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martedì 11 aprile 2023

Educazione Fisica di Stefano Cipriani: teatro al cinema

Educazione Fisica, presentato alla Festa del Cinema di Roma, è un film di Stefano Cipriani per il quale i fratelli D'Innocenzo hanno adattato lo spettacolo teatrale scritto da Giorgio Scianna, La palestra


E in effetti l'impostazione è profondamente teatrale, per via dell'ambientazione ristretta alla fatiscente palestra di un grande istituto comprensivo e per i dialoghi, il numero, la mimica e gli spostamenti molto limitati dei personaggi nello spazio.

La trama presenta subito alcuni problemi e la motivazione da cui origina il dramma è così debole e così mal funzionante che sembra solo un pretesto per portare in scena le emozioni e le reazioni dei protagonisti, che diventano preponderanti. In effetti si tratta proprio di questo, un semplice dare il là, senza aver pensato troppo alla plausibilità degli antefatti.

La preside dell'istituto comprensivo convoca i genitori di tre ragazzini tredicenni: si presentano quattro genitori, una madre, un padre e una coppia, tutti spaesati e perplessi riguardo la motivazione di quella richiesta. Quando la preside si presenta nella palestra è sola (senza uno straccio di collaboratore che gli faccia da testimone) ed espone ai genitori un grave fatto che sarebbe stato compiuto dai loro tre figli. L'intreccio è solo questo: una convocazione, un colloquio e le reazioni che ne derivano. Al centro del riflettore vie è solo il modo in cui queste persone ricevono la notizia, la elaborano e rispondono alla preside e alla destabilizzazione del loro mondo, quasi in una elaborazione del lutto: negazione che sia stato il loro figlio o che sia proprio sua la colpa, rabbia verso chi accusa -ingiustamente- e in parte contro sé stessi, patteggiamento con la propria coscienza e con la preside, depressione e, infine, almeno in parte accettazione.

La parte che riguarda i genitori, quello che provano e come agiscono funziona abbastanza: è una rappresentazione esagerata e grottesca della leonina caparbietà con cui i genitori giustificano e coprono i figli davanti a tutto e tutti, cercando di scaricare la responsabilità su altri (la preside, il sistema, le vittime...) o di diminuirla ai propri occhi prima che a quelli del mondo. Si tratta anche di allontanare dalla coscienza le proprie mancanze e propri sbagli nel crescerli. Il senso della pellicola è provocatorio, chiedendo a personaggi e pubblico fin dove può spingersi un genitore per parare le colpe dei figli.

Se quest'aspetto resta in piedi, anche per via di un'ottima recitazione degli interpreti (in primis Sergio Rubini, ma anche gli altri tre, Angela Finocchiaro, Raffaella Rea e Claudio Santamaria, che fa la parte del leone per numero di battute e carattere del personaggio, se di carattere si può parlare, trattandosi puramente di ruoli tagliati con l'accetta), tutto quello che riguarda la struttura della storia, riassumibile nel personaggio della preside (nelle sue azioni e motivazioni) è un buco nero. 

Non si comprende perché convochi i genitori in una palestra e non in presidenza e lo faccia nel tardo pomeriggio, senza avvertire nessuno delle sue intenzioni e senza essere affiancata dalle figure necessarie per una comunicazione del genere. Non si comprende perché li metta a conoscenza in anteprima di fatti non ancora divulgati né perché prima non li abbia comunicati a chi di dovere (forze dell'ordine e diretti interessati). Non si capisce perché si ritenga autorizzata a farlo e quale scopo, soprattutto, abbia per farlo, mettendo a rischio gli interessi delle vittime e i procedimenti che dovevano seguire all'accaduto. Lascia, di fatto, i genitori liberi di alterare delle prove. Nel corso del colloquio, inoltre, sembra schierarsi in una determinata posizione, ma il suo ruolo forse le imporrebbe di restare super partes e, soprattutto, di non prendere iniziative personali.

Chi scrive (non so precisare se anche il testo originale o solo l'adattamento) sembra ignorare il funzionamento di una scuola e i ruoli dei suoi dipendenti, forse volutamente. La preside assurge a una posizione di potere del tutto immaginaria e non verosimile. Inoltre la equipaggiano di una parlata affettata, che persino il personaggio di Santamaria canzona nel corso del film, e che rende l'interpretazione di Giovanna Mezzogiorno la meno riuscita dell'esiguo cast.

In conclusione...

Cosa salvo: interpretazioni di quasi tutto il cast, intento di portare il tema "protezione dei figli al pari di una leonessa" che è stato grottesco, ma interessante

Cosa non salvo: il film manca di una struttura che abbia senso

Giudizio: ⭐⭐

mercoledì 30 novembre 2022

Il principe di Roma: fantasmi dickensiani nella città eterna

 Credevo, dal trailer, si trattasse di un film a tema Halloween e non capivo perché uscisse con un mese di ritardo, dopo essere stato mostrato in anteprima alla Festa del cinema di Roma. Poi ho capito: è più natalizio che mistery, prendendo infatti spunto dal Canto di Natale di Dickens.

Dal trailer, sempre, mi sembrava potesse essere una commedia piuttosto simpatica (quando guardo i trailer me ne pento sempre, sono fuorvianti). Mi piace molto Marco Giallini (l'ho apprezzato tanto in Tutta colpa di Freud e Perfetti sconosciuti), adoro Filippo Timi (nella mia top three degli attori italiani insieme a Massimo Popolizio e Pierfrancesco Favino) e anche Giuseppe Battiston e Sergio Rubini, visti anche a teatro. Di fatto, anche solo per il cast, probabilmente l'avrei visto lo stesso.

L'idea, comunque, è carina: il signor Bartolomeo, ricco ma borghese romano, vuole diventare nobile, sposando la figlia del principe Accoramboni per prenderne il titolo in cambio di denaro, che al nobile manca. Ma gli scudi necessari a questo scambio vanno persi e, per ritrovarli, Bartolomeo tenta un contatto col mondo degli spiriti, che provocherà l'apparizione di alcuni fantasmi.

Mi è piaciuto il riferimento alle leggende che davvero circolano a Roma su certi fantasmi celebri (e io possiedo proprio un libro di Fabrizio Falconi che ne parla): Beatrice Cenci, Alessandro Borgia, John Keats, Percy Shelley, etc...


Mi è piaciuto molto Filippo Timi, molto meno Giulia Bevilacqua, ma per come è reso il personaggio (la solita serva sguaiata e irriverente), non perché non sia brava l'attrice. Molto apprezzata la durata di un'ora e mezza circa.

Mi è piaciuta meno la commedia: solite battute, che trovo sempre tristi, nessuno humor brillante, buonismo troppo stucchevole (scherzi che sembrano reati ma fatti "a fin di bene", naturalmente) e una morale scontata.

Cosa mi è piaciuto: Timi, idea dei fantasmi romani come sostituiti dei dikensiani fantasmi dei Natali passati, presenti e futuri

Cosa non mi è piaciuto: commedia all'italiana becera

Giudizio: ⭐⭐


mercoledì 23 novembre 2022

Spy story ad Amsterdam: l'ultimo film di O. Russell con Christian Bale

 Non sono un'estimatrice di O. Russell, fin da quando vidi Silver Lining Playbook e lo trovai molto ma molto sopravvalutato. Ancora non ho accettato del tutto che quell'anno abbiano dato l'Oscar a Jennifer Lawrence. E non sono impazzita nemmeno per American Hustle, ma c'erano state le belle interpretazioni di Christian Bale e Amy Adams. Joy, poi, lo trovai proprio noioso. Ma quando ho saputo dell'uscita di Amsterdam, semplicemente sono andata a vederlo perché c'era proprio Christian Bale, che è uno dei miei attori preferiti. Non ho guardato nemmeno il trailer, non ho letto la sinossi, sono andata a scatola chiusa, senza avere la più pallida idea di cosa trattasse il film. Cert, è vero anche che questa cosa la faccio spesso, per non crearmi pre-concetti e perché scelgo molto sulla base di regia e cast prima che su genere e trama.


Comunque Christian Bale è sempre un buon motivo per andare in sala e anche stavolta, seppure il contorno non mi abbia convinta troppo, è stata una conferma. Si potrebbe riassumere il tutto in "non un granché, ma Christian Bale salva tutto" e credo che questa interpretazione potrebbe puntare a qualcosa di più di qualche nomination ai prossimi premi cinematografici invernali. Perlomeno, da fan, ci spero.

Il film è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma il 21 ottobre scorso, anche se era già uscito nelle sale americane. Tratta la storia di un'amicizia tra il medico Burt Berendsen (Christian Bale), l'infermiera Valerie (Margot Robbie) e l'avvocato Harold Woodman (John David Washington), nata in Francia durante la Grande Guerra quando i due uomini si salvarono la vita a vicenda in una spedizione del loro battaglione e lei salvò la loro. I tre vivono un idillio ad Amsterdam per un po' di tempo, finché eventi più grandi di loro li separano. Dodici anni dopo si ritroveranno coinvolti in un misterioso complotto che rischia di metterli in pericolo.

La storia è abbastanza interessante: un complotto, un'amicizia di lunga data, un giallo e misteri da risolvere, ma le vicende sono dipanate saltando in apparenza di palo in frasca e soprattutto con un ritmo discontinuo, che alterna alcuni momenti concitati a molti altri lunghissimi, lenti e anche ridondanti di scene e di battute, soprattutto sul finale con le spiegazioni. Il film durava due ore e un quarto circa, ma un'ora prima del finale avevo già cominciato a sentire la pesantezza del film: qualcosa si sarebbe potuto saltare. Alcune battute sono molto ben riuscite, altre non le ho comprese, forse a causa di un adattamento in italiano non ottimale. Registicamente troppi primi (quasi primissimi) piani che durano un po' troppo. Tra i lati positivi un cast ricchissimo (oltre ai protagonisti Robert De Niro, Rami Malek, Michael Shannon,  Zoe Saldana, Anya Taylor-Joy, Chris Rock, Mike Myers, Matthias Schoenaerts, Alessandro Nivola, Taylor Swift, Timothy Olyphant, Andrea Riseborough) e ottime recitazioni: mi sono piaciuti tantissimo Robbie, Shannon, Malek. Bellissimi inoltre alcuni costumi, soprattutto i vestiti da sera di Margot Robbie. Altra nota positiva una fotografia pulita e chiara, anche nel buio di un dietro le quinte.

Cosa mi è piaciuto: Christian Bale da Oscar, recitazione, costumi, fotografia

Cosa non mi è piaciuto: ritmo, regia, sceneggiatura

Giudizio: ⭐⭐⭐

lunedì 7 novembre 2022

La Stranezza di Roberto Andò

 Il film di Roberto Andò, La Stranezza, presentato alla 17° Festa del Cinema di Roma, è una commedia ambientata nella Girgenti del 1920, che ricostruisce in chiave romanzata la genesi dell'opera teatrale Sei personaggi in cerca d'autore da parte di Luigi Pirandello (Toni Servillo, sempre magnetico e calato nel personaggio), quando questi ritorna nella città natale per il compleanno di Giovanni Verga e, casualmente, anche per il funerale della sua vecchia balia. I becchini incaricati da Pirandello di occuparsi della funzione funebre, Onofrio Principato (Picone) e Sebastiano Vella (Ficarra), nel tempo libero si dedicano alla scrittura e alla recitazione amatoriali nel teatro della parrocchia e Pirandello, senza rivelare la sua identità, si interessa della tragedia in corso di allestimento.


La stranezza, a cui fa riferimento il titolo, è l'immaginazione del celebre autore siciliano di dare udienza ai suoi personaggi immaginari e di come gli compaiano di fronte pretendendo di essere "risolti" e rappresentati. Queste visioni si accompagnano a una crisi artistica e personale di Pirandello, confessata all'amico Verga, dovuta anche al quadro di salute della moglie Maria Antonietta. Sarà assistendo alla messa in scena dell'opera di Principato che Pirandello troverà la forma per dare vita ai suoi Sei personaggi. Nel frattempo, ai tormenti creativi di un autore si intrecciano i problemi di cast di un altro e le vicende dei personaggi coinvolti nella rappresentazione di La trincea del rimorso ovvero Cicciareddu e Pietruzzu. Si approfondiscono, infatti, i problemi matrimoniali di Principato e il suo timore che la sua tragedia finisca in una farsa, la gelosia di Vella per la sorella Santina, le difficoltà di recitazione di una compagnia sgangherata di attori principianti.

Gli attori sono molto capaci: oltre al sempre straordinario Servillo, il carosello di personaggi maggiori (il duo comico è molto bravo) e minori che sfila nel Comune e nel teatro consente a una serie di ottimi caratteristi di sfoggiare la propria abilità, cercando di restituire un ricordo di piccolo borgo siciliano di inizio Novecento. Una grande attenzione è posta anche nella ricostruzione di costumi, ambienti, arredi, carrozze. La fotografia inoltre è molto bella e curata, rendendo nel complesso il film visivamente ben strutturato e scenografico.

A me è piaciuto molto anche l'intreccio delle storie, la costruzione che porta dagli episodi comici di paese all'ideazione e alla Prima (il 9 maggio 1921) dell'opera rivoluzionaria che cambierà per sempre la concezione di teatro del Novecento e che contribuirà a condure Pirandello sulla strada del premio Nobel, che riceverà tredici anni dopo il debutto dell'opera "per lo schietto e geniale rinnovamento nell'arte scenica e drammatica". Il film, concludendosi la sera della Prima, mostra anche come quella genialità pirandelliana all'epoca divise il pubblico tra coloro che l'avevano colta e coloro che invece la giudicarono troppo cerebrale, portando allo scontro fisico delle due fazioni.

Ho trovato il film piacevole, ma non così leggero, con una comicità divertente che però lascia spazio alla denuncia di alcuni costumi e atteggiamenti radicati all'epoca (e ad oggi) nel Meridione (e non solo): la corruzione pubblica, il patriarcato, la gelosia morbosa, la rispettabilità ipocrita della facciata che nasconde verità meno onorevoli. L'unica pecca che gli ritrovo, pur avendolo comunque apprezzato molto, è la lentezza che rende a tratti la narrazione pesante e che, paradossalmente, mi ha fatto percepire la durata di un'ora e 43 minuti molto più lunga.

Cosa mi è piaciuto: fotografia, storia, molto sfaccettata, che rende il film più di una commedia, recitazione

Cosa non mi è piaciuto: ritmo lento

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

domenica 23 ottobre 2022

L'adattamento cinematografico del Colibrì

Domenica scorsa sono andata al cinema a vedere il film di Francesca Archibugi, presentato alla Festa del Cinema di Roma, di cui avevo apprezzato molto Il nome del figlio (2015), che stavolta metteva in scena l'adattamento cinematografico del libro Il Colibrì di Sandro Veronesi.

Libro che, per altro, avevo fatto in tempo a finire quella stessa mattina, nonostante lo avessi in casa da un paio d'anni. La lettura mi aveva travolto e mi era piaciuta immensamente, come ho già raccontato. Poiché era stato proprio il trailer del film a farmi salire l'hype per le due opere, cartacea e cinematografica, spingendomi a leggere il libro in un paio di settimane, arrivavo in sala con attese altissime, emozionatissima.

E questo è sempre un male.


La trama e i fatti sono quelli del libro: il racconto della vita di Marco Carrera, oftalmologo che sposa Marina Molitor, da cui avrà l'adorata figlia Adele, ma che è sempre innamorato del suo grande amore di gioventù, Luisa Lattes. C'è una grande aderenza al romanzo, almeno all'apparenza. Quello che è sembrato a me è che si siano scelte le scene clou del libro e le si siano riprodotte quasi tal quali, ma che si sia perso il senso generale di quanto narrato e soprattutto la sua profondità.

Nel libro si sente costantemente una tensione emotiva e l'incombenza di qualche tragedia che spazzerà via di nuovo ogni equilibro ricreato dal personaggio del Colibrì, Marco Carrera appunto, interpretato da Pierfrancesco Favino. Naturalmente ognuno di noi leggendo un romanzo interpreta certi passaggi e certe storie a modo suo, nel suo intimo, nella sua immaginazione, quindi l'affermazione che seguirà è puramente personale. Non ho rivisto in questo adattamento i legami tra personaggi che ci avevo "letto" io, in particolare il rapporto tra Marco e Luisa. Nel libro sembra un amore travolgente, ma nel film lei sembra molto più distante e meno interessata. Ma tantissimi aspetti li ho trovati appena accennati e non gestiti con la dovuta intensità. Anche il personaggio di Marina non l'ho trovato così approfondito come era nel libro, dove il suo dramma interiore e la sua distruzione risultavano così sfaccettati. Inutile parlare poi di Miraijin, così fondamentale nel libro, così cruciale nella vita di Marco Carrera, che qua invece rimane solo superficialmente nel gioco dell'amaca e non riveste il ruolo salvifico a cui Veronesi l'aveva destinata, cosa in parte comprensibile perché in un adattamento sarebbe molto difficile da restituire. Di più, quel capitolo sembra uscire del tutto dall'atmosfera (e quasi dal genere) che fino a quel momento aveva contraddistinto il libro, assumendo una connotazione quasi fantascientifica: questa estraneazione in un film costruito sul dramma avrebbe forse stonato ancora di più. Mi ero anche domandata come avrebbero potuto rendere l'aspetto così particolare della ragazza, ma eliminando del tutto il significato di "uomo nuovo" che doveva avere, anche metterle una lente a contatto azzurra sarebbe stato a quel punto superfluo.

Anche la recitazione mi è sembrata molto costruita e non passionale: mi sembrava l'esecuzione di un esercizio di stile, ma non mi ha trasmesso niente. Questa potrebbe anche essere solo una mia sensazione derivante dal confronto diretto col romanzo, che mi aveva invece inondato di emozioni. Il cast è composto di grandi attori: Favino e Kasia Smutniak, che mi piacciono molto, Bérénice Bejo che mi era piaciuta in The artist, Nanni Moretti, che nella prima scena mi è sembrato il più rigido di tutti, ma poi si è sciolto un po' di più, Laura Morante, Sergio Albelli, Benedetta Porcaroli, Massimo Ceccherini, che ha fatto uno dei suoi personaggi in tutto e per tutto. Nessuna delle loro interpretazioni mi è parsa brutta in senso assoluto, ma nessuna mi è arrivata dritta al cuore, nemmeno quella di Favino, che ritengo uno dei nostri più capaci attori.

Giudizio: ⭐⭐ ma se non avessi letto il libro (e così da poco tempo) il giudizio sarebbe stato lo stesso?