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giovedì 6 agosto 2026

Il miglior film della quadrilogia Spiderman del MCU: Brand New Day

Il piazzale del cinema all'aperto del mio paese penso di non averlo visto così pieno dai tempi di Barbie (quando c'era una fila di persone vestite di rosa - me compresa, naturalmente, solo che per me è abbastanza usuale - che arrivava a metà della strada che lo ospita).

All'inizio il pensiero è stato "mettiamoci lontani da vecchiette e ragazzini", ma siamo stati circondati e la sorpresa è stata che tutta la visione del film è stata accompagnata dal silenzio.

Per inciso, detesto quando al cinema mi parlano nelle orecchie o vengo accecata dallo schermo di un telefono nelle file davanti, ma amo vedere le sale piene e sapere che al cinema questo fa bene (e questi botteghini di luglio sono una gioia per l'anima).

Ma veniamo a Spiderman: Brand New Day di Destin Daniel Cretton


Peter Parker è triste e solo (anche se ha un paio di alleanze, non del tutto stabili con la detective Jean DeWolff e con il Punitore Frank Castle), impegnato solo nel lavoro da supereroe (non si capisce se ne ha anche uno vero o di cosa sopravviva), sgominando cattivi senza sosta, e a guardare da lontano MJ e Ned che vivono la loro vita al college senza ricordarsi di lui, finché non accadono tre cose.

Un'entità misteriosa compare a New York, intenzionata a forzare il Dipartimento del Damage Control alla ricerca di qualcosa, e Peter comincia ad avvertire i sintomi di un cambiamento imminente e difficile (che proverà a fermare cercando aiuto da Bruce Banner), proprio mentre tornano a New York i suoi amici.

Questo film, rispetto ai precedenti di questo specifico Spiderman, cambia regista e impostazione: è più fisico, girato un po' più nella realtà e un po' meno davanti al Green Screen, e con una trama un po' più solida, anche se non torna tutta. Ho alcuni dubbi sul funzionamento dei poteri di ciascuno, specialmente quelli di un personaggio, sul perché a volte non sono usati al momento del bisogno e su certe scelte poco strategiche dei personaggi, soprattutto nel non voler comunicare, ovviamente però necessarie a tirare la trama in quella direzione. Inoltre chi è il cattivo è telefonatissimo (e ne manca uno più efficace).

Le scene d'azione mi sono piaciute un sacco e devo dire che gli effetti speciali e qualche movimento di macchina sono fighi.

Mi è piaciuto? Sì, abbastanza: trovo che sia stato un film carino, emozionante in qualche punto e soprattutto con dinamiche interessanti e divertenti fra i personaggi (è l'aspetto che ho preferito), soprattutto nei legami amicali di Spiderman con The Punisher, con Ned, con la poliziotta DeWolff. 

Non mi sono piaciute molto le interazioni con MJ, forse perché ci ho sofferto o perché quello che sembra succedere a un certo punto poi non mi viene dato (mi hai tolto la caramella di bocca) o anche perché ci visto una replica del nuovo rapporto Star Lord - Gamora (li sappiamo sviluppare anche in un altro modo i rapporti amorosi in casa Marvel oppure no?). In termini di varietà potremmo fare uno sforzo anche nel variare le situazioni di pericolo in cui si trova MJ, perché è la seconda volta in due film di seguito che ho un bruttissimo déjà vu.

In generale trasmette molta tristezza la situazione di Peter e ho partecipato emotivamente alle sue emozioni (dopo averlo visto in due film consecutivi sto rivalutando anche Tom Holland - o forse è migliorato come attore, con una crescita che è andata di pari passo con la maturazione del personaggio). Questa malinconia accompagna tutta la storia e tutti i personaggi, persino il finale è agrodolce, lasciandoci però uno zuccherino con l'ultimissima scena (che mi piace avvenga fra questi due specifici personaggi). Ci sono anche momenti che sdrammatizzano, soprattutto nel rapporto Peter-Frank. The Punisher è uno degli elementi più funzionanti del film, come personaggio e come attore (calza il ruolo come un guanto, molto più di come vestiva quello di Menelao).

Non mi è piaciuto l'arco narrativo di Bruce Banner in questa pellicola: non capisco perché gli Avengers della vecchia guardia debbano essere puniti, né capisco perché Peter instaura quel tipo di rapporto con lui (vi siete dimenticati le regole del gioco stabilite col finale di No way home?).

Non mi è piaciuta nemmeno la scusa con cui i Nuovi Avengers sono tenuti fuori dai giochi (facciamo come Eternals e Captain Marvel?). Non mi piace che il messaggio del film sia sempre lo stesso, l'ho trovato un po' ritrito.

In conclusione: è un film dolcino (da lacrimoni trattenuti in alcuni momenti), a tratti divertente, ma soprattutto malinconico, con una trama che scricchiola in diversi punti, ma delle ottime parti di azione ⭐⭐⭐

domenica 5 luglio 2026

Il secondo capitolo del nuovo DC Universe strappa la sufficienza: Supergirl

 Ve la ricordate la trama di Guardiani della Galassia vol. 3?

Molto ridotta all'osso: un cattivo colpisce Rocket e i Guardiani hanno 48 ore di tempo per salvarlo prima che sia troppo tardi; nel mentre scopriamo dettagli atroci del passato di Rocket, della sua genesi.

Supergirl di Craig Gillespie è una variazione della stessa identica trama.


Il cattivo di questa storia, il bandito Krem delle Colline Gialle (interpretato da Matthias Schoenaerts, che ero molto curiosa di vedere nei panni del cattivo per una volta, anche se il personaggio è abbastanza piatto), dopo aver spazzato via la famiglia della piccola, ma non priva di risorse, Ruthye, mentre questa sta chiedendo a Kara di aiutarla a vendicarsi, ruba l'astronave di Supergirl e ferisce con un dardo avvelenato Krypto (il cagnolino che abbiamo amato fin dalla prima scena che abbiamo visto lo scorso anno in Superman).

Kara (Milly Alcock) inizialmente non aveva nessuna intenzione di immischiarsi nelle disavventure di Ruthye, intenta solo a cercare di anestetizzare il dolore che si porta dietro da quando ha dovuto abbandonare Krypton e i suoi genitori, vagando da un pianeta illuminato da un sole rosso per sbronzarsi (perché i suoi superpoteri non le consentono di farlo, ma il sole rosso inibisce i poteri - questi soli sono un po' un semaforo al contrario...) a uno col sole giallo per riprendersi. Quando però Krypto rischia la vita e ha 72 ore di tempo per recuperare l'antidoto che i briganti si portano addosso, Supergirl parte per cercare Krem, seguita di nascosto da Ruthye e imbattendosi successivamente in Lobo (interpretato da Jason Mamoa), immortale e folle cacciatore di taglie messe sulla testa dei briganti.

C'è un problema (anzi, più di uno): "parte per cercare Krem" non è un'espressione del tutto corretta. Kara non dà la caccia; Kara si ritrova spinta, trascinata, prende passaggi, ma raramente è lei in prima battuta a compiere il viaggio (e non solo nel senso di percorso fisico), ma nel senso di punto di partenza dell'azione. Kara subisce più di fare perché le manca la motivazione, poi ne trova un po', ma poi puntualmente il ciclo riprende. Questo, secondo me, è ciò che non funziona del film.

Ok il viaggio dell'eroe, per cui la protagonista mi rifiuta una prima chiamata all'azione, ma la sceneggiatura procede in loop e l'eroina avanza senza piani, per inerzia: ogni volta occorre una nuova spinta e poi ancora una, un nuovo motivo viscerale per andare oltre, per superare l'ostacolo di turno in un continuo alternarsi di perdere i poteri (prima è ubriaca, poi avvelenata, poi c'è il sole verde che rischia di ucciderla, poi è di nuovo avvelenata...praticamente i poteri li ha per un quarto d'ora questa ragazza), perdere il fuoco propulsore, la volontà e poi ritrovarli. Kara "le busca", sembra decidersi ad affrontare la situazione, perché lei è Supergirl, ma poi non basta ancora e si ricomincia daccapo. La cosa poteva reggere se questo accadeva un paio di volte, ma è una ripetizione continua.

A questo si alternano i flashback che ci permettono di scoprire cosa è successo a Krypton, la genesi di Kara, il suo incontro con Krypto e quanto importante è il piccolo per lei che si è sempre sentita sola e apolide, il suo senso di appartenenza strappato e non compreso nemmeno dal cugino, pur con tutte le buone intenzioni (Clark sempre ingenuo). 

A me questa parte è piaciuta molto, anzi, penso che sia la parte del film da salvare perché mi fa percepire benissimo il senso di solitudine, di abbandono, estraneazione: un vuoto che non si riempie mai e fa così male da preferire cercare modi per ottunderlo, per non sentire più niente.

Il problema è che non si alterna a una buona parte di azione: il film non ha ritmo, è terribilmente ripetitivo, finisce per annoiarmi un po' ed è strano dirlo per un film che dura meno di due ore, ma non se ne vede la fine, spostata sempre un po' più in là con mille scene "quasi finali".

Le scene d'azione purtroppo sono contate e se ne sente la mancanza perché quando ci sono sono buone, ben illuminate e coreografate; ci sono tanti elementi ripresi dai film di James Gunn, dai Guardiani e da Superman e questi funzionano bene. Ve la ricordate la scena di Superman in cui Mister Terrific protegge Lois e nel frattempo si batte con robot, umani, etc con la musichina allegra di sottofondo? Ecco, in Supergirl c'è un'azione quasi identica.


Altro di buono? Sì, a me sono piaciuti i rapporti tra i personaggi, soprattutto fra Ruthye e Kara; l'opacità di Kara e Lobo, lei buona, ma non carina e perfettina (ed è il modo che preferisco per la rappresentazione femminile, che fa infuriare i maschietti perché disprezzano le eroine che hanno caratteristiche che vorrebbero attribuite solo a sé stessi); lui cinico (a me ha un po' ricordato Dante di Fast X, sempre interpretato da Mamoa), ma non così tanto (questo è un po' più cliché). Forse però il personaggio che ne esce meglio è Ruthye perché più sfaccettata: bambina in cui brucia il fuoco di fare quello che ritiene onorevole e dovuto alla sua famiglia, inesperta ma non ingenua e intelligente abbastanza da trovare nella scaltrezza quello che le manca in forza; desidera atteggiarsi ad adulta e in parte lo è, in parte è ancora pura e mi piace molto di più così.

Giudizio: in conclusione, è un film brutto? No, ha alcuni buoni elementi, ma ha abbastanza difetti perché non possa essere considerato un buon film d'azione (è un film pigro, che ricicla elementi di trama e di scene d'azione da altri prodotti di Gunn; purtroppo gli mancano le scene d'azione, ma soprattutto gli manca una sceneggiatura più lineare e meno ripetitiva).

⭐⭐ 1/2

sabato 20 giugno 2026

Una buona scrittura serve anche a Spielberg: non ci siamo con l'osannato Disclosure Day

 "Spielberg è tornato!"

L'avete sentito dire anche voi, vero? Perché qualche commento dei critici l'avevo letto e sono entrata in sala a vedere Discolsure Day con ottime aspettative. Sono anche uscita con una sensazione abbastanza positiva, quella di aver visto un discreto action movie (più per la prima parte devo dire, che per l'ultima, in cui stavo anche cominciando a guardare l'ora chiedendomi per quanto lunga ancora l'avrebbe tirata il buon Steven).

Però...però...però...però...

Però è vero che ho passato parte del tempo in sala con mia sorella a indicarci le scene che non avevano senso e a riderne (a bassa voce, ricordiamocelo che di commenti al cinema se ne scambiano pochi e si bisbigliano, sennò con me non ci venite!). Purtroppo secondo i piani produttivi quella non era la reazione che dovevano suscitare quelle scene...


Ma torniamo indietro e procediamo con ordine, per quanto ce lo permetta la pellicola stessa perché la storia inizia in medias res (e penso sia la sola cosa veramente bella di questa sceneggiatura di David Koepp):

Il film inizia e non sappiamo che sta succedendo (era la stessa reazione che ha suscitato in me il trailer "uh, ganzo...ma di che si sta parlando?"). C'è uno zaino con dentro dei file e uno strano oggetto misterioso e ci vorrà un bel pezzo del primo tempo per arrivare a capire che cosa è che ha tentato di prendere Colin Firth (Noah Scanlon) a Josh O'Connor (Daniel), addirittura rapendogli la fidanzata (Jane), e questa cosa mi è piaciuta. Siamo gettati direttamente nel mistero e un pezzetto alla volta ci verrà ricostruito. Mentre Jane e Daniel scappano da questi agenti cattivi di questa agenzia di sicurezza (di cui Scanlon è il capo) che coopera con la Difesa del governo degli USA per tenere nascosta la VERITÀ (come nel migliore dei complotti sugli UFO), a un paio di stati di distanza i comportamenti di una meteorologa stanno causando preoccupazioni. Di punto in bianco Margaret (Emily Blunt) inizia a parlare lingue sconosciute e a leggere la mente delle persone e anche sulle sue tracce si mettono gli uomini di Scanlon.

L'inseguimento, dunque, è doppio. Peccato che gli uomini di questa temutissima Wardex sono stati addestrati da Mr Bean perché non ne fanno una giusta: cercano le loro prende muovendosi tutti nella stessa direzione e senza guardare al di là dei paraocchi, anche quando arrivano con un treno di vetture e quindi sarebbero in schiacciante superiorità numerica; sono armati fino ai denti ma sparano ai bersagli solo quando sono abbastanza lontani da non poterli prendere; si accorgono che qualcuno li manipola mentalmente ma lo lasciano fare. Ce ne è solo uno, poverino, più serio degli altri che alla fine del film giustamente si dimette e va a cercare un altro impiego perché alla Wardex davvero non sono abbastanza seri.


Ora, se spengiamo il cervello e smettiamo di ridere dei goffi tentativi degli agenti della Wardex, il film è divertente nella prima parte; le scene action sono spettacolari (non funzionano bene per quello che ho appena descritto, però sono divertenti da guardare, sono abbastanza veloci, inquadrature e riprese sono fighe, ci sono mezzi di trasporto che si schiantano in vari modi, non è male). La parte retta da Emily Blunt è comica, lo è il rapporto col fidanzato, è la parte leggera del film, mentre il rapporto fra Daniel e Jane si contrappone perché è fatto di tensione per due distinti motivi. Uno dei motivi è legato al controllo mentale che Scanlon a un certo punto prende su Jane e che mi regala delle inquadrature che mi hanno fatto più paura (sinceramente) di Backrooms; l'altro è sul non accordo sui due su cosa si deve fare con la VERITÀ sugli alieni.

E qui si arriva al punto peggiore della scrittura secondo me, perché appena Jane ha pronunciato le sue obiezioni la mia unica reazione è stata "No, non torna". Le argomentazioni non poggiano su nessuna logica (o comunque su una logica molto ristretta e parziale). Il punto secondo Jane, che incarna la posizione della Fede, è che se diamo al mondo la verità, la gente non la reggerebbe. 


Questo potrebbe anche essere vero, se mi fosse stato esposto sotto plurimi punti di vista: terrore, perdita di una posizione geocentrica, etc...ma si è scelto di assumere solo un punto di vista teologico, che però fa acqua da tutte le parti, prima di tutto perché prende in considerazione solo e soltanto la fede cristiana e poi perché parte da un assunto sbagliato: se ci sono gli alieni, non c'è più un dio perché le entità extra-terrestri lo sostituiscono. Come prego?

A parte che me lo fai proprio vedere che sono mortali anche loro, ma se qualcuno crede in un creatore dell'universo, allora anche loro grigini (e fatti uguali a sempre, non li cambiamo mai, per carità, ma facciamoli con una cgi migliore per piacere, che loro e quegli animaletti contrastano malissimo con tutto il resto che hanno attorno, per non parlare di quei cervi inquietanti che ti tornano a cercare anche negli incubi) saranno figliol di dio, no?

No, per Jane rubano il posto a dio. Ora, ammettendo che siano divinità (creatori, dunque, e non creati), una religione politeista forse non si farebbe tanti problemi e aggiungerebbe posti a tavola; le religioni monoteiste sarebbero in maggiore difficoltà, ma, come fedele, potresti pensare di aver finalmente identificato la divinità e aver avuto tutte le risposte. Solo se segui il filo del ragionamento di Jane dall'inizio alla fine allora entra in crisi tutta la Fede, perché di punto in bianco, per forza di cose, scopri che non c'è più un unico dio. Anche in questo modo, tuttavia, la visione è parziale e valida solo per una parte di persone. L'affermazione che il mondo non è pronto esclude automaticamente un sacco di persone a cui dei ragionamenti di Jane non importa, banalmente agli atei.

Io ci ho speso due ragionamenti (parziali anche i miei, eh, finalizzati solo a scrivere questa recensione) in più di Koepp, ma credo sia sufficiente a dimostrare che forse questo focus non andava preso se poi non lo si approfondiva per niente e serviva solo a dare due linee di pensiero diverse a Jane e a Daniel (che invece rappresenta la Conoscenza/Scienza e vuole che il mondo abbia contezza di tutto, che non resti all'oscuro perché una piccola oligarchia statunitense ha deciso cosa hanno o meno il diritto di conoscere).

Se proprio vogliamo, una diversa forma di fede ce l'hanno anche le persone che a un certo punto decide di seguire Daniel, capeggiate da questo Hugo (Colman Domingo), che non è migliore di Mr Bean nell'addestrare i suoi ("Uscite tutti" e poi questi aprono la porta perché se ne sono dimenticati o non hanno capito).

L'ultima parte del film, tuttavia, è ingolfata da troppe cose che succedono: proprio quando ti sembra di arrivare finalmente al termine degli inseguimenti e alla Rivelazione, ecco che questa si allunga tantissimo (per fare contenti tutti i complottari di Roswell e nessun altro). Per fare un conto che faccio abitualmente quando un film supera le due ore (e questo lo supera di 25 minuti, ma a volte il conto lo faccio anche quando non le supera), si poteva tagliare qualcosa? La risposta, salvo rarissime eccezioni, è sempre sì.

Concludendo, cosa mi è piaciuto: la regia (son belle le scene action, non tornano uguale per la plot armor, ma son belle), il cast (su tutti Emily Blunt trovo sia stata particolarmente brava, ma in generale a me sono piaciute le recitazioni, del resto hanno preso un premio Oscar e tre pluri-candidati a svariati premi).

Cosa non mi è piaciuto: la scrittura è terrificante (e per me è la cosa più importante in assoluto nel 95% dei casi) e la cgi è brutta tanto che me ne sono accorta persino io.

Dirò una cosa che non piacerà a nessuno: io le musiche di John Williams a fine film non me le ricordavo e non me le ricordo nemmeno adesso, chiedo perdono. Non erano brutte, eh, solo che non mi sono rimaste impresse, quindi non riesco a metterle né nella prima, né nella seconda categoria.

Giudizio: secondo me alla sufficienza ci arriva, dai, in sostanza confermo quello che ho detto uscita dalla sala: discreto ⭐⭐⭐

giovedì 30 maggio 2024

La genesi di Furiosa

 Conosco la saga di Mad Max (opera di George Miller, che l'ha ideata, scritta e diretta per intero) solo per il film del 2015, Mad Max: Fury Road, pellicola durante la quale si incontrano il protagonista Max Rockatansky (con le sembianze di Tom Hardy) e Furiosa, personaggio interpretato da Charlize Theron. Il cattivo del film del 2015, inoltre, è Immortan Joe, ma questi ultimi due personaggi non compaiono nella trilogia che vede Mel Gibson interpretare il Guerriero della strada tra il 1979 e il 1985.

Fury Road mi era piaciuto (e ne scrissi nel blog che tenevo all'epoca), con qualche riserva sulla sua candidatura agli Oscar in qualche categoria (principalmente come miglior film, mentre trovavo calzanti le nomination e le vittorie ー sei ー del comparto tecnico).

Furiosa: a Mad Max Saga è il prequel del film Fury Road e, in senso assoluto, è uno spin off della saga principale, in quanto non compare Max Rockatansky. La protagonista è, infatti, Furiosa, imperatrice nel film del 2015, mentre in questo capitolo la vediamo bambina e assistiamo alla sua crescita, fino a diventare pretoriana. Il film è stato presentato fuori concorso al Festival di Cannes, circa una settimana prima della sua uscita mondiale, mostrando un esordio molto timido al box office del primo week end.


Ho apprezzato molto la struttura e la scrittura di questo film, vera origin story (non come quel troiaio di Cruella), del personaggio che porta adesso il volto di Anya Taylor-Joy.

Il film si divide in cinque capitoli, ognuno dei quali costituisce una pietra miliare della crescita della protagonista, rendendolo di fatto un film di formazione.

Inizia in modo molto dinamico, proiettandoci dapprima nel "Luogo Verde" di cui si parla incessantemente durante tutto Fury Road, in quanto motivo scatenante della dinamica centrale della pellicola, poi immediatamente in mezzo all'azione. Dei predoni scoprono il Luogo Verde, una delle poche oasi ricche di risorse in mezzo a un deserto dove scarseggiano acqua, cibo (insieme al carburante le principali merci di queste Terre Desolate), e rapiscono Furiosa, per portarla dal loro padrone, Dementus (Chris Hemsworth). Questo rapimento, le sue immediate conseguenze e il periodo trascorso prigioniera presso un leader violento, sadico, ma anche disorganizzato, tanto da pensare di sfidare Immortan Joe, comportano un traumatico cambiamento di vita per la ragazzina, interpretata da una giovane Alyla Browne. 

Se con Dementus apprenderà la violenza e gli stratagemmi del capo nomade, nel corso della sua crescita incontrerà altri personaggi, che le insegneranno la meccanica e il combattimento su strada, rendendola la macchina da guerra che ci ha affascinato nel 2015. Scopriremo l'origine delle sue scelte: il potente desiderio di vendetta, che la indurrà a ritardare il ritorno al Luogo Verde e a unirsi a Immortan Joe, leader carismatico e capace, a cui i Figli della Guerra sono fanaticamente votati.

Il film mi è piaciuto molto, a partire da ciò che, a suo tempo, avevo gradito meno in Mad Max: Fury Road, ossia la sceneggiatura. La storia mi è sembrata ben strutturata e coerente: semplice, ma efficace nel raccontare, mostrandoci ogni passaggio del lungo cammino di trasformazione di Furiosa, da bambina innocente, per quanto ben addestrata e fiera, a guerriera determinata e intelligente.

Mi è piaciuta la scrittura dei personaggi: in primis Furiosa, che partiva già da una solida base, ma non era così scontato costruirgli un background credibile e non melenso. Il personaggio è forte e non presenta la classica "crisi alla Rey" che spesso addossano alla protagonista femminile, la comunissima sequenza del mi-hanno-abbandonata-non-so-chi-sono. Furiosa non viene abbandonata, per lei la madre combatte e pianta nella figlia il seme che porterà sempre dentro di sé: il ricordo del luogo da cui proviene, a cui appartiene e che la definisce come essere vivente. La sua educazione iniziale la predispone a essere un soldato; ciò che le capita lungo la via consolidano questa inclinazione, sia naturale, sia acquisita, e la rendono sempre più forte, aggiungendo strati di corteccia a un legno già resistente. Raggiunto l'apice di dolore, il personaggio non si abbandona alla disperazione, bensì al desiderio di vendetta. Mi sono piaciute le due attrici che hanno recitato la parte di Furiosa: Taylor-Joy impeccabile, ma anche l'attrice bambina ha avuto un discreto minutaggio, che ha gestito molto bene.

Mi è piaciuto Dementus, pazzo, lunatico, affabulatore, ipocrita, sconclusionato e crudele. Contribuisce più di chiunque altro a rendere Furiosa ciò che è, involontariamente, però le è anche, in qualche modo, affezionato, rivedendosi in lei. Mi è piaciuta anche la recitazione di Hemsworth, imbruttito dal trucco, ma anche convinto del personaggio, diametralmente opposto al Thor a cui ci ha abituato Casa Marvel (anche se non del tutto, dopo la deriva presa da Taika Waititi).

Mi è piaciuto Jack (Tom Burke), unico personaggio maschile positivo del film, e mi è piaciuto il suo rapporto con Furiosa, in particolare il modo non didascalico, ma estremamente efficace con cui è stato raccontato dal regista.

La regia mi è piaciuta molto: il film è pulito nel racconto e nella messa in scena; è essenziale. Quasi ogni minuto è indispensabile, accresce la pellicola, aggiunge qualcosa alla storia o ai personaggi e questo non era scontato in un'opera di due ore e mezza ー durata che temevo, ma che non si è fatta sentire. Le scene d'azione sono ordinate, quasi troppo poco concitate, con sequenze quasi coreografate, come avevo osservato in Fury Road. Tornano i combattimenti su strada, i saltellanti Figli di Dio e mezzi di trasporto che si rivelano armi mortali: emozionante.

Il comparto visivo dà spettacolo, con una fotografia luminosa e brillante, trucco e costumi validi; mi è sembrato più sottotono il sonoro, ma potrebbe essere dovuto alla piccola sala in cui l'ho visto...la prima volta. In effetti meriterebbe una seconda visione in una sala IMAX.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2

martedì 25 luglio 2023

Mission Impossible: prima parte della resa dei conti finale

 La saga di Mission Impossible, che ormai va avanti dal 1996, collezionando un successo dietro l'altro, cercando di eguagliare o superare gli episodi precedenti e senza mai commettere un passo falso, vuole arrivare a una conclusione della storia, come ci dice il titolo (Dead Reckoning) di questa dilogia al cardiopalma, diretta nel suo primo capitolo da Christopher McQuarrie, già regista di Mission Impossible: Rogue Nation e Mission Impossible: Fallout, da cui ormai sono passati cinque anni.


Le minacce nei film di Mission Impossible sono sempre piuttosto importanti, come virus mortali, bombe atomiche o giù di lì. Stavolta, però, il pericolo proviene da un'Entità virtuale, ossia un'Intelligenza Artificiale. Quasi precorrendo i tempi, poiché la sceneggiatura era stata scritta prima della pandemia, la quale ha ritardato le riprese del film, questo cattivo appare molto attuale e ben contestualizzato. Questa Intellighenzia fuori controllo è più potente di qualunque arma tecnologica del mondo, compresi i sottomarini invisibili, come vediamo in apertura, e tutti i governi del mondo vogliono poterla controllare. Solo Ethan Hunt intuisce che sarebbe un eccessivo potere nelle mani di chiunque e coinvolge la sua squadra in una nuova missione non autorizzata dal suo governo, ma sarà ostacolato nella ricerca della chiave che pare portare all'Entità da Eugene Kittridge (ve lo ricordate?), che è il nuovo capo della CIA e gli sguinzaglia dietro degli uomini per fermarlo, e dagli agenti dell'Entità stessa. Inoltre si imbatte in una ladra di nome Grace (Hayley Atwell), che complicherà ulteriormente la faccenda.

Il film si sviluppa in circa sei macro-sequenze e complessivamente dura poco più che due ore e quaranta minuti di film. Questo rappresenta al contempo un merito e un demerito: nel primo caso perché la storia non ha momenti di stanca, fila via a un ritmo serratissimo, pieno di scene d'azione e non mi è pesata la durata; nel secondo caso perché si vede benissimo che alcune scene sono state dilatate, in maniera magistrale ma superflua, perché il film arrivasse a tale lunghezza. Si vede benissimo nelle scene romane, che ho detestato di cuore e che per me rappresentano il punto di massima debolezza della pellicola, e in quella dell'Orient Express, a situazione ormai in conclusione. In sostanza non sarebbe un eccessivo numero di sequenze, ma alcune sono di durata ottimale, come quella del sommergibile, davvero ben scritta e ben diretta, e altre, invece, sono così lunghe da costituire dei filler per arrivare a un minutaggio stabilito a tavolino. Almeno il materiale è limitato, non come in Indiana Jones e il quadrante del destino, talmente tanto imbottito di luoghi, scene, eventi da far venire il mal di mare.

Ci ho trovato alcuni rimandi al primo film della saga e non è solo per il ritorno di Kittridge: abbiamo un déjà vu con la sequenza del treno, le atmosfere di Venezia, che mi hanno ricordato quelle di Praga, l'allusione ai punti di incontro, che non era più stata fatta, e alla possibilità di abortire una missione se qualcosa va storto.

Inoltre, fin dall'avvio, le tinte sono state abbastanza cupe: la classica scenetta dell'ingaggio, col corriere e il messaggio di incarico che si autodistrugge è scura e i dialoghi dei personaggi danno un volto nuovo e stanco al personaggio di Cruise. Capisco che stiano introducendo alla conclusione e che forse sarà triste o addirittura devastante, ma m'era presa male subito!

Il registro, oggettivamente, poi cambia e si torna alle atmosfere dello spy e dell'action, ma è disseminato di momenti molto difficili per i membri ormai canonici (rispettivamente da sette, cinque e tre film) della squadra, anche perché non sono più appoggiati dai loro governi. Non mancano attimi di tensione o parti di comicità (sempre la dannatissima sequenza romana dove anche quando i nemici sono ostacolati nella loro caccia all'Ethan, pure lui perde tempo in siparietti di dubbio spirito), ma, tendenzialmente, il taglio è più pessimista rispetto ad altre pellicole di questa saga.

Luther e Benji sono più lucidi e cercano di alleviare il peso che si porta dietro un provato e non più giovanissimo Ethan. Ilsa è sempre criptica e ci si domanda che senso abbia avuto ricevere le consegne che ha ricevuto nel precedente film (dire di più comporterebbe spoilerare sia questo film, sia Fallout, quindi guardate i film e poi ponetevi la mia stessa domanda). Grace è il nuovo personaggio, da introdurre, conoscere, capire: migliora nel corso della storia, ma all'inizio la sua inaffidabilità risulta un po' antipatica. 

In ogni caso le interpretazioni di Hayley Atwell, Pom Klementieff e Vanessa Kirby mi sono molto piaciute.

Ultimo problema di questo film, ci ho trovato almeno un buco di trama. Essendo talmente tanto fitta di inseguimenti, botte e colpi di scena, avrei bisogno di una seconda visione a carte scoperte per approfondire quest'aspetto, però salta all'occhio che gli inseguitori di Tom Cruise sono un po' troppo informati dei suoi spostamenti, anche quando non dovrebbero esserlo, e nessuno si prende la briga di spiegarci come abbiano fatto.

In conclusione...

Cosa mi è piaciuto: trama, recitazione, regia, montaggio, atmosfere veneziane, ottime scene d'azione, buonismo di Ethan Hunt, altissimo ritmo, mai momenti di stanca

Cosa non mi è piaciuto: un tantinello cupo, orribilmente non sense la sequenza ambientata a Roma, alcune scene e, in generale, il film di eccessiva lunghezza, buchi di trama

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ -

lunedì 3 luglio 2023

Fast X: cominciare le saghe dall'ultimo capitolo

 Cominciare le saghe dall'ultimo capitolo potrebbe rivelarsi una mossa vincente. Perché? Perché se l'ultimo capitolo non fa schifo, allora bisogna decidersi a vedere i primi capitoli, che, di norma, gli sono sempre superiori.

Non è vero, non seguite il mio modello, generatore di confusione. Però per Fast X di Louis Leterrrier devo ammettere che, ora che non mi è dispiaciuto per niente il decimo episodio, mi viene la voglia di vedere anche tutti gli altri e non solo per riempire i vuoti che la visione mi ha ovviamente generato, ma perché se l'ultimo è stato così carino, forse i primi sono una bomba.

Sono un'amante dei film d'azione, mi piacciono quando intrattengono; apprezzo le scazzottate (soprattutto alla Bud Spencer e Terence Hill -il mio genere cinematografico preferito è il western-) e gli incidenti spettacolari con automobili, motociclette, camion, quello che volete (infatti adoravo Squadra speciale Cobra 11).

Ma perché allora mi sono decisa così tardi ad approcciare questa saga di film? Facilissimo: non mi interessano i tamarri che fanno le corse in automobile ed era questa l'idea preconcetta che mi ero fatta del franchise. Non so se è cambiato il genere negli anni, ma Fast X mi ha restituito un'altra immagine: è una trashata, sia chiaro, esattamente come mi aspettavo, su larga scala in un piano internazionale di quelli assurdi e ridicoli in cui si rincorrono con le macchine facendo cose fighe con molte esplosioni, incidenti e qualche scazzottata (piccola in realtà). (Ma non è così anche Mission Impossible?) Potrei concludere la recensione qui, perché è il riassunto preciso del film.

Il trailer mi era piaciuto (avevo visto una macchina buttarsi giù da una diga), poteva essere sufficiente, ma l'elemento che ha pesato sulla bilancia per farmi vedere Fast X è stato Jason Mamoa e qui mentirò dicendo che è perché è un attore che ammiro e che desideravo vedere cimentarsi in un ruolo da cattivo schizzato (tra l'altro nella parte c'è stato tutto e mi sa che si è pure divertito a interpretarlo).


La trama, che sono riuscita a seguire, malgrado naturalmente non sapessi chi fossero i personaggi e come fossero arrivati dove li stavo vedendo, è grosso modo questa: il protagonista, Dominic Toretto, celebra la felicità di avere una bella famiglia allargata (tra moglie, figlio e amici), fino a quando non scopre che il figlio dell'antico nemico Hernan Reyes cerca di vendicarsi di lui. Dante Reyes, che si rivela essere potentissimo, riesce a isolare Dom dai suoi amici e dai suoi appoggi, l'Agenzia, ma soprattutto cerca di mettere in atto una vendetta incrociata.

Il resto sono solo inseguimenti ed esplosioni. Non ho individuato buchi di trama, non si sono complicati la vita, pur lasciando qualche piccolo colpo di scena. Ci sono diversi riferimenti ai film precedenti, alcuni dei quali sono stata in grado di contestualizzare abbastanza, altri meno. Dovrò fare un lungo ripasso prima di tornare a vedere il proseguo delle vicende (eh, sì, questo film si interrompe a metà, lasciando in sospeso più di qualcosa e non si esaurirà con una seconda parte, ma è previsto pure un dodicesimo film).

Ho trovato, però, molta retorica sulla famiglia  (famiglia, famiglia, famiglia, sì, questa tamarrata non sembrava avere fine), i propri valori, le proprie radici e su quanto assolutamente perfetto e inarrestabile sia Dominic Toretto. Questo accento un po' mi è pesato e un po' l'ho trovato di cattivo gusto, però ammetto che me l'aspettavo.

Mi aspettavo una trashata action ed è quel che ho avuto. Il film si è fermato al rispetto pieno delle mie aspettative, questo significa che non è il film più bello che abbia visto (né quest'anno, né mai), anche perché mi aspettavo davvero davvero poco, ma è un prodotto molto ben confezionato e che vola altissimo per quel che riguarda la spettacolarità.

Mi sono piaciuti fotografia, effetti speciali, esplosioni, sorprese ad alta quota ben oltre il limite del credibile (però sono impazzita per i giochi di prestigio del personaggio interpretato da John Cena, cioè Jackob, fratello di Dom e ho adorato il suo personaggio, anzi è senz'altro il mio preferito). Mi sono piaciute le uscite gradasse a parole e con armi un po' di tutti e, in particolare, dei camei Statham-Johnson. Le scene di scontro (con auto, cazzotti, armi o quel che volete) erano chiare, pulite e molto divertenti e sono state l'elemento più piacevole e meritevole del film, il motivo ultimo e vero per cui questo film dovrebbe essere visto. Se sono trite e ritrite ancora non lo so, devo fare una full immersion per scoprirlo.

Ho storto il naso invece sull'arco narrativo dei personaggi della squadra di Dominic, ovvero Ramsey, Tej, Roman e Han, che si sono prestati a vignette di colore e nient'altro, più tendenti al cringe che alla simpatia. Non mi è piaciuto particolarmente nemmeno il siparietto Charlize Theron-Michelle Rodriguez, che mi è sembrato un po' troppo vecchio cliché di voler vedere per forza la scazzottata tra pupe nel classico film per uomini, un po' come la necessità di mettere modelle sculettanti in minigonna quando devono far correre due macchine. Queste cose non appartengono ormai agli anni Duemila? Suvvia, evolviamoci, andiamo avanti.

In generale i personaggi sono abbastanza definiti dal loro ruolo e personalmente, non sono in grado di capire se hanno subito un'evoluzione di qualche tipo nel corso degli anni in cui si è svolta la saga. Toretto ha l'aria di essere nato direttamente così, mono-espressione, e lui e sua moglie sono simili: nemmeno per un secondo frignucolano o si autocommiserano, sono sempre molto tosti, molto più dell'umanamente possibile, considerando di essere separati dalla loro famiglia. Lo stesso vale per il personaggio di Brie Larson, che ormai interpreta solo donne con ovaie grosse così. Più "umani" e morbidi Jackob Toretto e il team intrattenimento, le cui dinamiche prevedono addirittura uno scontro con risoluzione, discussione sui propri sentimenti e conseguente miglioramento di sé (è un po' già visto, probabilmente hanno strappato le pagine a qualche copione che era già stato usato da qualcun altro, però almeno c'è stato un tentativo di movimentarli un po').

Concludendo, mi sono trovata davanti un buon film d'intrattenimento, che ha sfruttato bene il suo budget di 340 milioni di dollari (N.B. il film ne ha poi incassati 695) regalandoci scene action di grande impatto visivo e molto divertenti. ⭐⭐⭐ e 3/4

Il quadrante del destino: il ritorno del settantenne Indiana Jones sugli schermi

 Diciamolo subito, partendo dalla conclusione, così ci togliamo tutti il pensiero: non è un brutto film, ma la sceneggiatura è un colabrodo.


Il quinto film di Indiana Jones era in programma per Lucas già dal 2008, ovvero ai tempi de Il regno del teschio di cristallo, il contestatissimo (e rinnegato dai più) quarto film della saga, anche da me dimenticato e mai più rivisto. Di acqua sotto i ponti ne è passata da allora e la Lucasfilm è stata acquisita dalla Disney, che però è stata impegnata a rovinare la saga di Star Wars nei primi sette anni e non aveva modo di mettere mano su quella di Indi. A produrre un quinto film Disney non ci ha pensato realmente prima del 2015. Una serie infinita di vicissitudini ha poi caratterizzato la genesi del film, fra cui l'abdicazione di Spielberg alla regia, che è passata a James Mangold, conosciuto per un buon numero di film di successo (Ragazze interrotte, Kate & Leopold, Quando l'amore brucia l'anima 💖, il remake di Quel treno per Yuma, i due film stand alone di Wolverine, Le Mans '66). Steven Spielberg e George Lucas sono invece diventati produttori esecutivi.

Quando finalmente i motori si sono messi in moto e la pellicola è uscita, tra il quarto al quinto film erano passati quindici anni e nella storia ne passano invece dodici. Nel 1969, nel giorno del ritorno dell'Apollo 11 dalla luna, un Indiana Jones che si sta separando da Marion Ravenwood sta anche per andare in pensione. Nel suo ultimo giorno da professore universitario succedono però due cose: va a trovarlo la figlia di un suo vecchio amico e collaboratore, Basil Shaw, che studia, come il padre, il quadrante del destino, l'orologio dai magici poteri di Archimede, e, al contempo, la CIA e degli scagnozzi nazisti che lavorano per un tale Professor Schidmt, si mettono a darle la caccia perché vogliono il meccanismo.

Il film inizia, però, con una scena ambientata nel passato, al termine della Seconda Guerra Mondiale, con un Harrison Ford ringiovanito di oltre trent'anni (in teoria ne sono passati solo 24, Ford ha dieci anni più del suo personaggio, anche se a volte ce lo fa dimenticare), che insieme al collega Basil sta cercando di impedire ai nazisti di impadronirsi di una serie di manufatti storici e artistici. In questo momento scoprono per la prima volta metà del quadrante, l'Antykytera, che diventerà l'oggetto principale delle ricerche, da parte di buoni e cattivi, nel film.

Il soggetto del film è buono e interessante e ha il sapore della ricerca proprio della saga di Indiana Jones. Anche alcune sequenze sono molto riuscite da questo punto di vista, in particolare la prima, quella svolta nel passato, anche perché la tecnologia ha permesso quello che l'età anagrafica di Ford non consente più: inseguimenti, corse, botte da orbi, peripezie. Mi è dispiaciuto che debba essere l'elemento nostalgia a piacere di più, ma mentirei se dicessi che non ho apprezzato e, per me, ha funzionato anche dal punto di vista tecnico del ringiovanimento. Anche l'inseguimento a Tangeri, per quanto inutile, mi è piaciuto molto e così la sequenza col cavallo e tutta la parte archeologica. In generale ho percepito le sensazioni che avevano dato i primi tre film della saga: c'era la colonna sonora di Williams, c'era il senso dello humor onnipresente di Indi e, in generale, il tono leggero e scanzonato, le scene slapstick, la violenza velata, i continui capovolgimenti delle situazioni, avere la peggio fino alla fine coi cattivi. Insomma, le scene in sé per sé mi sono piaciute e anche il gusto complessivo del film, i sentimenti che lo reggono e che lo inquadrano. Mi è piaciuto anche il finale, che sembra andare verso una direzione e un certo picco di pathos, ma poi lo risolvono in modo divertente e opposto, il che mi è sembrato un colpo di genio, anche se potrebbe sembrare piuttosto che gli sceneggiatori non sapessero come trarsi dagli impicci o che si fossero accorti dell'ora che si era fatta nel frattempo.

Perché lungo lo è stato certamente: non finiva più e non è sempre passato bene il tempo. Ci sono stati alcuni momenti un po' lunghi, un po' lenti, soprattutto all'inizio, e hanno messo sul fuoco decisamente troppa roba. Ci sono troppi personaggi, molti dei quali inutili (il tizio dell'aeroplano, anche se è splendido nella sua totale illogicità e e nel suo non avere perplessità riguardo quanto gli sta accadendo oppure il tizio con le stampelle, ma anche il buon Sallah, anche se questo è semplice fan service) o quasi (per esempio Banderas o la tizia della CIA, che si perde un certo tempo a introdurre per poi non farsene molto); ci sono troppe ambientazioni, troppe scene e molte di queste sono lunghe e di dubbia utilità, anche se capisco perché abbiano tenuto l'inseguimento di Tangeri, visto che è una delle cose più riuscite del film.

Il problema più grosso, però, sono i buchi mastodontici nella sceneggiatura. Alcune motivazioni dei personaggi per fare quello che fanno sono quanto mai dubbie: Indi a un certo punto sarebbe accusato di omicidio, ma non si capisce perché mai, cosa lo inchiodi, perché trovare il quadrante lo scagionerebbe, né soprattutto come diamine fa a prendere un aereo col suo passaporto se è ricercato per omicidio! Del resto è qualcosa di assolutamente inutile perché dopo se lo dimenticano e non se ne parla più. Perché i cattivi se lo portano appresso a un certo punto se non sanno nemmeno chi è. Come fanno a non sapere chi è!? 

Per non parlare degli errori di traduzione che hanno quasi fatto venire una sincope a mia sorella classicista, come definire un codice invece che un alfabeto la lineare B o far coincidere la biblioteca e il museo di Alessandria. Dobbiamo farcene una ragione: sono americani (anche se alla sceneggiatura ci sono pure due inglesi su quattro, ma avranno contato come il due a briscola). Non è una giustificazione, solo un dato di fatto.

Al termine del film ci sono quasi più dubbi che risposte per quanto riguarda l'Antykytera, anche perché si era fatta una certa e non c'era più tempo di chiarire il funzionamento dei varchi spazio-temporali e il loro collegamento con le scoperte precedenti di Shaw. Il finale sembra un po' "veloce", forse proprio per l'abbondanza di altro materiale prima. Non si conclude nemmeno lo scontro con l'antagonista, che è stato buono, ma non buonissimo. Forse Mads Mikkelsen è stato scelto più per il physique du rôle che per le sue doti di performer, perché è stato credibile, ma non mi sembra si sia sforzato troppo.

Eppure, dal trailer, dal soggetto, dallo scopo del film quel momento probabilmente sarebbe dovuto essere la parte principale del film, ma pure io ci sono arrivata stanca, quindi mi immagino gli sceneggiatori, stremati poverini, che han tirato via per forza di cose.

Devo inoltre trattare un'altra spinosa faccenda: la spalla femminile, Helena Shaw, interpretata da Phoebe Waller-Bridge, che dalla regia mi dicono sia notissima per Fleabag, che non conosco perché non seguo molte serie tv. Ho trovato il personaggio assolutamente odioso e per tutto il tempo a Tangeri ho sperato finisse molto male. Ho precedentemente affermato che apprezzo i personaggi femminili forti che non si curano di essere sociopatici o antipatici, come Captain Marvel, ma qua si tratta di un'antipatia completamente diversa: qualunque personaggio, maschile o femminile, così presuntuoso e approfittatore risulterebbe solo detestabile. E non è che il personaggio di Teddy sia proprio adorabile: la sua scena culmine era telefonatissima, da quando Indi entra nell'Hotel L'Atlantique; gli riescono un po' troppo bene al volo le cose, anche se non le ha mai fatte. L'unica scena che gli lasciano per caratterizzarlo un minimo è una di quelle parti del tutto inutili per la storia, pur non riuscendo a conferirgli questo grande spessore. lo stesso. La sua caratteristica principe è "sono un sacco in gamba". Fine.

Concludendo...

Cosa mi è piaciuto: vibes alla Indiana Jones, scene d'azione molto belle, colonna sonora di John Williams,  finale geniale e un po' dolcino

Cosa non mi è piaciuto: sceneggiatura colabrodo, Helena, finale tirato di furia, troppo materiale, personaggi inutili a bizzeffe, costumi

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ -

martedì 20 giugno 2023

Gli Spiderman di Miles Morales: la mia maratona domenicale nel multiverso

Ancora non avevo fatto in tempo a vedere il primo film, Spider-man - un nuovo universo, uscito ormai nel 2018 (era tra le priorità, ma a casa faccio veramente fatica a ritagliarmi lo spazio per i lungometraggi, specie se non polizieschi), che mi esce il sequel, Spider-man: across the Spider-verse. Entrambi si preannunciano come rivoluzionari per l'animazione e il concetto stesso di multiverso, che ormai sembra essere l'unico topos narrativo in molti franchise.


Ieri mattina mi sono dunque proposta di recuperare su Disney Plus il primo film di questa saga di Sony associata Marvel e nel pomeriggio sono andata al cinema a vedere il secondo.

Mi sono accorta subito di una cosa: la visione in sala per me rappresenta ancora la migliore esperienza di fruire il medium cinematografico, malgrado i bambini urlanti e scorrazzanti (sì, le madri non sanno più fare il loro mestiere, cioè tenere un bambino seduto al suo posto e parlante a un volume inferiore a quello delle aquile) e altri membri del comparto genitoriale, chiaramente boomer, che forniscono spiegazioni immaginarie ai figli (urlando molto più dei bambini), del tipo "non lo so chi è spiderwoman" in una scena in cui c'è una tizia con un costume bianco da spider-(wo)man. Ho infatti mantenuto l'immersione nella visione comunque molto di più che sul divano di casa, dove la famiglia interrompe o io mi distraggo anche per altre ragioni.

Forse è per questa ragione che il primo capitolo mi è piaciuto, ma non tanto quanto mi è piaciuto il secondo, proprio per il diverso grado di immersione e anche per la grandezza e la vividezza dei colori sul grande schermo (che pure era quello di un cinema di paese e non una sala di alto livello di un multisala). Le storie sono molto carine in entrambi i film, ma il livello di trascinamento nella storia per me è stato superiore nel secondo episodio.

Spider-man un nuovo universo

In questa origin-story del personaggio di Miles Morales, a New York questo giovane portoricano sta cercando di ambientarsi nella nuova scuola privata a cui i suoi esigentissimi genitori lo hanno iscritto e affrontando l'adolescenza ricercando la compagnia dello zio artista (così diverso dal padre che invece è poliziotto), quando viene morso dal classico ragno velenoso. Ma, attraverso un simpatico gioco di presentazioni, che si ripresenterà costante in tutti i 257 minuti che compongono la dilogia finora prodotta, dovuto alla natura stessa di un film ambientato in un multiverso, scopriamo che prima di Miles in realtà c'era già un Peter Parker che era lo Spider-man ufficiale di questo mondo.

Poco dopo aver scoperto i propri super poteri, Miles si ritrova faccia a faccia con Peter-spiderman, che ne riconosce i poteri-ragno e gli promette di aiutarlo a gestirli, mentre è intento a cercare di bloccare un acceleratore di particelle che Kingpin vuole usare per entrare in altri universi paralleli. Nello scontro con gli scagnozzi di Kingpin, tra cui Prowler e Goblin, quest'ultimo spinge Peter nel flusso di particelle dell'acceleratore acceso, provocando tre effetti: si genera un'esplosione durante la quale Spider-man viene ferito, si sono generati dei buchi spazio-temporali che porteranno in questo universo alcune spider-persone provenienti da altri mondi, Peter-spiderman chiede a Miles di finire il lavoro di distruzione del progetto di Kingpin poco prima che quest'ultimo lo finisca.

Miles si ritrova così solo a imparare a gestire i suoi poteri e a portare a termine la missione affidatagli da Peter, finché non incontra gli altri Spider- arrivati dalle altre dimensioni.

E questi Spider-personaggi sono una bomba! Riprendono vari stili di fumetto (dal manga ai Looney Tunes passando per il noir) e hanno caratterizzazioni, storia pregressa e poteri unici, anche se non c'è troppo tempo per approfondirli tutti. Il focus è su Miles e Peter B. Parker.

L'animazione è favolosa come era stato profetizzato: ha molti tratti fumettistici e psichedelici, che sono freschi e originali. Mi sono piaciute moltissimo le apparizioni in certi momenti specifici dei classici riquadri di testo dei fumetti per mostrare il sovraffollamento dei pensieri di Miles oppure delle onomatopee.

La storia è carina: è sia una storia delle origini, quindi parecchio incentrata sull'introdurre i personaggi e su mostrare Miles alle prese con il classico apprendere come si gestiscono i poteri, sia un pochino racconto di formazione, perché si parla di un adolescente che evolve, ma non è il solo personaggio a maturare. Il tutto è affrontato con grande leggerezza, con una comicità efficace ma moderata e condita di abbastanza azione: quando Miles è pronto a "sentirsi" uno spider-man, la dimostrazione dei suoi poteri è visivamente bellissima.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

Spider-man: across the spider-verse

La storia prosegue 18 mesi dopo la risoluzione della prima avventura: Miles ora è il solo spider-man del suo universo e deve orientare la sua futura carriera scolastica tra i mille impegni da super eroe. Il film però parte da un'altra protagonista-ragno, ovvero Gwen Stacy, incontrata nel primo capitolo, che viene reclutata da una squadra di spider-eroi provenienti da innumerevoli mondi paralleli, che sembrano proteggere le trame di questo enorme multiverso. Senza addentrarci di più nella trama, anche Miles sarà coinvolto nelle vicende, avendo l'opportunità di visitare altri universi e di incontrare altri eroi dotati di poteri simili ai suoi.

Rispetto al primo episodio non sono dunque personaggi di altre terre ad arrivare in quella di Miles, ma piuttosto il contrario. Cambia leggermente anche il tono, soprattutto in alcuni momenti del film, divenendo leggermente più cupo. Intendiamoci: le risate sono assicurate, ma le tematiche diventano più gravi a mano a mano che si progredisce nella trama, entrando in gioco il futuro dei cari che fanno parte della vita delle spider-persone e anche la stabilità stessa dei mondi.

Assistiamo anche a un maggior approfondimento di alcuni personaggi, ma non di tutti (il film, del resto, è molto più lungo del primo, ma non abbastanza per scendere nei dettagli con tutti i numerosi eroi): Miles e i suoi genitori, Gwen. I nuovi spider-eroi sono solo introdotti o accennati. Anche stavolta si sono sbizzarriti a creare personaggi originali e persino molto divertenti, ponendo l'accento quasi sempre su caratteristiche da caricatura. Ero stata informata prima della visione dell'esistenza di un personaggio che avevano impiegato tre anni ad animare completamente, per via del suo essere fatto "della stessa materia di cui sono fatti i graffiti", con ogni graffito animato in maniera autonoma: un risultato visivamente molto riuscito e bello da vedere. Anche il primo piccolo avversario che si incontra all'inizio del film, un avvoltoio disegnato come se fosse un modello leonardesco, ha una grafica e un'animazione che mi hanno fatto impazzire dalla contentezza.

L'animazione supera quella del primo film. C'è stato tanto lavoro dietro questo progetto e si vede sia nella tecnica animata, sia nella sceneggiatura, che è coerente, ben scritta, evolve verso un climax di tensione emotiva, avvincendo completamente lo spettatore e poi lasciandolo sospeso con aspettative altissime: infatti sono rimasta interdetta quando la vicenda si interrompe a metà. In teoria lo sapevo, dovevo averlo letto o sentito da qualche parte, perché l'annuncio al termine dei titoli di coda del prossimo capitolo, intitolato Beyond the Spider-verse, mi è suonato familiare. Non di meno, sono rimasta spiazzata e ne avrei voluto ancora, ne avrei voluto di più.

Il film dura due ore e un quarto (35 minuti oltre la durata del primo film), che, con onestà, devo dire di non aver sentito, arrivando alla conclusione pensando "ma come? è già finito?", tranne che in una parte: il discorso di Rio, la madre di Miles, al figlio. Sia per la lunghezza del discorso, sia per un paio di pause che si sentivano (insolito in un film d'animazione), anche se capisco che questo dialogo e l'analogo col padre servissero a enfatizzare il rapporto coi genitori ai fini proprio dell'evolversi della trama, è stato il solo momento in cui invece ho pensato "ma quanto ci mette? quando finisce questa scena?". Inoltre la mia mente continua a cogliere collegamenti sia con Beau ha paura, sia con Lo faccio per me, anche se per fortuna la sfumatura "madre castrante" è stata presto spiazzata da "madre comprensiva, sebbene un filo ansiosa e attaccata al figlio". A me sembra in atto una rivoluzione nel modo di rappresentare gli affetti: costruire figure genitoriali che siano al tempo stesso centrate ed equilibrate, ma anche in grado di mostrare le difficoltà che si trovano davanti i genitori a crescere dei figli, cosa che giustifica eventuali eccessi, prendendo anche un pelo in giro i loro difetti, che è normale e più che accettabile che abbiano, poiché esseri imperfetti come siamo tutti, ma pieni di buona volontà e spesso di precetti. Chapeau. Questo è un modo realistico e non affettato (sì, sto lanciando una frecciatina a Un mondo misterioso), ma neppure tossico per forza, di gestire il rapporto figli-genitori, una strada che possa anche essere un esempio, perché insegna qualcosa che le vecchie generazioni non erano in grado di fare: dialogare con gli altri esseri umani per spiegare come si sentono.

Riguardo al cattivo, questo passa da essere una macchietta (era doveroso dirlo così) a un villain piuttosto complesso da gestire: il suo evolversi si rispecchia anche nell'aspetto fisico. Non ha però un minutaggio molto alto, anche se viene tratteggiato chi era prima, come diventa quel che è e quali sono i suoi propositi e le sue motivazioni.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐

In conclusione di tratta di due prodotti estremamente ben fatti, molto al di sopra dei film supereroistici che escono abitualmente da qualche anno a questa parte: sono ben scritti, hanno trame avvincenti (nel secondo film più ancora che nel primo) e fresche, sfruttano tecniche ultra moderne di animazione (e sempre di più mi viene da domandarmi perché la Disney si ostini a fare reboot in live-action quando ormai le tecniche animate offrono la possibilità di fare molte più cose rispetto alla CGI, con risultati molto più gradevoli in termini estetici e anche di credibilità). I personaggi sono piacevoli, le loro storie mi hanno appassionata e non vedo l'ora di tornare al cinema a vedere Spider-man: Beyond the Spider-verse.

mercoledì 14 giugno 2023

Recuperare la saga dei robot prima del settimo film: Transformers

Per la nuova rubrica Lo recupero a casa, ho deciso di vedermi i primi quattro film della saga di Transformers e il primo prequel, Bumblebee, prima di andare al cinema a vedere il settimo, l'ultimo in uscita. Non ho sbagliato a contare, purtroppo il quinto, L'ultimo cavaliere, l'ho già visto al cinema quando uscì nel 2017, trascinata dal fidanzato contro la mia volontà. Anche Il risveglio vado a vederlo per concedere una grazia al pover'uomo che è stato a sua volta condotto innumerevoli volte a vedere film che non gli interessavano, quindi, non ho scuse.

Ho detestato e trovato una boiata pazzesca (cit) L'ultimo cavaliere. Credevo fosse il problema del quinto capitolo: saga ormai stanca, niente più idee fresche, niente più da dire e ci si aggrappa a una serie interminabile di cliché. Invece è un'americanata anche il primo film.


Molto americanata: ci sono i pezzi grossi del governo statunitense (tra cui il ministro della Difesa, interpretato da Jon Voight) che al Pentagono ingaggiano una squadra di analisti per capire quale strano attacco ha colpito un commando dell'esercito in Qatar (mi sembrava di rivedere certi momenti noiosissimi di Avatar, scegliete pure quale dei due). Ci sono delle liceali, palesemente delle modelle, che sono le uniche genie nel loro campo (meccanica o informatica che sia). Ci sono un sacco di aerei che sparano dall'alto su obiettivi vari e un sacco di armi incredibili. Ci sono scene orribilmente imbarazzanti. C'è una sezione segreta del governo che studia cose segrete come gli alieni, comandata da tale Simmons (John Turturro). C'è una storiella young adult piena degli stereotipi del genere tra il compagno di classe sfigato e mai notato e letteralmente "la concubina" del bullo della scuola (citazione nello stesso film di un personaggio che compare in circa due-tre scene e poi scompare, ennesimo inutile spreco di spazio nella sceneggiatura). C'è un pietoso tentativo di inserire una morale ("c'è più di quel che si vede") nel mezzo del niente.

E poi ci sono i "robottoni", che sono l'unica cosa decente del film, ma in questo capitolo si vedono pochino: se avessero tagliato tutte le scene che non contengono robot, pestaggi fra robot, o riferimenti assolutamente necessari ad essi, per una durata complessiva non superiore ai 90 minuti, forse il tutto avrebbe avuto senso. 

In soldoni (e forse sto uccidendo moralmente tutti i bambini, ormai adulti, degli anni Ottanta che guardavano la serie anime) ci sono dei grandi e scintillanti robot che provengono da un altro pianeta: alcuni sono buoni, gli Autobots, altri cattivi, i Decepticons. Il protagonista, l'adolescente Sam (Shia LaBeouf), si ritrova il mezzo alle due fazioni, dopo che acquista un'auto gialla, che si rivela essere l'autobot Bumblebee. Il vero motivo dell'entrata in gioco di Sam è che possiede qualcosa che è ricercato dai robot (buoni e cattivi) per arrivare al loro cubo magico chiamato AllSpark.

Il film è ingiustamente lungo: nella prima lentissima mezz'ora non succede assolutamente nulla. La prima scena di scontro fra robot arriva verso il cinquantesimo minuto, dal quale il film (grazie al cielo) comincia, sebbene con numerose, inutili, noiose interruzioni con scene sul governo e sui genitori del protagonista o su informatici schizzati che strillano. Aberrante. Nei primi 50 minuti non accade nulla, tranne un paio di attacchi alla squadra americana nel deserto, la scoperta che i robot cattivi rubano i dati al governo e molte lunghe scene in cui il ragazzo sbava dietro alla bellona (Megan Fox). Non so quanto si sarebbe potuto tagliare di preciso, ma direi comodamente un'oretta, snellendolo da un sacco di aggiunte puramente in stile USA.

Da amante del genere action, speravo molto che Micheal Bay (che ha diretto tutta le serie) mi regalasse delle grandi sequenze d'azione, ma le ho francamente trovate caotiche, non sempre chiare, molto concitate. Il montaggio mi mostra non so quante volte scene di aerei o elicotteri che passano per pochi secondi e che non mi significano nulla. Il dispiego di risorse è costato 150 milioni di dollari, quindi capisco che era necessario mostrarmi ogni singolo giocattolino comprato.

La storia si compone di troppi personaggi mal caratterizzati (assolutamente niente più che meri ruoli) e questo rende ancora più convulse le sequenze, perché devono restituire l'azione di un numero elevatissimo di soggetti: ci sono i robot buoni e quelli cattivi che si scontrano, ci sono i soldati, ci sono i passanti da salvare e numerosi palazzi e auto da devastare, ci sono quelli del governo, quelli dell'anti-governo, ci sono gli analisti, ci sono i due protagonisti. Il montaggio è pertanto serrato e frenetico. Per me era un pochino troppo. Inoltre il film è del 2007 e sedici anni sugli effetti speciali (che all'epoca furono candidati i Premi Oscar -battuti da La bussola d'oro- insieme al sonoro e al montaggio sonoro, che non superarono quelli di The Bourne Ultimatum) nelle scene d'azione si fanno abbastanza sentire: il confronto con prodotti più recenti e puliti credo abbia pesato sulla mia percezione. 

Mi rendo conto che mi lamento in continuazione della sceneggiatura dei film contemporanei, ma in effetti le cose non andavano tanto meglio negli anni Duemila.

Devo salvare, però, il comparto fotografico: la pulizia e nitidezza di alcune inquadrature e anche la loro composizione le ho notevolmente apprezzate.

In conclusione per me è stata una serata noiosa, spesso, anzi spessissimo cringe, durante la quale non ho nemmeno apprezzato le parti più action, tanto frenetiche, ma soprattutto sepolte da un cumulo di spazzatura inutile, da scene di contorno che non servivano ad altro che ad allungare il brodo e a snocciolare ogni possibile cliché americano che vi può venire in mente. Bocciato

giovedì 8 giugno 2023

La fine di un'era: il terzo e ultimo volume di Jams Gunn per i Guardiani della Galassia

 I primi due film della trilogia dei Guardiani mi sono piaciuti mediamente più degli altri film della Marvel per il loro brio, la loro buona scrittura e regia, anche se avrei dovuto fare un piccolo rewatch prima di tornare in sala perché non ho ricordi così nitidi di tutte le scene.

In questo terzo capitolo i fatti riprendono dal post Avengers End Game e da dopo lo speciale natalizio uscito solo su Disney Plus e che ancora non ho visto. Per coloro che sono fan del franchise nulla di strano: sono tutti al corrente di qual è la posizione del film nella storia e anche che questa pellicola rappresenta l'addio del regista della trilogia, James Gunn, al progetto, per essere stato cacciato dalla Disney ed essere diventato nel frattempo il direttore creativo della casa concorrente DC.


Per tutti coloro che non conoscono le dinamiche, invece, e che magari si erano visti solo Guardiani della Galassia e Guardiani della Galassia Volume 2 (questo lo do per scontato, poiché è sensato vedere la conclusione di una trilogia se si sono apprezzati i primi due capitoli, ma su questo tema è bene che non predichi nulla dopo quel che ho fatto con Fast X), potrebbe essere più complesso orientarsi e proverò a introdurre dei raccordi con gli altri prodotti che ho visto (che non esauriscono in realtà l'ampio catalogo cinematografico della casa fumettistica).

Questo cosiddetto "universo cinematografico condiviso" potrebbe far impazzire, in un senso o nell'altro: ha sicuramente i suoi detrattori, che odiano dover vedere ogni singolo prodotto saltando da film dedicati ai singoli o congiunti e serie-tv o dover fare dei "ripassi" per prepararsi alla visione delle nuove uscite, mentre per altri la condivisione potrebbe proprio essere il "sugo" del progetto creato dalla Marvel.

Io mi colloco un po' fuori dalle due fazioni e sulla inter-relazione faccio abbastanza spallucce: il mio ordine di visione dei prodotti MCU è stato sostanzialmente Iron Man, Iron Man 2 (visti a casa come maratona per andare al cinema a vedere il terzo nel 2013, cosa che poi non ho fatto), Avengers Infinity War (2018), gli altri senza nessun ordine preciso, compreso vedere Captain America e Spiderman 2 prima di Captain America e Spiderman 1 e così via. Seguo molto il mio umore nella scelta di cosa guardare. Certo, non sono in grado di comprendere tutti i collegamenti, le citazioni e gli antefatti, ma, generalmente, la trama si riesce sempre a seguire sufficientemente e valuto ogni singolo film in modo indipendente. Confesso, inoltre, che è stato Infinity War a farmi un po' appassionare alla serie e forse non avrei visto molto altro se avessi dovuto diligentemente seguire l'ordine cronologico, oppure se come terzo film avessi beccato qualche prodotto meno avvincente o scritto in modo peggiore. I prodotti che sono seguiti successivamente, in effetti, non mi sono piaciuti tanto quanto Infinity War, a partire dal suo sequel, che mi ha lasciata abbastanza fredda e delusa. A tutt'oggi non ho ancora mai visto il terzo Iron Man o i primi due Thor, per non parlare di Civil War o del primo Black Panther (che dopo il sequel non ho tutta questa tentazione di recuperare) e nemmeno un Antman, per non parlare di quasi tutte le serie tv a eccezione di WandaVision, Loki e Moon Knight (e metà She-Hulk che non credo porterò mai a termine).

Questa digressione per rassicurare che si può anche saltare qualche passaggio senza sciuparsi la visione del film successivo (seguite la mia filosofia e non ve ne pentirete), ma anche per avvertire chiunque mai approcci questo articolo senza aver visto tutto quanto uscito precedentemente in casa Marvel che se si vuol essere sicuri di capire tutto quello che succede in Guardiani della Galassia Volume 3, o anche solo la trama spiegata da me medesima, si dovrebbe aver visto almeno i due film precedenti dei Guardiani e i due ultimi Avengers (per vedere i quali occorrerebbe aver visto i due precedenti e -credo- Captain America: Civil War, per i quali probabilmente sarebbe stato utile vedere anche i film sui singoli personaggi, quindi in buona sostanza tutto quello che è uscito al cinema). 

Aver perso la visione di Avengers Infinity War Avengers End Game, infatti, significherebbe comunque non capire come mai la ragazza verde, Gamora, innamoratissima del protagonista, Peter Quill (in arte Star-Lord) in Guardiani della Galassia Volume 2 ora sia ostile, non più nella squadra e anche piuttosto diversa dal personaggio precedentemente incontrato; né capire perché Peter sia inconsolabile o perché invece Nebula ora faccia parte della comitiva. Invero, Peter in una scena racconta a mo' di telenovela gli antefatti a un altro personaggio, ma dalla spiegazione artefattissima non mi è sembrato che si potesse davvero cogliere il dramma di cosa aveva significato per lui perdere l'amore della sua vita per mano di Thanos (il cattivo supremo dietro alle trame dei primi dieci anni del MCU) e poi ritrovarsi davanti una sua "variante multiversale" (un'altra Gamora proveniente da un universo parallelo nel quale è alleata del padre putativo), in quanto riportata indietro da un'altra variante di Thanos stesso.

Dopo le vicende della "Saga dell'infinito", Thor si era unito ai Guardiani per poi separarsene in Thor: Love and Thunder. Questa parentesi passeggera, però, è abbastanza isolata e irrilevante, dunque quasi "saltabile", salvo non capire dove si è nascosto Thor se lo spettatore aveva fatto almeno la fatica di vedere Avengers End Game.

Non basterebbe comunque essersi presentati puntuali in sala per ogni uscita: servirebbe anche essersi abbonati a Disney Plus per vedere il mediometraggio natalizio dei Guardiani, poiché credo che il "nuovo" personaggio del cane (Cosmo) salti fuori in quel prodotto lì. 

Diciamo che almeno i primi quattro film elencati (quelli in grassetto) servirebbero davvero, poi sul resto ci si può arrangiare, come me, che sono rimasta cinque minuti a chiedermi come avessi fatto a dimenticare l'esistenza di una Laika parlante e telecinetica (sempre Cosmo, che se non si fosse capito mi aveva lasciata spiazzata).

Compresi tutti i collegamenti con le puntate precedenti, ritroviamo i nostri (Peter, Rocket, Groot, Drax, Mantis, Kraglin, Nebula e -devo farmene una ragione- pure Cosmo) in una fase di relativo relax (come già detto Peter è disperato e passa il tempo a ubriacarsi) presso il loro quartier generale di Knowhere, quando all'improvviso subiscono un attacco di un personaggio dorato e misterioso che vuole rapire Rocket. Questo personaggio, Adam Warlock, è estremamente forte e mette in seria difficoltà il gruppo, finendo per ferire mortalmente proprio il procione. Credo sia bene avvertire subito che il trailer del film ha innescato un gioco perverso con lo spettatore: l'aspettativa per tutto il film è che uno o più personaggi della squadra ci lascino le penne. E il film minaccia di continuo di far accadere quanto il pubblico teme, facendolo restare in tensione quasi costante per due ore e mezza.

Adam infine viene fermato e, a sua volta, ferito da Nebula, ma riesce a fuggire. Scopriremo in seguito che lui e sua "madre" avevano ricevuto il mandato di catturare Rocket per riportarlo dal sadico Alto Evoluzionario, creatore, in una serie di esperimenti, del loro popolo e dell'evolutissimo Rocket, di cui vuole studiare lo sviluppato cervello per lo scopo ultimo suo e della sua fondazione, l'Orgocorp: creare la razza perfetta.

Rocket è così grave da richiedere un intervento d'urgenza, ma non può essere operato perché, all'epoca degli esperimenti che lo trasformarono da cucciolo di procione a essere più intelligente dell'universo, gli fu anche impiantato un dispositivo che l'avrebbe ucciso in caso di "manipolazione" da chiunque non possedesse la password per sbloccare il congegno. Parte dunque la missione di salvataggio di Rocket dalle grinfie della morte, andando a recuperare il codice di sblocco alla sede della Orgocorp.

Questa è la trama del film, lineare e pulita, salvo la defaiance poco credibile di Gamora e quanto può essere stata naïve, proprio lei, a farsi tracciare dagli inseguitori dei Guardiani. Già, perché il contatto (telefonatissimo) di Nebula per infiltrarsi alla Orgocorp non è altro che la scusa per riportare in gioco la ragazza in verde, che ha, stavolta, delle caratteristiche di contrasto che sono abbastanza interessanti. Anche il ruolo di Adam Warlock alla fine del film è piuttosto telefonato, ma la sua evoluzione è simpatica, così come sono discretamente condivisibili, anche se con un po' di dispiacere, le scelte che Gunn opera per far concludere le vicende dei personaggi del team. Da dire che qualche finestra lasciata aperta c'è, anche se, senza il suo regista al timone, non so quanto senso avrebbe andare avanti. Forse anche James Gunn spera, tutto sommato, di tornare un giorno a dirigere questi personaggi?

Ho trovato il film molto apprezzabile. Ha molte delle caratteristiche che avevano i precedenti film: belle scene da guardare (per esempio quella in cui sono nelle tutine da power-rangers e volano nello spazio), scelte registiche sempre di alto livello visivo, fantastiche scene di combattimento, sempre chiare e ben coreografate, discreta scrittura, con un occhio di riguardo per i personaggi, davvero curati nelle loro caratteristiche emotive. Durando, però, due ore e mezza (ovvero un quarto d'ora in più del precedente e mezz'ora più del primo) ci sono, ogni tanto, delle lungaggini (il fatto che sia l'addio te lo fanno proprio sentire), che un pochino mi hanno pesato. Dal punto di vista del ritmo non regge, per me, quello del film originale. Mi sentirei, comunque, di rivedermeli tutti e tre insieme, non appena anche l'ultimo arriverà sulla piattaforma a cui m'è toccato abbonarmi, prima di dare un giudizio definitivo sul mio ordine di preferenza di questi capitoli (soprattutto perché questo film credo vada rivisto senza l'ansia di sapere cosa toccherà in sorte ai protagonisti).

Di sicuro questa saga ha un quid in più rispetto a tutto il resto: è mediamente scritta in modo migliore, molto più accurata, con meno giustificazioni tirate per i capelli sul perché quel determinato potere/oggetto/personaggio di cui erano già a conoscenza è stato tirato fuori solo in quel momento in cui, per l'appunto, tornava bene per la trama o andava introdotto un elemento di novità (si veda Captain Marvel, che Nick Fury conosceva già, ma che ha chiamato solo mentre si stava dissolvendo, o l'assurdità degli Eterni che non mi vanno né in su né in giù, o Thor, che non aveva mai pensato di chiamare altre divinità o di utilizzare il norreno Bifrǫst fino a Love and Thunder, eppure li doveva conoscere anche prima). I personaggi sono originali, coerenti con sé stessi, approfonditi, in evoluzione. L'azione c'è ed è divertente. Le battute sono presenti, alleggeriscono certi momenti senza mai essere volgari, esagerate o fuori luogo, anche perché fanno parte della stravaganza dei personaggi, mentre mal si addicono ai supereroi possenti e seriosi (si sta sempre parlando di Thor, che nei due film di Taika Waititi sembra snaturato rispetto al personaggio che avevo visto negli Avengers, dove trovavo assolutamente sensato si comportasse in modo degno della sua casata e del fatto di essere una divinità e non uno scaricatore di porto).

Le vicende in questi film sono interessanti, anche divertenti e più sopra le righe rispetto ai classici film di supereroi, anzi i Guardiani sono più anti-eroi, un po' arrangiati, ma molto umani (il che li fa entrare subito in sintonia con lo spettatore). Il legame che li unisce, la loro simbiosi, l'unicità dei loro poteri, che fa sì che si possano amalgamare in una vera squadra, rende il team altamente affezionabile. Traspare molto amore nelle loro dinamiche e forse è proprio quello che il regista ha nutrito per loro.

In conclusione: consiglio sinceramente la visione della saga e anche di quest'ultimo capitolo (pure se non siete in pari con la cronologia Marvel), che giudico non il migliore dei tre, ma comunque di grande livello ⭐⭐⭐⭐

lunedì 15 maggio 2023

Il capolavoro di Tollywood premiato agli Oscar per la migliore canzone: RRR

RRR è molto più di una coinvolgente canzone (che, anzi, forse è l'unica cosa del film che non merita al punto di strappare l'Oscar e il Golden Globe a Lady Gaga). Il mastodontico (3 ore) kolossal (72 milioni di dollari) telugu, scritto e diretto dall'acclamato S. S. Rajamouli, candidato come miglior film straniero ai Golden Globes, è una straordinaria storia di amicizia che si sviluppa in condizioni avverse, nell'India ancora colonizzata dall'Inghilterra.

Le prime scene ci descrivono gli antefatti e il carattere dei due protagonisti, ma la storia solo del primo; quella del secondo sarà riservata per la seconda metà del film (e per un buon motivo). La loro caratterizzazione è mostrata, non spiegata e questo fa tutta la differenza del mondo.

Bheem fa parte di un villaggio della tribù dei Gond, brava gente -spiegherà un interprete agli inglesi- ma che sente così forte il legame di comunità che non può permettere che membri della tribù si disperdano. Così, quando il governatore e la sua consorte si portano via una delle bambine del villaggio, Bheem, guardiano della tribù, non si fermerà davanti a niente per riportare la ragazza a casa. Raju, invece, è un soldato indiano dell'impero britannico, dalla volontà indomabile e dalla disciplina ferrea, che dà costante prova di valore e obbedienza per salire di grado.

Due scene bastano a presentarci la loro forza e la loro tenacia, entrambe molto superiori a quelle di qualunque altro uomo. I due si conoscono in una scena di grande impatto e goduria visivi e stringono una salda amicizia. Ma i governatori mettono Raju alla caccia di Bheem ed è proprio il caso di tirare fuori una citazione:

Ecco cosa succede quando una forza irrefrenabile incontra un oggetto inamovibile.

Finirà bene?


Questo film è stato sorprendente. 

La storia è stupenda, si basa su un presupposto intrigante e in grado di alimentare suspense, ovvero quello di mettere due amici in contrapposizione, ma dotando entrambi di valide e profonde motivazioni, e la scrittura svolge un grande lavoro di narrazione e di caratterizzazione dei protagonisti. Inoltre costruisce solide basi su cui risulta ben credibile l'amicizia dei due ragazzi e la fa davvero percepire come autentica. Per me è stata sufficiente la primissima scena del loro incontro, che evidenzia come i due si sono riconosciuti e capiti all'istante. Non tutti i personaggi sono così ben caratterizzati come Bheem e Raju, tendendo a dividersi in "molto buoni" e "molto cattivi", categorie che coincidono con indiani e inglesi rispettivamente, ma sono comunque ben riusciti: ispirano simpatia o antipatia con pochi minuti di scena.

Rajamouli ha svolto un grande lavoro: ogni scena è funzionale allo scorrere della storia, alla caratterizzazione dei personaggi e riesce a mantenere un ottimo ritmo per tre ore, anche perché si resta avvinti dalla storia.

Ha anche buone interpretazioni. Ma soprattutto ha una fotografia spettacolare, pulita e che esalta al meglio la luce, sul volto dei personaggi, filtrante dagli alberi, nelle imponenti scenografie di interni ed esterni e, persino, (udite, udite) nelle scene d'azione. Piuttosto straordinario al confronto con i film di supereroi come quelli della Sony. Le mosse sono chiare e si comprende sempre chi colpisce cosa.

Le scene di combattimento sono orchestrate molto bene, sono coreografiche e, in qualche caso, divertenti, a tratti tarantiniane. L'utilizzo del rallenty (Snyder scansate proprio) per me ha avuto senso. Nei momenti lievi del film, l'action e le parti dance sono molto piacevoli. Del resto la sequenza di Naatu Naatu (la canzone che si è aggiudicata la vittoria ai Golden Globes e agli Oscar) ha fatto il giro del mondo, grazie al ritmo coinvolgente e i passi scatenati del ballo. Le altre canzoni possono essere più trash, ma servono allo scopo, rispecchiano l'origine culturale della produzione e non sono sgradevoli.

È una storia romantica e sincera, come ne ha prodotte anche il cinema occidentale nel corso del tempo. Dopo Everything Everywhere all at Once e RRR, sembra che si debba guardare a oriente per poterne vedere ancora. Amicizia, amore, patriottismo, valori, nobili sentimenti, voglia di rivincita e libertà, scene epiche.

Giudizio: ho trovato il film coinvolgente, emozionante, molto ben scritto e diretto e con scene action entusiasmanti; un'epopea eroica da film d'altri tempi. Anche se non è perfetto, di pancia è uno dei migliori film che ho visto da tempo ⭐⭐⭐⭐⭐

domenica 5 marzo 2023

Everything Everywhere All at Once è perfetto

 Il film con più nomination agli Oscar, ben undici (film, regia, sceneggiatura originale, montaggio, costumi, colonna sonora, canzone, Michelle Yeoh, Ke Huy Quan, Stephanie Hsu, Jamie Lee Curtis), quest'anno è Everything Everywhere All at Once dei due registi e sceneggiatori Daniel Kwan e Daniel Scheinert, detti anche Daniels per la condivisione del primo nome. 


In generale questo film sta macinando candidature (sei ai Golden Globes, dieci ai BAFTA, quattro ai SAGA, e altre ancore ad altri premi che non seguo abitualmente) e vittorie (le performance di Michelle Yeoh e Jonathan Ke Quan stanno convincendo ovunque e hanno già vinto i Golden Globes e rispettivamente la nomina di migliore attrice per il National Board of Review e migliore attore non protagonista ai Chicago Film Critics Association).

La storia è molto articolata e sceneggiatura e regia non danno un attimo di respiro allo spettatore, catapultato da una situazione a un'altra e anche da un universo all'altro. La storia è infatti quella di una famiglia cinese che abita negli Stati Uniti: la madre Evelyn (Michelle Yeoh) e il padre Waymond (Ke Huy Quan) mandano avanti una lavanderia e si stanno preparando a una giornata impegnativa. Sono in attesa della visita del padre (James Hong) di Evelyn, sempre molto critico nei confronti della figlia, che ha paura della sua reazione se gli presenterà la fidanzata della figlia (Stephanie Hsu), e devono recarsi a una revisione dei conti dalla severa signora Deirdre (Jamie Lee Curtis). In quella giornata, però, Evelyn riceverà la rivelazione che un pericolo incombe su tutti gli universi, nei quali una forma alternativa dei suoi cari ha una storia e un carattere diversi. Dovrà imparare in tutta fretta (e con lei lo spettatore) a districarsi in questo multiverso, se vorrà salvare la sua famiglia.

Per me questo film è stato una bomba: regia e montaggio sono sempre ben calibrati, alternando le parti di dialogo e di azione senza mai rallentare troppo il rimo e senza mai annoiare. Mi ero già innamorata della regia nella primissima scena in cui le immagini riflesse in un piccolo specchio rotondo danno il via alla narrazione. Le sequenze action sono pura goduria: sono coreografie chiare, dinamiche, ben comprensibili, ben illuminate e molto originali e divertenti. La scrittura è fresca e originale, ha delle trovate veramente geniali, ma tocca anche la corda dell'emozione nell'intrecciare i legami dei personaggi nei vari universi e dando una conclusione meravigliosa alla(e) storia(e). Le storie sono ricche e si susseguono rapidamente: allo spettatore è richiesta una certa velocità nel comprendere i meccanismi di funzionamento del multiverso e i suoi passaggi, ma in poche sequenze diventano chiari. Manca il tempo di rilassarsi, le emozioni si rincorrono e riempiono il tempo del film: due ore e dieci passano senza accorgersene, è un tempo giusto.

Le quattro interpretazioni candidate, ma si potrebbe mettere anche quella di James Hong, sono state incredibili: l'asticella era alzata dal dover cambiare personaggio al cambiare multiverso e restano tutti molto credibili. Ke Huy Quan compie delle trasformazioni incredibili: da marito pesticciato e timido a uomo realizzato e sicuro di sé, a combattente di una sorta di resistenza dell'Universo Alfa. Ha colto il punto Jamie Lee Curtis che ha ironizzato sul fatto che non molti attori forse avrebbero recitato come lui dopo 30 anni di stop: l'attore era infatti stato un divo bambino al tempo de I Goonies e di Indiana Jones e il tempio maledetto, ma poi non aveva più trovato mercato nel cinema ed è stato commovente il suo discorso al momento del ritiro del Golden Globe. Stephanie Hsu è al momento la mia preferita tra le Attrici non protagoniste, per me è stata stupenda. Michelle Yeoh è stata altrettanto brava, altrettanto brillante, altrettanto disinvolta e versatile e sono combattuta se preferisco la sua performance o quella di Ana de Armas, come lo sono per le interpreazioni di Ke Huy Quan e Barry Keogan.

Non ho altro da dire su questo film, che ho trovato grandioso, fresco, divertente, emozionante. Mi sono piaciuti l'intreccio, i colpi di scena, i personaggi in tutte le loro versioni, i guizzi geniali della sceneggiatura, il ritmo e la dinamicità della messa in scena, la regia: non riesco a trovargli un difetto. Tiferò questo film in molte categorie per cui è nominato, lo so già anche se mi mancano ancora diversi film da vedere.

Giudizio: 🥯🥯🥯🥯 1/2