore Leonard Bernstein (interpretato sempre da Cooper), dagli esordi giovanili all'età matura, passando per il suo matrimonio con l'attrice Felicia Montealegre (Carey Mulligan), la crisi di questo per le relazioni extraconiugali omosessuali e, infine, il lutto per la morte della moglie, che si ammala di cancro.

Questo film, che dura la bellezza di due ore e dieci minuti, non mi è piaciuto granché e mi ha annoiato tantissimo nella sua parte centrale (ancora una volta fatta di eccessi, alcol, sesso, etc, tutte cose di cui sono stufa).

La parte iniziale l'avevo gradita e mi sono divertita molto nella scena-musical che descrive l'indole di Bernstein nella composizione (di musiche per teatro, ma anche per Fronte del porto o West Side Story), malgrado fosse spinto verso la direzione: credo sia la parte che ho preferito anche per la tematica. Il maestro sentiva di non poter scegliere tra le molte anime che possedeva e provò a portare avanti tutti i suoi impegni e le sue inclinazioni per tutta la vita. È stata bella anche l'introduzione nelle vicende in medias res, con la chiamata all'ultimo per sostituire un collega, evento che lo farà scoprire proprio come direttore d'orchestra, e quell'ingresso nella sala concerti. Questa capacità di concentrare gli eventi scopare dopo questa prima parte e cambia totalmente il ritmo.

Il personaggio di Bernstein è anche scritto bene, è rappresentato in tutte le sfaccettature positive e negative, rendendolo dunque sì grigio, ma anche reale, tanto che, per oltre la metà del tempo, lo si odia un sacco, egoista e incurante dei sentimenti altrui, per quanto sotto pressione. Anche nella somiglianza (che dalla cancel colture in poi è considerata offensiva) i truccatori (altra nomination) hanno fatto un incredibile lavoro.

L'acme del film è la sequenza lunghissima in cui dirige la London Symphony Orchestra per sei minuti, performance a cui pare abbia dedicato sei anni di preparazione. Per quanto bella e per quanto Cooper abbia recitato benissimo (è poi arrivata la nomination a Golden Globe e Oscar, come del resto per Mulligan), io non sono stata così felice della sua durata.

Anche la terza parte del film mi è piaciuta abbastanza, affrontando la malattia di Felicia Montealegre, concedendo una grade opportunità (colta) a Mulligan e facendomi piangere come una vite tagliata per tutta la sua durata (argomento trigger). Le due performance attoriali mi sono piaciute, ma non al punto di considerarle favorite nella vittoria a marzo o di parteggiare per loro.

La lunghezza, però, complessiva e il tedio intermedio, fatto inizialmente di dialoghi pacati, che poi esplodono in vere liti (anche perché essere trattate così, proprio no!), non le ho proprio rette.

A essere sincera, la cosa che ho preferito di questo film è la sua fotografia, soprattutto nel bianco e nero, sempre curata nelle inquadrature e pulita. Anche Matthew Libatique si è preso la sua nomination, che è la terza, dopo Il cigno nero e (proprio) A star is born.

Giudizio: ⭐⭐⭐

lunedì 5 febbraio 2024

Waiting Academy Awards: ho recuperato Nimona

 Sabato sera in famiglia abbiamo guardato Nimona, su Netflix: il film d'animazione, uscito già nell'estate, dei registi Nick Bruno e Troy Quane. Si tratta di un adattamento da un fumetto di ND Stevenson, prodotto da Annapurna Pictures.


Si tratta di una storia ambientata in un mondo in cui un'antica eroina, Gloreth, sconfisse un temibile mostro, mille anni prima. Da allora gli abitanti vivono in una città entro mura difensive, che la separano dal pericoloso mondo esterno, popolato da chissà quali incubi, protetta dai cavalieri dell'"Ente", tutti discendenti di Gloreth. Cosa potrà mai andare storto in un posto in cui la paura del "là fuori" aleggia sugli abitanti e su chi li protegge?

Infatti, la storia vera e propria si apre quando sta per diventare cavaliere, per la prima volta dopo mille anni, un uomo che non è discendente di Gloreth, Ballister. Per una serie di eventi, che finiscono per accusare proprio Ballister, questo scappa e si unisce alla mutaforma Nimona: quale sarà il loro piano per dimostrare che Ballister è innocente? E il mostro, come ci insegna Il Gobbo di Notre Dame, è fuori o è dentro (in tutti i sensi)?

La storia ci è piaciuta tantissimo e in famiglia è pressoché un evento raro accontentare tutti e tre. Per quanto mi riguarda, la cosa ha del miracoloso, perché all'inizio non mi stava piacendo e mi sono ricreduta.

Parliamo prima di quelli che sono i difetti, secondo me, così ci leviamo il pensiero e passiamo alle cose belle.

1) La scrittura è immatura. La storia è molto originale e il plot twist iniziale te lo fa capire subito, ma inizialmente ho storto parecchio il naso su tre cose. 

La prima sono le battute. Alcune per me sono proprio bruttine e non mi fanno ridere; dopo l'avvio, si riprendono un po'. 

La seconda è come sono dipinti i "cattivi": quando nelle primissime scene i veri cavalieri fanno i bulletti con Ballister, mi si è accapponata la pelle per la faciloneria con cui sono stati descritti, completamente aderenti a un cliché. La caratterizzazione degli antagonisti segue questo andamento anche fino alla fine. La terza, che segue e chiude questo argomento, è che scopri subito il cattivo, che ha una discreta caratterizzazione iniziale, ma sul finale si rovina per aderire al messaggio che il film vuole dare, ma diventando molto forzato, poiché, per come è andata la vicenda, è assurdo che persegua nelle sue azioni e nelle sue idee così ottusamente.

2) I disegni non mi facevano impazzire, soprattutto all'inizio. Li ho un po' rivalutati e in alcune scene mi sono piaciuti anche parecchio, ma non sono del tutto soddisfatta. Il design di Nimona non mi piace proprio. Questi, comunque, sono gusti personali.

Finiti i difetti, per me, del film, posso parlare di quel che mi è piaciuto. La storia, a parte per quanto già evidenziato, è ben scritta e mi ha trascinato ed emozionata. Ha anche diversi colpi di scena che sorprendono. Le scene d'azione, invece, oscillano un po'. Sempre nella famigerata parte iniziale, ho trovato i ritmi fin troppo veloci, direi improvvisi; al contrario, da metà film in poi, li ho trovati molto più azzeccati e mi sono goduta le scene molto di più. L'animazione se la cava meglio, a parer mio.

Trovo, comunque, che la cosa più riuscita sia stata la capacità della scrittura di trasmettere dei messaggi molto belli, senza renderli troppo didascalici e non sto parlando di inclusione soltanto.

Mi piace tantissimo che la storia abbia mostrato le conseguenze della paura e della disinformazione (vogliamo chiamarla ignoranza?), che stanno alla base della discriminazione. Risuona moltissimo quanto ha scritto Tahar Ben Jelloun in Il razzismo spiegato a mia figlia. E mi piace moltissimo il messaggio che porta Nimona stessa in ogni sua scena: io sono me stessa, anche se cambio, anche se non mi identifichi bene e ti confondo. Io non posso essere definita in un modo unico, perché mi sminuirebbe; farebbe il contrario, non mi comprenderebbe mai per intero, quindi non pretendere di includermi in una categoria, perché è troppo poco e nessuna parola mi definisce del tutto. Questo messaggio si applica a molti contesti della nostra esistenza (non solo ai più evidenti temi sulla fluidità), mi piace tantissimo e sono contenta che un film lo abbia trattato in questo modo, comprensibile, ma non nozionistico.

"Ti vedono solo in un modo, per quanto tu possa provarci."

A questo punto ho moltissima voglia di leggermi l'opera originale, che è stata pubblicata in un volume da Bao Publishing, anche perché sospetto che potrebbe essere superiore al film.

Il film è stato nominato agli Oscar nella categoria animazione, ma dovrà vedersela non tanto con Elemental, quanto con Spiderman: Across the Spiderverse e, soprattutto, con l'ultimo film di Miyazaki, Il ragazzo e l'airone. Devo ancora vedere Robot Dreams, che, dunque, non so quanto forte possa essere come avversario.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

mercoledì 31 gennaio 2024

Waiting Academy Awards: ma the Holdhovers è così bello?

 Lunedì sera al cinema ho visto uno dei film più attesi dell'anno, The Holdovers di Alexander Payne, viste anche le cinque candidature che ha preso agli Oscar 2024: film, attore protagonista, attrice non protagonista, sceneggiatura originale e montaggio.


Parliamo subito della nomination che meno mi convince: la sceneggiatura. Non mi pare così grandiosa come storia, anche se i dialoghi sono molto curati. La vicenda è carina, divertente, ma non straordinaria e il genere è un po' quello di L'attimo fuggente, dove un professore fa da mentore (e viceversa) a uno dei suoi alunni.

Nel 1970 il professor Paul Hunham (Paul Giamatti) si trova a fare da custode agli alunni che non torneranno a casa per le vacanze di Natale, tra cui Angus Tully (Dominic Sessa), che sta passando un momento duro con la sua famiglia. Resta a scuola anche la capo-cuoca, Mary Lamb (Da'Vine Joy Randolph di Only Murders in the building), che ha appena perso suo figlio in guerra. Dopo un momento di incomprensione fra professore e allievo, il primo inflessibile, il secondo ribelle, i due si accordano affinché le vacanze non siano spiacevoli per entrambi e cominciano a conoscersi e a capirsi.

Tra uno scherzo e uno sketch, tra bugie e liti, finisce che professore e studente si aiutano a vicenda. Evolvono: è una storia di formazione. Anche Mary impara a convivere col suo lutto. Quel lezioni di vita che, italianamente, han voluto aggiungere al titolo, magari è un po' esagerato: certo, Hunham fornisce a Tully la sua visione della vita, fatta di principi e regole per non affondare, per non lasciarsi andare, malgrado gli insuccessi e una serie di patologie che lo affliggono; Angus invece lo aiuta a cercare la sua empatia, l'umanità. Il finale è agrodolce, ma mi è piaciuto.

La prima parte, quella introduttiva, l'ho trovata un po' lenta (m'ha pesato un gocciolino) e sono sicura che almeno quindici-venti minuti glieli avremmo potuti togliere, Mr Payne, così riuscivamo a stare anche entro le due ore. Il secondo tempo è più costante e riempito, tuttavia il ritmo è sempre piuttosto costante e moderato.

Il film mi è piaciuto, sicuramente. Mi sono molto piaciuti gli attori, particolarmente Giamatti e Sessa (giovane che non aveva mai fatto cinema finché non hanno fatto provini alla sua scuola, la Deerfield Academy, proprio per The Holdovers). Anche se non è stato candidato agli Oscar, è stato comunque candidato ai BAFTA e ha vinto come miglior giovane interprete ai Critics' Choice Movie Award.

Tuttavia l'ho trovata una storia carina, piacevole, dolce, ma, ecco, non straordinaria.

Giudizio: ⭐⭐⭐1/2

giovedì 25 gennaio 2024

Waiting Academy Awards 2024: film candidati e dove trovarli

 Ci siamo, è iniziata quella stagione dell'anno in cui inizia la mia challenge intitolata "Gotta watch 'em all" parafrasando una ben più celebre sigla. Tentare (e fallire) ogni anno il recupero di ogni titolo candidato, almeno nelle principali categorie, agli Oscar è una delle mie fisse. Quest'anno, tuttavia, non sono così tanti i film che andrebbero visti imprescindibilmente, poiché nelle varie categorie ricorrono più o meno sempre gli stessi nomi.

Per coprire le categorie non tecniche (ma anche buona parte di queste), ovvero film, regia, la tetrade degli interpreti e le sceneggiature, dovrebbero essere sufficienti queste pellicole: 

  • Oppenheimer
  • Barbie
Questi forse li abbiamo visti durante l'estate: io personalmente sì, ma credo anche gran parte del pubblico, poiché erano, forse, i film più attesi del 2023, anche a causa del Barbienheimer.
  • Anatomia di una caduta - uscito al cinema il 26 ottobre scorso
  • Killer of the Flower Moon - uscito al cinema il 19 ottobre scorso
  • Past lives - che sarà in sala dal 14 febbraio
  • Povere Creature - da oggi nelle sale
  • American fiction - di cui non trovo informazioni sull'uscita su Coming Soon, quindi attendo news
  • La zona d’interesse - che arriverà in sala dal 22 febbraio
  • The Holdovers - già uscito al cinema una settimana fa, penso di vederlo lunedì sera
  • Maestro - disponibile su Netflix
  • Nyad - anche questo già su Netflix
Con "soli" questi 11 titoli resterebbero fuori, rispettivamente per un interprete protagonista e un'interprete non protagonista, Rustin, che comunque si trova su Netflix e Il colore viola, che sta per arrivare in sala l'8 febbraio e, per la sceneggiatura, May December, che fino ad aprile probabilmente non arriverà in Italia. 
Lo trovo un obiettivo ragionevole da raggiungere nel tempo a disposizione, ovvero un mese e mezzo circa, considerando che di questi undici ne ho già visti quattro (rimpiango di non aver visto il film di Scorsese al cinema, ma ancora mi sta pensiero l'idea di vederlo a casa, dalle piattaforme in cui è già disponibile per il noleggio, per esempio su Sky con circa 4 euro).
Aggiornamento: da ieri (26 gennaio) Killers of the Flower Moon è nel catalogo di Prime Video e l'ho recuperato.

Mi piacerebbe vedere anche tutti i film d'animazione e internazionali. Ho già visto Io capitano, che è meraviglioso e anche il mio film preferito dell'anno scorso; La zona d'interesse rientra già tra quegli undici titoli; Perfect Days lo vedrò questo week end; La società della neve è su Netflix, anche se il tema di cui tratta mi inquieta non poco; infine The Teachers' Lounge dovrebbe uscire al cinema il 7 marzo, tre giorni prima della cerimonia degli Oscar (che si terrà appunto il 10 marzo), almeno secondo l'app di Coming Soon, consultata in data odierna (specifichiamolo, perché le uscite sono spesso soggette a imprevisti).
Per quanto riguarda l'animazione, ho visto Spider-Man: Across the Spider-VerseElemental e Il ragazzo e l'airone. Nimona è su Netflix, mentre Robot Dreams andrà al cinema il 14 febbraio (informazione più attendibile rispetto a The Teachers' Lounge, giusto perché è più vicino nel tempo).
Ricapitolando, per completare tutte queste categorie, mi mancherebbero circa 15 film.
Non ho parlato di Napoleon, poiché è candidato solo a due categorie tecniche, costumi ed effetti speciali, così come Mission: Impossible - Dead Reckoning part one, anch'esso agli effetti speciali e al sonoro. Questi due, come Barbie e Oppenheimer, sono noleggiabili su diverse piattaforme.

Seguono tutte le nomination. Buone visioni!





lunedì 10 aprile 2023

Tutti film d'animazione candidati agli Oscar 2023 (e il vincitore)

 Quest'anno sono riuscita a vedere entro la data della cerimonia tutti i cinque film d'animazione candidati agli Oscar.

💗 Il secondo film d'animazione che ho visto in sala è stato Marcel the Shell (with Shoes On), della casa di produzione A24. Si tratta di un mocumentary, un finto documentario, in tecnica mista, che vanta un'animazione così innovativa da non riuscire quasi a distinguere realtà e finzione. Marcel e la sua nonna sono conchiglie e vivono in una bella casa che prima apparteneva a una coppia. Quando la coppia abitava lì, Marcel e la nonna condividevano le loro vite con tutti gli altri membri della loro grande comunità, ma adesso sono rimasti da soli e devono arrangiarsi a cavarsela per procurarsi il cibo e tenersi impegnati. La casa è affittata da un documentarista, che comincia a riprendere la vita quotidiana di Marcel e a pubblicarla su Youtube, regalando al mollusco un'inaspettata e improvvisa celebrità.


 Marcel è timido, ma deciso: è una piccola conchiglia molto educata che soffre molto per la perdita della famiglia e ha tante premure per la sua nonna. La storia è molto dolce: col suo ritmo lento ci conduce a scoprire le emozioni e la tenacia con cui affronta la vita il piccolo protagonista, attraverso dolori, speranze, scoperte, lutti, amicizie, nuove conoscenze e ripartenze, perché la vita è in continuo cambiamento, ma non deve per questo spaventarci. L'ultima scena in cui compare nonna Connie è pura poesia.

Giudizio: Il film mi è piaciuto e mi ha commosso, ma non non mi ha travolta nell'emozione come mi sarei aspettata, rimanendo comunque carino e piacevole, anche se piuttosto lento. ⭐⭐⭐ 1/2


🤎 Del primo film Il gatto con gli stivali 2 - L'ultimo desiderio ho già parlato. L'avevo visto al cinema sul finire dello scorso anno e l'avevo veramente apprezzato, soprattutto per la tecnica d'animazione rivoluzionaria, temi non proprio semplici affrontati con efficacia e, soprattutto, uno degli antagonisti introdotto davvero bene e terrificante.


Tutti gli altri film d'animazione sono disponibili sulle piattaforme di Disney Plus e Netflix.

🟥 Red è l'unico film Disney candidato, ma è un film di Pixar. Il 61° classico, Un mondo misterioso, l'unica uscita tutta Disney del 2022, è passata sotto silenzio, inosservata e dimenticata dopo poche polemiche sulla eccessiva inclusione, tolta la quale non restava più molto altro nel film. Quindi solo il film Pixar rappresenterà agli Oscar la major Topoliniana.



Red è un film un po' più divertente e giocoso di Un mondo misterioso, ma non è un granché e, dal mio punto di vista, il lato più debole è l'età delle protagoniste: l'adolescenza. Se è vero che mancava un film animato per quel target di età, al quale di solito sono più indirizzati i telefilm e i film live action, è anche molto difficile identificarsi nella protagonista se si è più grandi o più piccoli.

La storia è infatti quella di Meilin, questa ragazzina di tredici anni cinese che vive con la sua famiglia a Toronto, dove gestisce un tempio dedicato al culto del Panda Rosso, che da sempre protegge la famiglia Lee. Meilin è una bambina di rara antipatia. Completamente sottomessa alla madre, è Miss Perfettini, tutta scuola e tempio: ottimi voti e pomeriggi passati a pulire e a lavorare con la madre nel tempio - davvero il tipo di bambina più comune da incontrare e con cui identificarsi, insomma. Coltivando i suoi rapporti umani solo a scuola, ha tre amiche del cuore che sono macchiette monodimensionali. L'estetica della sua amica vestita di rosa è orripilante, sembra un mostriciattolo. E colgo così l'occasione per parlare dei disegni; veramente brutti, ma tanto proprio.

La storia si sviluppa intorno al menarca di Meilin, che è un'ottima idea, non solo perché parlare di mestruazioni, cercando di rompere un tabù, è buono e giusto (anche se non è così esplicitato -il momento più chiaro è quello in cui la madre piomba a scuola gridando che la figlia ha dimenticato a casa il pacchetto di assorbenti che sta sventolando di fronte alla scolaresca, segno che invece di essere argomento segreto, è diventato un argomento comico-), ma perché dà il là al cardine della storia. Tutte le donne di quella famiglia, infatti, al menarca si trasformano in giganteschi Panda Rossi. Nell'omissione della madre, terribilmente castrante, che temeva di affrontare l'argomento con Meilin, oltre che nelle sceneggiate (come quella degli assorbenti), in cui, senza rendersene conto, mette in imbarazzo la figlia, abbiamo il ritratto perfetto di questa donna, che è riuscita a chiudere il suo passionale panda per sempre. Ma Meilin è di un'altra pasta e di un'altra generazione e forse non vuole rinunciare del tutto a quella componente di sé stessa.

Giudizio: il tema dell'accettare i lati di sé che non sono quelli amabili e ben voluti dalla società mi è piaciuto molto ed è un po' più movimentato dell'ultimo film Disney che avevo visto, ma non mi è parso granché. Bene provare a parlare dei cambiamenti che l'adolescenza porta, affrontandoli sia dalla parte dei ragazzi che da quella dei genitori, ma non è un tema universalistico. Disegni tra i più brutti che ricordi. ⭐⭐

🔴 Il mostro dei mari era un titolo che mi lasciava ben sperare: avventure su navi pirata, navigatori rozzi ed esperti del combattimento corpo a corpo con gigantesche piovre od orribili kraken, cuore in gola e cieli cupi di tempeste marine.


Macché. Questo lungometraggio (due ore!) di Netflix e Sony Pictures è un prodotto dei nostri tempi e non poteva neanche lontanamente avvicinarsi alla mia immaginazione: inclusione e scrittura di infimo livello, non è altro. 

La presentazione dei personaggi non c'entra niente con la trama successiva. I pirati (no, questi marinai non sono fuorilegge, ma bravi dipendenti della Corona, anche se l'aspetto richiama i protagonisti di Pirates of the Caribbean) cacciatori di mostri, varianti dei balenieri, hanno una bella estetica con uncini, gambe di legno, nasoni, bende sugli occhi e sono gagliardi e dall'aspetto minaccioso, ma sono scritti malissimo. Il capitano Achab non è coerente con sé stesso; prima uomo comprensivo, che dimostra affetto nei confronti del ragazzino salvato da un naufragio anni prima, simpatia per l'orfanella che si imbuca a bordo, poi prevale il far rispettare gli ordini, infine è avvolto da un cieco desiderio di vendetta, che non ha redenzione. Lo stesso l'ufficiale Sarah Sharp, che sembra molto rigida, poi non lo è. La protagonista, Maisie, è mostrata per la prima volta in un orfanotrofio, mentre racconta le storie dei feroci e valorosi pirati agli altri orfanelli (una sequenza piuttosto abbondante per non avere quasi alcuno scopo nelle vicende), prima di fuggire per imbarcarsi a bordo della Inevitabile.

E qui possiamo cominciare a parlare di inclusione: nel giro di pochi secondi a bordo della nave cacciatrice abbiamo ben due donne di colore, più un'altra ufficiale che ha l'incarico di far eseguire i comandi del capitano. Ma questa è una società in cui non ci sono neppure i bucanieri, quindi è una società molto avanti a livello di diritti sociali. Mi sono, dopo poco, domandata come mai una società così sviluppata non fosse anche animalista e cacciasse le creature del mare, belle o brutte che fossero. E infatti il tema del film è proprio questo: i mostri non sono cattivi. La pellicola si incentra sulla caccia alla Furia Rossa, un mostro orribile, ma non in quanto spaventoso, bensì per il design ridicolo, come se Nessie (di un rosso monocolore, senza nemmeno una sfumatura) avesse inghiottito una gigantesca tavola da surf; occhi e naso sono molto simili a quelli di Sdentato, ma l'effetto non è comunque positivo. Ma il peggior momento della scrittura è il finale: a un tratto si interrompe, non ha conclusione, lascia il destino dei personaggi a sé stessi. Non è specificato cosa ne sarà della bambina e del protagonista; non è ben chiaro il costo del patto con la strega; non sappiamo che destino attende i cacciatori di mostri, l'Inevitabile, Sarah, il capitano, che non si merita (ingiustificatamente) un contatto con i protagonisti, né una possibilità di cambiare idea, di redimersi.

Giudizio: va bene che essere animalisti è una bella cosa, ma un tema simile merita una scrittura migliore, non basta solo l'idea; inoltre i film d'animazione dovrebbero anche essere divertenti da vedere. Se un film ha un nome che promette avventure in mezzo al mare, mi aspetto che ci siano, che sia movimentato. L'animazione iniziale del mare era anche interessante, ma si perde nei disegni e nella scrittura. ⭐

❤ Infine l'attesissimo Pinocchio di Guillermo del Toro, vincitore del Premio Oscar, ennesimo adattamento della fiaba di Collodi. Diciamolo subito, della storia originale non ha praticamente nulla, sono rimasti Pinocchio, il Grillo, Geppetto e il pesce cane, ma servono a una causa superiore, quella antifascista.


Durante la Grande Guerra Geppetto perde il figlio Carlo sotto un bombardamento. Accanto alla tomba del figlio pianta un pino, da cui una sera, ubriaco, ricaverà il pezzo di legno che sarà Pinocchio. In un buco nella corteccia si era appena trasferito il grillo Sebastian, che continuerà a vivere in quel buco, adesso in mezzo al petto del burattino, a cui uno strano mostro e strani spiriti daranno la vita. Pinocchio sorprende il suo ignaro neo-babbo e si dimostra indisciplinato e naive nei confronti del mondo esterno. Oltre a non conoscere niente della vita, è spinto a obbedire solo ai suoi istinti del momento e attirerà presto le attenzioni di molta gente problematica, in grado di raggirarlo a proprio piacere: il Conte Volpe lo vuole come attrazione principale del suo circo, per cogliere il favore di Mussolini, e il padre di Lucignolo lo vuole per renderlo il perfetto soldato per la Giovane Italia Fascista, poiché non può morire. In mezzo a queste peripezie Pinocchio maturerà molto e comprenderà il valore delle vite che lo circondano.

Giudizio: dal punto di vista della storia, sono rimasta spiazzata. Ha tinte velatamente horror, ma non è brutta. Solo che, essendo così diversa dall'originale, del Toro avrebbe potuto semplicemente crearne una propria. La parte straordinaria del film è l'animazione in stop motion e l'estetica molto caratteristica e coerente. Riguardo alle canzoni, mi pongo su una via di mezzo rispetto a quanto si legge in giro: ci stanno, anche se forse si stava meglio senza (mica è la Disney!) ⭐⭐⭐ 1/2

L'animazione non è un genere, è una tecnica.

Guillermo del Toro

domenica 5 marzo 2023

Everything Everywhere All at Once è perfetto

 Il film con più nomination agli Oscar, ben undici (film, regia, sceneggiatura originale, montaggio, costumi, colonna sonora, canzone, Michelle Yeoh, Ke Huy Quan, Stephanie Hsu, Jamie Lee Curtis), quest'anno è Everything Everywhere All at Once dei due registi e sceneggiatori Daniel Kwan e Daniel Scheinert, detti anche Daniels per la condivisione del primo nome. 


In generale questo film sta macinando candidature (sei ai Golden Globes, dieci ai BAFTA, quattro ai SAGA, e altre ancore ad altri premi che non seguo abitualmente) e vittorie (le performance di Michelle Yeoh e Jonathan Ke Quan stanno convincendo ovunque e hanno già vinto i Golden Globes e rispettivamente la nomina di migliore attrice per il National Board of Review e migliore attore non protagonista ai Chicago Film Critics Association).

La storia è molto articolata e sceneggiatura e regia non danno un attimo di respiro allo spettatore, catapultato da una situazione a un'altra e anche da un universo all'altro. La storia è infatti quella di una famiglia cinese che abita negli Stati Uniti: la madre Evelyn (Michelle Yeoh) e il padre Waymond (Ke Huy Quan) mandano avanti una lavanderia e si stanno preparando a una giornata impegnativa. Sono in attesa della visita del padre (James Hong) di Evelyn, sempre molto critico nei confronti della figlia, che ha paura della sua reazione se gli presenterà la fidanzata della figlia (Stephanie Hsu), e devono recarsi a una revisione dei conti dalla severa signora Deirdre (Jamie Lee Curtis). In quella giornata, però, Evelyn riceverà la rivelazione che un pericolo incombe su tutti gli universi, nei quali una forma alternativa dei suoi cari ha una storia e un carattere diversi. Dovrà imparare in tutta fretta (e con lei lo spettatore) a districarsi in questo multiverso, se vorrà salvare la sua famiglia.

Per me questo film è stato una bomba: regia e montaggio sono sempre ben calibrati, alternando le parti di dialogo e di azione senza mai rallentare troppo il rimo e senza mai annoiare. Mi ero già innamorata della regia nella primissima scena in cui le immagini riflesse in un piccolo specchio rotondo danno il via alla narrazione. Le sequenze action sono pura goduria: sono coreografie chiare, dinamiche, ben comprensibili, ben illuminate e molto originali e divertenti. La scrittura è fresca e originale, ha delle trovate veramente geniali, ma tocca anche la corda dell'emozione nell'intrecciare i legami dei personaggi nei vari universi e dando una conclusione meravigliosa alla(e) storia(e). Le storie sono ricche e si susseguono rapidamente: allo spettatore è richiesta una certa velocità nel comprendere i meccanismi di funzionamento del multiverso e i suoi passaggi, ma in poche sequenze diventano chiari. Manca il tempo di rilassarsi, le emozioni si rincorrono e riempiono il tempo del film: due ore e dieci passano senza accorgersene, è un tempo giusto.

Le quattro interpretazioni candidate, ma si potrebbe mettere anche quella di James Hong, sono state incredibili: l'asticella era alzata dal dover cambiare personaggio al cambiare multiverso e restano tutti molto credibili. Ke Huy Quan compie delle trasformazioni incredibili: da marito pesticciato e timido a uomo realizzato e sicuro di sé, a combattente di una sorta di resistenza dell'Universo Alfa. Ha colto il punto Jamie Lee Curtis che ha ironizzato sul fatto che non molti attori forse avrebbero recitato come lui dopo 30 anni di stop: l'attore era infatti stato un divo bambino al tempo de I Goonies e di Indiana Jones e il tempio maledetto, ma poi non aveva più trovato mercato nel cinema ed è stato commovente il suo discorso al momento del ritiro del Golden Globe. Stephanie Hsu è al momento la mia preferita tra le Attrici non protagoniste, per me è stata stupenda. Michelle Yeoh è stata altrettanto brava, altrettanto brillante, altrettanto disinvolta e versatile e sono combattuta se preferisco la sua performance o quella di Ana de Armas, come lo sono per le interpreazioni di Ke Huy Quan e Barry Keogan.

Non ho altro da dire su questo film, che ho trovato grandioso, fresco, divertente, emozionante. Mi sono piaciuti l'intreccio, i colpi di scena, i personaggi in tutte le loro versioni, i guizzi geniali della sceneggiatura, il ritmo e la dinamicità della messa in scena, la regia: non riesco a trovargli un difetto. Tiferò questo film in molte categorie per cui è nominato, lo so già anche se mi mancano ancora diversi film da vedere.

Giudizio: 🥯🥯🥯🥯 1/2

Il realismo (non) violento di Niente di nuovo sul Fronte Occidentale

L'adattamento, scritto e diretto da Edward Berger, di Im Westen nichts Neues di Erich Maria Remarque è stato presentato al Toronto International Film Festival e non è stato solo candidato come miglior film straniero a Golden Globes, BAFTA e Oscar, ma per questi ultimi ha collezionato nove nomination totali (film, sceneggiatura non originale, fotografia, scenografia, trucco-acconciatura, effetti speciali, sonoro e colonna sonora, oltre a quella già citata). Il film si può trovare sulla piattaforma Netflix dallo scorso anno.


La storia è quella di alcuni giovani tedeschi, Paul e i suoi amici, che si arruolano nella Grande Guerra, convinti che avrebbero vissuto un'avventura da eroi e che, anche grazie a loro, la Germania avrebbe conseguito una vittoria schiacciante in breve tempo. Ma oltre a non essere di rapida risoluzione, il conflitto si rivelerà lontanissimo dalla gloriosa avventura che si attendevano. Mentre gli viene consegnata la divisa i ragazzi fremono d'impazienza, ignari che quelle casacche hanno vestito altri soldati che hanno conosciuto una triste fine. E poi il fango, la trincea, il terrore, il freddo, il lutto, la nostalgia di casa, dei genitori, delle fidanzate, la durissima vita di stenti. La guerra, senza poesia né retorica e senza nemmeno insistere sulla spettacolarità delle uccisioni, senza alcun intento splatter, ma senza negare la crudezza atroce delle trincee e delle battaglie, contrapposte alle scenografie scintillanti dei palazzi e dei treni in cui si decidono le sorti del conflitto. La storia principale si alterna, infatti, con le trattative della delegazione tedesca, tra cui figura Matthias Erzberger (Daniel Brühl) con quella francese, che, come sappiamo, imporrà a Compiègne le condizioni che porteranno alla pace infame, che tanta parte avrà nel destino degli anni a venire.

Ogni avanzamento di un esercito o di un altro è futile e quasi ridicolo. L'intento del film è mostrare con schiettezza la quotidianità dell'attesa, delle privazioni, della paura, la brutalità degli scontri, l'agonia dei feriti, l'ammasso di corpi maciullati con un livello di spietatezza e al contempo di oggettività estremo. I piccoli dettagli, le uniformi, le medagliette, i pasti sottolineano le miserie e i fugaci destini dei soldati. L'angoscia è scandita da una colonna sonora il cui tema principale è già iconico: tre note che ci trasmettono paura.

La scena dei carri armati ha una potenza visiva ed emotiva da pelle d'oca: è semplicemente agghiacciante. Regge meno il confronto con il libro la sequenza "Camerade", che è una delle ragioni principali della fama del romanzo, col brano riportato su ogni antologia didattica.

È certamente molto dura affrontare la visione di questo film (e ho temuto moltissimo due ore e mezza di un film di guerra, che come genere non è certo dei più divertenti), ma è un'esperienza emozionante e visivamente grandiosa: ha una fotografia straordinaria, precisa e limpida anche nei momenti più oscuri (al momento mi sbilancio a tifare per questo film in questa categoria). Gli armamenti e gli scontri sono bene evidenziati dagli effetti speciali e dal sonoro. Ho apprezzato anche alcune interpretazioni, prima tra tutte quella di Albrecht Schuch (Kat). Ma soprattutto ho adorato questa dissacrazione di ogni velleità romantica della guerra: non c'è eroismo, solo "squallore disgraziato" (si riconosce la citazione?) e grette miserie quotidiane. Il tutto esaltato da un comparto visivo e sonoro di alto livello.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ Un film spietato, molto difficile da vedere per la durezza e il realismo con cui è rappresentata la guerra, ma, anche per questo, bellissimo

sabato 18 febbraio 2023

Gli spiriti dell'isola: fiaba nera teatrale e macabra

Il film scritto e diretto da Martin McDonagh, Gli spiriti dell'isola, che ha concorso per il Leone d'Oro a Venezia, aggiudicandosi la Coppa Volpi (Colin Farrel) e il Premio Osella (sceneggiatura), si è meritato anche otto candidature ai Golden Globes (vincendo per il miglior attore protagonista e come miglior Commedia) e nove agli Oscar (film, regia, sceneggiatura originale, Colin Farrell, Barry Keogan, Brendan Gleeson, Kerry Condon, colonna sonora e montaggio).


Il pretesto per l'avvio è molto semplice: "non mi vai più a genio". Un pochino più motivato, ma a un certo punto della loro amicizia Colm (Gleeson), compositore e violinista, decide di rompere i rapporti con Pádraic (Farrell), che è incredulo, oltre ad avere l'orgoglio ferito e il cuore a pezzi, tanto da non rassegnarsi alla prima che tutto sia davvero finito. Su questa situazione semplicissima si innestano una serie di cause-effetti, che non si possono raccontare perché vanno scoperti in sala (il trailer non fa capire quasi niente, cerca solo di restituire l'atmosfera del film), in una catena di eventi inarrestabile che costituisce questa sceneggiatura molto efficace e di impianto chiaramente teatrale. Ogni passaggio è orchestrato in modo preciso come in un meccanismo i cui ingranaggi sono perfettamente oleati: la narrazione è pulita, senza sbavature, apprezzatissima.

La storia è ambientata nel 1923, sullo sfondo della guerra civile irlandese, di cui si sente parlare dai personaggi, che però sono estranei a quei conflitti che riguardano la Terraferma, li percepiscono lontani, mentre loro, confinati nella lenta vita isolana di Inisherin, vivono contrasti e malumori più quotidiani, ma non meno viscerali.

Il tono è metà giocoso, con alcune battute molto divertenti, e metà grottesco, come in una fiaba nera in cui, infatti, compaiono anche le Banshees, gli spiriti annunciatori di disgrazie, che poi sono mantenute (mi sono data anche una mia interpretazione al riguardo), spostando velatamente la narrazione sul genere fantastico. Il grottesco in questo film si sposta fino al macabro, accentuato e molto insistito, anche se cartoonesco: è sopportabile, ma occupa molta parte della storia, quasi troppa, vi viene pesantemente posto l'accento, come se il regista lo eleggesse a elemento cardine. Il finale resta un po' aperto e a me lascia anche un dubbio sul personaggio di Colm.

La storia è ricca di personaggi che animano l'isola, un po' più che comparse, molto pittoreschi: c'è il barista diplomatico, la gestrice dell'emporio avida di pettegolezzi, il poliziotto violento, la vecchia megera, che come in tutte le fiabe non è mai quello che sembra, lo scemo del villaggio, che però interpretato da Barry Keogan ha una credibilità e un'autenticità non comuni (una delle mie interpretazioni preferite nella categoria Attori Non Protagonisti per gli Oscar). Altro ruolo importante, quello della sorella di Pádraic, Siobhán (Kerry Condon), combattuta tra prendersi cura del fratello, uomo semplice e illetterato, ma gentile, e perseguire i propri obiettivi personali.

Le interpretazioni conferiscono davvero un'anima a tutti questi personaggi: è un'esperienza immersiva, si entra davvero nel mondo di Inisherin, i cui bellissimi paesaggi sono, oltretutto, fotografati al meglio. Mi sono molto piaciuti i coprotagonisti, anche se ancora non so se Colin Farrell sarà il mio preferito, ma mi ha convinto molto e dà corpo a un ruolo che abitualmente non gli tocca. Trovo Gleeson sempre impeccabile, qualunque personaggio gli sia assegnato, e qui è stato davvero preciso e in parte, ma l'interpretazione che ho davvero trovato perfetta è stata quella di Keogan. Nella cinquina delle attrici non protagoniste, invece, ora che ho visto Everything Everywhere All at Once, ha pane per i suoi denti la comunque brava Kerry Condon.

In conclusione, però, malgrado questo film non abbia difetti (è pure più corto dei polpettoni che stanno uscendo ultimamente, sotto le due ore, che occupa per intero, e la sceneggiatura è così ben scritta -questo è il motivo per cui è contenuto- che non lascia niente da tagliare), non ha incontrato il mio gusto, probabilmente per il genere, per la storia in sé, che non mi ha interessato e conquistato davvero, e per il macabro molto sottolineato visivamente. È puramente una questione di gusto personale, perché tecnicamente il film è perfetto e consiglio ugualmente la sua visione.

Cosa mi è piaciuto: scritto benissimo, ottime recitazioni, ambientazione che ricrea il fascino di un villaggio irlandese in modo davvero piacevole

Cosa non mi è piaciuto: Jenny (chi ha visto sa), vicenda per me poco interessante, macabro

Giudizio: ⭐⭐⭐1/2

giovedì 9 febbraio 2023

I lati più fragili della più famosa bionda del cinema

 La conosciamo universalmente come sex symbol e diva per eccellenza, ma nel libro di Joyce Carol Oates e nell'omonimo film che adatta il romanzo, Blonde, scritto e diretto da Andrew Dominik, si esplorano i lati più fragili di Marilyn Monroe, celati dietro quella maschera di bionda svampita e frivola.


Presentato in anteprima al Festival del Cinema di Venezia prima di approdare sulla piattaforma Netflix, su cui l'ho recuperato la settimana scorsa, il film affronta la vita di Norma Jeane Mortenson (al secolo Marilyn Monroe) dall'infanzia alla morte, soffermandosi quasi esclusivamente sui momenti più dolorosi, mortificanti e svilenti della sua esistenza in un susseguirsi di apici del dolore: la madre che la picchiava e che tentò di affogarla da bambina, l'abbandono in orfanotrofio; la malattia della madre e il rapporto di assenza con entrambi i genitori; la violenza sessuale che la portò a debuttare nel mondo del cinema dopo le fotografie fatte come modella; il continuo svilimento della sua persona in quanto donna-oggetto che aveva un corpo stupendo e basta; quel ruolo da bellissima ma stupida che non riusciva a staccarsi di dosso (perché in quegli anni eri il personaggio che rappresentavi al cinema la prima volta, dentro e al di fuori del set, con tanto di sorpresa nello scoprire che poi la ragazza leggeva Dostoevskij e aspirava a interpretare i personaggi di Cechov); la dissociazione tra Norma e Marilyn; i matrimoni e le relazioni in cui o veniva picchiata o sfruttata; gli aborti; la solitudine, le droghe. A un certo punto mi è venuto spontaneo chiedermi perché fossero stati scelti solo questi spaccati (mi sono ricordata che la nostra diva aveva anche recitato al fianco di Laurence Olivier, per esempio, e ho ipotizzato che qualche soddisfazione nella carriera forse le sarà giunta), ma la risposta è subito apparsa evidente: non solo una precisa scelta di chi ha scritto almeno la sceneggiatura (non so dire del romanzo), ma l'inevitabile risultato degli eventi che hanno segnato la sua storia.

Come si può facilmente comprendere dalla trama, questo film è stato un calvario: tutto questo dolore condensato in due ore e quarantacinque minuti non lasciano la possibilità di riprendersi un istante. Ed è un peccato che temi importanti e sottovalutati come quelli che il film porta siano stati affrontati proprio in questa pellicola così controversa che ha spaccato la critica, riuscendo a farsi candidare per la straordinaria interpretazione di Ana de Armas ai principali premi cinematografici dell'anno (Golden Globe, BAFTA, SAGA, Oscar) e contemporaneamente a otto (il maggior numero di nomination di quest'anno) peggiori performance ai Razzie Awards: peggior film, peggior prequel-remake-rip-off-sequel, peggior regista, peggior sceneggiatura, peggiori attori non protagonisti (Xavier Samuel e Evan Williams), peggiori coppie.

Il film in effetti ha diversi problemi e probabilmente la scrittura e la regia, che ha alcune scene veramente girate in modo strano, con riprese dal basso in movimento, riprese da video della comunione e scene fanta-cartoonesche dei feti.

Malgrado la discutibilità della messa in scena, ci sono state scene che mi hanno veramente devastata emotivamente per gli eventi raccontati: fino al matrimonio con Miller ero "solo" scossa. La sequenza in cui si inserisce la splendida canzone di Nick Cave and the Bad Seeds, Bright Horses (mannaggia, poteva ricevere una candidatura!), mi ha proprio strappato il cuore a brandelli e ho cominciato a piangere da quel momento per poi precipitare in un vortice di degrado e lacrime. Finito il film (rendiamoci conto che due ore e 45 minuti così sono un buco nero che assorbe ogni briciolo di serenità, speranza e buonumore), che ho visto da sola sul divano, sono stata angosciata per tutto il resto della serata. Questo effetto "Dissennatore" avrebbe dovuto imporre una durata più contenuta al film, per porre fine alla mia agonia molto prima. Ma, come sempre, niente poteva lo stesso giustificare la sua mastodontica lunghezza: una quarantina di minuti sarebbero potuti tranquillamente essere tagliati.

Riguardo alle interpretazioni, dopo aver visto Ana de Armas, trovo difficile credere che qualsiasi altra attrice possa piacermi altrettanto e, nel momento in cui scrivo, è la mia preferita nella cinquina per l'Oscar. Devo dire di aver trovato molto valida la recitazione di Adrien Brody nella piccola particina che ha avuto come secondo marito di Marilyn, nella scena in cui per la prima volta si confrontano Norma e Arthur.

In conclusione...

Cosa mi è piaciuto: Ana de Armas, Adrien Brody, Bright Horses

Cosa non mi è piaciuto: tutta la messa in scena e questo abisso della disperazione

Giudizio: ⭐⭐ 1/2

lunedì 30 gennaio 2023

Il nuovo film di Chazelle è una Babilonica confusione

Facciamo una premessa molto scomoda: io ho detestato e detesto tuttora La La Land, cioè il film considerato dall'intero pianeta il "capolavoro" di Damien Chazelle.

Era il 2017. Ormai resto sveglia ad assistere alla Notte degli Oscar dal 2014. Di solito le cerimonie si svolgono con ordine e ben cadenzate da riti istituzionali. A parte lo schiaffo dell'anno scorso e qualche momento divertente o emozionante, come il selfie di Ellen DeGeneres o le esibizioni canore di Justin Timberlake e del duo Lady Gaga-Gary Cooper, nessuna premiazione è stata più memorabile di quella del 2017. Io e mia sorella avevamo passato tutta la sera a tifare contro La La Land, ma, una dopo l'altra, eravamo rassegnate a vedergli conquistare statuette su statuette. Tutto già scritto, nessuna sorpresa. E invece la sorpresa ci fu eccome. La storia ricorderà per sempre Warren Beatty che apre la busta e legge perplesso. Un breve momento di panico, poi Faye Dunaway lo invita a smettere di scherzare, ma il divo resta attonito e così le passa la busta. La Dunaway prende in mano la situazione e annuncia La La Land. La produzione e il cast si abbracciano e saltellano baldanzosi verso il palco: baci, lacrime, Jordan Horowitz sta ringraziando tutti. Ma qualcosa non va. Mentre è il turno di Marc Platt ai ringraziamenti, gli altri produttori aggrottano le sopracciglia e un addetto ai lavori comincia a controllare quelle buste rosse. Fred Berger non riesce a concludere i suoi ringraziamenti. C'è confusione e lo stesso Horowitz svela il colpo di scena e il contenuto della busta corretta: il vero vincitore è Moonlight e molto galantemente il produttore resta sul palco per consegnare personalmente la statuetta a Barry Jenkins, che abbraccia. Il nome nella busta che Beatty e Dunaway avevano in mano è in realtà quello di Emma Stone, già annunciata come vincitrice ormai da diverse decine di minuti. Il cast di Moonlight è sbalordito e si abbraccia stupefatto e io e mia sorella altrettanto! Il più bel plot twist della notte degli Oscar. Non che Moonlight ci piacesse di più, ma avevamo maggiore avversione per La La Land. Non è che non mi piace, si tratta di autentica, viscerale antipatia. Chissà da quanto tempo non restava così scioccato il pubblico a una serata dell'Academy. Da quando Benigni ha marciato sullo schienale delle sedie per salire sul palco a ritirare l'Oscar, probabilmente, o da quando ci è salita Sacheen Littlefeather al posto di Marlon Brando.

Procediamo con una seconda premessa: l'ultima fatica scritta e diretta da Damien Chazelle dura sicuramente troppo. Tre ore e dieci erano troppe già prima che ne cominciassi la visione. Qualunque film di quella durata è eccessivamente lungo, escludendo forse la trilogia de Il Signore degli Anelli, in cui il materiale è talmente tanto e il tono così epico che era difficile accorciarlo molto (anche se ne Le Due Torri si poteva e si doveva fare). Anche Avatar 2 è troppo lungo di almeno mezz'ora-quaranta minuti. Nel particolare caso di Babylon, inoltre, le recensioni, che ne hanno preceduto l'arrivo in Italia e che lo stroncavano in termini mica tanto gentili, facevano intendere che quelle tre ore e dieci minuti sarebbero pure state di sofferenza.

Così sono arrivata in sala un tardo pomeriggio (sconsiglio l'orario serale per una lunghezza così impegnativa) di un giorno feriale, quasi col patema d'animo all'idea di (non) affrontare un'impresa che sembrava titanica. Ma è andata meno peggio del previsto.


La storia si ambienta tra Anni Venti e Anni Trenta del secolo scorso a Hollywood, nel dorato ("ma non troppo" ci dice il film) mondo del cinema, precisamente tra gli ultimi fasti del cinema muto e i primi anni del sonoro. Il film inizia con i preparativi per una festa di proporzioni gigantesche a casa del più importante produttore di Hollywood, Don Wallach (che somiglia proprio tanto a Harvey Weinstein, fisicamente e nel timore che suscita la sua apparizione): alcol a fiumi, droghe a chili, musica, orge e la già famosa scena dell'elefante, che in un momento di eccessiva ansia evacua in primo piano. La scena, a mio parere, è anche riuscita e divertente, ma è già celebre per l'irriverenza della ripresa e il suo sottintendere che il bersaglio era la telecamera. Anche la sequenza della festa ha fatto parlare di sé, ma non mi è sembrata tanto esagerata, quanto poco verosimile, checché se ne possa dire degli Anni Venti. Trovo sia un peccato che si parli così tanto di queste prime due sequenze e molto meno di altro, perché sono entrambe poste prima del titolo del film, che è ancora tutto da vedersi.
Il protagonista della storia è il messicano Manny (Diego Calva), vagamente ispirato a Rene Cadorna, che al momento dei preparativi è al soldo degli organizzatori di casa Wallach, ma che in breve tempo si ritroverà a lavorare nel mondo del cinema. Sarà proprio la sua storia quella di cui seguiremo le evoluzioni, intrecciandosi con le vicende degli altri attori che Chazelle ha voluto rappresentare. 

Partiamo dai due comprimari di Diego Calva. Già The Artist trattò questo tema, storicamente corretto: molti attori versatili per la recitazione nei film muti, che erano venerati al punto di generare il fenomeno del divismo negli Anni Dieci e Venti, non erano altrettanto portati per la recitazione vocale o avevano voci sgraziate e finirono per non avere più il loro spazio nel cinema, cadendo in disgrazia. Se in The Artist questa storia è raccontata attraverso il personaggio di George Valentin, in Babylon invece vengono usati ben due personaggi e due linee narrative distinte per rappresentarla. Da una parte abbiamo Jack Conrad (Brad Pitt), che dovrebbe riprendere la storia di John Gilbert, con cui condivide un alto numero di divorzi e la fine della carriera dovuta al "miagolio" della voce. Dall'altra però non abbiamo la controparte che Bérénice Bejo era in The Artist, cioè l'attrice che nel sonoro fa carriera relegando la vecchia guardia nel dimenticatoio, ma abbiamo una seconda attrice di cui si descrive la discesa. Per la precisione, incontriamo Nellie Le Roy (Margot Robbie) all'inizio del film, quando ancora è una sconosciuta che fa innamorare il giovane Manny, legandolo per sempre alla sua figura e, in qualche modo, anche alla sua fulminea carriera. Nellie è infatti notata da una regista per il suo talento espressivo durante una sostituzione fortuita e sale rapidissimamente alla ribalta, ma i suoi eccessi e le difficoltà a lavorare nel sonoro la condurranno in modo altrettanto veloce a consumarsi e ad autodistruggersi. Per alcuni aspetti questo personaggio rimanda all'attrice Clara Bow, che ebbe però una carriera molto più brillante, recitando anche in Ali, il primo film a vincere il premio Oscar nella categoria Miglior Produzione (che è divenuta poi Miglior Film) nel 1929, anno in cui fu assegnato per la prima e ultima volta anche l'Oscar alla Miglior Produzione Artistica ad Aurora di Murnau.

I due personaggi di Pitt e Robbie vogliono denunciare l'ipocrisia di Hollywood, che organizza baccanali e poi fa la morale, che lusinga e poi dimentica ciò che diventa troppo vecchio o imbarazzante, mentre ne succhia l'anima finché la gallina fa le uova d'oro. Questo aspetto di sfruttamento si legge anche negli altri due personaggi a cui, però, il film dà il compito principale di rappresentare il razzismo imperante nei vertici Hollywoodiani. Chi non è nato bianco e benestante non sarà mai davvero accettato: sarà usato e poi nascosto o gettato.

Così è per Lady Fay Zhu (Li Jun Li), personaggio che ha l'ingrato compito di rappresentare due minoranze: la provenienza da una famiglia cinese di commercianti e l'orientamento sessuale lesbico. Fay Zhu sarebbe ispirata in parte a Anna May Wong e in (minima) parte a Marlene Dietrich, ma solo in una scena indossa abiti maschili come feceva, a volte, la Dietrich. Per ottimizzare il numero di personaggi, si condensa in lei anche il ruolo di scrittrice di didascalie, che diventano obsolete nei film sonori, rendendo superfluo quel tipo di lavoro.

Il razzismo ha modo di essere rappresentato anche attraverso il personaggio di Sidney Palmer (Jovan Adepo), quando una branca di produzione si specializza in film con attori di colore e recluta a tal scopo questo trombettista jazz. Palmer però incarna anche qualcos'altro, strettamente connesso alla libertà del suo stile musicale, che gli consentirà un destino più fortunato degli altri personaggi.

Questi quattro attori, la cui scrittura non mi soddisfa del tutto perché sono più ruoli che personaggi, sono uniti nello scopo di denunciare il marcio di Hollywood, ma al contempo questa denuncia è contraddetta dal loro essere infatuati dal cinema, dal set. In particolare il personaggio di Brad Pitt (e nella parte iniziale del film lo fanno anche Manny e Nellie) a più riprese proclama la grandezza del cinema, la sua importanza per gli spettatori, la pubblica utilità dell'attore. Più didascalico di così non credo potessero scriverlo.

Ultimo ruolo-personaggio molto strano perché (anche lei) doveva condensare più ruoli in uno, è quello dell'opinionista Elinor St. John (Jean Smart). A tratti appresenta la morale imperante, aiuta a un certo punto Nellie come un Pigmalione, a tratti raffigura l'origine del gossip e incarna la stampa che fa e disfà, che crea il mito del divo, come la figura di Elinor Glyn ha fatto con Rodolfo Valentino o Clara Bow, ma che può anche affondare il suo stesso prodotto. Verso la fine del film il suo personaggio avrà la sua parte di dialoghi didascalici sulla sua categoria e su quella degli attori.

Le recitazioni del film, compresa quella di Tobey McGuire (del cui personaggio non posso raccontare niente, a differenza di quelli ispirati a biografie vere), sono una delle parti più convincenti del film. Penso soprattutto all'interpretazione di Margot Robbie, che ho trovato strepitosa. Considerando la premiazione come miglior attrice di Emma Stone proprio per l'altro film di Chazelle, in cui aveva anche una scena molto simile a quella girata in Babylon (autocitazione!), o nel caso del 2017 sono stati troppo generosi, o quest'anno non è stato reso il giusto merito alla Robbie, che ho trovato superiore alla Stone sulle due performance in questione. Margot Robbie non ha ricevuto nessuna candidatura ai Premi Oscar di quest'anno, ma l'aveva ricevuta ai Golden Globes come migliore attrice nella categoria Musical/Comedy. Nella stessa categoria era stato nominata l'interpretazione come miglior attore di Diego Calva, che non avevo mai visto recitare, ma che mi è piaciuto moltissimo. Anche Brad Pitt aveva ricevuto una nomination ai Golden Globes come attore non protagonista.

Il film però non è stato escluso dalla corsa agli Oscar, ricevendo tre nomination: ai migliori costumi (di Mary Zophres), che francamente trovo discutibile, alla migliore scenografia (di Anthony Carlino e Florencia Martin), che ci può stare, e alla colonna sonora, che è probabilmente la cosa migliore del film, sempre azzeccata rispetto al contesto e molto scoppiettante. Justin Hurwitz, già due volte premio Oscar per La La Land -colonna sonora e canzone, che avevano vinto proprio tutto dai Golden Globes al BAFTA-, ha già vinto il Golden Globe e si prepara a raggiungere un probabile "triplete" all'Academy.

Fin qui ho potuto parlare di tutto ciò che si può definire bianco o nero nel film, ma le cose si fanno dure su tutto quello che invece ha diviso la critica.

In primis, il ritmo. Avevo letto che era molto discontinuo, con un primo tempo molto più veloce del secondo tempo, dove c'era un crollo netto. A me invece il ritmo è apparso sì discontinuo, ma senza differenze così significative sancite dall'intervallo: il ritmo per me è stato molto lento, con sequenze anche noiose fin da subito, per esempio quando compare Nellie, alternate a cinque-sei sequenze frenetiche, distribuite nel corso del film (tre-quattro nella prima parte e due nella seconda, circa), di cui un paio al cardiopalma. Ma sono un'alterazione momentanea di una calma altrimenti piatta, non immobile e insopportabile, ma che si è presa tutto il tempo (troppo, sempre quella buona mezz'ora di troppo) per raccontarti le vicende.

Lo stesso discorso può essere fatto per il montaggio. Ci sono due sequenze, una poco dopo il titolo del film e quella finale, in cui il montaggio è ultra frenetico, quasi nevrotico per la velocità con cui si susseguono i tagli, ma con risultati, per me, totalmente opposti.

Nel primo caso abbiamo una lunga sequenza che si svolge dopo la festa, che rappresenta il cambio di rotta per Manny e Nellie, una svolta nelle loro vite: entrambi approdano su un set cinematografico e sono fagocitati dalla sua immensità e dalla sua frenesia. In questo caso quel montaggio veloce quasi da far girare la testa ci stava, contribuiva a rendere benissimo il senso di quella sequenza. Le scene parlavano, raccontavano senza bisogno di tutti i sottotitoli che sono stati messi nei dialoghi di Pitt. Quella sequenza vale il prezzo del biglietto e le tre ore, altrimenti mal spese, di quel pomeriggio: è stata una delle cose più belle visivamente che ho trovato al cinema ultimamente. Ne ero entusiasta.

Al contrario questo stesso tipo di montaggio sulla sequenza finale che inanella spezzoni di questa stessa pellicola (autocitazione al quadrato!), spezzoni di altre opere cinematografiche famose, in ordine secondo il programma delle lezioni di storia del cinema, e un trip di colori psichedelici che, okay, mi vuoi far vedere che tingono la pellicola come si usava fare agli albori, m'ha fatto storcere il naso. Questa sequenza, mezza citazione di 2001: Odissea nello spazio, per me non aveva senso, in quanto ennesimo tributo che Chazelle offre al cinema, ancora didascalico da morire. Aveva già tentato di omaggiare i film muti e anche un po' di Tarantino, ma non aveva ancora citato a memoria gli appunti dell'Università. Se Chazelle avesse cassato questo ultimo tributo, chiudendo dopo una delle scene clou del duo Manny-Nellie, al grido di "stop!" avrebbe celebrato lo stesso la settima arte, ma con un risvolto a sorpresa e un risultato meta-cinematografico, ma i finali del regista devono rendere insoddisfatto lo spettatore o non se ne fa niente. 

La regia a me è anche piaciuta: ci sono tagli diversi, c'è il piano sequenza, c'è la ruffianata simpatica dell'elefante. Potremmo dire che è un esercizio di stile (e visti gli intenti palesi di Chazelle, probabilmente è vero) ed è per questo probabilmente che non è stata inclusa nella cinquina per gli Oscar. Spielberg è stato più pulito e onesto e mi piacerebbe molto che la sua regia vincesse l'Oscar, la preferisco senza dubbio a questa, ma è comunque una regia che si è data da fare, che ha voluto dire qualcosa e farlo in modo ricercato. Se Chazelle merita o meno (per me) di stare negli esclusi ancora non posso dirlo, poiché mi mancano ancora molti dei film in lizza nella categoria (sia per l'Academy, sia per i Globes). Sarà una lunga maratona di qui al 12 marzo.

Il problema di questo film è la scrittura, tanto per cambiare, visto non lo dicevo da un paio di recensioni. M'ero abituata troppo male con Living. La sceneggiatura mette troppa carne al fuoco, ma è approssimativa. Alcuni dialoghi sono odiosi da quanto sono banali e faciloni. La deriva della storia è ovvia da subito, anche se a un certo punto la storia diventa un po' gangster-movie a caso, per dare la svolta finale e per inserire elementi di mostruosità che non comparivano abbastanza nella scena della festa. Si potevano concentrare questi aspetti insieme invece che in due scene messe proprio in cima e in fondo. Sommando il tempo che si sarebbe risparmiato eliminando le lungaggini e i dialoghi scritti con lo scalpello, forse si poteva eliminare quasi un'ora intera.

Ma quindi...m'è piaciuto? Nonostante ci stia pensando da cinque giorni, non trovo una risposta. Non è un brutto film, magari un po' noioso, ma ho davvero visto di peggio. Di sicuro non è neanche un capolavoro. 

Cosa non mi è piaciuto: La storia non mi piace. Scritto coi piedi lo è e Chazelle è antipatico almeno quanto in La La Land. La sequenza finale m'ha fatto perdere la pazienza. Il ritmo è tendenzialmente noioso, salvo alcuni scatti concitati, raggiungendo il massimo della discontinuità.

Cosa mi è piaciuto: D'altro canto visivamente è molto bello e ho apprezzato in alcuni momenti sia il montaggio, sia la regia (ma non sempre). Ho adorato la sequenza sul set e mi è piaciuta molto la scena in cui Manny assiste alle reazioni del pubblico al primo film sonoro. Margot Robbie e Diego Calva mi sono piaciuti moltissimo e la colonna sonora è una bomba.

Giudizio: ⭐⭐⭐1/2