Il titolo si riferisce, infatti, alle visioni che il protagonista Arthur (il bravissimo Josh O'Connor - Carlo nella serie tv The Crown, che non ho visto), mancato archeologo inglese, ha nei pressi di una sepoltura etrusca. Nel paesino dove vive ha messo su una banda di tombaroli, che si basano sulle sue epifanie per far quattrini, rivendendoli a un ricettatore misterioso. Arthur ha anche l'appoggio di una gentildonna decaduta, Flora (Isabella Rossellini), la cui nipote scomparsa era fidanzata proprio con l'inglese. Presso Flora prende lezioni di canto Italia (Carol Duarte), immigrata brasiliana, che nasconde segreti e ideali diversi da quelli di Arthur.
Recensioni "di pancia" dei film che vedo -generalmente- al cinema (perché andare al cinema è bello e andare in quelli piccolini del proprio paese è importante per aiutarli a restare aperti: un bene per loro e per me)
giovedì 7 dicembre 2023
La Chimera di Alice Rohrwacher: ancora film italiani a Cannes
Il titolo si riferisce, infatti, alle visioni che il protagonista Arthur (il bravissimo Josh O'Connor - Carlo nella serie tv The Crown, che non ho visto), mancato archeologo inglese, ha nei pressi di una sepoltura etrusca. Nel paesino dove vive ha messo su una banda di tombaroli, che si basano sulle sue epifanie per far quattrini, rivendendoli a un ricettatore misterioso. Arthur ha anche l'appoggio di una gentildonna decaduta, Flora (Isabella Rossellini), la cui nipote scomparsa era fidanzata proprio con l'inglese. Presso Flora prende lezioni di canto Italia (Carol Duarte), immigrata brasiliana, che nasconde segreti e ideali diversi da quelli di Arthur.
mercoledì 22 novembre 2023
EO: il mio trauma animalista
Ho aspettato molto a parlare di questo film, visto durante l'estate, perché dovevo riprendermi dal formidabile shock della sua visione che è stata potente e penosa (e uso entrambi gli aggettivi in senso positivo).
Il regista polacco Jerzy Skolimowski frequenta le kermesse europee dagli anni Sessanta e al Festival di Cannes 2022 ha presentato lo straziante EO, che gli è valso il premio della giuria. Il film è stato anche selezionato nella cinquina di film che ha concorso all'Oscar 2023 nella sezione film internazionali.
La sceneggiatura adatta il film di Robert Bresson del 1966, Au hasard Balthazar, che all'epoca fu presentato alla Mostra del cinema di Venezia.
In entrambe le storie l'asinello protagonista subisce ogni possibile disavventura e crudeltà e, in particolare, nell'adattamento di Skolimowski la storia inizia da una condizione di temporanea serenità. EO è l'asinello di un circo polacco, coccolato e benvoluto dalla sua compagna di performance, finché il circo non viene chiuso e gli animali sono smistati in altre sistemazioni. Paradossalmente è un'associazione animalista che fa allontanare le bestie, accusando i circensi di crudeltà sugli animali, ma le destinazioni di EO (forse anche degli altri?) restano sempre utilitaristiche e raramente benefiche per il povero animale. Iniziano dunque le peripezie della bestiola, sballottata da un rifugio a un luogo di lavoro, da una sistemazione a un'altra. A volte è lo stesso EO che scappa da situazioni più o meno negative: romanticamente si direbbe che cerchi di tornare dalla sua padroncina, le cui attenzioni forse rimpiange (continuano a salirmi le lacrime anche a scriverne).
Il regista sembra dirci proprio questo e lo fa esclusivamente attraverso le immagini. I personaggi umani dialogano tra loro o parlano a EO, ma molte scene non prevedono affatto la loro presenza e il punto di vista sembra essere sempre quello dell'asinello. La scelta delle inquadrature e delle immagini vogliono dirci cosa pensa EO, cosa vede e il linguaggio elaborato da Skolimowski mi ha incantata: è essenziale, è preciso, l'immagine è potente, perché riesce a raccontare sequenze narrative, ma anche sentimenti e pensieri senza necessità della parola. La durata del film è contenuta (meno di un'ora e mezza), ma sufficiente a raccontare molti episodi e ad arrivare al cuore dello spettatore (e distruggerlo).
Sono tornata a casa molto turbata dalla visione (alcune scene sono crude, anche solo facendo intendere, senza mostrare) e rattristata dalla storia, ma anche entusiasta di aver visto una prestazione registica così raffinata, un linguaggio così pulito e conciso e allo stesso tempo perfettamente capace di generare emozioni fortissime.
Il regista centra in pieno il suo intento, giacché ha messo in scena questa storia mosso da ideali animalisti e desideroso di denunciare la crudeltà sugli animali.
Giudizio: crudo ma perfetto ⭐⭐⭐⭐⭐
martedì 7 novembre 2023
Esordio alla regia di Paola Cortellesi: C'è ancora domani
Alla seconda domenica di proiezioni sono rimasta non poco stupita di vedere un discreto (considerando il periodo) numero di persone in sala per assistere al primo film diretto da Paola Cortellesi: C'è ancora domani. Il motivo mi è stato chiaro ben prima della fine del primo tempo: passaparola positivo, senza dubbio.
Se Bisio ha scelto la Seconda Guerra Mondiale (e un argomento molto sensibile da trattare) per ambientare il suo primo film a Roma, la Cortellesi sceglie un periodo di poco successivo e la stessa città: il secondo dopoguerra e, in particolare, la vigilia del referendum monarchia vs repubblica e delle elezioni per l'assemblea costituente del 2-3 giugno 1946, le prime dopo il fascismo e la guerra e le prime aperte alle donne.
Anche Paola Cortellesi parte col piede sull'acceleratore, trattando della condizione femminile sotto multipli punti di vista, a partire dal diritto di voto: la storia della famiglia di Delia (Cortellesi protagonista, oltre a regista) dà l'occasione per passarli in rassegna.
Delia si è infatti sposata con un uomo violento (Valerio Mastrandea), che, come il padre Ottorino (Giorgio Colangeli), ne pretende i servigi e il silenzio. La donna all'epoca (e non solo) era reputata infatti solamente una nullità, da tenere sotto sorveglianza perché poteva comportarsi sempre in modo sconveniente e lascivo, e da malmenare per "istruirla". Inoltre l'educazione, indipendentemente da inclinazioni e merito, era riservato solo ai figli maschi: alle figlie femmine toccava trovarsi un lavoro per aiutare a mantenere la famiglia e, possibilmente, portare il prima possibile la propria bocca da sfamare a un marito in grado di mantenerle. Così è per Marcella (Romana Maggiora Vergano, che mi è molto piaciuta), la figlia più grande di Delia e Ivano, che spera, col matrimonio con Giulio, di allontanarsi presto dalla miseria e meschinità della sua famiglia. Anche Delia desidera che la figlia si emancipi, si salvi: desidera per lei una condizione migliore e spera che la trovi nel ragazzo che sembra volerle così bene (ma sarà così?). Per questo fa la cresta sui suoi guadagni, così da metterle da parte i soldi per acquistare uno splendido abito da sposa.
Già, perché i soldi guadagnati da una donna non appartenevano certo a lei, bensì al padre o al marito, che li spendeva a propria discrezione. Nel caso del marito di Delia nel gioco e nelle donne, oltre che nelle spese di casa. Inoltre lo stipendio delle donne era sempre inferiore a quello di un uomo, indipendentemente dall'esperienza e dall'anzianità lavorativa. Nelle classi più agiate, invece, la donna non doveva affatto lavorare, bensì farsi mantenere, per non far sfigurare il marito: in ogni caso l'indipendenza economica femminile non era contemplata per nessuna classe sociale.
Nel buio di questa situazione, l'unica cosa a cui aspira Delia è proprio tutelare la figlia (e nel corso del film capirà il modo migliore per farlo, in una soluzione che ho adorato), finché non scopre che il suo amore di un tempo, Nino (Vinicio Marchioni, eccezionale come sempre, anche se per poco più di un cameo), sta per lasciare Roma, offrendole una possibilità di vita diversa.
Venendo alla regia di Paola Cortellesi, sono rimasta molto favorevolmente colpita, a partire dai tempi comici, orchestrati alla perfezione, a volte anche a tempo con la musica, che spesso gioca grande parte nella scena, fino a essere parte stessa della narrazione (cose che ho adorato), come nel delizioso finale, parzialmente aperto. La principale scena di violenza di Ivano è infatti mascherato da ballo, riuscendo al contempo a edulcorarla per portarla al tono della commedia, sia a far comprendere comunque la gravità di quanto accade, rafforzata anche dalle reazioni degli altri personaggi che vi assistono o che notano i segni su Delia.
Inoltre ho apprezzato che il contesto della rappresentazione non rimanesse mero sfondo delle vicende: già nei titoli di testa scorrono infatti immagini della Roma del dopoguerra e dei suoi abitanti, ritratto di quel periodo e delle sue abitudini, e successivamente vediamo altre abitudini di vita e di lavoro: il mercato, il bar, l'attacchino dei manifesti elettorali, la corte, il servito buono, la fabbricazione manuale degli ombrelli, le riparazioni della biancheria.
E che dire della mia scena preferita? La condivisione con Nino della cioccolata che un soldato americano regala a Delia, dona a noi una scena romantica e dolcissima, ma anche comica, mentre i due si guardano e si sorridono.
Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2
Le interpretazioni sono buone, anche nei personaggi secondari, i costumi e le acconciature mi sono piaciuti e hanno contribuito a connotare i personaggi, mostrandone con chiarezza il livello sociale. L'uso della musica, come ho già detto, l'ho trovato brillante. Ma soprattutto adoro come la storia, che è molto coinvolgente, è stata usata come strumento di racconto sociale e di memorandum di cosa la donna si è conquistata nel corso del tempo, poiché no, non abbiamo sempre avuto le libertà e le possibilità di cui godiamo oggi e questo lo dobbiamo a quel voto del 1946 che per la prima volta ci ha permesso di dire la nostra sui nostri diritti. Da qui il finale, il riferimento al titolo e il fatto che il momento dell'attesa di quel momento cruciale sia proprio la locandina del film.
Ricordiamocelo.
Esordio alla regia di Claudio Bisio: L'ultima volta che siamo stati bambini
La prima volta di Claudio Bisio alla regia lo vede impegnato in una storia sulla Seconda Guerra Mondiale, trattando un tema delicato e importante, da un punto di vista molto particolare: quello dei bambini.
Italo (Vincenzo Sebastiani), Cosimo (Alessio Di Domenicantonio), Riccardo (Lorenzo Mc Govern) e Vanda (Carlotta De Leonardis) sono bambini che giocano insieme nel cortile di un quartiere romano proprio nel mezzo della Seconda Guerra Mondiale, tra attacchi aerei e sotto un regime fascista che si è compromesso con i tedeschi fino al punto di aiutarli a deportare gli ebrei nei campi di concentramento.
È quello che origlia Italo, figlio di un federale fascista (Bisio), in una riunione del padre con un alto militare nazista: così scopre cosa sta succedendo quando Riccardo, di famiglia ebrea, scompare qualche giorno dopo. I bambini capiscono che un misterioso treno si è portato via il loro amico e decidono di andare a salvarlo seguendo i binari dalla stazione Termini fino alla Germania.
Sulle loro tracce si mettono a inseguirli il fratello di Italo, Vittorio (Federico Cesari), militare fascista a riposo per una ferita di guerra, e Suor Agnese (Marianna Fontana), religiosa del convento in cui Vanda è ospitata in quanto orfana, molto affezionata alla bambina.
I tre ragazzi hanno tutti storie tristi alle spalle, ma affrontano con allegria e col gioco tutto il viaggio alla ricerca di Riccardo. Italo si sente disprezzato dal padre, che considera il fratello maggiore il perfetto esempio, mentre Italo non sarebbe mai all'altezza. Cosimo è orfano di madre e ha il padre in esilio, quindi vive con il fratellino e con un nonno che riesce a stento a mantenerli. Vanda sogna di essere adottata, ma è troppo grande per piacere a degli aspiranti genitori.
È solo il punto di vista di un bambino che può domandarsi come mettere insieme gli insegnamenti del padre che gli dice che gli ebrei sono il "male del mondo" col fatto che il suo amico ebreo sia in tutto e per tutto nel fisico proprio "l'ariano" che sempre il padre gli descrive e soprattutto come inglobare il fatto che quel bambino è simpatico e che gli vuole bene. È solo l'ideale di un bambino che può condurre i tre ragazzi ad affrontare fatica, fame e paure per l'avventuroso viaggio al salvataggio di Riccardo.
Riguardo alla politica, Vittorio e Agnese, col loro continuo dibattito, si renderanno portavoce di opposti ideali: quello fascista e militare, inculcato nelle menti degli italiani dal regime e quello pacifista, guidato dall'amore per l'altro (in lei ispirato chiaramente dalla religione).
Le interpretazioni sono state buone, soprattutto quelle dei bambini, veramente straordinari a reggere la telecamera così bene e così a lungo. Lo sguardo dolcissimo e sperduto di Cosimo quando pensa alla mamma è tenerissimo.
Il film è stato divertente e mi è piaciuto. Per lunga parte ho ritenuto che la tematica della shoah (ma anche quelle del fascismo quella dei partigiani -guerra civile nella guerra-, accennata proprio en passant) venisse trattata con troppa leggerezza, però il punto di vista della narrazione è quasi sempre quello dei bambini (è meno giustificabile il teleromanzo di Vittorio e Agnese), dunque volutamente lieve. In effetti il finale è una stilettata al costato e giustifica il titolo del film.
Giudizio: ⭐⭐⭐ 3/4
venerdì 15 settembre 2023
Il viaggio dell'eroe dal Senegal all'Italia: Io Capitano di Matteo Garrone
Un tema come quello del viaggio si è prestato, si presta e sempre si presterà a molte varianti e molte interpretazioni. Il viaggio forma, allarga i confini della mente, conduce verso luoghi di dannazione o più spesso salvifici, ma in ogni caso incide per sempre qualcosa nell'anima di chi lo compie e lo trasforma per sempre. E il viaggio che Matteo Garrone racconta in questo suo ultimo film, Io capitano, acclamato alla Mostra del cinema di Venezia, ricalca tutti i tòpoi del viaggio dell'eroe.
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| La rotta passante per Mali, Niger e Libia che compiono i due protagonisti |
L'eroe di questa vicenda è un ragazzo di sedici anni senegalese che parte col cugino per il viaggio, quel viaggio, quello verso
Il film si apre in un'atmosfera distesa e di festa: Seydou vive con sua madre e le sue sorelle in Senegal, ma vorrebbe andarsene col cugino Moussa, col quale condivide l'aspirazione di diventare un'artista musicale, in Europa per inseguire il loro sogno, infatti i due scrivono e cantano insieme.
Lo diresti il classico sogno americano, peccato che loro siano nati dalla parte sbagliata del mondo e, dunque, questi sono sogni che non possono permettersi. Di nascosto dalle loro madri, però, i due ragazzi, circa sedicenni, lavorano per sei mesi e mettono da parte una cifra che credono sia sufficiente a tentare il viaggio, malgrado qualcuno glielo sconsigli per via della durezza e dei pericoli. Forse sottostimando il rischio e ancora piuttosto naive, soprattutto Seydou, i due cugini comunque partono.
Garrone ci introduce di botto, con un passaggio secco dall'immagine idealizzata e romantica di avventura che avevano Seydou e Moussa (con tanto di canzone on the road che accompagna il fuoristrada nel deserto) alla cruda realtà, al tema del film: le difficoltà, le ingiustizie, la barbarità della traversata in una delle rotte dei migranti. Ribalta la prospettiva che normalmente in Europa abbiamo del fenomeno (l'arrivo di masse di profughi sulle coste mediterranee) per mostrarcelo con gli occhi di chi il viaggio lo compie. Infatti il viaggio e il film si concludono alle porte dell'Unione Europea, senza mostrare cosa accade dopo. La Sicilia nel film rappresenta la soglia, oltre la quale non ci sono più uomini pronti a sparare su altri uomini. Dietro di loro la loro vita non vale nulla, possono essere uccisi o feriti impunemente; davanti a loro, invece, la vita umana ha qualche valore (non lo stesso della nostra, poiché ancora uno non vale uno, ancora sussistono delle discriminazioni e capita che possano essere aggrediti e considerati di valore inferiore, ma nessun governo EU può negargli i diritti fondamentali - almeno nominalmente). Il rischio di morire diminuisce. La porta d'ingresso per l'Europa è già salvezza.
Il continuo salasso imposto dalle autorità dei vari paesi per lasciar passare anziché bloccare i migranti in carcere; il denaro che non basta mai perché te lo portano via in ogni modo; la difficoltà di ottenere dei visti legittimi (problema radicato nei paesi del continente africano e che rappresenta, oltre a un'ingiustizia che differenzia i suoi abitanti da quelli di altri continenti, la causa principale di abuso di potere degli stati africani sui migranti che circolano sul loro suolo); l'incontro con approfittatori e truffatori spregiudicati che promettono ma non mantengono; la traversata del deserto Sahara, i predoni militari, le carceri libiche e le torture perpetrate al loro interno; i morti: tutto l'orrore della tratta Mali-Niger-Libia Garrone ce lo racconta e, anche se fa soffrire il suo pubblico più di una volta, ci va anche abbastanza piano. Pur non spettacolarizzando l'orrore, il messaggio che doveva passare passa.
La proiezione a cui ho assistito, al cinema Fiorella di Firenze, si concludeva con un saluto al pubblico del regista e dei due coprotagonisti, freschi di Leone d'Argento (per la regia) e di Premio Marcello Mastroianni a Seydou Sarr. Il caso (o quantomeno così ha spergiurato il regista) ha voluto che in sala ci fosse anche un giovane proveniente dal Gambia, che Garrone ha individuato tra gli astanti in piedi e a cui ha domandato se avesse fatto il viaggio e se quello che il film aveva mostrato corrispondesse alla realtà (uno stress test, insomma). Il ragazzo ha ammesso di aver compiuto il viaggio una volta e che ha trascorso la proiezione a piangere, poiché quello a cui noi abbiamo assistito come film e che ci aveva comunque strappato non poche lacrime, per lui era la rievocazione di quanto aveva passato in precedenza.Vorrei avvertire gli stomaci deboli di astenersi dalla visione, ma in tutta onestà non posso. Credo che questo sia un film che va visto e non solo perché avere contezza di quello che questa gente passa nella traversata è essenziale a maturare un'empatia nei confronti nel tanto disprezzato (dalla politica populista) immigrato e dunque a rileggere sotto una diversa ottica il fenomeno, ma anche perché è un film di una bellezza e di una poetica rara. Questa pellicola non è un'accozzaglia di scene patetiche. Questo è un film scritto come dio comanda, con la profondità di una storia di formazione all'interno della denuncia che intende muovere. Ha più livelli di profondità e di lettura che gli conferiscono una completezza e una struttura rigorosa.
La scrittura a più mani di Matteo Garrone, Massimo Gaudioso, Massimo Ceccherini e Andrea Tagliaferri è stata tratta da alcune storie vere, tra cui quella di un migrante, attualmente magazziniere in Belgio, che si è fatto sei mesi di carcere come scafista e che non ha potuto partecipare alla Mostra di Venezia, come ci ha raccontato Garrone, perché la sua posizione non è stata regolarizzata. Tra i nomi di ragazzi che hanno compiuto il viaggio e la cui storia ha ispirato il film ci sono: Kouassi Pli Adama Mamadou, Arnaud Zohin, Amara Fofana, Brhane Tareke, Siaka Doumbia. Riconoscibile, inoltre, il contributo di Ceccherini, soprattutto nella prima parte del film e in tutti i momenti di alleggerimento della storia.
Garrone fa sentire la sua mano in molte scene: ci sono molti momenti onirici, frutto dell'immaginazione di un Seydou confuso dalla disidratazione, tra cui quella bellissima in cui immagina di tornare dal carcere libico in volo dalla madre e chiede a uno spirito di farle sapere che sta bene. Spezzacuore. Spezzacuore come il saluto che si danno Seydou e un altro personaggio cruciale del film, che funge da mentore e aiutante del nostro eroe. Spezzacuore come la scena in cui deve salutare un'altra compagna di viaggio, che rivede in una delle sue visioni, il cui spezzone era già circolato in fase di promozione all'interno del trailer.
Ho trovato bellissime altre due scene. All'inizio del film Seydou e Moussa cercano di propiziarsi gli antenati per facilitare il viaggio sotto un albero che mi ha ricordato l'albero degli impiccati di Pinocchio. Garrone stesso ammette che c'è più di qualche riferimento alla sua penultima opera in questo film: i due cugini come Pinocchio e Lucignolo partono alla ricerca del Paese dei Balocchi, salvo poi scontrarsi con la realtà; successivamente si assiste a una grande maturazione di Pinocchio, che impara a non essere egoista, a prendersi cura del padre.
Durante la traversata in barca, inoltre, si trovano a passare davanti a delle piattaforme petrolifere illuminate in mezzo al Mediterraneo e in questa scena trovo che il lavoro fotografico di Paolo Carnera sia stato sublime.
Il viaggio in barca è un po' il terzo atto del viaggio del nostro Seydou, la sua prova finale in cui dimostra di non essere più il ragazzo ingenuo che pensava che tutto sommato il viaggio sarebbe stato alla sua portata, quando ancora era nel suo luogo sicuro. Ormai nel suo atto centrale il nostro eroe si è scontrato con la realtà di questo viaggio, sa chi sono i suoi nemici, sa che nessuno può aiutarlo tranne chi gli è più immediatamente vicino in quella prova finale, ma -meravigliosamente- non si è perso. Seydou ha mantenuto la sua anima intatta, pura, durante tutte le traversie e, ormai molto più forte, porta a compimento l'ultimo test.
La scrittura e l'eccellente prova di Seydou Sarr hanno saputo restituire un personaggio molto reale, sensibile, dolcissimo, coraggioso, fragile e allo stesso tempo resiliente; un'eroe indimenticabile. Un plauso va all'interpretazione di entrambi i giovani senegalesi (Sarr e Moustapha Fall), che ci hanno raccontato in sala i loro provini e hanno ammesso di essere alla prima esperienza come attori.
Infine concludo con una considerazione sul ritmo del film: non oscilla mai, avanza lento e inesorabile, senza perdersi in niente di superfluo. Le scene sono tutte essenziali e il film risulta così asciutto, non prolisso. Riesce a contenersi in due ore secche, che non si fanno mai sentire, malgrado lo sforzo aggiuntivo di vederlo in lingua originale (misto di wolof, la lingua senegalese, e francese) con i sottotitoli.
Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐ Il film mi ha profondamente commossa in più di una scena e mi ha messo i brividi per molte altre. Ha una grande profondità di scrittura, una pulizia di regia e una potenza inarrivabili. Semplicemente bellissimo
martedì 11 aprile 2023
Educazione Fisica di Stefano Cipriani: teatro al cinema
Educazione Fisica, presentato alla Festa del Cinema di Roma, è un film di Stefano Cipriani per il quale i fratelli D'Innocenzo hanno adattato lo spettacolo teatrale scritto da Giorgio Scianna, La palestra.
E in effetti l'impostazione è profondamente teatrale, per via dell'ambientazione ristretta alla fatiscente palestra di un grande istituto comprensivo e per i dialoghi, il numero, la mimica e gli spostamenti molto limitati dei personaggi nello spazio.
La trama presenta subito alcuni problemi e la motivazione da cui origina il dramma è così debole e così mal funzionante che sembra solo un pretesto per portare in scena le emozioni e le reazioni dei protagonisti, che diventano preponderanti. In effetti si tratta proprio di questo, un semplice dare il là, senza aver pensato troppo alla plausibilità degli antefatti.
La preside dell'istituto comprensivo convoca i genitori di tre ragazzini tredicenni: si presentano quattro genitori, una madre, un padre e una coppia, tutti spaesati e perplessi riguardo la motivazione di quella richiesta. Quando la preside si presenta nella palestra è sola (senza uno straccio di collaboratore che gli faccia da testimone) ed espone ai genitori un grave fatto che sarebbe stato compiuto dai loro tre figli. L'intreccio è solo questo: una convocazione, un colloquio e le reazioni che ne derivano. Al centro del riflettore vie è solo il modo in cui queste persone ricevono la notizia, la elaborano e rispondono alla preside e alla destabilizzazione del loro mondo, quasi in una elaborazione del lutto: negazione che sia stato il loro figlio o che sia proprio sua la colpa, rabbia verso chi accusa -ingiustamente- e in parte contro sé stessi, patteggiamento con la propria coscienza e con la preside, depressione e, infine, almeno in parte accettazione.
La parte che riguarda i genitori, quello che provano e come agiscono funziona abbastanza: è una rappresentazione esagerata e grottesca della leonina caparbietà con cui i genitori giustificano e coprono i figli davanti a tutto e tutti, cercando di scaricare la responsabilità su altri (la preside, il sistema, le vittime...) o di diminuirla ai propri occhi prima che a quelli del mondo. Si tratta anche di allontanare dalla coscienza le proprie mancanze e propri sbagli nel crescerli. Il senso della pellicola è provocatorio, chiedendo a personaggi e pubblico fin dove può spingersi un genitore per parare le colpe dei figli.
Se quest'aspetto resta in piedi, anche per via di un'ottima recitazione degli interpreti (in primis Sergio Rubini, ma anche gli altri tre, Angela Finocchiaro, Raffaella Rea e Claudio Santamaria, che fa la parte del leone per numero di battute e carattere del personaggio, se di carattere si può parlare, trattandosi puramente di ruoli tagliati con l'accetta), tutto quello che riguarda la struttura della storia, riassumibile nel personaggio della preside (nelle sue azioni e motivazioni) è un buco nero.
Non si comprende perché convochi i genitori in una palestra e non in presidenza e lo faccia nel tardo pomeriggio, senza avvertire nessuno delle sue intenzioni e senza essere affiancata dalle figure necessarie per una comunicazione del genere. Non si comprende perché li metta a conoscenza in anteprima di fatti non ancora divulgati né perché prima non li abbia comunicati a chi di dovere (forze dell'ordine e diretti interessati). Non si capisce perché si ritenga autorizzata a farlo e quale scopo, soprattutto, abbia per farlo, mettendo a rischio gli interessi delle vittime e i procedimenti che dovevano seguire all'accaduto. Lascia, di fatto, i genitori liberi di alterare delle prove. Nel corso del colloquio, inoltre, sembra schierarsi in una determinata posizione, ma il suo ruolo forse le imporrebbe di restare super partes e, soprattutto, di non prendere iniziative personali.
Chi scrive (non so precisare se anche il testo originale o solo l'adattamento) sembra ignorare il funzionamento di una scuola e i ruoli dei suoi dipendenti, forse volutamente. La preside assurge a una posizione di potere del tutto immaginaria e non verosimile. Inoltre la equipaggiano di una parlata affettata, che persino il personaggio di Santamaria canzona nel corso del film, e che rende l'interpretazione di Giovanna Mezzogiorno la meno riuscita dell'esiguo cast.
In conclusione...
Cosa salvo: interpretazioni di quasi tutto il cast, intento di portare il tema "protezione dei figli al pari di una leonessa" che è stato grottesco, ma interessante
Cosa non salvo: il film manca di una struttura che abbia senso
Giudizio: ⭐⭐
martedì 7 febbraio 2023
Il primo giorno della mia vita mi è piaciuto tantissimo
Il nuovo film diretto da Paolo Genovese è l'adattamento, scritto insieme a Paolo Costella, Rolando Ravello (che erano anche co-sceneggiatori di Perfetti Sconosciuti) e Isabella Aguilar, del romanzo dello stesso regista, Il primo giorno della mia vita. Mi è piaciuto così tanto che credo mi procurerò il libro.
La storia ha inizio in una notte di pioggia a Roma: un uomo (Toni Servillo) sta facendo salire in auto alcune persone, un uomo (Valerio Mastrandrea), Napoleone, una ragazza su una sedia a rotelle (Sara Serraiocco), Emilia, una poliziotta (Margherita Buy), Arianna, per condurli all'Hotel Columbia, poiché hanno accettato di dargli una settimana di tempo per provare a far loro cambiare prospettiva.
Non mi è possibile dire altro della trama senza rischiare di svelare sorprese (che magari dal trailer si intuiscono anche). In altre occasioni ho rivelato anche molto di più, ma trovo che in questo particolare contesto sia proprio bello scoprire tutto in sala e raccomando fortissimamente di vedere questo film.
A me piacque molto anche Perfetti Sconosciuti (ho trascinato il mio compagno a recuperarlo, quando di solito me lo porto dietro solo per film action-thriller-avventura) e Tutta colpa di Freud, anche questo visto un paio di volte, fatto abbastanza insolito per me.
In tutti questi tre casi Paolo Genovese non era solo alla regia, ma anche nella sceneggiatura e in tutti questi tre casi l'ho trovata molto ben scritta. Ne Il primo giorno della mia vita i personaggi non sono stereotipati o tagliati con l'accetta, non sono nemmeno sfaccettati al massimo, ma sono abbastanza approfonditi: Napoleone più di tutti, ma abbastanza anche Emilia; un pochino meno i personaggi di Arianna e del piccolo Daniele. I dialoghi sono stati in molti casi brillanti, esclusa qualche frase un po' plateale, ma sono pochissime. La situazione creata è molto interessante e originale e le regole che sono stabilite vengono abbastanza rispettate, a meno che non sia spiegato allo spettatore il motivo per cui sono sospese. La storia ha molto da dire (e lo fa in solo due ore, cosa possibilissima, anche se a Hollywood non se ne sono ancora accorti), toccando uno stesso argomento da quattro (più una) prospettive diverse, ognuna diversa, alcune poggiate su motivazioni più tangibili, ma una no (e per questo è quella più bella e controversa da affrontare). Ci sono alcuni colpi di scena, alcune sorprese in questo racconto, che lascia in sospeso lo spettatore fino all'ultimo (anche se l'ultima scena era un briciolo telefonata). L'emozione c'è, molto spesso trattenuta: non è un film che fa piangere, fa più riflettere. Non mi stava piacendo nelle prime scene: era molto buio e anche il sonoro sembrava spento, durante quella notte piovosa e oscura, ma quando inizia questa settimana "di prova" l'illuminazione cambia.
Le recitazioni sono state precise e mi sono piaciute, anche Margherita Buy, che in altre occasioni mi ha lasciata più tiepida. Toni Servillo sempre ad alti livelli, Valerio Mastrandrea vestiva una parte aderentissima alla sua recitazione. Si rivede anche Elena Lietti, che sta girando un film (di successo) dopo l'altro: era anche in Le otto montagne e Siccità.
Il ritmo regge, le storie sono interessanti e la suspense sulle decisioni dei personaggi fa sì di voler andare avanti, di voler sapere come va a finire. Gli spaccati sul futuro dei personaggi ci lasciano ancora una curiosità insoddisfatta.
Giudizio: ⭐⭐⭐⭐
lunedì 30 gennaio 2023
Grazie Ragazzi: il teatro nel carcere
Il regista Riccardo Milani dirige il remake del film francese del 2020 Un triomphe, Grazie Ragazzi con Antonio Albanese, Vinicio Marchioni, Sonia Bergamasco, Fabrizio Bentivoglio. Di Milani avevo visto e apprezzato molto Ma cosa ci dice il cervello. Nel 2007 avevo anche visto Piano, solo, ma dovrei dargli una seconda visione perché non è più fresco nella mia memoria. Anche questo ultimo lavoro del regista romano mi è piaciuto abbastanza.
La storia riprende quella vera di un giovane regista e dei cinque attori di un carcere svedese che nel 1985 recitarono Aspettando Godot di Samuel Beckett, ottenendo così tanto successo per la loro autenticità nella recitazione, da essere chiamati a portare lo spettacolo in tournée. All'epoca anche Beckett ne rimase conquistato e gli concedette i diritti per la rappresentazione e il documentario del 2005, che ne ricostruisce la storia, si chiama appunto Les Prisonniers de Beckett.
Questo adattamento di Milani e Michele Astori ambienta le vicende a Roma, ma si mantiene fedele nei fatti principali alle due opere precedenti. Antonio Albanese interpreta un attore, Antonio, che non calca più i palcoscenici da qualche anno e per tirare avanti doppia porno, finché non viene contattato dal ben più celebre collega Michele (Fabrizio Bentivoglio), con cui aveva recitato anni prima. Michele gli propone di accettare sei ore di insegnamento di recitazione in carcere. Antonio non è neppure convintissimo, ma accetta. Il progetto ha più successo del previsto tra i detenuti, che si appassionano alla recitazione, così come Antonio si affeziona a loro e all'impresa, arrivando a portarli a teatro recitando addirittura Aspettando Godot.
Il film solleva non poche tematiche, ma, dal mio punto di vista, in modo più ruffiano, puntando allo stomaco dello spettatore medio, che autentico. Questi argomenti vengono sì menzionati, ma in modo abbastanza veloce e, soprattutto, didascalico, senza un approfondimento sentito ed emozionante. Le vicende che portano in carcere i neo-attori non ci sono raccontate, a parte quella di Aziz (Giacomo Ferrara), di cui si racconta anche parte della storia. Questa è accennata e solo a parole: non funzionano, non trasmettono empatia, sono solo state buttate lì, quasi da "acchiappa-like". Lo stesso vale per il breve accenno alla condizione di Diego (Vinicio Marchioni). Si intuisce qualcosa della storia di Radu (Bogdan Iordachioiu), che si ritaglia un piccolo spazio a un certo momento del film. Nulla sappiamo delle storie di Mignolo (Giorgio Montanini) o Damiano (Andrea Lattanzi) invece.
Si fa cenno alla condizione di perenne attesa dei detenuti (delle visite, dei corsi, dei ricorsi, dei ritmi del carcere e così via), invece, che li rende appunto perfetti a incarnare l'opera di Beckett. Ma anche in questo caso non assistiamo in prima persona: passa di sfuggita in un paio di dialoghi.
Un'ultima ragione che voglio addurre alla mancanza di vera empatia che si può provare nei confronti della storia portata su schermo è che ci troviamo davanti ad attori di mestiere (ovviamente). Le interpretazioni, che dovrebbero essere disincantate e pure, nel teatro dentro il cinema non possono veramente esserlo, perché sono inscenate da professionisti, per quanto bravi. Si tratta di una ricostruzione. In tal senso mi piacerebbe molto recuperare il documentario del 2005, sperando di trovarci spezzoni di quelle originarie recite degli anni Ottanta.
Fin qua ho parlato non propriamente di difetti, ma delle leggerezze del film. La storia, però, mi è molto piaciuta e il tono del film è molto leggero, piacevole. Le battute sono spesso divertenti e, tendenzialmente, è una comicità non volgare, sebbene non fine.
Le interpretazioni sono veramente molto buone. Mi è piaciuta persino Sonia Bergamasco, che per esempio non ho apprezzato ne Il Commissario Montalbano. Bentivoglio è sempre convincente e non si poteva dubitare di nomi come Albanese e Marchioni, a cui da tempo sono già riconosciuti tutti i giusti meriti. In particolare Vinicio Marchioni ha una scena quasi tutta per sé in cui fornisce una prova (un esercizio di stile, in effetti) veramente significativa. Ma sono stati all'altezza anche gli interpreti dei carcerati.
In conclusione è una commedia leggera, che può divertire, adatta a una serata non impegnativa.
Giudizio: ⭐⭐⭐
martedì 17 gennaio 2023
Le otto montagne: la trasposizione del Premio Strega che ha incantato anche all'estero
I registi belgi (compagni nella vita) Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch hanno trasposto, fornendo anche la sceneggiatura, il libro di Paolo Cognetti Le otto montagne, che era uscito nel 2016 ed aveva vinto l'edizione 2017 del Premio Strega. Il film, produzione italo-franco-belga, ha vinto il premio della giuria al Festival di Cannes 2022. Con onestà, devo ammettere che il genere -film drammatico estremamente introspettivo- non rientra nei miei preferiti, ma sentendone dire molto bene ed essendo stato proposto praticamente in tutti i cinema vicino a casa mia, mi sono sentita in obbligo di andare a vederlo anche io e mi sono accorta con grande piacere che la sala, al secondo giorno di proiezione in quello specifico cinema, era abbastanza gremita (molto più del solito comunque e lo dico con una certa cognizione di causa perché è la sala che frequento più spesso, anche se ovviamente non presenzio a tutte le proiezioni). In effetti gli incassi italiani (alla data odierna) superano i 4,5 milioni di euro, battendo per esempio The Fabelmans, che è uscito nella stessa data, ma anche Tre di troppo e Megan.
Premesso che non ho ancora letto il libro, la trama deriva dunque direttamente dalla visione e non so se ci sono significative differenze rispetto all'originale. La storia è quella di un'amicizia nata tra due bambini sulle montagne di Grana (che presumo sia in Val d'Aosta, dove è stato girato il film), dove la famiglia di Pietro, il protagonista, si reca ogni estate perché il padre, ingegnere alla Fiat, è appassionato di scalate, in cui si fa accompagnare anche dal figlio. Nel paesino dove alloggiano Pietro conosce e stringe amicizia con Bruno, che vive con gli zii e al cui destino i genitori di Pietro si interessano perché né il padre muratore, spesso assente, né gli zii sembrano volergli fornire un'istruzione e, anzi, vogliono avviarlo al mondo del lavoro. Durante le estati della sua infanzia, Pietro apprende dal padre e dall'amico l'amore per la montagna, ma i due ragazzi saranno allontanati dalla propria condizione sociale. Il legame di Pietro con Bruno e con la montagna si cementerà quando riceverà molti anni dopo il lascito di una (quasi) casa sui monti dell'infanzia.
La storia è molto bella e, coprendo un arco narrativo decennale, riesce ad affrontare molti temi, non solo legati all'amicizia, anche se questa, il rapporto con un luogo a cui si sente di appartenere, la ricerca del proprio posto nel mondo sono i fili conduttori del racconto. La passione per la storia e per gli straordinari paesaggi che le fanno da sfondo (ripresi con ogni condizione meteo, conferendo molto realismo) sono stati rappresentati con grande cura: pare che i registi siano stati così conquistati dal romanzo di Cognetti, che abbiano imparato l'italiano per poterlo trasporre e che scrivere questa sceneggiatura assieme abbia salvato la relazione dei due registi. Di sicuro hanno trasmesso anche a me la voglia di leggermi il libro.
Sono stata un po' meno soddisfatta dalla trasposizione in sé. Per me la distribuzione degli eventi dell'arco narrativo non è stata calibrata benissimo, non per il ritmo, che non è nemmeno eccessivamente lento, poiché il film è veramente denso di contenuti. La lunghezza (2 ore e mezza), che è comprensibile per la mole di vicende da narrare, si sente tutta e stanca già dopo la ripresa dall'intervallo. In buona sostanza, non si vede la fine del film. I registi si sono presi molto tempo per raccontare l'infanzia dei ragazzi e il loro riavvicinamento da adulti, troppo tempo. Quando termina la prima parte del film, è già successo così tanto che lo spettatore (io) è convinto manchi poco alla chiusura, invece ci sono ancora molti sviluppi da raccontare e il film sembra non finire mai. Il mio parere è che dovesse essere snellita la prima parte, accorciando la durata complessiva e bilanciando i tempi delle tre fasi della vita dei protagonisti: risultano molto dilatate le prime due parti, meno dense di avvenimenti, a discapito dell'ultima, molto più concitata, in cui invece si succedono rapidamente notizie e cambiamenti. Inoltre alcune scene le ho trovate superflue e non funzionali.
Questo e il sonoro più disturbante di cui abbia memoria sono le uniche pecche del film, che compensa con l'evidente passione che ha animato troupe e cast. La fotografia è discreta, ma soprattutto all''inizio è fissa, anche se è sicuramente un effetto voluto, come il formato quadrato. Alcune canzoni della colonna sonora sono molto belle. La recitazione dei protagonisti è stata molto sentita e mi è piaciuto molto Alessandro Borghi, che non avevo mai visto alla prova. Ha colpito anche il suo accento valdostano, che immagino sia stata una sfida, date le origini romane dell'attore, e pare abbia imparato a mungere le mucche prendendo lezioni in un alpeggio vero.
Cosa mi è piaciuto: recitazione, storia
Cosa non mi è piaciuto: regia
Giudizio: ⭐⭐⭐
mercoledì 30 novembre 2022
Il principe di Roma: fantasmi dickensiani nella città eterna
Credevo, dal trailer, si trattasse di un film a tema Halloween e non capivo perché uscisse con un mese di ritardo, dopo essere stato mostrato in anteprima alla Festa del cinema di Roma. Poi ho capito: è più natalizio che mistery, prendendo infatti spunto dal Canto di Natale di Dickens.
Dal trailer, sempre, mi sembrava potesse essere una commedia piuttosto simpatica (quando guardo i trailer me ne pento sempre, sono fuorvianti). Mi piace molto Marco Giallini (l'ho apprezzato tanto in Tutta colpa di Freud e Perfetti sconosciuti), adoro Filippo Timi (nella mia top three degli attori italiani insieme a Massimo Popolizio e Pierfrancesco Favino) e anche Giuseppe Battiston e Sergio Rubini, visti anche a teatro. Di fatto, anche solo per il cast, probabilmente l'avrei visto lo stesso.
L'idea, comunque, è carina: il signor Bartolomeo, ricco ma borghese romano, vuole diventare nobile, sposando la figlia del principe Accoramboni per prenderne il titolo in cambio di denaro, che al nobile manca. Ma gli scudi necessari a questo scambio vanno persi e, per ritrovarli, Bartolomeo tenta un contatto col mondo degli spiriti, che provocherà l'apparizione di alcuni fantasmi.
Mi è piaciuto il riferimento alle leggende che davvero circolano a Roma su certi fantasmi celebri (e io possiedo proprio un libro di Fabrizio Falconi che ne parla): Beatrice Cenci, Alessandro Borgia, John Keats, Percy Shelley, etc...
Mi è piaciuto molto Filippo Timi, molto meno Giulia Bevilacqua, ma per come è reso il personaggio (la solita serva sguaiata e irriverente), non perché non sia brava l'attrice. Molto apprezzata la durata di un'ora e mezza circa.
Mi è piaciuta meno la commedia: solite battute, che trovo sempre tristi, nessuno humor brillante, buonismo troppo stucchevole (scherzi che sembrano reati ma fatti "a fin di bene", naturalmente) e una morale scontata.
Cosa mi è piaciuto: Timi, idea dei fantasmi romani come sostituiti dei dikensiani fantasmi dei Natali passati, presenti e futuri
Cosa non mi è piaciuto: commedia all'italiana becera
Giudizio: ⭐⭐
martedì 29 novembre 2022
"Quando l'istinto ti dice di stare a casa, stai a casa" ovvero Bones and all
No, non è un bel film.
E non è per le scene crude, è proprio un film inutile.
Facciamo un passo indietro e alcune premesse prima di parlare di questo film, tratto dal libro Fino all'osso di Camille DeAngelis, presentato in anteprima alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia.
Non ho ancora visto Chiamami col tuo nome (né altri di Luca Guadagnino) e, dopo questa visione, non sono sicura che lo farò. Ho sentito pareri contrastanti in merito, che vanno da "è noioso e lentissimo" a "è bellissimo e immersivo". E avevo sentito pareri contrastanti anche su questo nuovo film tra i conoscenti che lo avevano visto al cinema (mia sorella mi ha così abbandonata a vederlo da sola) e le recensioni che, probabilmente per la prima volta in vita mia, avevo cercato febbrilmente prima di andare a vederlo, spinta dalla necessità di appurare il livello di crudezza. Livello che non ho appurato, scoprendo invece che qualcuno considera spoiler anche ammettere che il film parla di cannibali. Non è spoiler, è la trama: è stato annunciato con chiarezza quando è stato presentato. Ne avevo sentito parlare su Sky prima ancora di vedere il trailer, a inizio settembre. Il genere con cui è classificato è quello dell'horror (e vietato ai minori di 14 anni -pure troppo poco, i ragazzi di oggi non hanno necessità di ulteriori livelli di violenza, che ormai sono "normalizzati"-), ma questo non è per niente un horror (o forse lo è in un paio di scene che non sono quelle del "pasto").
Gli unici generi cinematografici che non guardo (salvo sporadiche e motivate eccezioni) sono l'horror e i film comici. Per il resto sono onnivora. Non è un gioco di parole (anche se sono onnivora anche in campo alimentare), io guardo di tutto al cinema, senza focalizzarmi troppo su genere ed etichetta. Ma non sono un'esperta, sono una fruitrice: per me il cinema è intrattenimento, spettacolo, magia e lo giudico soprattutto con la pancia, con la prima impressione. Per me contano soprattutto l'aspetto visivo (spettacolarità inclusa) e, più di ogni altra cosa, la sceneggiatura. Adoro follemente i film di Hitchcock, adoro i dialoghi di quei film e il fatto che riuscisse a ottenere un capolavoro anche restando nella stessa stanza per tutta la messinscena, come a teatro, facendo reggere il film interamente alla sceneggiatura. Anche i suoi erano film autoriali e si distaccavano dal cinema classico, con le sue regole precise. Ma pure lui riteneva che i film dovessero avere durate contenute (amo la sua battuta "La durata di un film dovrebbe essere direttamente commisurata alla capacità di resistenza della vescica umana") e che dovessero intrattenere lo spettatore. Il suo linguaggio cinematografico era sintetico: con una sola scena era in grado di riassumerti una premessa, di calarti nel contesto e, in generale, ogni scena era funzionale all'economia del film. Per me questo è il massimo che il cinema può dare. E infatti non mi piacciono quasi mai i film d'autore (a meno di non poter considerare tale anche Parasite).
E stavo pensando proprio a questo mentre ieri sera vedevo i primi fotogrammi del film, prima che si entrasse nel vivo della vicenda. Stavo calcolando il tempo sprecato in scene non utili e non funzionali e, soprattutto, non belle.
Nei primi cinque minuti, la protagonista, Maren, è invitata per un pigiama party da un'amica, poi esce da scuola e trova ad aspettarla il padre, che le fa fare una prova di guida. Fin qui tutto bene: due scene per dirti che la ragazza è già maggiorenne, vive sola col padre e non ha nessun amico, tranne questa ragazza. Poi l'auto parte e li vediamo parcheggiare, scendere, prendere le buste della spesa ed entrare in casa (questo è stato l'esatto momento in cui ho pensato che Hitch avrebbe saltato tutta la parte sul vialetto di casa, risparmiando quasi un minuto, ma in realtà chissà come l'avrebbe girata lui questa parte...) e tutta una serie di lenti rituali (mangiare, lavarsi i denti, aspettare che il padre si addormenti per uscire di nascosto) che annoiano, che potevano essere riassunti molto più velocemente e che non hanno alcuna grazia estetica, quindi, in soldoni, sono scene ingiustificate. Il fatto che mi fossi distratta a pensare che c'era un intero minuto di troppo la dice lunga sul coinvolgimento generato dalla lentezza con cui scorrono le immagini.
Al pigiama party, dopo anni in cui non era mai capitato nulla, succede il primo incidente del film, di cui ho visto sprazzi sufficienti a ottenere due effetti: il primo è stato decidere all'istante che quella era la prima e ultima scena splatter che avrei visto del film (sì, le scene ancora più realiste non le ho viste e non posso giudicarle e mi sta bene così, anzi mi rammarico profondamente di aver visto anche solo la prima); il secondo è che, per addormentarmi, ho avuto bisogno del conforto generato da unicorni e arcobaleni (no, in realtà di Carlo Lucarelli che racconta il caso Marilyn Monroe e del primo capitolo di Harry Potter e la pietra filosofale letto da Giorgio Scaramuzzino, ma ognuno ha la propria comfort zone).
Sulla trama, ma il film in realtà non ha una vera trama -è più una serie di cose che succedono in successione-, l'effetto è di far partire la vicenda: da quel momento Maren sarà sola e vagherà alla ricerca delle sue origini o di sé stessa, incontrando -curiosamente- una serie di compagni cannibali.
"Curiosamente" significa che per me questo è un buco di trama o comunque una forzatura: il film lo giustifica col fatto che questi cannibali pare si riconoscano fra di sé, fiutandosi, ma questo non toglie che Meren scende dall'autobus e si trova un cannibale davanti, entra in un supermercato e c'è un cannibale (e così via). Il ritmo è discontinuo e a un certo momento il tempo si dilata come in un finale, ma non è la vera conclusione -che sarebbe stata pure carina se così fosse stato-. No, il film cambia ritmo e si svolge l'ultimo atto (che avrei preferito non vedere perché per me è ridicolo).
L'amica che ne aveva parlato male a mia sorella l'ha considerato una metafora di una vita da tossicodipendente e ci sta. Potrebbe esserlo su qualsiasi compulsione in effetti, dall'alcolismo al gioco d'azzardo, e su come queste dipendenze possono distruggere vite e famiglie. Il film dichiara che per questi cannibali si tratta proprio di una compulsione, un'irrefrenabile necessità di mangiare carne umana, non alla Hannibal Lecter, col Chianti e le fave, ma più alla DiCaprio in Revenant quando si mangia il fegato di bisonte. Io però non l'ho vista questa metafora e per me è stato solo cercare di rappresentare al cinema un viaggio per gli Stati Uniti con parti splatter, inutili, fini a sé stesse, che non c'entrano nulla con la storia in sé, che presa da sola, sarebbe soprattutto un racconto di formazione di questa ragazza sullo sfondo di sconfinati paesaggi americani. Ma l'abbagliarci con il cannibalismo fa un po' perdere il focus, rende il film confuso, né percorso di crescita, né horror, né on the road movie (quest'ultimo forse era l'ambizione di Guadagnino, ma ha trovato la sceneggiatura già scritta e si è inserito a progetto avviato). La fotografia non è abbastanza bella (non è come ne Il potere del cane) per un film in cui i paesaggi sono centrali. Non può contare sul lato visivo, perché rappresenta un mondo di emarginati, soli, poveri, miserabili. E ho già parlato male di regia e trama.
Diciamo qualcosa di carino: ha una buona colonna sonora e un ottimo cast. Mark Rylance è meraviglioso, ma ho trovato molto bravo anche Michael Stuhlbarg e i due protagonisti. Trovo Mark Rylance uno dei migliori interpreti di questi anni: mi folgorò ne Il ponte delle spie, quando decisi dopo cinque minuti dall'inizio del film che quell'uomo doveva vincere l'Oscar, cosa che ha fatto per l'appunto, ma queste mie epifanie estemporanee sono di solito immotivate, come quando dissi la stessa cosa di Daniel Bruhl e del film dopo aver visto Rush.
E qui giungiamo al motivo per cui, a dispetto del fatto che sospettassi non fosse un film per le mie corde e non avessi voglia di andare a vederlo, alla fine ci sono andata: la mia compulsione. Tutti gli anni, da otto-nove anni a questa parte, faccio i salti mortali per vedere tutti i film nominati ai premi Oscar, prima della Notte degli Oscar. Ci sono state molte annate in cui ne ho potuti vedere pochi, a causa del lavoro, ma nel 2014 e quest'anno ero andata molto vicina a vedere tutte le candidature delle categorie principali. Così, fiutando che potessero esserci delle buone interpretazioni e conscia che a casa sul divano (santa sanctorum del relax e delle emozioni positive) mai avrei visto una tale pesantezza, ho cercato di avvantaggiarmi, traendone un insegnamento: se l'istinto ti dice di stare a casa, stai a casa.
Cosa mi è piaciuto: Mark Rylance, Michael Stuhlbarg, Timothée Chalamet, Taylor Russell, il cast in generale
Cosa non mi è piaciuto: regia, sceneggiatura, fotografia, scene splatter (ah, no, non le ho viste, ma non sono comunque funzionali alla narrazione)
Giudizio: ⭐ Film inutile e brutto
lunedì 7 novembre 2022
La Stranezza di Roberto Andò
Il film di Roberto Andò, La Stranezza, presentato alla 17° Festa del Cinema di Roma, è una commedia ambientata nella Girgenti del 1920, che ricostruisce in chiave romanzata la genesi dell'opera teatrale Sei personaggi in cerca d'autore da parte di Luigi Pirandello (Toni Servillo, sempre magnetico e calato nel personaggio), quando questi ritorna nella città natale per il compleanno di Giovanni Verga e, casualmente, anche per il funerale della sua vecchia balia. I becchini incaricati da Pirandello di occuparsi della funzione funebre, Onofrio Principato (Picone) e Sebastiano Vella (Ficarra), nel tempo libero si dedicano alla scrittura e alla recitazione amatoriali nel teatro della parrocchia e Pirandello, senza rivelare la sua identità, si interessa della tragedia in corso di allestimento.
La stranezza, a cui fa riferimento il titolo, è l'immaginazione del celebre autore siciliano di dare udienza ai suoi personaggi immaginari e di come gli compaiano di fronte pretendendo di essere "risolti" e rappresentati. Queste visioni si accompagnano a una crisi artistica e personale di Pirandello, confessata all'amico Verga, dovuta anche al quadro di salute della moglie Maria Antonietta. Sarà assistendo alla messa in scena dell'opera di Principato che Pirandello troverà la forma per dare vita ai suoi Sei personaggi. Nel frattempo, ai tormenti creativi di un autore si intrecciano i problemi di cast di un altro e le vicende dei personaggi coinvolti nella rappresentazione di La trincea del rimorso ovvero Cicciareddu e Pietruzzu. Si approfondiscono, infatti, i problemi matrimoniali di Principato e il suo timore che la sua tragedia finisca in una farsa, la gelosia di Vella per la sorella Santina, le difficoltà di recitazione di una compagnia sgangherata di attori principianti.
Gli attori sono molto capaci: oltre al sempre straordinario Servillo, il carosello di personaggi maggiori (il duo comico è molto bravo) e minori che sfila nel Comune e nel teatro consente a una serie di ottimi caratteristi di sfoggiare la propria abilità, cercando di restituire un ricordo di piccolo borgo siciliano di inizio Novecento. Una grande attenzione è posta anche nella ricostruzione di costumi, ambienti, arredi, carrozze. La fotografia inoltre è molto bella e curata, rendendo nel complesso il film visivamente ben strutturato e scenografico.
A me è piaciuto molto anche l'intreccio delle storie, la costruzione che porta dagli episodi comici di paese all'ideazione e alla Prima (il 9 maggio 1921) dell'opera rivoluzionaria che cambierà per sempre la concezione di teatro del Novecento e che contribuirà a condure Pirandello sulla strada del premio Nobel, che riceverà tredici anni dopo il debutto dell'opera "per lo schietto e geniale rinnovamento nell'arte scenica e drammatica". Il film, concludendosi la sera della Prima, mostra anche come quella genialità pirandelliana all'epoca divise il pubblico tra coloro che l'avevano colta e coloro che invece la giudicarono troppo cerebrale, portando allo scontro fisico delle due fazioni.
Ho trovato il film piacevole, ma non così leggero, con una comicità divertente che però lascia spazio alla denuncia di alcuni costumi e atteggiamenti radicati all'epoca (e ad oggi) nel Meridione (e non solo): la corruzione pubblica, il patriarcato, la gelosia morbosa, la rispettabilità ipocrita della facciata che nasconde verità meno onorevoli. L'unica pecca che gli ritrovo, pur avendolo comunque apprezzato molto, è la lentezza che rende a tratti la narrazione pesante e che, paradossalmente, mi ha fatto percepire la durata di un'ora e 43 minuti molto più lunga.
Cosa mi è piaciuto: fotografia, storia, molto sfaccettata, che rende il film più di una commedia, recitazione
Cosa non mi è piaciuto: ritmo lento
Giudizio: ⭐⭐⭐⭐
domenica 23 ottobre 2022
L'adattamento cinematografico del Colibrì
Domenica scorsa sono andata al cinema a vedere il film di Francesca Archibugi, presentato alla Festa del Cinema di Roma, di cui avevo apprezzato molto Il nome del figlio (2015), che stavolta metteva in scena l'adattamento cinematografico del libro Il Colibrì di Sandro Veronesi.
Libro che, per altro, avevo fatto in tempo a finire quella stessa mattina, nonostante lo avessi in casa da un paio d'anni. La lettura mi aveva travolto e mi era piaciuta immensamente, come ho già raccontato. Poiché era stato proprio il trailer del film a farmi salire l'hype per le due opere, cartacea e cinematografica, spingendomi a leggere il libro in un paio di settimane, arrivavo in sala con attese altissime, emozionatissima.
E questo è sempre un male.
La trama e i fatti sono quelli del libro: il racconto della vita di Marco Carrera, oftalmologo che sposa Marina Molitor, da cui avrà l'adorata figlia Adele, ma che è sempre innamorato del suo grande amore di gioventù, Luisa Lattes. C'è una grande aderenza al romanzo, almeno all'apparenza. Quello che è sembrato a me è che si siano scelte le scene clou del libro e le si siano riprodotte quasi tal quali, ma che si sia perso il senso generale di quanto narrato e soprattutto la sua profondità.
Nel libro si sente costantemente una tensione emotiva e l'incombenza di qualche tragedia che spazzerà via di nuovo ogni equilibro ricreato dal personaggio del Colibrì, Marco Carrera appunto, interpretato da Pierfrancesco Favino. Naturalmente ognuno di noi leggendo un romanzo interpreta certi passaggi e certe storie a modo suo, nel suo intimo, nella sua immaginazione, quindi l'affermazione che seguirà è puramente personale. Non ho rivisto in questo adattamento i legami tra personaggi che ci avevo "letto" io, in particolare il rapporto tra Marco e Luisa. Nel libro sembra un amore travolgente, ma nel film lei sembra molto più distante e meno interessata. Ma tantissimi aspetti li ho trovati appena accennati e non gestiti con la dovuta intensità. Anche il personaggio di Marina non l'ho trovato così approfondito come era nel libro, dove il suo dramma interiore e la sua distruzione risultavano così sfaccettati. Inutile parlare poi di Miraijin, così fondamentale nel libro, così cruciale nella vita di Marco Carrera, che qua invece rimane solo superficialmente nel gioco dell'amaca e non riveste il ruolo salvifico a cui Veronesi l'aveva destinata, cosa in parte comprensibile perché in un adattamento sarebbe molto difficile da restituire. Di più, quel capitolo sembra uscire del tutto dall'atmosfera (e quasi dal genere) che fino a quel momento aveva contraddistinto il libro, assumendo una connotazione quasi fantascientifica: questa estraneazione in un film costruito sul dramma avrebbe forse stonato ancora di più. Mi ero anche domandata come avrebbero potuto rendere l'aspetto così particolare della ragazza, ma eliminando del tutto il significato di "uomo nuovo" che doveva avere, anche metterle una lente a contatto azzurra sarebbe stato a quel punto superfluo.
Anche la recitazione mi è sembrata molto costruita e non passionale: mi sembrava l'esecuzione di un esercizio di stile, ma non mi ha trasmesso niente. Questa potrebbe anche essere solo una mia sensazione derivante dal confronto diretto col romanzo, che mi aveva invece inondato di emozioni. Il cast è composto di grandi attori: Favino e Kasia Smutniak, che mi piacciono molto, Bérénice Bejo che mi era piaciuta in The artist, Nanni Moretti, che nella prima scena mi è sembrato il più rigido di tutti, ma poi si è sciolto un po' di più, Laura Morante, Sergio Albelli, Benedetta Porcaroli, Massimo Ceccherini, che ha fatto uno dei suoi personaggi in tutto e per tutto. Nessuna delle loro interpretazioni mi è parsa brutta in senso assoluto, ma nessuna mi è arrivata dritta al cuore, nemmeno quella di Favino, che ritengo uno dei nostri più capaci attori.
Giudizio: ⭐⭐ ma se non avessi letto il libro (e così da poco tempo) il giudizio sarebbe stato lo stesso?
sabato 15 ottobre 2022
La crisi climatica (e non solo) secondo Virzì
È una Roma distopica, quella che mette in scena Paolo Virzì nel suo ultimo Siccità, fuori concorso a Venezia, in cui non piove da così tanto tempo ("giorno 367 della crisi idrica" annuncia il telegiornale) che il letto del Tevere è diventato uno scavo archeologico e le case dei romani sono invase da orde di blatte. In questo scenario apocalittico si sta diffondendo un'epidemia di una strana febbre del sonno che colpisce gli abitanti e di cui i medici stanno cercando di capire l'origine.
È in questa cornice che si sviluppano e si intrecciano tra loro le storie corali di molti protagonisti: famiglie che si sfasciano, ma lasciano una facciata di rispettabilità esterna e "social" (perché nel mondo di oggi contano solo il numero di like e si cambia format in base a quello più adatto a moltiplicarli, compresi tutorial sul risparmio idrico), ipocrisie, coppie non riconosciute, amori segreti, attrazioni adolescenziali, carcerati dimenticati chiusi fuori da Rebibbia, disgraziati che hanno perso tutto, tassisti con le visioni, lotte per affrancarsi, lotte per sopravvivere, Madonne nere che attraversano il deserto del Tevere, piantine che cercano di non morire assetate.
Le storie raccontano anche lo scontro di classe, la disparità che nel nostro paese è sempre presente: mentre manca un bene primario per tutti, che viene razionato, con tanto di provvedimenti e persecuzioni (polizia al seguito) se un qualunque poveraccio di strada cerca di fare il furbo e di arraffare più di quanto gli spetta, mentre i giovani scendono in protesta, i ricchi hanno sempre di più e per qualche misterioso motivo godono di scorte insospettabili che sperperano in inutilità come le piscine, l'idromassaggio e le beauty farm.
È un film di denuncia, coi suoi paradossi e le sue parodie, al cambiamento climatico (e ai modi in cui lo affrontiamo) che somiglia un po' a Don't look up: il personaggio di DiCaprio sembra impersonificato in tutto e per tutto da quello del Professor Del Vecchio (idrologo, evoluzione 2.0 del virologo dei nostri giorni), anche nell'evoluzione da esperto super partes a uomo corrotto dal sistema.
Io l'ho visto al cinema del mio paese nella seconda settimana di uscita e una mia amica, che aveva fatto in tempo a vederlo subito, mi aveva detto che non le era piaciuto perché sembrava troppo "alla Sorrentino". Adesso posso dire che, se anche fosse, non mi è dispiaciuto (forse alludeva a citazioni e a rimandi a una simbologia molto vicina a quella del napoletano, come la Madonna o la parata danzante in strada o la preghiera al papa che sembra latrice di salvezza), ma io ci ho trovato molto Virzì, nei personaggi, nella loro miserabile umanità, che è raccontata così bene e in modo così coinvolgente. Gli attori, anche i più giovani, sono bravissimi. Mi è piaciuta tantissimo l'interpretazione di Emma Fasano, che pure forse ha un minutaggio inferiore ad altri personaggi.
Il ritmo è davvero scorrevole, le storie sono tante e non un minuto è sprecato: ogni scena racconta quel tanto che basta a volerne sapere di più di ciascun personaggio per subito passare a un altro racconto ugualmente interessante e quelle due ore o poco più passano velocissime, lasciandoti ancora con un senso di incompleto.
Cosa mi è piaciuto: tutto, attori, regia, vicende, rimo serrato
Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2

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