venerdì 13 marzo 2026

Joachim Trier mi piace molto alla sceneggiatura, ma non alla regia: Sentimental Value

 Sentimental Value, già miglior film in lingua straniera ai BAFTA e Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes, di Joachim Trier era uno dei film che attendevo di più in questa stagione di premi. Avevo già visto l'accoppiata norvegese regista-attrice protagonista (Renate Reinsve) in La persona peggiore del mondo, che mi era piaciuto, malgrado la spiccata antipatia del personaggio scritto per la Reinsve. 

Come nel 2022 la sceneggiatura originale è scritta a quattro mani dal regista e da Eskil Vogt e, nuovamente, è candidata al premio Oscar. Se La persona peggiore del mondo era candidato anche a miglior film straniero, quest'anno Sentimental Value è in lizza anche per miglior film, regista, montaggio e interpreti, sia protagonista (Reinsve), sia non protagonisti (Stellan Skarsgard, Elle Fanning, Ibsdotter Lilleaas), per un totale di 9 candidature.


La storia è quella di una famiglia, intesa come padre, figlie e anche casa. È proprio con la metafora della casa, che ha una crepa, che viene introdotto questo nucleo familiare (ma principalmente la figura della figlia maggiore) in cui Nora e Agnes (Lilleaas) attraversano la separazione dei genitori, l'abbandono del padre, regista acclamato e impegnato, e infine il lutto per la madre. A seguito di questa perdita, si riaffaccia nelle vite delle due giovani donne proprio Gustav (Skarsgard), che ha scritto per la figlia Nora, attrice di teatro, una sceneggiatura e che la vorrebbe protagonista del proprio film. 

Il padre antepone il lavoro (e forse anche la propria identità culturale, poiché è svedese e lascia le figlie in Norvegia con la madre) al rapporto con le figlie e non è in grado di comunicare con loro le proprie emozioni e il proprio affetto. L'unico linguaggio di quest'uomo è quello artistico, quello del proprio lavoro: il cinema. Riesce a entrare in connessione con le figlie o il nipote solo attraverso questo mezzo.

Nora, che è stata in grado di proteggere la sorella dai traumi familiari restando una figura di riferimento e certezza per Agnes, ma che invece non è riuscita a sanare la propria di crepa, rifiuta anche di leggere la sceneggiatura. Capiremo solo alla fine del film qual era forse l'intento di Gustav nel scrivere quella storia e lo capirà anche lui, probabilmente, solo dopo aver cercato una sostituta della figlia nella giovane attrice americana interpretata da Elle Fanning.

Parallelamente alla storia della famiglia, la casa è anche il fulcro del film che Gustav cerca di girare e ci permette di compiere una riflessione anche sul mondo delle arti visive: Nora si alterna fra teatro e televisione, Gustav concepisce come forma di espressione solo il cinema, che tuttavia nel mondo moderno deve piegarsi ad altre logiche rispetto a quelle che conosceva quando era all'apice della fama.

Al di là di essermi totalmente riconosciuta in Nora, che pure è abbastanza antipatica come (o un po' meno) lo era Julie in La persona peggiore del mondo, la storia mi è piaciuta moltissimo e affronta il tema degli abbandoni, del prendersi cura e dei modi in cui si può concepire la famiglia e le relazioni familiari da molteplici punti di vista.

Il cast è molto bravo, soprattutto, a mio modo di vedere, Stellan Skarsgard, che in effetti ha già vinto il Golden Globes come miglior attore non protagonista (ai Globes il film aveva le stesse candidature che ha agli Oscar, a eccezione del montaggio). Mi è piaciuta anche Fanning, che in un primo momento mi aveva ricordato tantissimo il personaggio di Ashleigh in Un giorno di pioggia a New York e che poi invece, grazie a un ottimo lavoro di scrittura, lascia intravedere una professionista sensibile, man mano che entra nel personaggio creato da Gustav e approfondisce anche il rapporto col regista.

La scrittura mi è piaciuta per il modo in cui sbuccia lentamente i personaggi e ce li fa focalizzare un po' alla volta, da uno sguardo superficiale alla loro interezza. Quello che non mi è piaciuto, per gusto personale, è la regia: comprendo assecondi questa progressiva intimità coi personaggi, con un linguaggio che segue il disvelarsi graduale degli indizi e che si soffermi, proprio per indagare la psicologia dei personaggi, ma per me rimane molto lenta nel ritmo (il film dura 133 minuti, che per me sono già troppi a prescindere, ma ne ho percepiti pure di più), con scene lunghe, primissimi piani e una macchina spesso in movimento, che esteticamente non mi piace.

Giudizio: storia bella, ma scritta ancora meglio ⭐⭐⭐

domenica 1 marzo 2026

Elaborare il lutto scrivendo la più grande tragedia di tutti i tempi: Hemnet

Disclaimer: Non ritengo di fare spoiler se parlo del nucleo centrale di questo film, siamo d'accordo? Si comprende perfettamente dal trailer quale tragedia colpisce William (Paul Mescal) e Agnes (Jessey Buckey). In ogni caso, vi ho avvisato. Secondo me, anzi, è un po' un peccato che il trailer sia stato tanto rivelatore, perché nel film ci sono tante scene che sono premonitrici di quello che deve accadere che perdono senso nel momento in cui lo spettatore lo sa già in partenza.


Che cos'è il lutto?

Come lo rappresenti al cinema?

Ma soprattutto, come si elabora? Come si supera?

In realtà non sempre si supera, soprattutto quando la perdita è quella di un figlio, anche se vivi in un tempo in cui la mortalità infantile è altissima e circola periodicamente la peste.

Che cos'è Hemnet? È l'adattamento, co-scritto proprio con l'autrice e diretto da Chloé Zhao, de Nel nome del figlio. Hemnet di Maggie O'Farrell.

L'idea originale e romanzata (e lo chiarisce subito modificando il nome storicamente conosciuto di Anne Hathaway in Agnes) dell'autrice è che la nascita della tragedia di Amleto sia da ricercarsi in una vicenda familiare proprio del poeta. Di più: la scrittura e la messa in scena diventa per Shakespeare (e persino per sua moglie) il solo modo di elaborare la perdita, permettere a quel lutto, a quel fantasma in attesa dentro la propria mente di trovare una collocazione, una fisicità, una rappresentazione. 

Questo è tanto più necessario per il personaggio di William Shakespeare, che è estremamente chiuso in sé stesso. Tuttavia anche Agnes, che nelle storie trova la lettura dell'esistenza (di fatto il rapporto col marito inizia così e lei stessa le usa per spiegare la morte ai figli), la rappresentazione diventa cruciale.

Il film parte dall'inizio della storia della coppia e contestualizza la tragedia che verrà illustrandoci da dove vengono i due protagonisti, chi sono le loro famiglie di origine e chi sono loro come persone.

William veniva picchiato dal padre, Agnes perde da piccola la madre da cui aveva imparato tutto quello che sa in fatto di rimedi naturali. La connessione della donna con la Natura, con la terra soprattutto, è molto intensa e, di fatto, ci viene rappresentata come una strega.

Mi è piaciuto come sono stati usati i colori anche dei loro costumi per distinguerli come caratteri e come mondi di appartenenza (anche se probabilmente in epoca Tudor il rosso sarebbe stato un po' troppo costoso per Agnes. I costumisti dovevano saperlo, quindi solo pochi elementi sono davvero rossi, sfumando verso arancio o marrone e virando completamente con il lutto).

Il film non mi ha convinta del tutto per quel che riguarda le scelte registiche di Zhao (non capisco la necessità di alcune scene, che finiscono per darmi informazioni ridondanti, non capisco le interruzioni brusche delle scene che mi hanno dato più volte la sensazione "fine primo tempo"); d'altro canto ha alcune inquadrature (quelle fisse) che ho trovato molto belle.

Esteticamente è curato, con una buona fotografia e una colonna sonora stupenda, e il ritmo è abbastanza tenuto, forse un pochino lento all'inizio, ma giustificabile con la necessità di farmi entrare in quel tempo e, soprattutto, nel mondo di Agnes.

La parte centrale, della malattia della figlia più piccola, col fratello Hemnet che si offre al suo posto per lasciarla vivere, e la successiva parte in cui i genitori devono affrontare questa perdita, troppo più grande di loro, sono molto intense. Non è stato così straziante come avevo letto in giro, ma toccante e soprattutto raccontata in modo poetico, bello.

Per me l'ultima parte del film, quella ambientata in un piccolo Globe ricostruito, è il nucleo vero del film, risoluzione e chiave di lettura, chiusura (rispetto all'inizio della storia di Will e Agnes) e forse quadratura di un cerchio (nel cercare un modo di affrontare l'impossibile).

Relativamente ai personaggi, in buona sostanza esistono solo i due protagonisti. Tanto è curata la descrizione dei loro caratteri, tanto poco lo sono i personaggi secondari, che svolgono ruoli precisi e nient'altro. Entrano ed escono dalla scena e dai dialoghi in base alla funzione da svolgere. Fanno eccezione, almeno in parte, Hemnet, il cui modo di essere, inclinazioni e sentimenti sono mostrati, anche per spiegare cosa sta per succedere, e la madre di William (interpretata da una brava Emily Watson).

Jessie Buckley è stata molto brava (ed è candidata all'Oscar come miglior attrice protagonista; il film in effetti di candidature ne ha 8 totali, andandosi ad aggiungere quelle per film, regia, sceneggiatura non originale, casting, fotografia, colonna sonora, costumi), ma a me devo dire che è piaciuto soprattutto Paul Mescal, che in una scena in particolare riesce a mostrare davvero l'anima tormentata di un introverso e di un poeta, che soffre nel non riuscire a far uscire quello che ha dentro.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐