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lunedì 27 novembre 2023

Palma d'oro 2023: Anatomia di una caduta

 Quando accade un incidente e una morte non precisamente classificabile, si apre un'inchiesta per capire cosa è accaduto. Ecco, Anatomia di una caduta di Justine Triet fa questo: analizza ogni momento, dinamica e circostanza intorno a quell'incidente da ogni punto di vista.


Qua siamo sulle Alpi francesi e l'incidente è un caduta da una finestra di un uomo, Samuel, che sta ristrutturando quel preciso piano di questa baita, dove si è trasferito con la sua famiglia da qualche tempo. Le circostanze sono abbastanza sospette: quando l'uomo cade in casa c'è solo sua moglie, Sandra, con la quale i rapporti sono ambigui (ha appena interrotto una sua intervista da parte di una studentessa a sua moglie, che fa la scrittrice, mettendo la musica altissima).

Sono una coppia felice o litigano continuamente addossandosi le responsabilità dei loro fallimenti e della cecità del figlio, Daniel? Quella caduta è un incidente, un suicidio oppure Sandra l'ha ucciso?

Ognuna delle perizie sulla scena del crimine e sugli elementi che emergono nel corso delle indagini è interpretabile in ciascuna delle tre possibilità. Questo è un giallo giudiziario e Sandra è costretta a chiamare il suo amico avvocato, Vincent Renzi, per difendersi al processo contro di lei.

Le dinamiche sono molto interessanti: mi è piaciuta moltissimo la speculazione in ogni possibile senso dello stesso elemento (macchie di sangue, una registrazione, una conversazione, un'altra ancora, una perizia psichiatrica, i ricordi di ciascuno) che diventa prova d'accusa o di difesa a seconda di chi la descrive, di chi l'imbraccia. 

Tuttavia non ho compreso alcuni meccanismi del processo e non so se questo dipende dal fatto che in Francia la procedura giudiziaria è diversa da quella che finora ho percepito da libri e film su processi principalmente italiani o americani. Quel che non mi è tornato è che i testimoni non erano tenuti solo a esporre i fatti per come li ricordavano o per come li avevano appresi, ma erano invitati a specularci su, a ricavarne delle ipotesi o finanche delle fantasie che avrebbero potuto spiegare i fatti. L'accusa principalmente specula e immagina, utilizza brani dei romanzi dell'autrice per trovarci le tracce di un omicidio contemplato già molto prima di compierlo, mescolando costantemente realtà e fantasia. Non risparmia inoltre frecciatine, battute, anche cattive, cercando di sminuire l'accusata.

La difesa tenta dunque continuamente di distinguere fatti e ipotesi e di contestualizzare elementi che presi singolarmente ed estrapolati dal loro contorno appaiono colpevolizzanti, mentre Sandra continua a spiegare che sono una parte e non il quadro complessivo.

Mi è piaciuto tantissimo anche il ruolo di Daniel, che è molto difficile: il dibattito verte sulla sua disabilità, sul suo diritto a sapere, a capire cosa è successo a suo padre, ma anche a testimoniare a favore o contro sua madre, ma senza che i suoi ricordi vengano sminuiti perché bambino o perché ipovedente o perché affettivamente legato alla madre. 

Le figure che ruotano intorno a Daniel cercano di proteggerlo: la madre lo esorta a dire la verità perché non potrà nuocerle, mentre la giudice nomina una garante della sua testimonianza, col compito di vigilare che la madre non influenzi il bambino, ma dialoga anche con lui per invitarlo a non assistere a fasi dure del processo. Daniel dovrà infatti venire a conoscenza di fatti crudi relativi alla morte del padre e ai rapporti tra i suoi genitori. L'altra figura cruciale per tanti aspetti che vigila su Daniel è il cane Snoop, che si è anche vinto meritatamente il Dog Palm (io continuo a domandarmi una certa scena come l'abbiano realizzata e se si tratti di addestramento -e allora chapeau- o di altro, ma sarebbe crudeltà sugli animali e nel 2023 credo che non sia più possibile).

Riguardo la regia, ci sono molti movimenti di macchina che seguono le azioni, seguono l'attenzione dello spettatore che si sposta come nelle partite a tennis da un performer all'altro, persino con un singolare movimento avanti-indietro in una precisa scena.

Il film dura due ore e mezza, ma è raccontato così bene, gli eventi si succedono in modo così incalzante, che il ritmo non cala mai e così l'attenzione. Non annoia, anzi si resta rapiti e interessati all'andamento del processo. Ci facciamo le nostre teorie nel corso del dibattito e vogliamo sapere come va a finire e dove sta la verità: a un certo punto le prove convergono verso un certo punto e lasciano pochi dubbi.

Giudizio: piacevole, ben scritto, molto interessante, convincente ⭐⭐⭐ 3/4

martedì 14 novembre 2023

Un noir gotico nel 2023 che convince: the Pale Blue Eye

 All'inizio dell'anno, proprio per la Befana, su Netflix è approdato un prodotto molto interessante e abbastanza raro da trovare: un mistery, una detective story, dalle tinte cupe e gotiche. Si tratta di The Pale Blue Eye - I delitti di West Point (come è stato aggiunto al titolo italiano) di Scott Cooper.


Il protagonista è Christian Bale, che con Cooper aveva già fatto altri due film, Out of the FurnaceHostiles. Stavolta Bale interpreta un solitario detective vedovo, August Landor, stroncato dalla fuga della figlia anni prima, che è chiamato a indagare sulla morte di un cadetto dell'Accademia militare di West Point, che -guarda caso- è l'Accademia in cui Edgar Allan Poe si arruolò nel 1830, sebbene per restarvi pochi mesi, a causa di liti col patrigno. Poe (interpretato da un bravissimo Harry Melling), in effetti, partecipa con Landor alle indagini sulla morte del primo cadetto, che ovviamente sembra un omicidio e che non sarà l'ultima.

Il film mi è piaciuto: ha una bella estetica gotica, costumi e scenografie molto curate, atmosfere cupe. Ambientato tra nebbie, neve e scene notturne, presenta molti elementi anche del gotico. Inoltre la presenza di Poe e i riferimenti alla sua vita e alla sua poetica lo rendono un regalo per i fan dello scrittore.

La storia gialla funziona e poggia anch'essa sul gotico. Ha alcuni interessanti colpi di scena, di cui uno inaspettato, almeno per me.

Giudizio: Giallo godibile, leggero, dalle atmosfere perfette per una bella serata autunnale o invernale, magari nella spooky season. Ottime interpretazioni. ⭐⭐⭐⭐

venerdì 22 settembre 2023

Assassinio a Venezia: ma quanto ha fatto parlare di sé questo film di Kenneth Branagh!

 Se vi dicessi che questo film c'entra poco col libro da cui dichiara di essere stato tratto, mi credereste?

Penso di sì, perché sono mesi che non si sente parlare d'altro e partivo con tutti i pregiudizi possibili prima della visione: la storia originale non era ambientata a Venezia, ma in un delizioso paesino inglese; la Christie non lo aveva connotato come un libro sui fantasmi; perché mai hanno ri-edito la storia con il titolo del film, creando un sacco di confusione ai lettori, etc, etc.

Non pensavo dunque di potermi ricredere così tanto quando ho visto il film.


Facciamo un passo indietro e torniamo al 2017, all'anno di uscita del primo adattamento di Kenneth Branagh (come regista e protagonista) di uno dei più famosi gialli della regina Agatha Christie, Assassinio sull'Orient Express. Fu un adattamento carino e niente di più: non stravolse la trama originaria e rimase abbastanza vicino agli altri due adattamenti che conosco dell'opera, ovvero quello della serie televisiva inglese con l'interprete che ormai è il vero Poirot per tutti gli amanti del detective belga, David Sushet, e quello di Sidney Lumet del 1974. Quest'ultimo, come quello di Branagh, ha dalla sua un cast formidabile di celebrità del periodo, e per me rimane l'adattamento più riuscito dei tre. Diciamo che il primo film giocò sul sicuro e rimase un "nulla di che", abbastanza trascurabile.

La seconda pellicola, progettata per uscire a soli due anni di distanza dalla prima, uscì invece nel febbraio 2022 a causa della pandemia da COVID-19 e porta al cinema, di nuovo, Assassinio sul Nilo, altro celebre romanzo della nostra. In questo caso non mi soffermerò a dire che preferivo la versione di John Guillermin con Peter Ustinov del 1978, perché sarebbe ridicolo. Branagh ripropone l'operazione "copiatura del capolavoro degli anni Settanta con un cast stellare", ma toppa alla grande stavolta. Si vuole distaccare, ma non lo fa del tutto: la storia rimane a grandi linee quella originale, ma viene infarcita di altre cose inutili e che non aggiungono alcunché alla trama, appesantendola e distogliendo dall'indagine. Poirot in questo film fa cose, un sacco di cose, ma non interroga i sospettati. Senza del tutto tralasciare il fatto che Bouc è stato estrapolato dall'altro film per essere stravolto a caso in un'opera a cui non apparteneva e che sicuramente Simon e Luoise negli anni Trenta non potessero stropicciarsi in una sala pubblica (cosa che mi ha fatto alterare come non mai), aver tolto l'elemento cardine e più piacevole del giallo da un film giallo non è qualcosa che potrò mai perdonare a Mr Branagh. Resta inoltre un film che non aggiunge assolutamente nulla di dignitoso, tranne un sacco di bellissimi vestiti.

Infine, però, Kenneth Branagh gioca una nuova carta: una rilettura completa di un giallo che non era mai stato adattato al cinema e che non aveva dunque termini di paragone: Halloween party, tradotto in Italia col titolo La strage degli innocenti, perché nessuno negli anni Settanta in Italia conosceva o festeggiava Halloween o Samhain, figuriamoci a fine anni Quaranta, quando il film si ambienta.

In Assassinio sul Nilo, Poirot dice a un personaggio che intende ritirarsi a coltivare zucche, dopo la fine dell'avventura egiziana. Avevo dunque creduto che il terzo adattamento sarebbe stato quello di L'assassinio di Roger Ackroid, nel quale in effetti troviamo un Poirot in pensione che coltiva zucche con scarso successo, salvo poi rivestire i panni del detective al bisogno. In questo Assassinio a Venezia, ci ritroviamo di fronte a un Poirot che sembra in pensione a coltivare l'orto, ma a Venezia (il che è proprio insolito) e la location non sembra mai avere un senso nella storia perché non svolge nessun ruolo cruciale per la trama. Branagh sarebbe potuto restare in Inghilterra, ma si vede che filmare i canali e le vedute aeree di Venezia era un capriccio da soddisfare a ogni costo e non ho nulla da dire: le riprese, la fotografia e le scenografie sono assolutamente stupende, così come il palazzo decadente in cui si ambienta la vicenda. Capriccio che cozza terribilmente con la rappresentazione di un festeggiamento della festa di Halloween nella Venezia del 1947, con tanto di bambini mascherati con costumi un po' troppo moderni e di bandierine americane appese per le strade, che mi hanno fatto imbestialire per la loro inverosomiglianza, anche se non tanto quanto la battuta che il personaggio di Ariadne Oliver rivolge a Poirot dicendogli che è per merito di loro americani se...segue qualcosa che non ricordo. Peccato che loro siano inglesi, entrambi. Inglesi e non americani.

Insomma, Poirot si è ritirato e ha una guardia del corpo (Scamarcio) che allontana gli aspiranti clienti, finché un giorno non è la scrittrice Ariadne Oliver (Tina Fey, che traspone il suo personaggio in tutto e per tutto da Only murders in the buildings, cancellando completamente ogni ricordo della vana Ariadne che ci conservavamo) a cercarlo per proporgli un caso: la medium Joyce Reynolds (Michelle Yeoh) è un'impostora o ha davvero capacità medianiche?

A questo punto è necessario raccontare un briciolo di trama del libro per far comprendere le differenze col film, senza addentrarsi nel modo in cui proseguono le trame di entrambi, solo per contestualizzare gli eventi.

Nel romanzo originale Ariadne Oliver presenzia a un party per bambini dell'età di 11 anni o più a casa della signora Rowena Drake, insieme a una sua amica della quale è ospite nel paesino di Woodleigh Common. Durante questa festicciola di Halloween, una bambina, Joyce Reynolds dichiara di aver visto tempo prima un omicidio, anche se allora non aveva capito di cosa si trattasse. Prima della fine della festa la bambina viene trovata assassinata e la signora Oliver corre a chiedere l'aiuto di Poirot, che subito riconosce il movente dell'omicidio nella dichiarazione che la vittima aveva rilasciato. Il detective inizia le sue ricerche ricercando il caro sovrintendente Spence di Fermate il boia, adesso in pensione ma in grado di raccontargli che Joyce poteva aver visto l'omicidio di quattro persone, tra cui la zia della signora Drake, la cui ragazza alla pari, Olga Seminoff, era scomparsa misteriosamente poco dopo la morte della padrona, e un impiegato in uno studio legale, Leslie Ferrier.

Ecco. In comune con l'originale c'è che la casa in cui si ambienta, nell'arco di una notte tempestosa che li blocca dentro, appartiene a Rowena Drake. Anche il motivo scatenante il delitto è simile, ma sfumerà e resterà un po' dimenticato e non così centrale come nel romanzo.

In questa casa che si dice essere infestata (come tutte le case di Venezia, secondo gli sceneggiatori) la signora Drake (Kelly Reilly) organizza prima una festa di Halloween per bambini e a seguire una seduta spiritica in cui la medium Joyce Reynolds deve contattare Alicia Drake, figlia dell'ospite, morta l'anno prima. Tra i presenti anche Olga Seminoff, governante nella casa e per nulla scomparsa, e il dottor Leslie Ferrier (Jamie Dornan), che è evidentemente risuscitato rispetto al libro e ha cambiato mestiere.

Una cosa che trovo curiosa è che abbiano reso madre la signora Drake in entrambi gli adattamenti, questo e quello della serie televisiva, quando nel libro non ha invece figli.

Di fatto resta solo una vaga traccia: un omicidio avviene in casa di una tale signora Drake e dopo un fatto ben preciso nella notte di Halloween. Fine. Appurato ormai che la storia è del tutto diversa, come ci si aspettava del resto dal trailer, ed esaurite le lamentele sulle storpiature compiute ai danni dell'(ormai non più) adorabile signora Oliver e della Venezia degli anni Quaranta, posso passare a valutare quanto ha di buono questo film.

Una volta riuscita ad accettare (quasi) che la storia non è la stessa, mi sono ritrovata ad apprezzare in primis la parte tecnica ed estetica del film, che ha riprese, scenografie e fotografia veramente belle, riuscendo a rendere luminose e chiare anche le scene ambientate nel palazzo infestato, quando i personaggi dovrebbero ritrovarsi in una relativa tenebra. Per quanto inutili anche le scene veneziane sono molto gradevoli da vedere.

Inoltre ho trovato il film ben recitato. Non ci possiamo certo lamentare del cast: metà di quello di Belfast (Dornan e Jude Hill, il cui personaggio porta il nome del fratello di Joyce Reynolds nel libro, ma è figlio del dottore), Yeoh, Reilly, Fey, Branagh. Michelle Yeoh non ha vinto un Oscar a caso.

Riguardo la storia, tutto sommato l'ho trovata funzionante: gli indizi sono disseminati nella storia e Poirot, per lo meno, stavolta interroga gli altri personaggi e conduce delle indagini. Sì, la soluzione arriva abbastanza velocemente e caoticamente, ma ormai lo spettatore poteva già sospettare qualcosa, compresa la spiegazione al perché il nostro belga vedesse strane apparizioni. La componente soprannaturale non mi è dispiaciuta: non fa veramente paura e introduce un tema caro alla Christie, sebbene non presente nel romanzo Halloween party. I testi della giallista fanno spesso riferimento a sedute spiritiche (sia in romanzi -Un messaggio dagli spiriti- sia in racconti -L'ultima seduta spiritica che per un dettaglio mi era subito tornata alla mente durante la visione-) e a elementi soprannaturali inquietanti (La bambola della sarta è da brividi). E questi sono solo alcuni esempi.

La verità è che aver stravolto l'opera, pur con tutti i suoi difetti e con le cose che mi procurano rabbia, ha portato un contributo originale, di fatto dando un senso a questa rivisitazione, cosa che non era stata per i due precedenti che non portavano nulla di nuovo e rimanevano insipidi.

Dunque?

Cosa ho odiato: aver stravolto Ariadne Oliver è qualcosa che non perdonerò mai; aver reso Venezia assolutamente inutile, ancorché bella, e invasa di festeggiatori anzitempo di Halloween pure.

Cosa mi è piaciuto: il giallo funziona e, per lo meno, è un giallo; regia, recitazione, fotografia, scenografie sono validissime; la componente soprannaturale ci stava.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

mercoledì 30 novembre 2022

Glass Onion: quando la soluzione è in bella vista

Con un hype pompato al massimo per questo sequel di Cena con delitto - Knives out del 2019, brillante giallo che ha avuto tantissimo successo grazie a un cast di valore, a una trama ben congegnata e spettacolari colpi di scena, arrivo in sala domenica sera.


Aspettative altissime e il timore di essere delusa, mi sono ritrovata ad apprezzare notevolmente anche il secondo film, Glass Onion - Knives out, sempre con protagonista il detective Benoit Blanc di un Daniel Craig in formissima (la sua performance mi è piaciuta molto).

Dopo l'anteprima al Toronto International Film Festival, questo sequel è stato disponibile in sala per una sola settimana, dal 23 al 29 novembre, ma dal 23 dicembre approderà sulla piattaforma madre. Il film è infatti proprietà di Netflix, che si è acquistata i diritti nella primavera 2021 per realizzare due sequel, sempre scritti e diretti da Rian Johnson. Rimasti ai loro rispettivi posti anche il direttore della fotografia (che resta bella e pulita) Steve Yedlin, il compositore Nathan Johnson e il montatore Bob Ducsay. Squadra vincente non si cambia. Approfitto dell'elenco dei tecnici per fare subito un plauso al reparto costumi e trucco (bellissimi) e alla scenografia. Colori patinati, saturi, look glamour. Davvero alti livelli e molta cura per tutto l'aspetto tecnico. Il film è visivamente uno spettacolo.

E spettacolare è anche per i colpi di scena e per le astuzie nel condurre la trama, a partire dagli inviti che il magnate della tecnologia, che detiene il marchio Alfa, Miles Bron, di un ottimo Edward Norton, fa ai suoi quattro amici per un esclusivo week end con delitto sulla sua isola greca. Ognuno di questi amici ha anche un motivo economico per dipendere da Bron: l'ex modella Birdie Jay (una strepitosa Kate Hudson), l'influencer Duke Cody (complimenti anche a Dave Bautista), la governatrice Claire DeBella (un altro ruolo di grande visibilità dopo la serie di Wandavision della Marvel, molto valida in entrambe le interpretazioni) e il chimico Lionel Toussaint (Leslie Odom Jr., che ha meno spazio forse degli altri personaggi). Ma l'invito, costituito da una cassa di legno apparentemente compatta, che cela, in realtà, enigmi da risolvere per aprirla, arriva anche all'ex socia di Miles, Cassandra Brand, interpretata da una splendida Janelle Monae, bravissima proprio, che inaspettatamente accetta, e al detective Benoit Blanc.

Il film mi è piaciuto, tanto. Ero entusiasta all'uscita dalla sala, perché non annoia mai, ha un ritmo svelto, incalzante, rovescia le prospettive, come nel primo film. Certo, non posso ignorare che avessi chiaramente azzeccato l'assassino ben prima della parte in cui il detective svela le carte. E Blanc in effetti utilizza la metafora del Glass Onion: è fatto apposta, è tutto in bella vista, ma a me non è dispiaciuto. Sì, è una soluzione semplice, ma non diventa banale, perché viene posta molto bene. Inoltre premia l'osservatore attento. Non è quello che si vuole da un giallo? Io sì, voglio questo: il rispetto della prima regola posta da S.S. Van Dine, ovvero il lettore deve avere le stesse opportunità del detective per risolvere il mistero, quindi tutti gli indizi devono essere chiaramente indicati. Io sono stata contenta di giocare ad armi pari col detective e di vedere degli indizi (non tutti, ma buona parte) che mi hanno fatto capire la soluzione. In questo il film gioca in modo leale con lo spettatore e ciò mi piace da impazzire, lo preferisco alla presa in giro di svelare solo all'ultimo un particolare o un collegamento che solo l'investigatore poteva conoscere.

Ci sarebbe un piccolissimo buco di trama, dal mio punto di vista, un'incongruenza sul modo in cui una morte avviene (senza fare spoiler, diciamo che la vittima poteva accorgersi di qualcosa...chi ha visto capirà), che però può essere spiegata almeno in un paio di modi, che sono pronta ad accettare, perché niente può alterare il godimento che mi ha procurato il film, uno dei migliori, per me, del 2022.

Cosa mi è piaciuto: tutto (cast superbo, comparto tecnico curatissimo, dinamica del giallo classico rispettata alla perfezione, trama accattivante, colpi di scena, dinamicità del ritmo)

Giudizio: opera di intrattenimento ben realizzata, curata, più che godibile ⭐⭐⭐⭐⭐

sabato 8 ottobre 2022

Il Maigret di Gérard Depardieu: confronto libro-film

 <<La conosceva?>>

<<Sono arrivato a conoscerla abbastanza bene.>>

 


Il 15 settembre scorso è uscito Maigret, film francese del regista Patrice Leconte, che ho visto al cinema del mio paese al modico prezzo di 3,5 euro, poiché era in corso la promozione "Cinema in festa".

Il celebre commissario, interpretato da Gérard Depardieu, è stanco e non si sente bene, tanto che il suo medico (legale) gli chiede di non fumare finché non avrà fatto una radiografia dei polmoni. E in astinenza completa dal fumo si ritrova a indagare, costantemente circondato da gente che gli fuma di fronte, in un caso molto triste: il ritrovamento, in Place Vintimille, del cadavere di una ragazza giovanissima, di cui non si sa niente, se non che indossava al momento della morte degli abiti presi a noleggio.

Maigret fa di tutto per risalire alla sua identità, a come è morta e per mano di chi, prendendosi a cuore questa povera ragazza (e in realtà anche una seconda, ennesima anima che cerca in Parigi la svolta, vivendo intanto di espedienti, in cui il commissario rivede forse la morta e in qualche modo la figlia, e che lo aiuterà a concludere l'indagine). 

Il film è molto lento e malinconioso e gravato da questa assenza, allusa più volte, della figlia di Maigret. La fotografia però è pulita, la storia piuttosto asciutta e si risolve in un'ora e mezza, in qualche momento c'è una piacevole ironia (il divieto di fumare, il rapporto coi collaboratori...).

Poiché i gialli di Simenon mi piacciono, ma prima di averlo visto al cinema non avevo letto che altri cinque libri del commissario francese, ho voluto recuperare il testo da cui è tratta questa pellicola, per farmi un'idea dell'aderenza alla trama del film. Tra l'altro la storia mi aveva ricordato tantissimo uno di quei cinque che avevo letto, ovvero Il morto di Maigret (1931). Anche in questo caso, il commissario si prende a cuore la storia di uno sconosciuto di cui viene rinvenuto il corpo e di cui, poco alla volta, si scoprirà la storia personale e le ragioni dell'assassinio.

La parte grassettata in rosa è l'unica traccia che hanno in comune il film e il libro (Maigret e la giovane morta, 1954), oltre ai nomi delle due ragazze che compaiono nella vicenda: la morta e la sua amica. Sono molto contenta di aver visto prima il film, perché altrimenti avrei passato il tempo della visione a chiedermi: "ma quando accade questo" o "ma quando entra in scena quest'altro". 

Il libro è stato snello (185 pag) e rapido da leggere. Non mi è piaciuto come altri della stessa serie (per pochi, appunto, che ne abbia letti), ma ho trovato interessante e gradevole questa ricostruzione che Maigret fa della storia della giovane morta, dalle origini alla fine, e a cui si dedica il libro quasi nella sua interezza. La risoluzione finale (chi l'ha uccisa e come) è gestita nell'ultimo capitolo, nelle ultime 25 pagine circa, mentre i primi otto capitoli sono dedicati a conoscere chi fosse la sconosciuta, così bene che è questa "intima conoscenza" a cui arriva Maigret nell'indagine a permettergli di risolvere il caso, seppure il suo "quasi rivale", lo Sfortunato, l'ispettore Lognon del II Distretto a cui Maigret (e dunque il Quai des Orfèvres) soffia l'indagine, fosse qualche passo avanti al nostro prima della risoluzione.

<<Tecnicamente non aveva commesso nessun errore e nessun corso di polizia insegna a mettersi nei panni di una ragazza educata a Nizza da una madre tutt'altro che normale.>>

Mi è piaciuto tantissimo che sia stato proprio questo sforzo, a cui si dedica Maigret, di immaginarsi la sconosciuta e di capirne i modi di fare, i pensieri e il carattere (come un profiler, basando tutto sulla vittimologia) a consentirgli di capire tutto.

Segue adesso un'analisi di alcune differenze tra le due opere (cartacea e visiva), pertanto -pur limitandoli- non sarà possibile evitare completamente gli SPOILER su almeno una delle due, quindi non proseguire oltre se non si è visto/letto l'opera in questione, a meno di non essere indifferenti alla cosa.

1) La vicenda (come la giovane morta sia stata uccisa) è completamente distinta: cambia proprio sia come è avvenuta la morte, sia chi sia stato, sia il movente.

2) Anche molti dettagli di contorno sono diversi: dove la morta alloggiava, se usava sonniferi, quante volte aveva noleggiato l'abito, il mezzo con cui si era recata alla festa (che non era il fidanzamento, ma il matrimonio dell'amica), il carattere (nel libro mi è rimasta più antipatica che nel film, ma rimane la miserevolezza commovente del personaggio e si sente, per me, di più nel libro), il retroscena familiare (nel film non lo si conosce, nel libro sì), il rapporto con Jeanine, etc...

3) Il personaggio di Jeanine Armenieu ha una rilevanza e un ruolo del tutto diversi: nel film è molto presente e molto coinvolta nella vicenda, nel film neppure si vede di persona (si sa di lei dagli interrogatori dei vari testimoni e parla con Maigret solamente al telefono).

4) Nel libro il marito di Jeanine è italiano e non francese e non se ne conosce la madre.

5) Il personaggio di Betty nel libro non compare.

6) Nel libro non si fa riferimento alla figlia dei Maigret.

7) Nel libro Maigret non ha problemi di salute e non conduce tutta l'inchiesta con la stessa bevanda - cosa che però risulta molto simpatica nel film.

8) Il personaggio di Lognon, che nel libro è un personaggio comico, suo malgrado, che quasi gareggia con Maigret per arrivare primo alla soluzione del caso, nel film non c'è.

Mi sono piaciuti? Abbastanza. Il film un po' meno, l'ho trovato molto lento, anche se la malinconia di fondo ricorre molto nei romanzi di Maigret e quindi ci sta (ho visto gli adattamenti con Rowan Atkinson, ma non per esempio quelli storici con Gino Cervi o quelli di Castellitto o di Jean Gabin, etc, e quindi non sono in grado di dire quale versione per me rispecchi di più l'anima del personaggio di Simenon). Il libro di più, per l'analisi psicologica che compie il commissario, ma in generale le due storie non mi piacciono tantissimo (né nella versione cinematografica, né in quella cartacea).

Quale ho preferito: il libro

Giudizio

Leconte - Maigret (2022) ⭐⭐

Simenon - Maigret e la giovane morta (1954)⭐⭐ 1/2