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mercoledì 22 novembre 2023

EO: il mio trauma animalista

 Ho aspettato molto a parlare di questo film, visto durante l'estate, perché dovevo riprendermi dal formidabile shock della sua visione che è stata potente e penosa (e uso entrambi gli aggettivi in senso positivo).


Il regista polacco Jerzy Skolimowski frequenta le kermesse europee dagli anni Sessanta e al Festival di Cannes 2022 ha presentato lo straziante EO, che gli è valso il premio della giuria. Il film è stato anche selezionato nella cinquina di film che ha concorso all'Oscar 2023 nella sezione film internazionali.

La sceneggiatura adatta il film di Robert Bresson del 1966, Au hasard Balthazar, che all'epoca fu presentato alla Mostra del cinema di Venezia.

In entrambe le storie l'asinello protagonista subisce ogni possibile disavventura e crudeltà e, in particolare, nell'adattamento di Skolimowski la storia inizia da una condizione di temporanea serenità. EO è l'asinello di un circo polacco, coccolato e benvoluto dalla sua compagna di performance, finché il circo non viene chiuso e gli animali sono smistati in altre sistemazioni. Paradossalmente è un'associazione animalista che fa allontanare le bestie, accusando i circensi di crudeltà sugli animali, ma le destinazioni di EO (forse anche degli altri?) restano sempre utilitaristiche e raramente benefiche per il povero animale. Iniziano dunque le peripezie della bestiola, sballottata da un rifugio a un luogo di lavoro, da una sistemazione a un'altra. A volte è lo stesso EO che scappa da situazioni più o meno negative: romanticamente si direbbe che cerchi di tornare dalla sua padroncina, le cui attenzioni forse rimpiange (continuano a salirmi le lacrime anche a scriverne).

Il regista sembra dirci proprio questo e lo fa esclusivamente attraverso le immagini. I personaggi umani dialogano tra loro o parlano a EO, ma molte scene non prevedono affatto la loro presenza e il punto di vista sembra essere sempre quello dell'asinello. La scelta delle inquadrature e delle immagini vogliono dirci cosa pensa EO, cosa vede e il linguaggio elaborato da Skolimowski mi ha incantata: è essenziale, è preciso, l'immagine è potente, perché riesce a raccontare sequenze narrative, ma anche sentimenti e pensieri senza necessità della parola. La durata del film è contenuta (meno di un'ora e mezza), ma sufficiente a raccontare molti episodi e ad arrivare al cuore dello spettatore (e distruggerlo).

Sono tornata a casa molto turbata dalla visione (alcune scene sono crude, anche solo facendo intendere, senza mostrare) e rattristata dalla storia, ma anche entusiasta di aver visto una prestazione registica così raffinata, un linguaggio così pulito e conciso e allo stesso tempo perfettamente capace di generare emozioni fortissime.

Il regista centra in pieno il suo intento, giacché ha messo in scena questa storia mosso da ideali animalisti e desideroso di denunciare la crudeltà sugli animali.

Giudizio: crudo ma perfetto ⭐⭐⭐⭐⭐

lunedì 15 maggio 2023

Il capolavoro di Tollywood premiato agli Oscar per la migliore canzone: RRR

RRR è molto più di una coinvolgente canzone (che, anzi, forse è l'unica cosa del film che non merita al punto di strappare l'Oscar e il Golden Globe a Lady Gaga). Il mastodontico (3 ore) kolossal (72 milioni di dollari) telugu, scritto e diretto dall'acclamato S. S. Rajamouli, candidato come miglior film straniero ai Golden Globes, è una straordinaria storia di amicizia che si sviluppa in condizioni avverse, nell'India ancora colonizzata dall'Inghilterra.

Le prime scene ci descrivono gli antefatti e il carattere dei due protagonisti, ma la storia solo del primo; quella del secondo sarà riservata per la seconda metà del film (e per un buon motivo). La loro caratterizzazione è mostrata, non spiegata e questo fa tutta la differenza del mondo.

Bheem fa parte di un villaggio della tribù dei Gond, brava gente -spiegherà un interprete agli inglesi- ma che sente così forte il legame di comunità che non può permettere che membri della tribù si disperdano. Così, quando il governatore e la sua consorte si portano via una delle bambine del villaggio, Bheem, guardiano della tribù, non si fermerà davanti a niente per riportare la ragazza a casa. Raju, invece, è un soldato indiano dell'impero britannico, dalla volontà indomabile e dalla disciplina ferrea, che dà costante prova di valore e obbedienza per salire di grado.

Due scene bastano a presentarci la loro forza e la loro tenacia, entrambe molto superiori a quelle di qualunque altro uomo. I due si conoscono in una scena di grande impatto e goduria visivi e stringono una salda amicizia. Ma i governatori mettono Raju alla caccia di Bheem ed è proprio il caso di tirare fuori una citazione:

Ecco cosa succede quando una forza irrefrenabile incontra un oggetto inamovibile.

Finirà bene?


Questo film è stato sorprendente. 

La storia è stupenda, si basa su un presupposto intrigante e in grado di alimentare suspense, ovvero quello di mettere due amici in contrapposizione, ma dotando entrambi di valide e profonde motivazioni, e la scrittura svolge un grande lavoro di narrazione e di caratterizzazione dei protagonisti. Inoltre costruisce solide basi su cui risulta ben credibile l'amicizia dei due ragazzi e la fa davvero percepire come autentica. Per me è stata sufficiente la primissima scena del loro incontro, che evidenzia come i due si sono riconosciuti e capiti all'istante. Non tutti i personaggi sono così ben caratterizzati come Bheem e Raju, tendendo a dividersi in "molto buoni" e "molto cattivi", categorie che coincidono con indiani e inglesi rispettivamente, ma sono comunque ben riusciti: ispirano simpatia o antipatia con pochi minuti di scena.

Rajamouli ha svolto un grande lavoro: ogni scena è funzionale allo scorrere della storia, alla caratterizzazione dei personaggi e riesce a mantenere un ottimo ritmo per tre ore, anche perché si resta avvinti dalla storia.

Ha anche buone interpretazioni. Ma soprattutto ha una fotografia spettacolare, pulita e che esalta al meglio la luce, sul volto dei personaggi, filtrante dagli alberi, nelle imponenti scenografie di interni ed esterni e, persino, (udite, udite) nelle scene d'azione. Piuttosto straordinario al confronto con i film di supereroi come quelli della Sony. Le mosse sono chiare e si comprende sempre chi colpisce cosa.

Le scene di combattimento sono orchestrate molto bene, sono coreografiche e, in qualche caso, divertenti, a tratti tarantiniane. L'utilizzo del rallenty (Snyder scansate proprio) per me ha avuto senso. Nei momenti lievi del film, l'action e le parti dance sono molto piacevoli. Del resto la sequenza di Naatu Naatu (la canzone che si è aggiudicata la vittoria ai Golden Globes e agli Oscar) ha fatto il giro del mondo, grazie al ritmo coinvolgente e i passi scatenati del ballo. Le altre canzoni possono essere più trash, ma servono allo scopo, rispecchiano l'origine culturale della produzione e non sono sgradevoli.

È una storia romantica e sincera, come ne ha prodotte anche il cinema occidentale nel corso del tempo. Dopo Everything Everywhere all at Once e RRR, sembra che si debba guardare a oriente per poterne vedere ancora. Amicizia, amore, patriottismo, valori, nobili sentimenti, voglia di rivincita e libertà, scene epiche.

Giudizio: ho trovato il film coinvolgente, emozionante, molto ben scritto e diretto e con scene action entusiasmanti; un'epopea eroica da film d'altri tempi. Anche se non è perfetto, di pancia è uno dei migliori film che ho visto da tempo ⭐⭐⭐⭐⭐

lunedì 10 aprile 2023

Tutti film d'animazione candidati agli Oscar 2023 (e il vincitore)

 Quest'anno sono riuscita a vedere entro la data della cerimonia tutti i cinque film d'animazione candidati agli Oscar.

💗 Il secondo film d'animazione che ho visto in sala è stato Marcel the Shell (with Shoes On), della casa di produzione A24. Si tratta di un mocumentary, un finto documentario, in tecnica mista, che vanta un'animazione così innovativa da non riuscire quasi a distinguere realtà e finzione. Marcel e la sua nonna sono conchiglie e vivono in una bella casa che prima apparteneva a una coppia. Quando la coppia abitava lì, Marcel e la nonna condividevano le loro vite con tutti gli altri membri della loro grande comunità, ma adesso sono rimasti da soli e devono arrangiarsi a cavarsela per procurarsi il cibo e tenersi impegnati. La casa è affittata da un documentarista, che comincia a riprendere la vita quotidiana di Marcel e a pubblicarla su Youtube, regalando al mollusco un'inaspettata e improvvisa celebrità.


 Marcel è timido, ma deciso: è una piccola conchiglia molto educata che soffre molto per la perdita della famiglia e ha tante premure per la sua nonna. La storia è molto dolce: col suo ritmo lento ci conduce a scoprire le emozioni e la tenacia con cui affronta la vita il piccolo protagonista, attraverso dolori, speranze, scoperte, lutti, amicizie, nuove conoscenze e ripartenze, perché la vita è in continuo cambiamento, ma non deve per questo spaventarci. L'ultima scena in cui compare nonna Connie è pura poesia.

Giudizio: Il film mi è piaciuto e mi ha commosso, ma non non mi ha travolta nell'emozione come mi sarei aspettata, rimanendo comunque carino e piacevole, anche se piuttosto lento. ⭐⭐⭐ 1/2


🤎 Del primo film Il gatto con gli stivali 2 - L'ultimo desiderio ho già parlato. L'avevo visto al cinema sul finire dello scorso anno e l'avevo veramente apprezzato, soprattutto per la tecnica d'animazione rivoluzionaria, temi non proprio semplici affrontati con efficacia e, soprattutto, uno degli antagonisti introdotto davvero bene e terrificante.


Tutti gli altri film d'animazione sono disponibili sulle piattaforme di Disney Plus e Netflix.

🟥 Red è l'unico film Disney candidato, ma è un film di Pixar. Il 61° classico, Un mondo misterioso, l'unica uscita tutta Disney del 2022, è passata sotto silenzio, inosservata e dimenticata dopo poche polemiche sulla eccessiva inclusione, tolta la quale non restava più molto altro nel film. Quindi solo il film Pixar rappresenterà agli Oscar la major Topoliniana.



Red è un film un po' più divertente e giocoso di Un mondo misterioso, ma non è un granché e, dal mio punto di vista, il lato più debole è l'età delle protagoniste: l'adolescenza. Se è vero che mancava un film animato per quel target di età, al quale di solito sono più indirizzati i telefilm e i film live action, è anche molto difficile identificarsi nella protagonista se si è più grandi o più piccoli.

La storia è infatti quella di Meilin, questa ragazzina di tredici anni cinese che vive con la sua famiglia a Toronto, dove gestisce un tempio dedicato al culto del Panda Rosso, che da sempre protegge la famiglia Lee. Meilin è una bambina di rara antipatia. Completamente sottomessa alla madre, è Miss Perfettini, tutta scuola e tempio: ottimi voti e pomeriggi passati a pulire e a lavorare con la madre nel tempio - davvero il tipo di bambina più comune da incontrare e con cui identificarsi, insomma. Coltivando i suoi rapporti umani solo a scuola, ha tre amiche del cuore che sono macchiette monodimensionali. L'estetica della sua amica vestita di rosa è orripilante, sembra un mostriciattolo. E colgo così l'occasione per parlare dei disegni; veramente brutti, ma tanto proprio.

La storia si sviluppa intorno al menarca di Meilin, che è un'ottima idea, non solo perché parlare di mestruazioni, cercando di rompere un tabù, è buono e giusto (anche se non è così esplicitato -il momento più chiaro è quello in cui la madre piomba a scuola gridando che la figlia ha dimenticato a casa il pacchetto di assorbenti che sta sventolando di fronte alla scolaresca, segno che invece di essere argomento segreto, è diventato un argomento comico-), ma perché dà il là al cardine della storia. Tutte le donne di quella famiglia, infatti, al menarca si trasformano in giganteschi Panda Rossi. Nell'omissione della madre, terribilmente castrante, che temeva di affrontare l'argomento con Meilin, oltre che nelle sceneggiate (come quella degli assorbenti), in cui, senza rendersene conto, mette in imbarazzo la figlia, abbiamo il ritratto perfetto di questa donna, che è riuscita a chiudere il suo passionale panda per sempre. Ma Meilin è di un'altra pasta e di un'altra generazione e forse non vuole rinunciare del tutto a quella componente di sé stessa.

Giudizio: il tema dell'accettare i lati di sé che non sono quelli amabili e ben voluti dalla società mi è piaciuto molto ed è un po' più movimentato dell'ultimo film Disney che avevo visto, ma non mi è parso granché. Bene provare a parlare dei cambiamenti che l'adolescenza porta, affrontandoli sia dalla parte dei ragazzi che da quella dei genitori, ma non è un tema universalistico. Disegni tra i più brutti che ricordi. ⭐⭐

🔴 Il mostro dei mari era un titolo che mi lasciava ben sperare: avventure su navi pirata, navigatori rozzi ed esperti del combattimento corpo a corpo con gigantesche piovre od orribili kraken, cuore in gola e cieli cupi di tempeste marine.


Macché. Questo lungometraggio (due ore!) di Netflix e Sony Pictures è un prodotto dei nostri tempi e non poteva neanche lontanamente avvicinarsi alla mia immaginazione: inclusione e scrittura di infimo livello, non è altro. 

La presentazione dei personaggi non c'entra niente con la trama successiva. I pirati (no, questi marinai non sono fuorilegge, ma bravi dipendenti della Corona, anche se l'aspetto richiama i protagonisti di Pirates of the Caribbean) cacciatori di mostri, varianti dei balenieri, hanno una bella estetica con uncini, gambe di legno, nasoni, bende sugli occhi e sono gagliardi e dall'aspetto minaccioso, ma sono scritti malissimo. Il capitano Achab non è coerente con sé stesso; prima uomo comprensivo, che dimostra affetto nei confronti del ragazzino salvato da un naufragio anni prima, simpatia per l'orfanella che si imbuca a bordo, poi prevale il far rispettare gli ordini, infine è avvolto da un cieco desiderio di vendetta, che non ha redenzione. Lo stesso l'ufficiale Sarah Sharp, che sembra molto rigida, poi non lo è. La protagonista, Maisie, è mostrata per la prima volta in un orfanotrofio, mentre racconta le storie dei feroci e valorosi pirati agli altri orfanelli (una sequenza piuttosto abbondante per non avere quasi alcuno scopo nelle vicende), prima di fuggire per imbarcarsi a bordo della Inevitabile.

E qui possiamo cominciare a parlare di inclusione: nel giro di pochi secondi a bordo della nave cacciatrice abbiamo ben due donne di colore, più un'altra ufficiale che ha l'incarico di far eseguire i comandi del capitano. Ma questa è una società in cui non ci sono neppure i bucanieri, quindi è una società molto avanti a livello di diritti sociali. Mi sono, dopo poco, domandata come mai una società così sviluppata non fosse anche animalista e cacciasse le creature del mare, belle o brutte che fossero. E infatti il tema del film è proprio questo: i mostri non sono cattivi. La pellicola si incentra sulla caccia alla Furia Rossa, un mostro orribile, ma non in quanto spaventoso, bensì per il design ridicolo, come se Nessie (di un rosso monocolore, senza nemmeno una sfumatura) avesse inghiottito una gigantesca tavola da surf; occhi e naso sono molto simili a quelli di Sdentato, ma l'effetto non è comunque positivo. Ma il peggior momento della scrittura è il finale: a un tratto si interrompe, non ha conclusione, lascia il destino dei personaggi a sé stessi. Non è specificato cosa ne sarà della bambina e del protagonista; non è ben chiaro il costo del patto con la strega; non sappiamo che destino attende i cacciatori di mostri, l'Inevitabile, Sarah, il capitano, che non si merita (ingiustificatamente) un contatto con i protagonisti, né una possibilità di cambiare idea, di redimersi.

Giudizio: va bene che essere animalisti è una bella cosa, ma un tema simile merita una scrittura migliore, non basta solo l'idea; inoltre i film d'animazione dovrebbero anche essere divertenti da vedere. Se un film ha un nome che promette avventure in mezzo al mare, mi aspetto che ci siano, che sia movimentato. L'animazione iniziale del mare era anche interessante, ma si perde nei disegni e nella scrittura. ⭐

❤ Infine l'attesissimo Pinocchio di Guillermo del Toro, vincitore del Premio Oscar, ennesimo adattamento della fiaba di Collodi. Diciamolo subito, della storia originale non ha praticamente nulla, sono rimasti Pinocchio, il Grillo, Geppetto e il pesce cane, ma servono a una causa superiore, quella antifascista.


Durante la Grande Guerra Geppetto perde il figlio Carlo sotto un bombardamento. Accanto alla tomba del figlio pianta un pino, da cui una sera, ubriaco, ricaverà il pezzo di legno che sarà Pinocchio. In un buco nella corteccia si era appena trasferito il grillo Sebastian, che continuerà a vivere in quel buco, adesso in mezzo al petto del burattino, a cui uno strano mostro e strani spiriti daranno la vita. Pinocchio sorprende il suo ignaro neo-babbo e si dimostra indisciplinato e naive nei confronti del mondo esterno. Oltre a non conoscere niente della vita, è spinto a obbedire solo ai suoi istinti del momento e attirerà presto le attenzioni di molta gente problematica, in grado di raggirarlo a proprio piacere: il Conte Volpe lo vuole come attrazione principale del suo circo, per cogliere il favore di Mussolini, e il padre di Lucignolo lo vuole per renderlo il perfetto soldato per la Giovane Italia Fascista, poiché non può morire. In mezzo a queste peripezie Pinocchio maturerà molto e comprenderà il valore delle vite che lo circondano.

Giudizio: dal punto di vista della storia, sono rimasta spiazzata. Ha tinte velatamente horror, ma non è brutta. Solo che, essendo così diversa dall'originale, del Toro avrebbe potuto semplicemente crearne una propria. La parte straordinaria del film è l'animazione in stop motion e l'estetica molto caratteristica e coerente. Riguardo alle canzoni, mi pongo su una via di mezzo rispetto a quanto si legge in giro: ci stanno, anche se forse si stava meglio senza (mica è la Disney!) ⭐⭐⭐ 1/2

L'animazione non è un genere, è una tecnica.

Guillermo del Toro

domenica 5 marzo 2023

Everything Everywhere All at Once è perfetto

 Il film con più nomination agli Oscar, ben undici (film, regia, sceneggiatura originale, montaggio, costumi, colonna sonora, canzone, Michelle Yeoh, Ke Huy Quan, Stephanie Hsu, Jamie Lee Curtis), quest'anno è Everything Everywhere All at Once dei due registi e sceneggiatori Daniel Kwan e Daniel Scheinert, detti anche Daniels per la condivisione del primo nome. 


In generale questo film sta macinando candidature (sei ai Golden Globes, dieci ai BAFTA, quattro ai SAGA, e altre ancore ad altri premi che non seguo abitualmente) e vittorie (le performance di Michelle Yeoh e Jonathan Ke Quan stanno convincendo ovunque e hanno già vinto i Golden Globes e rispettivamente la nomina di migliore attrice per il National Board of Review e migliore attore non protagonista ai Chicago Film Critics Association).

La storia è molto articolata e sceneggiatura e regia non danno un attimo di respiro allo spettatore, catapultato da una situazione a un'altra e anche da un universo all'altro. La storia è infatti quella di una famiglia cinese che abita negli Stati Uniti: la madre Evelyn (Michelle Yeoh) e il padre Waymond (Ke Huy Quan) mandano avanti una lavanderia e si stanno preparando a una giornata impegnativa. Sono in attesa della visita del padre (James Hong) di Evelyn, sempre molto critico nei confronti della figlia, che ha paura della sua reazione se gli presenterà la fidanzata della figlia (Stephanie Hsu), e devono recarsi a una revisione dei conti dalla severa signora Deirdre (Jamie Lee Curtis). In quella giornata, però, Evelyn riceverà la rivelazione che un pericolo incombe su tutti gli universi, nei quali una forma alternativa dei suoi cari ha una storia e un carattere diversi. Dovrà imparare in tutta fretta (e con lei lo spettatore) a districarsi in questo multiverso, se vorrà salvare la sua famiglia.

Per me questo film è stato una bomba: regia e montaggio sono sempre ben calibrati, alternando le parti di dialogo e di azione senza mai rallentare troppo il rimo e senza mai annoiare. Mi ero già innamorata della regia nella primissima scena in cui le immagini riflesse in un piccolo specchio rotondo danno il via alla narrazione. Le sequenze action sono pura goduria: sono coreografie chiare, dinamiche, ben comprensibili, ben illuminate e molto originali e divertenti. La scrittura è fresca e originale, ha delle trovate veramente geniali, ma tocca anche la corda dell'emozione nell'intrecciare i legami dei personaggi nei vari universi e dando una conclusione meravigliosa alla(e) storia(e). Le storie sono ricche e si susseguono rapidamente: allo spettatore è richiesta una certa velocità nel comprendere i meccanismi di funzionamento del multiverso e i suoi passaggi, ma in poche sequenze diventano chiari. Manca il tempo di rilassarsi, le emozioni si rincorrono e riempiono il tempo del film: due ore e dieci passano senza accorgersene, è un tempo giusto.

Le quattro interpretazioni candidate, ma si potrebbe mettere anche quella di James Hong, sono state incredibili: l'asticella era alzata dal dover cambiare personaggio al cambiare multiverso e restano tutti molto credibili. Ke Huy Quan compie delle trasformazioni incredibili: da marito pesticciato e timido a uomo realizzato e sicuro di sé, a combattente di una sorta di resistenza dell'Universo Alfa. Ha colto il punto Jamie Lee Curtis che ha ironizzato sul fatto che non molti attori forse avrebbero recitato come lui dopo 30 anni di stop: l'attore era infatti stato un divo bambino al tempo de I Goonies e di Indiana Jones e il tempio maledetto, ma poi non aveva più trovato mercato nel cinema ed è stato commovente il suo discorso al momento del ritiro del Golden Globe. Stephanie Hsu è al momento la mia preferita tra le Attrici non protagoniste, per me è stata stupenda. Michelle Yeoh è stata altrettanto brava, altrettanto brillante, altrettanto disinvolta e versatile e sono combattuta se preferisco la sua performance o quella di Ana de Armas, come lo sono per le interpreazioni di Ke Huy Quan e Barry Keogan.

Non ho altro da dire su questo film, che ho trovato grandioso, fresco, divertente, emozionante. Mi sono piaciuti l'intreccio, i colpi di scena, i personaggi in tutte le loro versioni, i guizzi geniali della sceneggiatura, il ritmo e la dinamicità della messa in scena, la regia: non riesco a trovargli un difetto. Tiferò questo film in molte categorie per cui è nominato, lo so già anche se mi mancano ancora diversi film da vedere.

Giudizio: 🥯🥯🥯🥯 1/2

Il realismo (non) violento di Niente di nuovo sul Fronte Occidentale

L'adattamento, scritto e diretto da Edward Berger, di Im Westen nichts Neues di Erich Maria Remarque è stato presentato al Toronto International Film Festival e non è stato solo candidato come miglior film straniero a Golden Globes, BAFTA e Oscar, ma per questi ultimi ha collezionato nove nomination totali (film, sceneggiatura non originale, fotografia, scenografia, trucco-acconciatura, effetti speciali, sonoro e colonna sonora, oltre a quella già citata). Il film si può trovare sulla piattaforma Netflix dallo scorso anno.


La storia è quella di alcuni giovani tedeschi, Paul e i suoi amici, che si arruolano nella Grande Guerra, convinti che avrebbero vissuto un'avventura da eroi e che, anche grazie a loro, la Germania avrebbe conseguito una vittoria schiacciante in breve tempo. Ma oltre a non essere di rapida risoluzione, il conflitto si rivelerà lontanissimo dalla gloriosa avventura che si attendevano. Mentre gli viene consegnata la divisa i ragazzi fremono d'impazienza, ignari che quelle casacche hanno vestito altri soldati che hanno conosciuto una triste fine. E poi il fango, la trincea, il terrore, il freddo, il lutto, la nostalgia di casa, dei genitori, delle fidanzate, la durissima vita di stenti. La guerra, senza poesia né retorica e senza nemmeno insistere sulla spettacolarità delle uccisioni, senza alcun intento splatter, ma senza negare la crudezza atroce delle trincee e delle battaglie, contrapposte alle scenografie scintillanti dei palazzi e dei treni in cui si decidono le sorti del conflitto. La storia principale si alterna, infatti, con le trattative della delegazione tedesca, tra cui figura Matthias Erzberger (Daniel Brühl) con quella francese, che, come sappiamo, imporrà a Compiègne le condizioni che porteranno alla pace infame, che tanta parte avrà nel destino degli anni a venire.

Ogni avanzamento di un esercito o di un altro è futile e quasi ridicolo. L'intento del film è mostrare con schiettezza la quotidianità dell'attesa, delle privazioni, della paura, la brutalità degli scontri, l'agonia dei feriti, l'ammasso di corpi maciullati con un livello di spietatezza e al contempo di oggettività estremo. I piccoli dettagli, le uniformi, le medagliette, i pasti sottolineano le miserie e i fugaci destini dei soldati. L'angoscia è scandita da una colonna sonora il cui tema principale è già iconico: tre note che ci trasmettono paura.

La scena dei carri armati ha una potenza visiva ed emotiva da pelle d'oca: è semplicemente agghiacciante. Regge meno il confronto con il libro la sequenza "Camerade", che è una delle ragioni principali della fama del romanzo, col brano riportato su ogni antologia didattica.

È certamente molto dura affrontare la visione di questo film (e ho temuto moltissimo due ore e mezza di un film di guerra, che come genere non è certo dei più divertenti), ma è un'esperienza emozionante e visivamente grandiosa: ha una fotografia straordinaria, precisa e limpida anche nei momenti più oscuri (al momento mi sbilancio a tifare per questo film in questa categoria). Gli armamenti e gli scontri sono bene evidenziati dagli effetti speciali e dal sonoro. Ho apprezzato anche alcune interpretazioni, prima tra tutte quella di Albrecht Schuch (Kat). Ma soprattutto ho adorato questa dissacrazione di ogni velleità romantica della guerra: non c'è eroismo, solo "squallore disgraziato" (si riconosce la citazione?) e grette miserie quotidiane. Il tutto esaltato da un comparto visivo e sonoro di alto livello.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ Un film spietato, molto difficile da vedere per la durezza e il realismo con cui è rappresentata la guerra, ma, anche per questo, bellissimo

sabato 18 febbraio 2023

Gli spiriti dell'isola: fiaba nera teatrale e macabra

Il film scritto e diretto da Martin McDonagh, Gli spiriti dell'isola, che ha concorso per il Leone d'Oro a Venezia, aggiudicandosi la Coppa Volpi (Colin Farrel) e il Premio Osella (sceneggiatura), si è meritato anche otto candidature ai Golden Globes (vincendo per il miglior attore protagonista e come miglior Commedia) e nove agli Oscar (film, regia, sceneggiatura originale, Colin Farrell, Barry Keogan, Brendan Gleeson, Kerry Condon, colonna sonora e montaggio).


Il pretesto per l'avvio è molto semplice: "non mi vai più a genio". Un pochino più motivato, ma a un certo punto della loro amicizia Colm (Gleeson), compositore e violinista, decide di rompere i rapporti con Pádraic (Farrell), che è incredulo, oltre ad avere l'orgoglio ferito e il cuore a pezzi, tanto da non rassegnarsi alla prima che tutto sia davvero finito. Su questa situazione semplicissima si innestano una serie di cause-effetti, che non si possono raccontare perché vanno scoperti in sala (il trailer non fa capire quasi niente, cerca solo di restituire l'atmosfera del film), in una catena di eventi inarrestabile che costituisce questa sceneggiatura molto efficace e di impianto chiaramente teatrale. Ogni passaggio è orchestrato in modo preciso come in un meccanismo i cui ingranaggi sono perfettamente oleati: la narrazione è pulita, senza sbavature, apprezzatissima.

La storia è ambientata nel 1923, sullo sfondo della guerra civile irlandese, di cui si sente parlare dai personaggi, che però sono estranei a quei conflitti che riguardano la Terraferma, li percepiscono lontani, mentre loro, confinati nella lenta vita isolana di Inisherin, vivono contrasti e malumori più quotidiani, ma non meno viscerali.

Il tono è metà giocoso, con alcune battute molto divertenti, e metà grottesco, come in una fiaba nera in cui, infatti, compaiono anche le Banshees, gli spiriti annunciatori di disgrazie, che poi sono mantenute (mi sono data anche una mia interpretazione al riguardo), spostando velatamente la narrazione sul genere fantastico. Il grottesco in questo film si sposta fino al macabro, accentuato e molto insistito, anche se cartoonesco: è sopportabile, ma occupa molta parte della storia, quasi troppa, vi viene pesantemente posto l'accento, come se il regista lo eleggesse a elemento cardine. Il finale resta un po' aperto e a me lascia anche un dubbio sul personaggio di Colm.

La storia è ricca di personaggi che animano l'isola, un po' più che comparse, molto pittoreschi: c'è il barista diplomatico, la gestrice dell'emporio avida di pettegolezzi, il poliziotto violento, la vecchia megera, che come in tutte le fiabe non è mai quello che sembra, lo scemo del villaggio, che però interpretato da Barry Keogan ha una credibilità e un'autenticità non comuni (una delle mie interpretazioni preferite nella categoria Attori Non Protagonisti per gli Oscar). Altro ruolo importante, quello della sorella di Pádraic, Siobhán (Kerry Condon), combattuta tra prendersi cura del fratello, uomo semplice e illetterato, ma gentile, e perseguire i propri obiettivi personali.

Le interpretazioni conferiscono davvero un'anima a tutti questi personaggi: è un'esperienza immersiva, si entra davvero nel mondo di Inisherin, i cui bellissimi paesaggi sono, oltretutto, fotografati al meglio. Mi sono molto piaciuti i coprotagonisti, anche se ancora non so se Colin Farrell sarà il mio preferito, ma mi ha convinto molto e dà corpo a un ruolo che abitualmente non gli tocca. Trovo Gleeson sempre impeccabile, qualunque personaggio gli sia assegnato, e qui è stato davvero preciso e in parte, ma l'interpretazione che ho davvero trovato perfetta è stata quella di Keogan. Nella cinquina delle attrici non protagoniste, invece, ora che ho visto Everything Everywhere All at Once, ha pane per i suoi denti la comunque brava Kerry Condon.

In conclusione, però, malgrado questo film non abbia difetti (è pure più corto dei polpettoni che stanno uscendo ultimamente, sotto le due ore, che occupa per intero, e la sceneggiatura è così ben scritta -questo è il motivo per cui è contenuto- che non lascia niente da tagliare), non ha incontrato il mio gusto, probabilmente per il genere, per la storia in sé, che non mi ha interessato e conquistato davvero, e per il macabro molto sottolineato visivamente. È puramente una questione di gusto personale, perché tecnicamente il film è perfetto e consiglio ugualmente la sua visione.

Cosa mi è piaciuto: scritto benissimo, ottime recitazioni, ambientazione che ricrea il fascino di un villaggio irlandese in modo davvero piacevole

Cosa non mi è piaciuto: Jenny (chi ha visto sa), vicenda per me poco interessante, macabro

Giudizio: ⭐⭐⭐1/2

giovedì 9 febbraio 2023

I lati più fragili della più famosa bionda del cinema

 La conosciamo universalmente come sex symbol e diva per eccellenza, ma nel libro di Joyce Carol Oates e nell'omonimo film che adatta il romanzo, Blonde, scritto e diretto da Andrew Dominik, si esplorano i lati più fragili di Marilyn Monroe, celati dietro quella maschera di bionda svampita e frivola.


Presentato in anteprima al Festival del Cinema di Venezia prima di approdare sulla piattaforma Netflix, su cui l'ho recuperato la settimana scorsa, il film affronta la vita di Norma Jeane Mortenson (al secolo Marilyn Monroe) dall'infanzia alla morte, soffermandosi quasi esclusivamente sui momenti più dolorosi, mortificanti e svilenti della sua esistenza in un susseguirsi di apici del dolore: la madre che la picchiava e che tentò di affogarla da bambina, l'abbandono in orfanotrofio; la malattia della madre e il rapporto di assenza con entrambi i genitori; la violenza sessuale che la portò a debuttare nel mondo del cinema dopo le fotografie fatte come modella; il continuo svilimento della sua persona in quanto donna-oggetto che aveva un corpo stupendo e basta; quel ruolo da bellissima ma stupida che non riusciva a staccarsi di dosso (perché in quegli anni eri il personaggio che rappresentavi al cinema la prima volta, dentro e al di fuori del set, con tanto di sorpresa nello scoprire che poi la ragazza leggeva Dostoevskij e aspirava a interpretare i personaggi di Cechov); la dissociazione tra Norma e Marilyn; i matrimoni e le relazioni in cui o veniva picchiata o sfruttata; gli aborti; la solitudine, le droghe. A un certo punto mi è venuto spontaneo chiedermi perché fossero stati scelti solo questi spaccati (mi sono ricordata che la nostra diva aveva anche recitato al fianco di Laurence Olivier, per esempio, e ho ipotizzato che qualche soddisfazione nella carriera forse le sarà giunta), ma la risposta è subito apparsa evidente: non solo una precisa scelta di chi ha scritto almeno la sceneggiatura (non so dire del romanzo), ma l'inevitabile risultato degli eventi che hanno segnato la sua storia.

Come si può facilmente comprendere dalla trama, questo film è stato un calvario: tutto questo dolore condensato in due ore e quarantacinque minuti non lasciano la possibilità di riprendersi un istante. Ed è un peccato che temi importanti e sottovalutati come quelli che il film porta siano stati affrontati proprio in questa pellicola così controversa che ha spaccato la critica, riuscendo a farsi candidare per la straordinaria interpretazione di Ana de Armas ai principali premi cinematografici dell'anno (Golden Globe, BAFTA, SAGA, Oscar) e contemporaneamente a otto (il maggior numero di nomination di quest'anno) peggiori performance ai Razzie Awards: peggior film, peggior prequel-remake-rip-off-sequel, peggior regista, peggior sceneggiatura, peggiori attori non protagonisti (Xavier Samuel e Evan Williams), peggiori coppie.

Il film in effetti ha diversi problemi e probabilmente la scrittura e la regia, che ha alcune scene veramente girate in modo strano, con riprese dal basso in movimento, riprese da video della comunione e scene fanta-cartoonesche dei feti.

Malgrado la discutibilità della messa in scena, ci sono state scene che mi hanno veramente devastata emotivamente per gli eventi raccontati: fino al matrimonio con Miller ero "solo" scossa. La sequenza in cui si inserisce la splendida canzone di Nick Cave and the Bad Seeds, Bright Horses (mannaggia, poteva ricevere una candidatura!), mi ha proprio strappato il cuore a brandelli e ho cominciato a piangere da quel momento per poi precipitare in un vortice di degrado e lacrime. Finito il film (rendiamoci conto che due ore e 45 minuti così sono un buco nero che assorbe ogni briciolo di serenità, speranza e buonumore), che ho visto da sola sul divano, sono stata angosciata per tutto il resto della serata. Questo effetto "Dissennatore" avrebbe dovuto imporre una durata più contenuta al film, per porre fine alla mia agonia molto prima. Ma, come sempre, niente poteva lo stesso giustificare la sua mastodontica lunghezza: una quarantina di minuti sarebbero potuti tranquillamente essere tagliati.

Riguardo alle interpretazioni, dopo aver visto Ana de Armas, trovo difficile credere che qualsiasi altra attrice possa piacermi altrettanto e, nel momento in cui scrivo, è la mia preferita nella cinquina per l'Oscar. Devo dire di aver trovato molto valida la recitazione di Adrien Brody nella piccola particina che ha avuto come secondo marito di Marilyn, nella scena in cui per la prima volta si confrontano Norma e Arthur.

In conclusione...

Cosa mi è piaciuto: Ana de Armas, Adrien Brody, Bright Horses

Cosa non mi è piaciuto: tutta la messa in scena e questo abisso della disperazione

Giudizio: ⭐⭐ 1/2

lunedì 30 gennaio 2023

Il nuovo film di Chazelle è una Babilonica confusione

Facciamo una premessa molto scomoda: io ho detestato e detesto tuttora La La Land, cioè il film considerato dall'intero pianeta il "capolavoro" di Damien Chazelle.

Era il 2017. Ormai resto sveglia ad assistere alla Notte degli Oscar dal 2014. Di solito le cerimonie si svolgono con ordine e ben cadenzate da riti istituzionali. A parte lo schiaffo dell'anno scorso e qualche momento divertente o emozionante, come il selfie di Ellen DeGeneres o le esibizioni canore di Justin Timberlake e del duo Lady Gaga-Gary Cooper, nessuna premiazione è stata più memorabile di quella del 2017. Io e mia sorella avevamo passato tutta la sera a tifare contro La La Land, ma, una dopo l'altra, eravamo rassegnate a vedergli conquistare statuette su statuette. Tutto già scritto, nessuna sorpresa. E invece la sorpresa ci fu eccome. La storia ricorderà per sempre Warren Beatty che apre la busta e legge perplesso. Un breve momento di panico, poi Faye Dunaway lo invita a smettere di scherzare, ma il divo resta attonito e così le passa la busta. La Dunaway prende in mano la situazione e annuncia La La Land. La produzione e il cast si abbracciano e saltellano baldanzosi verso il palco: baci, lacrime, Jordan Horowitz sta ringraziando tutti. Ma qualcosa non va. Mentre è il turno di Marc Platt ai ringraziamenti, gli altri produttori aggrottano le sopracciglia e un addetto ai lavori comincia a controllare quelle buste rosse. Fred Berger non riesce a concludere i suoi ringraziamenti. C'è confusione e lo stesso Horowitz svela il colpo di scena e il contenuto della busta corretta: il vero vincitore è Moonlight e molto galantemente il produttore resta sul palco per consegnare personalmente la statuetta a Barry Jenkins, che abbraccia. Il nome nella busta che Beatty e Dunaway avevano in mano è in realtà quello di Emma Stone, già annunciata come vincitrice ormai da diverse decine di minuti. Il cast di Moonlight è sbalordito e si abbraccia stupefatto e io e mia sorella altrettanto! Il più bel plot twist della notte degli Oscar. Non che Moonlight ci piacesse di più, ma avevamo maggiore avversione per La La Land. Non è che non mi piace, si tratta di autentica, viscerale antipatia. Chissà da quanto tempo non restava così scioccato il pubblico a una serata dell'Academy. Da quando Benigni ha marciato sullo schienale delle sedie per salire sul palco a ritirare l'Oscar, probabilmente, o da quando ci è salita Sacheen Littlefeather al posto di Marlon Brando.

Procediamo con una seconda premessa: l'ultima fatica scritta e diretta da Damien Chazelle dura sicuramente troppo. Tre ore e dieci erano troppe già prima che ne cominciassi la visione. Qualunque film di quella durata è eccessivamente lungo, escludendo forse la trilogia de Il Signore degli Anelli, in cui il materiale è talmente tanto e il tono così epico che era difficile accorciarlo molto (anche se ne Le Due Torri si poteva e si doveva fare). Anche Avatar 2 è troppo lungo di almeno mezz'ora-quaranta minuti. Nel particolare caso di Babylon, inoltre, le recensioni, che ne hanno preceduto l'arrivo in Italia e che lo stroncavano in termini mica tanto gentili, facevano intendere che quelle tre ore e dieci minuti sarebbero pure state di sofferenza.

Così sono arrivata in sala un tardo pomeriggio (sconsiglio l'orario serale per una lunghezza così impegnativa) di un giorno feriale, quasi col patema d'animo all'idea di (non) affrontare un'impresa che sembrava titanica. Ma è andata meno peggio del previsto.


La storia si ambienta tra Anni Venti e Anni Trenta del secolo scorso a Hollywood, nel dorato ("ma non troppo" ci dice il film) mondo del cinema, precisamente tra gli ultimi fasti del cinema muto e i primi anni del sonoro. Il film inizia con i preparativi per una festa di proporzioni gigantesche a casa del più importante produttore di Hollywood, Don Wallach (che somiglia proprio tanto a Harvey Weinstein, fisicamente e nel timore che suscita la sua apparizione): alcol a fiumi, droghe a chili, musica, orge e la già famosa scena dell'elefante, che in un momento di eccessiva ansia evacua in primo piano. La scena, a mio parere, è anche riuscita e divertente, ma è già celebre per l'irriverenza della ripresa e il suo sottintendere che il bersaglio era la telecamera. Anche la sequenza della festa ha fatto parlare di sé, ma non mi è sembrata tanto esagerata, quanto poco verosimile, checché se ne possa dire degli Anni Venti. Trovo sia un peccato che si parli così tanto di queste prime due sequenze e molto meno di altro, perché sono entrambe poste prima del titolo del film, che è ancora tutto da vedersi.
Il protagonista della storia è il messicano Manny (Diego Calva), vagamente ispirato a Rene Cadorna, che al momento dei preparativi è al soldo degli organizzatori di casa Wallach, ma che in breve tempo si ritroverà a lavorare nel mondo del cinema. Sarà proprio la sua storia quella di cui seguiremo le evoluzioni, intrecciandosi con le vicende degli altri attori che Chazelle ha voluto rappresentare. 

Partiamo dai due comprimari di Diego Calva. Già The Artist trattò questo tema, storicamente corretto: molti attori versatili per la recitazione nei film muti, che erano venerati al punto di generare il fenomeno del divismo negli Anni Dieci e Venti, non erano altrettanto portati per la recitazione vocale o avevano voci sgraziate e finirono per non avere più il loro spazio nel cinema, cadendo in disgrazia. Se in The Artist questa storia è raccontata attraverso il personaggio di George Valentin, in Babylon invece vengono usati ben due personaggi e due linee narrative distinte per rappresentarla. Da una parte abbiamo Jack Conrad (Brad Pitt), che dovrebbe riprendere la storia di John Gilbert, con cui condivide un alto numero di divorzi e la fine della carriera dovuta al "miagolio" della voce. Dall'altra però non abbiamo la controparte che Bérénice Bejo era in The Artist, cioè l'attrice che nel sonoro fa carriera relegando la vecchia guardia nel dimenticatoio, ma abbiamo una seconda attrice di cui si descrive la discesa. Per la precisione, incontriamo Nellie Le Roy (Margot Robbie) all'inizio del film, quando ancora è una sconosciuta che fa innamorare il giovane Manny, legandolo per sempre alla sua figura e, in qualche modo, anche alla sua fulminea carriera. Nellie è infatti notata da una regista per il suo talento espressivo durante una sostituzione fortuita e sale rapidissimamente alla ribalta, ma i suoi eccessi e le difficoltà a lavorare nel sonoro la condurranno in modo altrettanto veloce a consumarsi e ad autodistruggersi. Per alcuni aspetti questo personaggio rimanda all'attrice Clara Bow, che ebbe però una carriera molto più brillante, recitando anche in Ali, il primo film a vincere il premio Oscar nella categoria Miglior Produzione (che è divenuta poi Miglior Film) nel 1929, anno in cui fu assegnato per la prima e ultima volta anche l'Oscar alla Miglior Produzione Artistica ad Aurora di Murnau.

I due personaggi di Pitt e Robbie vogliono denunciare l'ipocrisia di Hollywood, che organizza baccanali e poi fa la morale, che lusinga e poi dimentica ciò che diventa troppo vecchio o imbarazzante, mentre ne succhia l'anima finché la gallina fa le uova d'oro. Questo aspetto di sfruttamento si legge anche negli altri due personaggi a cui, però, il film dà il compito principale di rappresentare il razzismo imperante nei vertici Hollywoodiani. Chi non è nato bianco e benestante non sarà mai davvero accettato: sarà usato e poi nascosto o gettato.

Così è per Lady Fay Zhu (Li Jun Li), personaggio che ha l'ingrato compito di rappresentare due minoranze: la provenienza da una famiglia cinese di commercianti e l'orientamento sessuale lesbico. Fay Zhu sarebbe ispirata in parte a Anna May Wong e in (minima) parte a Marlene Dietrich, ma solo in una scena indossa abiti maschili come feceva, a volte, la Dietrich. Per ottimizzare il numero di personaggi, si condensa in lei anche il ruolo di scrittrice di didascalie, che diventano obsolete nei film sonori, rendendo superfluo quel tipo di lavoro.

Il razzismo ha modo di essere rappresentato anche attraverso il personaggio di Sidney Palmer (Jovan Adepo), quando una branca di produzione si specializza in film con attori di colore e recluta a tal scopo questo trombettista jazz. Palmer però incarna anche qualcos'altro, strettamente connesso alla libertà del suo stile musicale, che gli consentirà un destino più fortunato degli altri personaggi.

Questi quattro attori, la cui scrittura non mi soddisfa del tutto perché sono più ruoli che personaggi, sono uniti nello scopo di denunciare il marcio di Hollywood, ma al contempo questa denuncia è contraddetta dal loro essere infatuati dal cinema, dal set. In particolare il personaggio di Brad Pitt (e nella parte iniziale del film lo fanno anche Manny e Nellie) a più riprese proclama la grandezza del cinema, la sua importanza per gli spettatori, la pubblica utilità dell'attore. Più didascalico di così non credo potessero scriverlo.

Ultimo ruolo-personaggio molto strano perché (anche lei) doveva condensare più ruoli in uno, è quello dell'opinionista Elinor St. John (Jean Smart). A tratti appresenta la morale imperante, aiuta a un certo punto Nellie come un Pigmalione, a tratti raffigura l'origine del gossip e incarna la stampa che fa e disfà, che crea il mito del divo, come la figura di Elinor Glyn ha fatto con Rodolfo Valentino o Clara Bow, ma che può anche affondare il suo stesso prodotto. Verso la fine del film il suo personaggio avrà la sua parte di dialoghi didascalici sulla sua categoria e su quella degli attori.

Le recitazioni del film, compresa quella di Tobey McGuire (del cui personaggio non posso raccontare niente, a differenza di quelli ispirati a biografie vere), sono una delle parti più convincenti del film. Penso soprattutto all'interpretazione di Margot Robbie, che ho trovato strepitosa. Considerando la premiazione come miglior attrice di Emma Stone proprio per l'altro film di Chazelle, in cui aveva anche una scena molto simile a quella girata in Babylon (autocitazione!), o nel caso del 2017 sono stati troppo generosi, o quest'anno non è stato reso il giusto merito alla Robbie, che ho trovato superiore alla Stone sulle due performance in questione. Margot Robbie non ha ricevuto nessuna candidatura ai Premi Oscar di quest'anno, ma l'aveva ricevuta ai Golden Globes come migliore attrice nella categoria Musical/Comedy. Nella stessa categoria era stato nominata l'interpretazione come miglior attore di Diego Calva, che non avevo mai visto recitare, ma che mi è piaciuto moltissimo. Anche Brad Pitt aveva ricevuto una nomination ai Golden Globes come attore non protagonista.

Il film però non è stato escluso dalla corsa agli Oscar, ricevendo tre nomination: ai migliori costumi (di Mary Zophres), che francamente trovo discutibile, alla migliore scenografia (di Anthony Carlino e Florencia Martin), che ci può stare, e alla colonna sonora, che è probabilmente la cosa migliore del film, sempre azzeccata rispetto al contesto e molto scoppiettante. Justin Hurwitz, già due volte premio Oscar per La La Land -colonna sonora e canzone, che avevano vinto proprio tutto dai Golden Globes al BAFTA-, ha già vinto il Golden Globe e si prepara a raggiungere un probabile "triplete" all'Academy.

Fin qui ho potuto parlare di tutto ciò che si può definire bianco o nero nel film, ma le cose si fanno dure su tutto quello che invece ha diviso la critica.

In primis, il ritmo. Avevo letto che era molto discontinuo, con un primo tempo molto più veloce del secondo tempo, dove c'era un crollo netto. A me invece il ritmo è apparso sì discontinuo, ma senza differenze così significative sancite dall'intervallo: il ritmo per me è stato molto lento, con sequenze anche noiose fin da subito, per esempio quando compare Nellie, alternate a cinque-sei sequenze frenetiche, distribuite nel corso del film (tre-quattro nella prima parte e due nella seconda, circa), di cui un paio al cardiopalma. Ma sono un'alterazione momentanea di una calma altrimenti piatta, non immobile e insopportabile, ma che si è presa tutto il tempo (troppo, sempre quella buona mezz'ora di troppo) per raccontarti le vicende.

Lo stesso discorso può essere fatto per il montaggio. Ci sono due sequenze, una poco dopo il titolo del film e quella finale, in cui il montaggio è ultra frenetico, quasi nevrotico per la velocità con cui si susseguono i tagli, ma con risultati, per me, totalmente opposti.

Nel primo caso abbiamo una lunga sequenza che si svolge dopo la festa, che rappresenta il cambio di rotta per Manny e Nellie, una svolta nelle loro vite: entrambi approdano su un set cinematografico e sono fagocitati dalla sua immensità e dalla sua frenesia. In questo caso quel montaggio veloce quasi da far girare la testa ci stava, contribuiva a rendere benissimo il senso di quella sequenza. Le scene parlavano, raccontavano senza bisogno di tutti i sottotitoli che sono stati messi nei dialoghi di Pitt. Quella sequenza vale il prezzo del biglietto e le tre ore, altrimenti mal spese, di quel pomeriggio: è stata una delle cose più belle visivamente che ho trovato al cinema ultimamente. Ne ero entusiasta.

Al contrario questo stesso tipo di montaggio sulla sequenza finale che inanella spezzoni di questa stessa pellicola (autocitazione al quadrato!), spezzoni di altre opere cinematografiche famose, in ordine secondo il programma delle lezioni di storia del cinema, e un trip di colori psichedelici che, okay, mi vuoi far vedere che tingono la pellicola come si usava fare agli albori, m'ha fatto storcere il naso. Questa sequenza, mezza citazione di 2001: Odissea nello spazio, per me non aveva senso, in quanto ennesimo tributo che Chazelle offre al cinema, ancora didascalico da morire. Aveva già tentato di omaggiare i film muti e anche un po' di Tarantino, ma non aveva ancora citato a memoria gli appunti dell'Università. Se Chazelle avesse cassato questo ultimo tributo, chiudendo dopo una delle scene clou del duo Manny-Nellie, al grido di "stop!" avrebbe celebrato lo stesso la settima arte, ma con un risvolto a sorpresa e un risultato meta-cinematografico, ma i finali del regista devono rendere insoddisfatto lo spettatore o non se ne fa niente. 

La regia a me è anche piaciuta: ci sono tagli diversi, c'è il piano sequenza, c'è la ruffianata simpatica dell'elefante. Potremmo dire che è un esercizio di stile (e visti gli intenti palesi di Chazelle, probabilmente è vero) ed è per questo probabilmente che non è stata inclusa nella cinquina per gli Oscar. Spielberg è stato più pulito e onesto e mi piacerebbe molto che la sua regia vincesse l'Oscar, la preferisco senza dubbio a questa, ma è comunque una regia che si è data da fare, che ha voluto dire qualcosa e farlo in modo ricercato. Se Chazelle merita o meno (per me) di stare negli esclusi ancora non posso dirlo, poiché mi mancano ancora molti dei film in lizza nella categoria (sia per l'Academy, sia per i Globes). Sarà una lunga maratona di qui al 12 marzo.

Il problema di questo film è la scrittura, tanto per cambiare, visto non lo dicevo da un paio di recensioni. M'ero abituata troppo male con Living. La sceneggiatura mette troppa carne al fuoco, ma è approssimativa. Alcuni dialoghi sono odiosi da quanto sono banali e faciloni. La deriva della storia è ovvia da subito, anche se a un certo punto la storia diventa un po' gangster-movie a caso, per dare la svolta finale e per inserire elementi di mostruosità che non comparivano abbastanza nella scena della festa. Si potevano concentrare questi aspetti insieme invece che in due scene messe proprio in cima e in fondo. Sommando il tempo che si sarebbe risparmiato eliminando le lungaggini e i dialoghi scritti con lo scalpello, forse si poteva eliminare quasi un'ora intera.

Ma quindi...m'è piaciuto? Nonostante ci stia pensando da cinque giorni, non trovo una risposta. Non è un brutto film, magari un po' noioso, ma ho davvero visto di peggio. Di sicuro non è neanche un capolavoro. 

Cosa non mi è piaciuto: La storia non mi piace. Scritto coi piedi lo è e Chazelle è antipatico almeno quanto in La La Land. La sequenza finale m'ha fatto perdere la pazienza. Il ritmo è tendenzialmente noioso, salvo alcuni scatti concitati, raggiungendo il massimo della discontinuità.

Cosa mi è piaciuto: D'altro canto visivamente è molto bello e ho apprezzato in alcuni momenti sia il montaggio, sia la regia (ma non sempre). Ho adorato la sequenza sul set e mi è piaciuta molto la scena in cui Manny assiste alle reazioni del pubblico al primo film sonoro. Margot Robbie e Diego Calva mi sono piaciuti moltissimo e la colonna sonora è una bomba.

Giudizio: ⭐⭐⭐1/2

domenica 29 gennaio 2023

Close: il film belga candidato a Golden Globes e Premi Oscar

L'ho visto nel piccolo teatro di un paese vicino al mio e mi sono veramente forzata per andarlo a vedere. Temevo che un drammone di quasi due ore su due adolescenti che forse si piacciono, ma non lo accettano fosse troppo fuori dal mio gusto. Invece il film del regista e sceneggiatore belga Lukas Dhont mi ha sorpresa in positivo.


Close è la storia di due amici per la pelle, Léo e Rémy, cresciuti insieme e inseparabili, fino a che non iniziano le scuole superiori. La storia si ambienta da un'estate (quella che precede l'inizio del Liceo) a quella successiva. Nella nuova scuola la loro grande vicinanza è letta, però, in senso romantico. I due ragazzi forse hanno (o forse no) un'attrazione l'uno per l'altro che è confusa e indefinita, come è normale per l'età in cui si trovano, soggetta a cambiamenti, nuovi interessi, all'allargamento della cerchia di conoscenze della loro età. L'accettazione o meno di questo mutamento del loro rapporto di amicizia porterà conseguenze significative da affrontare.

La storia, scritta a quattro mani dal regista e da Angelo Tijssen, che avevano già lavorato insieme, è molto bella e lo dico da amante delle storie d'azione e molto poco delle storie sentimentali. Ho colto qualche vibes alla Moonlight, ma la storia è totalmente diversa. Non posso entrare nel dettaglio nelle tematiche del film perché sfuggirebbero spoiler, quindi non lo farò. Il protagonista è Léo ed è attraverso i suoi occhi e le sue reazioni che lo spettatore assiste alle vicende. Nel susseguirsi e, proprio, nel ripetersi del suo quotidiano (andare a scuola, rapportarsi coi compagni, aiutare i genitori, allenarsi e di nuovo e di nuovo le stesse dinamiche) cogliamo il suo modo di affrontare quello che gli accade, le sue emozioni e difficoltà. Poco prima dell'ultimo atto della storia, è in questo ripetersi che il protagonista sembra trovare la forza di affrontare di petto quello che l'evento principale del film ha provocato in lui. È una scena bellissima, che riprende e quasi chiude il cerchio con una frase pronunciata da un altro personaggio precedentemente.

Ho trovato incredibile che il giovane attore, Eden Dambrine, abbia retto un numero così elevato di scene da solo e dando ai sentimenti del personaggio credibilità e profondità. Anche l'interpretazione di Émilie Dequenne mi è piaciuta molto.

Il film ha un ritmo abbastanza lento, si prende il suo tempo, ma non mi ha annoiata. Unica eccezione: una delle primissime scene, in cui osserviamo i ragazzi dormire vicini per un tempo quasi infinito, e che mi ha dato quasi un senso di claustrofobia per la sua immobilità. Poi il film si riprende e il ritmo diviene costante.

Il film, presentato al Festival di Cannes nel maggio scorso, dove ha vinto il Gran Prix Speciale della Giuria, è uscito in Italia ai primi di gennaio. È stato candidato come miglior film straniero ai Golden Globes, dove è stato superato da Argentina, 1985, e ai Premi Oscar.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

mercoledì 18 gennaio 2023

Waiting Academy Awards: Premi di categoria e shortlists

Manca meno di una settimana alle attese nomination ai premi cinematografici più attesi dell'anno e nell'attesa vediamo quali sono le nomination agli altri premi di categoria (i SAGA sono stati trattati a parte) e le shortlist rilasciate a dicembre per una decina di categorie, cioè le "ristrette" decadi-quindicine di titoli da cui saranno estratti (le votazioni sono terminate ieri) i titoli che finiranno nelle cinquine candidate per la votazione finale che avrà luogo tra il 2 e il 7 marzo.


Anche questi premi, come i SAGA, sono spesso anticipatori delle vittorie agli Oscar, considerando che i sindacati di categoria, che assegnano i premi, comprendono tra i loro membri proprio coloro che voteranno nella propria sezione per l'Academy.

Andando in ordine cronologico di cerimonia, apriamo la carrellata con i Make-Up Artists & Hair Stylists Guild Awards, l'11 febbraio:

Miglior trucco contemporaneo
The Batman
Everything Everywhere All At Once
The Menu
Nope
Spirited

Miglior trucco d’epoca o di creazione di un personaggio
Amsterdam
Babylon
Blonde
Elvis
Till

Migliori effetti speciali di make-up
The Batman
Black Panther: Wakanda Forever
Elvis
The Whale

Migliore acconciatura contemporanea
The Batman
Black Panther: Wakanda Forever
Everything Everywhere All at Once
Glass Onion: Knives Out
The Menu

Migliore acconciatura d’epoca o di creazione di un personaggio
Amsterdam
Babylon
Blonde
Elvis
The Woman King

Il 18 febbraio saranno assegnati i Director Guild of America Awards (DGA Awards) e gli Art Director Guild Awards (ADG Awards). Di seguito i candidati per la miglior regia in un film e per le migliori sceneggiature:

Todd Field (Tàr)
Joseph Kosinsky (Top Gun: Maverik)
Daniel Kwan e Daniel Scheinert (Everything Everywhere All at Once)
Martin McDonagh (Gli spiriti dell'isola)
Steven Spielberg (The Fabelmans)

Rispetto alle candidature per i Golden Globes, restano esclusi Baz Luhrmann e James Cameron, mentre Todd Field era stato candidato per la sceneggiatura, ma non per la regia. Sono molto curiosa di sapere se si confermerà vincitore Steven Spielberg, che ho adorato alla regia di The Fabelmans, oppure se ci saranno soprese. Sarà premiato anche il miglior regista esordiente tra Alice Diop (Saint Omer), Audrey Diwan (Happening), John Patton Ford (Emily the Criminal), Antonietta Alamat Kusijanovic (Murina) e Charlotte Wells (Aftersun). Confesso di non aver visto nessuna di queste pellicole.

Migliore Sceneggiatura in un film contemporaneo
Bardo
Bullet Train
Glass Onion: Knives Out
Tàr
Top Gun: Maverick

Migliore Sceneggiatura in un film ambientato nel passato
Babylon
Elvis
White Noise
The Fabelmans
Niente di nuovo sul fronte occidentale

Migliore Sceneggiatura in un film fantasy
Avatar 2
Black Panther 2
The Batman
Everything Everywhere All at Once

Migliore Sceneggiatura in un film d'animazione
Pinocchio di Guillermo del Toro
Lightyear
Marcel the Shell with shoes on
Il gatto con gli stivali 2
Red

Successivamente, il 25 febbraio, al Beverly Hilton Hotel di Beverly Hills sapremo quali saranno i migliori produttori, anticipando i possibili miglior film nelle rispettive categorie agli Oscar. Queste le candidature dei Producers Guild of America Awards (PGA Awards):
Miglior film
Avatar: La via dell'acqua
Gli spiriti dell'isola
Black Panther: Wakanda Forever
Elvis
Everything Everywhere All at Once
The Fabelmans
Glass Onion: Knives Out
Tàr
Top Gun: Maverick
The whale

Miglior documentario
The Territory
All that breathes
Descendant
Fire of Love
Navalny
Nothing compares
Retrograde

Miglior film d'animazione
Pinocchio di Guillermo del Toro
Marcel the Shell with shoes on
Minions: Come Gru diventa cattivissimo
Il gatto con gli stivali: l'ultimo desiderio
Red

Sabato 4 marzo è la volta dei Cinema Audio Society Awards (CAS Awards) per il miglior sonoro. Queste le nomination: 
Miglior sonoro in un film
Niente di nuovo sul fronte occidentale
Avatar: The Way of Water
Elvis
The Batman
Top Gun: Maverick

Miglior sonoro in un film d'Animazione
Pinocchio di Guillermo del Toro
Lightyear
Minions 2
Il gatto con gli stivali 2
Red

Miglior sonoro in un Documentario
Good Night Oppy
Hallelujah: Leonard Cohen, A Journey, A Song
Louis Armstrong’s Black and Blues
Moonage Daydream
The Volcano: Rescue from Whakaari

Il 5 marzo saranno assegnati i Writers Guild of America Awards (WGA Awards)per le sceneggiature originali e non e gli American Cinema Editors (ACE) EDDIE Awards per i migliori montaggi. (Il post sarà aggiornato dopo le nomination del 25 gennaio e del 1° febbraio rispettivamente).

Il 5 marzo è la serata anche della fotografia, ma per gli American Society of Cinematographers Awards (ASC Awards) sono già disponibili le candidature:
Empire of lights
The Batman
Bardo, False Chronicle of a Handful of Truths
Top Gun: Maverick
Elvis

Infine riporto le shortlist già rilasciate il 21 dicembre scorso:

Migliori Trucco e Acconciature
All Quiet on the Western Front
Amsterdam
Babylon
The Batman
Black Panther: Wakanda Forever
Blonde
Crimes of the Future
Elvis
Emancipation
The Whale

Miglior documentario
All That Breathes
All the Beauty and the Bloodshed
Bad Axe
Children of the Mist
Descendant
Fire of Love
Hallelujah: Leonard Cohen, a Journey, a Song
Hidden Letters
A House Made of Splinters
The Janes
Last Flight Home
Moonage Daydream
Navalny
Retrograde
The Territory

Miglior documentario breve
American Justice on Trial: People v. Newton
Anastasia
Angola Do You Hear Us? Voices from a Plantation Prison
As Far as They Can Run
The Elephant Whisperers
The Flagmakers
Happiness Is £4 Million
Haulout
Holding Moses
How Do You Measure a Year?
The Martha Mitchell Effect
Nuisance Bear
Shut Up and Paint
Stranger at the Gate
38 at the Garden

Miglior film straniero
Argentina, Argentina, 1985
Austria, Corsage
Belgium, Close
Cambodia, Return to Seoul
Denmark, Holy Spider
France, Saint Omer
Germany, All Quiet on the Western Front
India, Last Film Show
Ireland, The Quiet Girl
Mexico, Bardo, False Chronicle of a Handful of Truths
Morocco, The Blue Caftan
Pakistan, Joyland
Poland, EO
South Korea, Decision to Leave
Sweden, Cairo Conspiracy

Miglior colonna sonora
All Quiet on the Western Front
Avatar: The Way of Water
Babylon
The Banshees of Inisherin
Black Panther: Wakanda Forever
Devotion
Don’t Worry Darling
Everything Everywhere All at Once
The Fabelmans
Glass Onion: A Knives Out Mystery
Guillermo del Toro’s Pinocchio
Nope
She Said
The Woman King
Women Talking

Miglior canzone originale
Time – Amsterdam
Nothing Is Lost (You Give Me Strength) – Avatar: The Way of Water
Lift Me Up – Black Panther: Wakanda Forever
This Is A Life – Everything Everywhere All at Once
Ciao Papa – Guillermo del Toro’s Pinocchio
Til You’re Home – A Man Called Otto
Naatu Naatu – RRR
My Mind & Me – Selena Gomez: My Mind & Me
Good Afternoon – Spirited
Applause – Tell It like a Woman
Stand Up – Till
Hold My Hand – Top Gun: Maverick
Dust & Ash – The Voice of Dust and Ash
Carolina – Where the Crawdads Sing
New Body Rhumba – White Noise

Miglior cortometraggio d’animazione
Black Slide
The Boy, the Mole, the Fox and the Horse
The Debutante
The Flying Sailor
The Garbage Man
Ice Merchants
It’s Nice in Here
More than I Want to Remember
My Year of Dicks
New Moon
An Ostrich Told Me the World Is Fake and I Think I Believe It
Passenger
Save Ralph
Sierra
Steakhouse

Miglior cortometraggio
All in Favor
Almost Home
An Irish Goodbye
Ivalu
Le Pupille
The Lone Wolf
Nakam
Night Ride
Plastic Killer
The Red Suitcase
The Right Words
Sideral
The Treatment
Tula
Warsha

Miglior sonoro
All Quiet on the Western Front
Avatar: The Way of Water
Babylon
The Batman
Black Panther: Wakanda Forever
Elvis
Everything Everywhere All at Once
Guillermo del Toro’s Pinocchio
Moonage Daydream
Top Gun: Maverick

Migliori effetti speciali
All Quiet on the Western Front
Avatar: The Way of Water
The Batman
Black Panther: Wakanda Forever
Doctor Strange in the Multiverse of Madness
Fantastic Beasts: The Secrets of Dumbledore
Jurassic World Dominion
Nope
Thirteen Lives
Top Gun: Maverick

Nomination agli Screen Actors Guild Awards (SAGA) 2023: i premi del sindacato attori che più di altri anticipano le vittorie agli Oscar

Con i Golden Globes dello scorso 10 gennaio, anzi con le sue nomination il 12 dicembre 2022, è iniziata la più attesa (per me) stagione dell'anno: quella dei maggiori premi cinematografici, la mia stagione Waiting Academy Awards.

Il giorno successivo alla premiazione dei Golden Globes, sono state annunciate le nomination per gli Screen Actors Guild Awards, che si terranno il 24 febbraio al Barker Hangar a Santa Monica. La "gilda", il sindacato, degli attori ogni anno premia le migliori interpretazioni di cast e stunt in film e serie tv. Golden Globes e SAG Awards sono spesso anticipatori dei risultati degli Oscar, soprattutto i SAGA, anche se negli ultimi anni non è stato sempre così: ce la ricordiamo tutti la cerimonia degli Oscar del 2017, vero, quando Denzel Washington digrignava i denti mentre Casey Affleck lo citava nel suo discorso e il cast di La La Land veniva tirato giù dal palco a ringraziamenti già iniziati? Quell'anno il Golden Globes per miglior attore protagonista fu vinto da Affleck (Manchester by the Sea), ma i SAGA, che sono dati per più attendibili, premiarono Washington (Barriere). Per quanto riguarda i due film, ai Golden Globes sia La La Land, sia Moonlight furono premiati come miglior musical e drama rispettivamente. Il SAGA per miglior cast fu vinto da Il diritto di contare e la miglior produzione, decretata dal Producers Guild Award, fu per La La Land, i due premi più significativi per predire il miglior film agli Oscar. La La Land aveva più chances, sembrava, di vincere, oltre al fatto di essere davvero stato chiamato sul palco, ma nella busta giusta il vincitore era Moonlight. Fu un'annata particolare, ma niente è mai scritto fino alla fine e, da quel particolare anno, è sempre più dura capire chi vincerà, anche seguendo tutti i premi.

Analizziamo dunque le candidature per il cinema (sarà comunque divertente vedere come andrà). Se non specificati nel precedente post, indicherò la data di uscita o la piattaforma su cui trovare i film che non erano comparsi nelle nomination dei Golden Globes.


Migliore attore
            
Austin Butler – Elvis
Brendan Fraser – The Whale               
Colin Farrell – The Banshees of Inisherin
Bill Nighy – Living 
Adam Drivere – Hustle

Rispetto alle nomination complessive nelle due categorie (commedia/musical e film drammatico) dei Golden Globes, restano quelle di Butler, Farrell, Nighy e Fraser. Entra nella corsa invece Adam Sandler. Il film per cui è stato candidato è disponibile su Netflix. Ad oggi ho visto solo l'interpretazione di Bill Nighy, che mi è molto piaciuta.

Migliore attrice
Danielle Deadwyler - Till
Michelle Yeoh - Everything Everywhere All at Once
Viola Davis – The Woman King             
Ana de Armas – Blonde
Cate Blanchett – Tár                                                            

Anche in questo caso confermate in lizza quattro attrici: le vincitrici nelle due categorie dei Golden Globes, Cate Blanchett e Michelle Yeoh, Viola Davis e Ana de Armas. Danielle Deadwyler entra nella cinquina candidata per l'interpretazione in Till, che uscirà nelle sale italiane il prossimo 16 febbraio.
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Migliore attore non protagonista                        
Paul Dano - The Fabelmans                                            
Brendan Gleeson - The Banshees of Inisherin        
Barry Keoghan - The Banshees of Inisherin            
Jonathan Ke Quan - Everything Everywhere All at Once                                    
Eddie Redmayne - The Good Nurse

In questa categoria, di nuovo, rimangono quattro nomi, ma invece di Brad Pitt, viene candidato Paul Dano, che era rimasto escluso dalla cinquina dei Globes.
 
Migliore attrice non protagonista
Kerry Condon - The Banshees of Inisherin
Jamie Lee Curtis - Everything Everywhere All at Once
Stephanie Hsu - Everything Everywhere All at Once
Hong Chau - The Whale
Angela Bassett - Black Panther 2

Nella categoria migliori attrici non protagoniste ci sono ben due ribaltamenti: Carey Mulligan e Dolly de Leon non sono in questa cinquina, mentre entrano Stephanie Hsu e Hong Chau.

Vediamo in fine le nomination per le migliori controfigure e, soprattutto, per il miglior cast, premio che, come abbiamo detto, è stato a volte anticipatorio del premio Oscar al miglior film di quell'anno.

Miglior cast di controfigure
Avatar 2
Black Panther 2
The Batman
Top Gun: Maverick
The Woman King

Miglior cast
Babylon
Everything Everywhere All at Once
The Fabelmans
Gli spiriti dell'isola
Women talking