Visualizzazione post con etichetta Festival di Venezia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Festival di Venezia. Mostra tutti i post

domenica 18 febbraio 2024

Waiting Academy Awards: Povere Creature

 Acclamato al Festival di Venezia, dove gli è stato tributato il Leone d'Oro, Povere creature è l'8° film di Yorgos Lanthimos, adattato da Tony McNamara dall'omonimo libro di Alasdair Gray (che a questo punto dovrò proprio leggere).

Il film ha undici candidature agli Academy Awards (film, regia, attrice protagonista e attore non protagonista, sebbene, secondo me, quello sbagliato, montaggio, fotografia, scenografia, costumi, trucco&parrucco, sceneggiatura non originale, colonna sonora) e ha già vinto due Golden Globes (migliore commedia e migliore attrice), per i quali aveva sette candidature; altre dieci ne ha ai BAFTA.


Bella Baxter è la Creatura di un novello Frankenstein, il dottor Godwin Baxter (Willem Dafoe), chirurgo e scienziato, affezionato a lei come un padre, capace, però, di lasciarla andare nel mondo, sia a fini sperimentali, sia cogliendo l'esigenza della vita che ha creato.

Bella, infatti, inizialmente ha una mente non formata, che evolverà nel corso della sua storia, man mano che esplora il mondo: all'inizio si tratta del limitato ambiente del padre, la casa e il laboratorio; ma presto non si accontenta di quanto ha a disposizione. I pochi stimoli iniziali non fanno che aumentare la curiosità della creatura, che coglie al volo l'opportunità di fuggire assieme a un mascalzone, Duncan Wedderburn (Mark Ruffalo), fuori dal suo ambiente domestico.

Strutturato in capitoletti, il film affronta diverse situazioni, facendo sempre crescere in ciascuno Bella nei suoi diversi aspetti. L'opera riesce, infatti, a trattare molti temi diversi, riguardo la necessità di scoprire e l'evoluzione di un individuo, tra alte aspirazioni ed esigenze materiali, dal bisogno di elevarsi spiritualmente con la filosofia o di fare del bene al prossimo, a quello più terreno di procurarsi da vivere, passando, frequentemente, per quello di conoscersi e soddisfarsi dal punto di vista sessuale.

"Tutto ha a che fare con il sesso, tranne il sesso. Il sesso ha a che fare con il potere."

Ho letto che questo continuo riferimento non è stato universalmente apprezzato. A me, personalmente, non ha pesato (cosa che invece fa di solito, quando è gratuito), poiché è ben contestualizzato e ha il suo perché, dovuto all'assenza di indottrinamenti di sorta sul personaggio di Bella. Poiché non ha sovrastrutture, l'unico modo attraverso il quale conosce la sessualità, è l'esperienza: quello che sente al riguardo e ciò che sperimenta, prima da sola e poi con altri. La libertà priva di tabù sul sesso la conduce a esserlo anche in altri ambiti; la conduce a scoprire sé stessa e il mondo, prima attraverso i sensi, appunto, che a livello cerebrale, poi a rendersi indipendente, ad avere potere. Le sensazioni che conosce le chiedono di assecondarle, di non farsi limitare dalle imposizioni che prova a metterle Wedderburn o chicchessia. Tutte le sue esperienze la rendono completamente formata, consapevole, libera, realizzata e, dunque, felice.

La prospettiva è principalmente femminile, perché il tema di rendersi indipendenti in un mondo patriarcale è attuale, ma resta comunque universale. Ogni individuo ha le stesse esigenze di Bella e si scontra con i tabù della buona società, come viene definita nel film, per cui certe cose non si fanno, anche per coloro che dichiarano che la società, con le sue norme, è castrante. Il mondo del film non è né un presente, né un passato, né un futuro; non è nemmeno una distopia, poiché raffigura una società vittoriana per la gran parte della pellicola, una società conformista agli ideali di quell'epoca. Eppure Bella, vestita in pantaloncini o, comunque, con capi di vestiario (bellissimi e coloratissimi) che non avrebbero potuto esistere allora, non suscita il mormorio della folla, come se fosse perfettamente normale che sia vestita così, sebbene a esserlo sia solo lei. Anche questo la connota diversamente da tutti: lei è unica, speciale, come dirà Max McCandles (Ramy Youssef), l'apprendista di Goodwin.

Libera dalle convenzioni e dalle morali del suo tempo, poiché non ha ricevuto alcuna istruzione (il dottor Baxter la osserva, ma non le fornisce un'educazione attiva), può apprendere secondo istinto e necessità. Qui compare l'unico neo che ho rilevato nel film, che per il resto, per me, non presenta difetti: qualche imprecisione nella scrittura. Non riesco, infatti, a spiegarmi come Bella abbia imparato a leggere. Si passa dall'articolazione approssimativa delle frasi alla lettura della filosofia. Inoltre, in alcuni momenti il personaggio esprime pensieri complessi in un linguaggio articolato, ricco e corretto, mentre in istanti successivi regredisce alla pronuncia di parole elementari e scollegate. Sono due diverse componenti del suo essere a cui dà differente spazio in momenti e contesti diversi, oppure non era intenzionale? Mi sembra che sia un difetto troppo evidente, per non essere voluto, poiché per il resto l'evoluzione di Bella è abbastanza lineare, anche se con qualche salto iniziale, probabilmente necessario a coprire lunghi intervalli. Credo che cercherò queste risposte nel romanzo originale.

Dal punto di vista estetico, il film è impeccabile e così la regia: costumi e scenografie sono originali, colorati, bellissimi; la fotografia è luminosa e pulita.

Dal punto di vista attoriale, ritengo che Emma Stone sia stata perfetta, molto al di sopra di La La Land, per la cui premiazione, all'epoca, non fui così d'accordo. Non avrei molti dubbi sulla sua vittoria agli Oscar. Deve interpretare una bambina, una ragazza ingenua e disincantata, ma anche una persona sicura di sé e matura, quasi cinica a un certo punto: le varie trasformazioni di Bella Baxter.

Anche le parti di Mark Ruffalo e Willem Dafoe sono molto apprezzabili, personalmente soprattutto la seconda, ma anche Ruffalo ha un personaggio che gli permette di sbizzarrirsi (e lo fa). Al contrario, quello di Dafoe è un originale, a suo modo coraggioso e cinico, ma anche sentimentale e corretto. Tanto è scorretto, possessivo e meschino è Duncan Wedderburn, tanto Max McCandles è retto, gentile e aperto di mente.

Giudizio: andate a vederlo e riempitevi gli occhi ⭐⭐⭐⭐ 1/2

mercoledì 29 marzo 2023

Argentina, 1985, il processo ai crimini contro l'umanità della Giunta militare

Nel 1976 un golpe militare pose fine al governo democratico retto da Isabel Martinez, la terza moglie di Perón che gli succedette come Presidentessa della Repubblica alla di lui morte, e instaurò una dittatura militare (ben vista durante la Guerra Fredda dagli USA), nel cosiddetto Processo di riorganizzazione nazionale. La nuova Giunta Militare, col pretesto di sedare una fantomatica guerra civile, si prefissò di reprimere qualunque tentativo sovversivo comunista o peronista: i possibili o presunti dissidenti e tutti coloro, amici o familiari, che potevano avere informazioni su ribelli furono prelevati da militari e fatti sparire, portati in luoghi segreti di detenzione, interrogati, torturati e, spesso, uccisi. Si ipotizza che 30.000 persone siano scomparse (desaparecidos) in questa guerra sporca, un sistematico piano di instaurazione di un regime di terrore. Nel 1983 la sconfitta contro gli inglesi nella guerra per il controllo delle isole Falkland (o Malvinas per gli argentini) e la denuncia contro i crimini commessi contro i civili, che cominciava a farsi sentire anche all'estero, per esempio attraverso le manifestazioni non violente delle Madri di Plaza de Mayo, le madri di desaparecidos che ogni giovedì si riunivano per mezz'ora in cerchio nella piazza con in testa un fazzoletto bianco, indebolirono la dittatura, costringendola a indire elezioni democratiche, che furono vinte da Raúl Alfonsín, che fece iniziare indagini contro i generali della Giunta militare.


Il film Argentina, 1985, scritto e diretto da Santiago Mitre è la storia del processo (civile e non militare) che si tenne ai nove membri che furono a capo della Giunta militare tra il 1976 e il 1983, accusati di crimini di guerra e contro l'umanità. Soprattutto, però, è la storia degli eroi di questo processo, ovvero del pubblico ministero Julio César Strassera (Ricardo Darín, che mi è piaciuto), incaricato di condurre l'accusa durante il processo e dei pochi collaboratori (tutti molto giovani, poiché chi era più esperto o più anziano non voleva correre il rischio o era filomilitare) che furono disposti a far parte della squadra che in quattro mesi dovette mettere su le prove contro la dittatura, ascoltando più di 800 testimoni dei rapimenti e delle torture messe in atto in ogni angolo del paese contro chi era sospettato di essere un eversore o di avere informazioni al riguardo. Il compito di Strassera, di Luis Moreno-Ocampo (Peter Lanzani), collaboratore e vice, e del loro team fu duro non solo per il poco tempo a disposizione, ma soprattutto perché fortemente messi sotto pressione dalle costanti minacce ricevute prima e dopo il processo contro sé stessi o le proprie famiglie. Anche durante il processo furono emessi molti allarmi bomba e alcuni attentati furono compiuti realmente.

Il film, disponibile su Prime Video da ottobre 2022, è stato molto interessante e ha esposto la storia con ordine e chiarezza, cercando di mostrare la storia dell'instaurazione del processo, dei molti risvolti politici e, al contempo, cercando di fornire spaccati di vita privata dei due stoici procuratori che guidavano l'accusa. Le testimonianze sono molto forti, un cazzottone nello stomaco e, in generale, il film non è di lieve digestione, affrontando di petto gli orrori del periodo della Riorganizzazione e le ipocrisie della successiva democrazia.

È un film composto, con un ritmo non lento, ma costante e che si prende il tempo, neanche abominevole, ma comunque importante (2 ore e 20 minuti), per raccontare i fatti.

L'ambientazione è opaca, sembra un film girato negli anni Ottanta, ma ha una fotografia molto curata e pulita. La scrittura è asciutta e priva di populismo o di idolatria verso i protagonisti, anche se la loro compostezza non basta a farceli apparire modesti funzionari pubblici nell'esercizio dei loro doveri, come ripete Strassera nel film. Proviamo simpatia per i modi e i valori di Strassera, apprensione per i suoi familiari, compatiamo la situazione familiare di Moreno-Ocampo e troviamo brillanti e scanzonati i giovani membri della squadra di accusa e il personaggio di Carlos Somigliana.

Il film è stato candidato come miglior film straniero a tutti i principali concorsi di quest'anno, Venezia, Golden Globes, BAFTA, Critics' Choice Awards e Oscar, vincendo il Golden Globe e il premio FIPRESCI alla Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia.

Giudizio: Per me non ha guizzi particolari, ma è ben fatto e molto interessante. ⭐⭐⭐ 1/2

Il ritorno di Brendan Fraser: the Whale

 L'ovazione di Venezia ha accolto un commosso Brandan Fraser al termine della proiezione di The whale, il nuovo film di Darren Aronofsky, adattamento di Samuel Hunter di una sua stessa opera teatrale. Dopodiché l'attore è stato candidato per la sua performance a Golden Globes, BAFTA, SAGA, Critic's Choice, Satellite Awards e Oscar.


Ha un taglio teatrale, in effetti, questo film: tutto ambientato nella casa -nel salotto- di un uomo obeso, Charlie (Brendan Fraser), istruttore universitario di corsi online sulla scrittura. In particolare nel corso del film sarà ossessionato dalla rilettura di una testina su Moby Dick (dai contenuti discutibili, ma sono americani e non se ne sono accorti, mentre mia sorella è stata male per tutta la visione, finché gli errori non sono stati in un certo senso giustificati). È un uomo solo e malato: ha divorziato dalla moglie anni prima per mettersi con l'amore della sua vita, Alan, che poi è morto; da allora non vede più la figlia Ellie (Sedie Sink, star di Stranger Things), con cui cercherà di ricucire i rapporti negli ultimi giorni della sua vita. Si occupa di lui l'amica e infermiera Liz (Hong Chau, candidata come miglior interprete non protagonista ai SAGA, ai BAFTA e agli Oscar), ma in quell'ultima settimana anche un altra persona cerca di salvare di Charlie, il missionario Thomas (Ty Simpkins).

Si tratta di un film tristissimo, che affronta marginalmente anche il binge eating, ma si concentra soprattutto sulla solitudine del personaggio, che si è lasciato andare dopo la morte del compagno. È un film sugli errori, sui rimpianti e anche sul non poter tornare indietro, molto severo, con una visione americana che non perdona i peccati e non concede salvezza, anche se uno sweet ending, perché happy decisamente non è, ce lo lascia come spiraglio in un'angoscia altrimenti imperante per due ore tonde. 

Una tristezza tendente al deprimente e una scrittura pietista, un ritmo molto lento, fino alla noia: non mi è piaciuto. Potrei anche essere satura di film ad alto tasso di depressione quest'anno e via via riesco ad accettarne sempre meno nel mio cuore. Questo non ci è rientrato.

La miglior cosa del film sono le interpretazioni, anche se, per essere onesta, ne ho preferite altre quest'anno, soprattutto nella categoria Miglior attrice non protagonista. Brendan Fraser non l'ho trovato superiore a Austin Butler o Colin Farrell, ma alla pari con questi.

Giudizio: ⭐

sabato 18 febbraio 2023

Gli spiriti dell'isola: fiaba nera teatrale e macabra

Il film scritto e diretto da Martin McDonagh, Gli spiriti dell'isola, che ha concorso per il Leone d'Oro a Venezia, aggiudicandosi la Coppa Volpi (Colin Farrel) e il Premio Osella (sceneggiatura), si è meritato anche otto candidature ai Golden Globes (vincendo per il miglior attore protagonista e come miglior Commedia) e nove agli Oscar (film, regia, sceneggiatura originale, Colin Farrell, Barry Keogan, Brendan Gleeson, Kerry Condon, colonna sonora e montaggio).


Il pretesto per l'avvio è molto semplice: "non mi vai più a genio". Un pochino più motivato, ma a un certo punto della loro amicizia Colm (Gleeson), compositore e violinista, decide di rompere i rapporti con Pádraic (Farrell), che è incredulo, oltre ad avere l'orgoglio ferito e il cuore a pezzi, tanto da non rassegnarsi alla prima che tutto sia davvero finito. Su questa situazione semplicissima si innestano una serie di cause-effetti, che non si possono raccontare perché vanno scoperti in sala (il trailer non fa capire quasi niente, cerca solo di restituire l'atmosfera del film), in una catena di eventi inarrestabile che costituisce questa sceneggiatura molto efficace e di impianto chiaramente teatrale. Ogni passaggio è orchestrato in modo preciso come in un meccanismo i cui ingranaggi sono perfettamente oleati: la narrazione è pulita, senza sbavature, apprezzatissima.

La storia è ambientata nel 1923, sullo sfondo della guerra civile irlandese, di cui si sente parlare dai personaggi, che però sono estranei a quei conflitti che riguardano la Terraferma, li percepiscono lontani, mentre loro, confinati nella lenta vita isolana di Inisherin, vivono contrasti e malumori più quotidiani, ma non meno viscerali.

Il tono è metà giocoso, con alcune battute molto divertenti, e metà grottesco, come in una fiaba nera in cui, infatti, compaiono anche le Banshees, gli spiriti annunciatori di disgrazie, che poi sono mantenute (mi sono data anche una mia interpretazione al riguardo), spostando velatamente la narrazione sul genere fantastico. Il grottesco in questo film si sposta fino al macabro, accentuato e molto insistito, anche se cartoonesco: è sopportabile, ma occupa molta parte della storia, quasi troppa, vi viene pesantemente posto l'accento, come se il regista lo eleggesse a elemento cardine. Il finale resta un po' aperto e a me lascia anche un dubbio sul personaggio di Colm.

La storia è ricca di personaggi che animano l'isola, un po' più che comparse, molto pittoreschi: c'è il barista diplomatico, la gestrice dell'emporio avida di pettegolezzi, il poliziotto violento, la vecchia megera, che come in tutte le fiabe non è mai quello che sembra, lo scemo del villaggio, che però interpretato da Barry Keogan ha una credibilità e un'autenticità non comuni (una delle mie interpretazioni preferite nella categoria Attori Non Protagonisti per gli Oscar). Altro ruolo importante, quello della sorella di Pádraic, Siobhán (Kerry Condon), combattuta tra prendersi cura del fratello, uomo semplice e illetterato, ma gentile, e perseguire i propri obiettivi personali.

Le interpretazioni conferiscono davvero un'anima a tutti questi personaggi: è un'esperienza immersiva, si entra davvero nel mondo di Inisherin, i cui bellissimi paesaggi sono, oltretutto, fotografati al meglio. Mi sono molto piaciuti i coprotagonisti, anche se ancora non so se Colin Farrell sarà il mio preferito, ma mi ha convinto molto e dà corpo a un ruolo che abitualmente non gli tocca. Trovo Gleeson sempre impeccabile, qualunque personaggio gli sia assegnato, e qui è stato davvero preciso e in parte, ma l'interpretazione che ho davvero trovato perfetta è stata quella di Keogan. Nella cinquina delle attrici non protagoniste, invece, ora che ho visto Everything Everywhere All at Once, ha pane per i suoi denti la comunque brava Kerry Condon.

In conclusione, però, malgrado questo film non abbia difetti (è pure più corto dei polpettoni che stanno uscendo ultimamente, sotto le due ore, che occupa per intero, e la sceneggiatura è così ben scritta -questo è il motivo per cui è contenuto- che non lascia niente da tagliare), non ha incontrato il mio gusto, probabilmente per il genere, per la storia in sé, che non mi ha interessato e conquistato davvero, e per il macabro molto sottolineato visivamente. È puramente una questione di gusto personale, perché tecnicamente il film è perfetto e consiglio ugualmente la sua visione.

Cosa mi è piaciuto: scritto benissimo, ottime recitazioni, ambientazione che ricrea il fascino di un villaggio irlandese in modo davvero piacevole

Cosa non mi è piaciuto: Jenny (chi ha visto sa), vicenda per me poco interessante, macabro

Giudizio: ⭐⭐⭐1/2

giovedì 9 febbraio 2023

I lati più fragili della più famosa bionda del cinema

 La conosciamo universalmente come sex symbol e diva per eccellenza, ma nel libro di Joyce Carol Oates e nell'omonimo film che adatta il romanzo, Blonde, scritto e diretto da Andrew Dominik, si esplorano i lati più fragili di Marilyn Monroe, celati dietro quella maschera di bionda svampita e frivola.


Presentato in anteprima al Festival del Cinema di Venezia prima di approdare sulla piattaforma Netflix, su cui l'ho recuperato la settimana scorsa, il film affronta la vita di Norma Jeane Mortenson (al secolo Marilyn Monroe) dall'infanzia alla morte, soffermandosi quasi esclusivamente sui momenti più dolorosi, mortificanti e svilenti della sua esistenza in un susseguirsi di apici del dolore: la madre che la picchiava e che tentò di affogarla da bambina, l'abbandono in orfanotrofio; la malattia della madre e il rapporto di assenza con entrambi i genitori; la violenza sessuale che la portò a debuttare nel mondo del cinema dopo le fotografie fatte come modella; il continuo svilimento della sua persona in quanto donna-oggetto che aveva un corpo stupendo e basta; quel ruolo da bellissima ma stupida che non riusciva a staccarsi di dosso (perché in quegli anni eri il personaggio che rappresentavi al cinema la prima volta, dentro e al di fuori del set, con tanto di sorpresa nello scoprire che poi la ragazza leggeva Dostoevskij e aspirava a interpretare i personaggi di Cechov); la dissociazione tra Norma e Marilyn; i matrimoni e le relazioni in cui o veniva picchiata o sfruttata; gli aborti; la solitudine, le droghe. A un certo punto mi è venuto spontaneo chiedermi perché fossero stati scelti solo questi spaccati (mi sono ricordata che la nostra diva aveva anche recitato al fianco di Laurence Olivier, per esempio, e ho ipotizzato che qualche soddisfazione nella carriera forse le sarà giunta), ma la risposta è subito apparsa evidente: non solo una precisa scelta di chi ha scritto almeno la sceneggiatura (non so dire del romanzo), ma l'inevitabile risultato degli eventi che hanno segnato la sua storia.

Come si può facilmente comprendere dalla trama, questo film è stato un calvario: tutto questo dolore condensato in due ore e quarantacinque minuti non lasciano la possibilità di riprendersi un istante. Ed è un peccato che temi importanti e sottovalutati come quelli che il film porta siano stati affrontati proprio in questa pellicola così controversa che ha spaccato la critica, riuscendo a farsi candidare per la straordinaria interpretazione di Ana de Armas ai principali premi cinematografici dell'anno (Golden Globe, BAFTA, SAGA, Oscar) e contemporaneamente a otto (il maggior numero di nomination di quest'anno) peggiori performance ai Razzie Awards: peggior film, peggior prequel-remake-rip-off-sequel, peggior regista, peggior sceneggiatura, peggiori attori non protagonisti (Xavier Samuel e Evan Williams), peggiori coppie.

Il film in effetti ha diversi problemi e probabilmente la scrittura e la regia, che ha alcune scene veramente girate in modo strano, con riprese dal basso in movimento, riprese da video della comunione e scene fanta-cartoonesche dei feti.

Malgrado la discutibilità della messa in scena, ci sono state scene che mi hanno veramente devastata emotivamente per gli eventi raccontati: fino al matrimonio con Miller ero "solo" scossa. La sequenza in cui si inserisce la splendida canzone di Nick Cave and the Bad Seeds, Bright Horses (mannaggia, poteva ricevere una candidatura!), mi ha proprio strappato il cuore a brandelli e ho cominciato a piangere da quel momento per poi precipitare in un vortice di degrado e lacrime. Finito il film (rendiamoci conto che due ore e 45 minuti così sono un buco nero che assorbe ogni briciolo di serenità, speranza e buonumore), che ho visto da sola sul divano, sono stata angosciata per tutto il resto della serata. Questo effetto "Dissennatore" avrebbe dovuto imporre una durata più contenuta al film, per porre fine alla mia agonia molto prima. Ma, come sempre, niente poteva lo stesso giustificare la sua mastodontica lunghezza: una quarantina di minuti sarebbero potuti tranquillamente essere tagliati.

Riguardo alle interpretazioni, dopo aver visto Ana de Armas, trovo difficile credere che qualsiasi altra attrice possa piacermi altrettanto e, nel momento in cui scrivo, è la mia preferita nella cinquina per l'Oscar. Devo dire di aver trovato molto valida la recitazione di Adrien Brody nella piccola particina che ha avuto come secondo marito di Marilyn, nella scena in cui per la prima volta si confrontano Norma e Arthur.

In conclusione...

Cosa mi è piaciuto: Ana de Armas, Adrien Brody, Bright Horses

Cosa non mi è piaciuto: tutta la messa in scena e questo abisso della disperazione

Giudizio: ⭐⭐ 1/2

venerdì 20 gennaio 2023

Living: storia di un gentiluomo e della sua eredità

Bill Nighy per la sua interpretazione in Living di Oliver Hermanus è già stato candidato ai Golden Globes, ai BAFTA e ai SAG Awards e fra cinque giorni sapremo se sarà candidato anche agli Oscar. Il film, sceneggiato nientepopodimeno che dallo scrittore Kazuo Ishiguro, Premio Nobel per la letteratura nel 2017, è il remake di Vivere, film del 1952 di Akira Kurosawa. È stato presentato al Sundance Film Festival e alla Mostra del Cinema di Venezia.

Non sono Mary Poppins, ma un gentleman

Nella Londra degli anni Cinquanta, Mr. Williams, uomo serio e tutto d'un pezzo, è a capo dell'Ufficio Progetti Pubblici e assolve ai suoi doveri in modo impeccabile in una routine invariabile, finché non gli viene scoperto un cancro. All'uomo rimangono sei mesi di vita o poco più e questa scoperta sconvolge il suo tran-tran. Da un lato vorrebbe approfittare del tempo che resta per godersi la vita, dall'altro una vita di bagordi non ha mai fatto parte del suo essere e gli sembra insufficiente a riempire il tempo rimasto.

Questo film mi è piaciuto moltissimo. La storia è delicatissima, ma in un'ora e quaranta (eccellente pregio del film) affronta una serie di tematiche molto serie con una certa dolcezza. Oltre al senso della vita, al doversi separare dai propri cari, alla paura non solo della morte o del tempo che scorre inesorabile, ma anche di affrontare la realtà, si affiancano la coerenza con sé stessi e la scoperta di chi siamo per gli altri, il concetto di esempio di vita, il lascito spirituale e la memoria che restano dopo di noi. È un film pieno, che riempie di emozione e molto merito va sia alla sceneggiatura, sia alla recitazione.

Bill Nighy è un gigante, ma sono molto credibili anche le altre interpretazioni, tra cui quelle di Aimee Lou Wood, Alex Sharp e Tom Burke.

Vorrei ancora rimarcare come sia possibile gestire una storia e i suoi sottotesti in meno di due ore, quando un testo è ben scritto. Continuo a ritenere che le lunghezze eccessive siano non solo superflue, ma anche segno di una difficoltà a concentrare la storia, a raccontarla esaustivamente e in modo sintetico allo stesso tempo. In questo film sceneggiatura e regia invece riescono alla perfezione.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2

martedì 29 novembre 2022

"Quando l'istinto ti dice di stare a casa, stai a casa" ovvero Bones and all

 No, non è un bel film.

E non è per le scene crude, è proprio un film inutile.


Facciamo un passo indietro e alcune premesse prima di parlare di questo film, tratto dal libro Fino all'osso di Camille DeAngelis, presentato in anteprima alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia.

Non ho ancora visto Chiamami col tuo nome (né altri di Luca Guadagnino) e, dopo questa visione, non sono sicura che lo farò. Ho sentito pareri contrastanti in merito, che vanno da "è noioso e lentissimo" a "è bellissimo e immersivo". E avevo sentito pareri contrastanti anche su questo nuovo film tra i conoscenti che lo avevano visto al cinema (mia sorella mi ha così abbandonata a vederlo da sola) e le recensioni che, probabilmente per la prima volta in vita mia, avevo cercato febbrilmente prima di andare a vederlo, spinta dalla necessità di appurare il livello di crudezza. Livello che non ho appurato, scoprendo invece che qualcuno considera spoiler anche ammettere che il film parla di cannibali. Non è spoiler, è la trama: è stato annunciato con chiarezza quando è stato presentato. Ne avevo sentito parlare su Sky prima ancora di vedere il trailer, a inizio settembre. Il genere con cui è classificato è quello dell'horror (e vietato ai minori di 14 anni -pure troppo poco, i ragazzi di oggi non hanno necessità di ulteriori livelli di violenza, che ormai sono "normalizzati"-), ma questo non è per niente un horror (o forse lo è in un paio di scene che non sono quelle del "pasto").

Gli unici generi cinematografici che non guardo (salvo sporadiche e motivate eccezioni) sono l'horror e i film comici. Per il resto sono onnivora. Non è un gioco di parole (anche se sono onnivora anche in campo alimentare), io guardo di tutto al cinema, senza focalizzarmi troppo su genere ed etichetta. Ma non sono un'esperta, sono una fruitrice: per me il cinema è intrattenimento, spettacolo, magia e lo giudico soprattutto con la pancia, con la prima impressione. Per me contano soprattutto l'aspetto visivo (spettacolarità inclusa) e, più di ogni altra cosa, la sceneggiatura. Adoro follemente i film di Hitchcock, adoro i dialoghi di quei film e il fatto che riuscisse a ottenere un capolavoro anche restando nella stessa stanza per tutta la messinscena, come a teatro, facendo reggere il film interamente alla sceneggiatura. Anche i suoi erano film autoriali e si distaccavano dal cinema classico, con le sue regole precise. Ma pure lui riteneva che i film dovessero avere durate contenute (amo la sua battuta "La durata di un film dovrebbe essere direttamente commisurata alla capacità di resistenza della vescica umana") e che dovessero intrattenere lo spettatore. Il suo linguaggio cinematografico era sintetico: con una sola scena era in grado di riassumerti una premessa, di calarti nel contesto e, in generale, ogni scena era funzionale all'economia del film. Per me questo è il massimo che il cinema può dare. E infatti non mi piacciono quasi mai i film d'autore (a meno di non poter considerare tale anche Parasite).

E stavo pensando proprio a questo mentre ieri sera vedevo i primi fotogrammi del film, prima che si entrasse nel vivo della vicenda. Stavo calcolando il tempo sprecato in scene non utili e non funzionali e, soprattutto, non belle. 

Nei primi cinque minuti, la protagonista, Maren, è invitata per un pigiama party da un'amica, poi esce da scuola e trova ad aspettarla il padre, che le fa fare una prova di guida. Fin qui tutto bene: due scene per dirti che la ragazza è già maggiorenne, vive sola col padre e non ha nessun amico, tranne questa ragazza. Poi l'auto parte e li vediamo parcheggiare, scendere, prendere le buste della spesa ed entrare in casa (questo è stato l'esatto momento in cui ho pensato che Hitch avrebbe saltato tutta la parte sul vialetto di casa, risparmiando quasi un minuto, ma in realtà chissà come l'avrebbe girata lui questa parte...) e tutta una serie di lenti rituali (mangiare, lavarsi i denti, aspettare che il padre si addormenti per uscire di nascosto) che annoiano, che potevano essere riassunti molto più velocemente e che non hanno alcuna grazia estetica, quindi, in soldoni, sono scene ingiustificate. Il fatto che mi fossi distratta a pensare che c'era un intero minuto di troppo la dice lunga sul coinvolgimento generato dalla lentezza con cui scorrono le immagini.

Al pigiama party, dopo anni in cui non era mai capitato nulla, succede il primo incidente del film, di cui ho visto sprazzi sufficienti a ottenere due effetti: il primo è stato decidere all'istante che quella era la prima e ultima scena splatter che avrei visto del film (sì, le scene ancora più realiste non le ho viste e non posso giudicarle e mi sta bene così, anzi mi rammarico profondamente di aver visto anche solo la prima); il secondo è che, per addormentarmi, ho avuto bisogno del conforto generato da unicorni e arcobaleni (no, in realtà di Carlo Lucarelli che racconta il caso Marilyn Monroe e del primo capitolo di Harry Potter e la pietra filosofale letto da Giorgio Scaramuzzino, ma ognuno ha la propria comfort zone).

Sulla trama, ma il film in realtà non ha una vera trama -è più una serie di cose che succedono in successione-, l'effetto è di far partire la vicenda: da quel momento Maren sarà sola e vagherà alla ricerca delle sue origini o di sé stessa, incontrando -curiosamente- una serie di compagni cannibali.

"Curiosamente" significa che per me questo è un buco di trama o comunque una forzatura: il film lo giustifica col fatto che questi cannibali pare si riconoscano fra di sé, fiutandosi, ma questo non toglie che Meren scende dall'autobus e si trova un cannibale davanti, entra in un supermercato e c'è un cannibale (e così via). Il ritmo è discontinuo e a un certo momento il tempo si dilata come in un finale, ma non è la vera conclusione -che sarebbe stata pure carina se così fosse stato-. No, il film cambia ritmo e si svolge l'ultimo atto (che avrei preferito non vedere perché per me è ridicolo).

L'amica che ne aveva parlato male a mia sorella l'ha considerato una metafora di una vita da tossicodipendente e ci sta. Potrebbe esserlo su qualsiasi compulsione in effetti, dall'alcolismo al gioco d'azzardo, e su come queste dipendenze possono distruggere vite e famiglie. Il film dichiara che per questi cannibali si tratta proprio di una compulsione, un'irrefrenabile necessità di mangiare carne umana, non alla Hannibal Lecter, col Chianti e le fave, ma più alla DiCaprio in Revenant quando si mangia il fegato di bisonte. Io però non l'ho vista questa metafora e per me è stato solo cercare di rappresentare al cinema un viaggio per gli Stati Uniti con parti splatter, inutili, fini a sé stesse, che non c'entrano nulla con la storia in sé, che presa da sola, sarebbe soprattutto un racconto di formazione di questa ragazza sullo sfondo di sconfinati paesaggi americani. Ma l'abbagliarci con il cannibalismo fa un po' perdere il focus, rende il film confuso, né percorso di crescita, né horror, né on the road movie (quest'ultimo forse era l'ambizione di Guadagnino, ma ha trovato la sceneggiatura già scritta e si è inserito a progetto avviato). La fotografia non è abbastanza bella (non è come ne Il potere del cane) per un film in cui i paesaggi sono centrali. Non può contare sul lato visivo, perché rappresenta un mondo di emarginati, soli, poveri, miserabili. E ho già parlato male di regia e trama. 

Diciamo qualcosa di carino: ha una buona colonna sonora e un ottimo cast. Mark Rylance è meraviglioso, ma ho trovato molto bravo anche Michael Stuhlbarg e i due protagonisti. Trovo Mark Rylance uno dei migliori interpreti di questi anni: mi folgorò ne Il ponte delle spie, quando decisi dopo cinque minuti dall'inizio del film che quell'uomo doveva vincere l'Oscar, cosa che ha fatto per l'appunto, ma queste mie epifanie estemporanee sono di solito immotivate, come quando dissi la stessa cosa di Daniel Bruhl e del film dopo aver visto Rush.

Quando venti minuti prima della proiezione ho temuto di essere sola in sala a vedere un horror, ma per fortuna sono sbucate altre quattro persone e due conoscenti mi hanno invitata a vederlo con loro (grazie) 💗

E qui giungiamo al motivo per cui, a dispetto del fatto che sospettassi non fosse un film per le mie corde e non avessi voglia di andare a vederlo, alla fine ci sono andata: la mia compulsione. Tutti gli anni, da otto-nove anni a questa parte, faccio i salti mortali per vedere tutti i film nominati ai premi Oscar, prima della Notte degli Oscar. Ci sono state molte annate in cui ne ho potuti vedere pochi, a causa del lavoro, ma nel 2014 e quest'anno ero andata molto vicina a vedere tutte le candidature delle categorie principali. Così, fiutando che potessero esserci delle buone interpretazioni e conscia che a casa sul divano (santa sanctorum del relax e delle emozioni positive) mai avrei visto una tale pesantezza, ho cercato di avvantaggiarmi, traendone un insegnamento: se l'istinto ti dice di stare a casa, stai a casa.

Cosa mi è piaciuto: Mark Rylance, Michael Stuhlbarg, Timothée Chalamet, Taylor Russell, il cast in generale

Cosa non mi è piaciuto: regia, sceneggiatura, fotografia, scene splatter (ah, no, non le ho viste, ma non sono comunque funzionali alla narrazione)

Giudizio: ⭐ Film inutile e brutto

sabato 15 ottobre 2022

La crisi climatica (e non solo) secondo Virzì

 È una Roma distopica, quella che mette in scena Paolo Virzì nel suo ultimo Siccità, fuori concorso a Venezia, in cui non piove da così tanto tempo ("giorno 367 della crisi idrica" annuncia il telegiornale) che il letto del Tevere è diventato uno scavo archeologico e le case dei romani sono invase da orde di blatte. In questo scenario apocalittico si sta diffondendo un'epidemia di una strana febbre del sonno che colpisce gli abitanti e di cui i medici stanno cercando di capire l'origine.


È in questa cornice che si sviluppano e si intrecciano tra loro le storie corali di molti protagonisti: famiglie che si sfasciano, ma lasciano una facciata di rispettabilità esterna e "social" (perché nel mondo di oggi contano solo il numero di like e si cambia format in base a quello più adatto a moltiplicarli, compresi tutorial sul risparmio idrico), ipocrisie, coppie non riconosciute, amori segreti, attrazioni adolescenziali, carcerati dimenticati chiusi fuori da Rebibbia, disgraziati che hanno perso tutto, tassisti con le visioni, lotte per affrancarsi, lotte per sopravvivere, Madonne nere che attraversano il deserto del Tevere, piantine che cercano di non morire assetate.

Le storie raccontano anche lo scontro di classe, la disparità che nel nostro paese è sempre presente: mentre manca un bene primario per tutti, che viene razionato, con tanto di provvedimenti e persecuzioni (polizia al seguito) se un qualunque poveraccio di strada cerca di fare il furbo e di arraffare più di quanto gli spetta, mentre i giovani scendono in protesta, i ricchi hanno sempre di più e per qualche misterioso motivo godono di scorte insospettabili che sperperano in inutilità come le piscine, l'idromassaggio e le beauty farm.

È un film di denuncia, coi suoi paradossi e le sue parodie, al cambiamento climatico (e ai modi in cui lo affrontiamo) che somiglia un po' a Don't look up: il personaggio di DiCaprio sembra impersonificato in tutto e per tutto da quello del Professor Del Vecchio (idrologo, evoluzione 2.0 del virologo dei nostri giorni), anche nell'evoluzione da esperto super partes a uomo corrotto dal sistema.

Io l'ho visto al cinema del mio paese nella seconda settimana di uscita e una mia amica, che aveva fatto in tempo a vederlo subito, mi aveva detto che non le era piaciuto perché sembrava troppo "alla Sorrentino". Adesso posso dire che, se anche fosse, non mi è dispiaciuto (forse alludeva a citazioni e a rimandi a una simbologia molto vicina a quella del napoletano, come la Madonna o la parata danzante in strada o la preghiera al papa che sembra latrice di salvezza), ma io ci ho trovato molto Virzì, nei personaggi, nella loro miserabile umanità, che è raccontata così bene e in modo così coinvolgente. Gli attori, anche i più giovani, sono bravissimi. Mi è piaciuta tantissimo l'interpretazione di Emma Fasano, che pure forse ha un minutaggio inferiore ad altri personaggi.

Il ritmo è davvero scorrevole, le storie sono tante e non un minuto è sprecato: ogni scena racconta quel tanto che basta a volerne sapere di più di ciascun personaggio per subito passare a un altro racconto ugualmente interessante e quelle due ore o poco più passano velocissime, lasciandoti ancora con un senso di incompleto.

Cosa mi è piaciuto: tutto, attori, regia, vicende, rimo serrato

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2

Orsi che non esistono e registi incarcerati

 Ieri sera sono stata al cinema d'essai del mio territorio (il cinema Garibaldi di Scarperia) a vedere il nuovo film del regista iraniano Jafar Panahi, attualmente incarcerato in Iran, di cui avevo sentito parlare, ma del quale (ammetto le mie lacune) non conoscevo la filmografia.

Dopo questa serata penso però di andarmi a recuperare altre sue opere, perché è davvero un maestro, come lo chiamano nel film.

Il film era stato insignito del premio speciale della giuria a Venezia circa un mese fa e c'era chi si era lamentato che non avesse ottenuto di più.



Cosa ne penso io, che non sono un critico ed esprimo pareri più di pancia che di sostanza?

Premettendo che non è il genere che preferisco (amo più il film d'intrattenimento che il film di riflessione), l'ho trovato molto interessante e pure geniale in molti modi. Sì, è un pochino lento, ma lento nel raccontare più che nel ritmo (che in realtà è abbastanza coinvolgente): ci sono scene molto lunghe e statiche, movimenti di macchina al minimo, qualche campo lungo, più di un piano sequenza, poco montaggio, un po' di più verso la fine quando si intensificano un po' gli eventi. Questo per valorizzare i dialoghi, che sono la narrazione stessa. I movimenti della camera coincidono col cambio di scena quasi come una struttura teatrale. Ogni scena ha senso nell'economia della storia e questo lo apprezzo tantissimo.

Anche da profana riconosco la mano autoriale di un regista di grande esperienza, che vuole raccontare a parole sue (col cinema suo) la sua storia che si intreccia ad altre storie di un paese così lontano dal nostro e costretto, come sappiamo, in un regime cieco, tirannico e molto anacronistico, di cui peraltro si parla molto in queste settimane.

Il film si apre con un piano sequenza, che dopo pochi minuti si rivela essere un film nel film.

Panahi, nei panni di sé stesso, sta infatti dirigendo un film, quello della scena che ci viene mostrata, ma a distanza. Lui si trova infatti in un villaggio al confine turco, dove ha preso in affitto un alloggio. Ed è in questo villaggio che il suo aver (o forse non aver) scattato una fotografia a una coppia di giovani sarà pietra di uno scandalo sentimentale, che metterà a soqquadro la calma superficiale di questo luogo sperduto in cui tradizioni antiche, miopi e, ammettiamolo, misogine (come il regime del paese natio di Panahi) si ripetono immutate negli anni.

C'è un incastro complesso e ingegnosamente architettato di storie di ambiguità, che vertono sulla foto (Panahi l'ha scattata o no quella fotografia?), sul confine (vuole o non vuole varcare il confine e fuggire infrangendo il divieto di lasciare l'Iran?) e sul film stesso, che è sì film nel film, ma in realtà in un articolata giostra di scambi è invece realtà nel film - che è dentro il film- (e questo è puro genio secondo me).

I personaggi sono molto credibili, tramite loro c'è una descrizione di un mondo intero (la facciata di tradizione e gentilezza che nascondono il vero animo che c'è sotto), e c'è questo mescolarsi straordinario di personaggi reali e di fiction che in realtà sono reali che io ho adorato.

Cosa mi è piaciuto: il film dentro il film che in realtà non è film, la regia

Cosa non mi è piaciuto: è un genere fuori dalla mia confort zone, ma ne sono uscita volentieri e ne è valsa la pena; ma gli orsi chi sono?

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2