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domenica 3 maggio 2026

Unpopular opinion su I peccatori (Sinners): la scrittura è pessima, ma ha vinto il messaggio

Figliolo, se continui a danzare col diavolo un giorno lui ti seguirà a casa.

 Se un film ha il maggior numero di candidature agli Oscar di tutti i tempi (sedici! battendo di due nomination i precedenti guinness, Eva contro Eva, Titanic e La La Land - almeno per questo posso dire che erano troppe) e per di più si tratta di un horror, viene il dubbio che sia un po' sopravvalutato.


A quali premi Oscar è stato candidato: film, regia, attore protagonista, attrice non protagonista (Wunmi Mosaku), attore non protagonista (Lindo), sceneggiatura originale, fotografia, colonna sonora, scenografia, costumi, trucco-parrucco, effetti speciali, montaggio, sonoro, canzone (I Lied to You), casting.

In particolar modo, dopo aver visto I peccatori di Ryan Coogler, a me sembravano davvero fuori luogo le candidature a miglior film, migliore sceneggiatura originale e miglior attore protagonista. Su tutte le altre posso dire "ok, ci sta" oppure "ok, sorvolo". Delle quattro vittorie che poi ha riportato nel corso della notte del 15 marzo, la fotografia di Autumn Durald Arkapaw è sicuramente quella che mi ha colpito di più; posso capire la vittoria della colonna sonora di Ludwig Göransson (sì, è lui, quello che ha già vinto per Black Panther e Oppenheimer e che ha sostituito Hans Zimmer nel cuore di Nolan - oppure è meno impegnato - e che quindi ci ritroveremo ai prossimi premi per le musiche di Odissea, pronostico scontato). La scena centrale in cui Sammie "evoca" fin quasi a mescolare musica del passato e del futuro è molto interessante e divertente da guardare. Lo sarebbe anche la vampiresca versione di Rocky Road to Dublin, se non sembrasse così fuori luogo, totalmente avulsa dal contesto.

Diciamo che in qualche modo la vittoria di Michael B. Jordan "me l'accollo", non è la prima (e non sarà l'ultima) delle interpretazioni vincitrici che non mi hanno convinta, anche se davvero mi è sembrato abbastanza monoespressivo a questo giro - mi era piaciuto di più in Creed, se posso essere sincera - e in perenne posa da duro (sul finale diventa proprio una specie di Rambo, salvo poi concludere il suo arco narrativo come quello di Massimo Decimo Meridio).

Ma quello che proprio proprio proprio non mi va giù, è la sceneggiatura, scritta dallo stesso regista. E ora vi spiegherò perché. Andiamo per gradi.

Il film è un horror musicale (non ne avevo mai visto uno, ma non guardo il primo genere e guardo musical con grande parsimonia) che tratta la leggenda dei Griot, chiamati così in Africa Occidentale o Fili' in Irlanda (paese che torna anche nel principale antagonista) e Custodi del fuoco presso gli indiani Choctaw, spiriti richiamati dai cantori per guarire; ma il canto è così potente che può richiamare anche demoni.

Ci sono leggende su persone con il dono di suonare la musica in modo così vero da poter squarciare il velo tra la vita e la morte.

La storia si incentra su alcuni membri di una famiglia, schiavi in una piantagione di cotone: protagonisti sono questo giovane cantore, Sammie Moore, che suona la chitarra con enorme talento blues e i suoi cugini più grandi, gemelli, entrambi interpretati da Jordan (Stack e Smoke; per distinguerli, perché sono vestiti entrambi da gangster, uno ha gli accessori rossi, più leggero, e uno ha gli accessori blu, quello più cupo).

Smoke e Stack se ne sono andati dalla piantagione in Mississippi e sono diventati gangster a Chicago, dove hanno qualche guaio in sospeso, oltre che alcuni dolori che provengono dal passato. Tornano con, apparentemente, denaro illimitato in Mississippi per aprire un Juke Joint, un locale dove si suona, si balla, si gioca e si beve, radunano un gruppo di conoscenti perché lavorino con loro. Dovrebbe andare tutto per il meglio (circa), ma nella zona si aggirano delle entità vampiresche (fra cui l'irlandese Remmick) che gli renderanno la vita impossibile. La storia si ambienta tutta in un sabato, in meno di 24 ore, da quando iniziano a reclutare i lavoratori, fino all'alba della domenica.

Ma veniamo alla parte più divertente di questa recensione: l'elenco delle cose che non vanno nella scrittura.

1) Le battute non sono granché.

"Più passa il tempo e meno penso che voi ragazzetti facciate sul serio."

"Non c'è nessun ragazzetto qui."

"No, solo adulti. Con soldi da adulti."

"E proiettili da adulti."

Davvero? Questa era la sceneggiatura migliore? Questo dialogo sembra la caricatura dell'ispettore Callaghan. Più che da Jordan mi aspettavo di sentirlo dire da Jim Carrey.

Oppure, altro esempio: per mostrare che i fratelli si volevano bene era davvero necessario che si abbracciassero e se lo dicessero? Non lo so...potevamo capirlo da qualcos'altro magari, le dinamiche del film, aneddoti, gesti. No.

"Ti voglio bene."

"Anch'io."

Il discorsino dei vampiri prima dell'ultimo atto, annunciante il loro piano, è veramente brutto a livello di scrittura: ha lo stesso spessore di quello dei cattivi da manuale quando sfoderano il loro sorriso cinico e dichiarano che vogliono conquistare il mondo.

In molte occasioni il linguaggio è esplicitamente volgare.

2) La scrittura in generale. Avrei bisogno che qualcuno mi spiegasse l'utilità della scena del serpente dentro al carro nell'economia del film; in effetti di tutta la sequenza che precede l'inizio del reclutamento del gruppo di amici/lavoratori al Juke Joint, in considerazione del fatto che il film andrà a parare tutto da un'altra parte. A che mi serve questa parte lunghissima introduttiva? Per farmi vedere che i gemelli sono due duri? Ma mi hai appena mostrato la scena in cui minacciano con i proiettili il bianco che gli vende il capannone per il loro progetto. E mi hai anche messo nero su bianco che il tuo miglior modo di scrivere una scena di affetto fra fratelli è degna di un temino delle elementari.

I due sono duri, ma non senza scrupoli. Hanno lavorato per Al Capone, devono mantenere la faccia, ma poi invitano le ragazzine a cui chiedono di fare il palo a contrattare la paga e pagano le cure mediche agli stessi a cui sparano.

3) C'è troppa (troppa, troppa, ma proprio troppa) carne al fuoco: il blues, la maledizione della musica, religione vs dannazione derivante dal blues, la storia dei soprusi subiti dalle persone nere, il KKK, i gangster, i vampiri, figli persi, tragedie familiari, storie d'amore che non vanno, la questione dei meticci. Non è un pochino troppo per un horror? Per me finisce per andare molto fuori tema o in un senso o nell'altro: o porta troppe questioni morali in un film che vuol essere intrattenimento d'azione o esce dal focus sulla questione delle persone nere (perché parlarne attraverso un film sui vampiri? Ma che c'entra?). Troppi temi che allungano il film fino a due ore e un quarto, lo rallentano e distolgono dal punto principale: le abilità canore di Sammie, che attireranno il male.

Io penso francamente che il motivo per cui ha vinto la migliore sceneggiatura questa scrittura è che, rapidamente (perché ce ne sono troppe da trattare), tratta anche della questione razziale, il pericolo derivante dal KKK e dell'importanza del blues. All'Accademy fa ancora la differenza, come ogni tema sui diritti: è sempre la carta giusta con cui passare.

4) Le incongruenze:

I gemelli arrivano con una barca di soldi e spendono e spandono e, dopo mezza serata, stanno per andare in bancarotta. Fanno pagare troppo poco i drink? Sul serio? Neanche un bambino delle elementari farebbe un così pessimo uso delle proprie finanze.

Una delle scene più riuscite è l'introduzione del personaggio di Remmick, che si trascina presto con sé Bert e Joan. In questa scena, Remmick è inseguito da alcuni indiani Choctaw. Sembra che questa tribù conosca le entità a cui danno la caccia, ma si ritirano al tramonto e non si vedono più per tutto il film, quindi non capisco l'utilità di introdurli. Dare una veridicità alla leggenda? Farci capire che è solo accogliendo i vampiri esplicitamente che possono accedere a un luogo chiuso? Si capisce comunque dopo.

I vampiri, per farsi invitare a entrare, suonano le canzoncine. E noi li prendiamo anche sul serio. Ma il Diavolo si traveste da agnello, giusto?

Forse negli horror è prassi (si veda lo sketch di Panariello) ma i personaggi sono di un'ingenuità imbarazzante. Come è ovvio, la prima a fare il passo falso lo è più degli altri. Ci sono tre sconosciuti che ti fanno discorsi strani, mi dici che aspetti a scappare?

"Volevo vedere se foste brave persone."

"Lo siamo davvero."

Non devo stupirmene? Va bene, non me ne stupirò, ma anche a seguire, quando un personaggio si comporta in modo palesemente alterato, non desta il minimo sospetto malgrado si siano tutti appena accorti del problema vampiresco.

Avendo già trattato la sceneggiatura, resta da dire che il film entra nel vivo dopo un'ora e che nel frattempo mi ha annoiata non poco (e l'ho pure visto due volte...). Non è un horror spaventoso o splatter (o non lo avrei visto). Dal punto di vista tecnico è molto buono (musica, fotografia, sonoro...) e ha un bel cast, anche se l'interpretazione migliore, a mio avviso, non è quella dei protagonisti gemelli, ma quella di Delroy Lindo.

Giudizio: Ruffiano ⭐⭐

Nota bene: il film ha non una, ma ben due scene post credit!

venerdì 13 marzo 2026

Joachim Trier mi piace molto alla sceneggiatura, ma non alla regia: Sentimental Value

 Sentimental Value, già miglior film in lingua straniera ai BAFTA e Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes, di Joachim Trier era uno dei film che attendevo di più in questa stagione di premi. Avevo già visto l'accoppiata norvegese regista-attrice protagonista (Renate Reinsve) in La persona peggiore del mondo, che mi era piaciuto, malgrado la spiccata antipatia del personaggio scritto per la Reinsve. 

Come nel 2022 la sceneggiatura originale è scritta a quattro mani dal regista e da Eskil Vogt e, nuovamente, è candidata al premio Oscar. Se La persona peggiore del mondo era candidato anche a miglior film straniero, quest'anno Sentimental Value è in lizza anche per miglior film, regista, montaggio e interpreti, sia protagonista (Reinsve), sia non protagonisti (Stellan Skarsgard, Elle Fanning, Ibsdotter Lilleaas), per un totale di 9 candidature.


La storia è quella di una famiglia, intesa come padre, figlie e anche casa. È proprio con la metafora della casa, che ha una crepa, che viene introdotto questo nucleo familiare (ma principalmente la figura della figlia maggiore) in cui Nora e Agnes (Lilleaas) attraversano la separazione dei genitori, l'abbandono del padre, regista acclamato e impegnato, e infine il lutto per la madre. A seguito di questa perdita, si riaffaccia nelle vite delle due giovani donne proprio Gustav (Skarsgard), che ha scritto per la figlia Nora, attrice di teatro, una sceneggiatura e che la vorrebbe protagonista del proprio film. 

Il padre antepone il lavoro (e forse anche la propria identità culturale, poiché è svedese e lascia le figlie in Norvegia con la madre) al rapporto con le figlie e non è in grado di comunicare con loro le proprie emozioni e il proprio affetto. L'unico linguaggio di quest'uomo è quello artistico, quello del proprio lavoro: il cinema. Riesce a entrare in connessione con le figlie o il nipote solo attraverso questo mezzo.

Nora, che è stata in grado di proteggere la sorella dai traumi familiari restando una figura di riferimento e certezza per Agnes, ma che invece non è riuscita a sanare la propria di crepa, rifiuta anche di leggere la sceneggiatura. Capiremo solo alla fine del film qual era forse l'intento di Gustav nel scrivere quella storia e lo capirà anche lui, probabilmente, solo dopo aver cercato una sostituta della figlia nella giovane attrice americana interpretata da Elle Fanning.

Parallelamente alla storia della famiglia, la casa è anche il fulcro del film che Gustav cerca di girare e ci permette di compiere una riflessione anche sul mondo delle arti visive: Nora si alterna fra teatro e televisione, Gustav concepisce come forma di espressione solo il cinema, che tuttavia nel mondo moderno deve piegarsi ad altre logiche rispetto a quelle che conosceva quando era all'apice della fama.

Al di là di essermi totalmente riconosciuta in Nora, che pure è abbastanza antipatica come (o un po' meno) lo era Julie in La persona peggiore del mondo, la storia mi è piaciuta moltissimo e affronta il tema degli abbandoni, del prendersi cura e dei modi in cui si può concepire la famiglia e le relazioni familiari da molteplici punti di vista.

Il cast è molto bravo, soprattutto, a mio modo di vedere, Stellan Skarsgard, che in effetti ha già vinto il Golden Globes come miglior attore non protagonista (ai Globes il film aveva le stesse candidature che ha agli Oscar, a eccezione del montaggio). Mi è piaciuta anche Fanning, che in un primo momento mi aveva ricordato tantissimo il personaggio di Ashleigh in Un giorno di pioggia a New York e che poi invece, grazie a un ottimo lavoro di scrittura, lascia intravedere una professionista sensibile, man mano che entra nel personaggio creato da Gustav e approfondisce anche il rapporto col regista.

La scrittura mi è piaciuta per il modo in cui sbuccia lentamente i personaggi e ce li fa focalizzare un po' alla volta, da uno sguardo superficiale alla loro interezza. Quello che non mi è piaciuto, per gusto personale, è la regia: comprendo assecondi questa progressiva intimità coi personaggi, con un linguaggio che segue il disvelarsi graduale degli indizi e che si soffermi, proprio per indagare la psicologia dei personaggi, ma per me rimane molto lenta nel ritmo (il film dura 133 minuti, che per me sono già troppi a prescindere, ma ne ho percepiti pure di più), con scene lunghe, primissimi piani e una macchina spesso in movimento, che esteticamente non mi piace.

Giudizio: storia bella, ma scritta ancora meglio ⭐⭐⭐

lunedì 6 ottobre 2025

Andate a vedere La voce di Hind Rajab

 A un anno (e poco più) dall'ultima recensione di questo blog, torno con un film che mi ha chiesto prepotentemente di diffondere il verbo. 

Volevo già tornare, perché mi mancava raccontare, anche, di cinema, dire la mia su quello che guardo, dopo una stagione che ho passato a vedere film, ma tenendomi tutto dentro. Ecco, già mi mancava qualcosa, ma stanotte proprio non ho chiuso occhio dopo aver visto La voce di Hind Rajab di Kawthar ibn Haniyya (già Leone d'argento per la giuria a Venezia e che tra i produttori ha anche Brad Pitt e tra gli esecutivi  Alfonso Cuarón, Joaquin Phoenix e Roney Mara).


Premetto che sapevo perfettamente cosa stavo per andare a vedere (una delle rarissime volte), essendo un fatto di cronaca del gennaio 2024 (non mi preoccuperò di fare spoiler infatti) e sapendo che il film sarebbe stato in arabo per mantenere i file audio originale delle telefonate tra vittime e centro di coordinamento della Mezzaluna Rossa Palestinese.

Sì, lo sapevo che sarebbe stata la voce di quella bambina di cinque anni che chiedeva aiuto mentre le sparavano addosso, nascosta dentro la macchina degli zii e dei cugini con intorno i cadaveri dei sei parenti morti e appena fuori i carri armati israeliani, ma non ero veramente pronta a sentire la voce minuta di una bambina dell'asilo chiedere:

"Vienimi a prendere."

"Ho paura."

"Morirò presto."

"Mi sparano."

"Venitemi a prendere."

"Sono sola."

"Ho paura del buio."

Non è un'attrice, è proprio la voce di Hind e per noi sono solo un'ora e un quarto di audio su 90 minuti totali di pellicola, ma gli operatori del centro di Ramallah della Mezzaluna Rossa (loro sì, interpretati da attori, salvo nei momenti in cui si vedono o si sentono le registrazioni di quella folle giornata del 29 gennaio 2025) passano tre ore al telefono con la bambina, tentando di rassicurarla e nella paradossale situazione di non poter inviare soccorsi perché nelle aree sotto assedio sparano anche sulle ambulanze.

Oltre alla straziante conversazione fra la bambina terrorizzata e gli operatori telefonici, frustrati dall'impotenza, annichiliti da una tragedia più grande di loro e che non sanno come non far trasparire la loro disperazione affinché Hind resti calma, c'è un interessante punto di vista sviscerato in ogni dettaglio dal film, che riesce a scrivere ogni passaggio molto bene, non didascalico, ma chiaro: i soccorsi della Mezzaluna Rossa sono schiacciati dalla burocrazia militare e in grave pericolo.

Gli operatori che tengono impegnata la bambina al telefono implorano, urlano, si arrabbiano, litigano furiosamente e crollano, emotivamente sfiniti, perché i soccorsi non possono partire, altrimenti finirebbero uccisi come altri colleghi prima di loro, se non viene concordato un percorso sicuro e non è ricevuto un via libera (green light). Il percorso sicuro deve essere ottenuto attraverso la mediazione di un intermediario (uno alla volta o Croce Rossa o Ministero della Salute) e poi di un ulteriore intermediario con l'esercito che risponde al secondo intermediario, che risponde al primo, che comunica alla Mezzaluna. Folle? Certo. E se si interrompe per qualche ragione questa catena? Si ricomincia daccapo. E se la bambina non risponde per dieci minuti? Si ferma tutto. E se nel frattempo le strade intorno sono crollate? Va aggiustato l'itinerario chiedendo nuovi consensi. E come si risponde a una madre o a uno zio che urlano al telefono perché ovviamente non capisce per quale motivo non si può inviare un'ambulanza? No, nelle altre zone le mandiamo, ma a Gaza non si può fare, ci sparano addosso.

Non è un segreto come finisce questa storia: ha fatto il giro del mondo, ripresa proprio perché fosse mostrata sui social, così da spingere l'opinione pubblica e ottenere il percorso sicuro per mandare un'ambulanza dalla bambina. 

Il cinema (tunisino, ma in coproduzione con Francia, Regno Unito e USA,) apre la porta al documentario quando nello schermo del telefono che riprende la scena compaiono proprio i personaggi ripresi in quel 29 gennaio al telefono con Hind: le riprese reali si sovrappongono agli attori palestinesi che recitano, con le stesse movenze dei veri Umar, Rana, Mahdi, Nisrin, gli stessi abiti e volti molto somiglianti. Sono bravissimi gli attori e partecipiamo al dolore e alla rabbia dei protagonisti, che non sanno come affrontare né le difficoltà organizzative, né lo stress psicologico proprio e il loro terribile compito di mentire per tre ore a una bambina di cinque anni sul fatto che l'avrebbero portata via da lì molto presto. La regista tunisina (il film è il candidato della Tunisia per il miglior film internazionale agli Oscar del 2026) ha cercato di rimanere esterna e asciutta, affinché protagonisti fossero quei file audio e quella voce.

Vuoi una definizione di bambino? Ecco: è quella creatura che ti chiede mentre le sparano perché non puoi chiedere a tuo marito se ti accompagna a prenderla per portarla via. 

Vuoi una definizione di guerra? Ecco: è quella situazione in cui morirai se vorrai andare a salvare la bambina; è il finale di questo film (te lo spoilero anche se non lo vai a vedere, quindi, ti prego, vai al cinema perché lo dovrebbe vedere tutto il mondo questo film, anche se non sei pronto, come non lo ero io), ovvero dei soldati che hanno visto benissimo agli infrarossi che in quella macchina è rimasto un corpicino vivo, forse hanno pure visto gli appelli social, ma aspettano l'arrivo dei soccorsi, faticosamente inviati richiedendo un percorso sicuro che è stato burocraticamente avvilente da ottenere, per sparare, così se ne possono uccidere altri due, mentre per tre ore hai psicologicamente torturato la bambina di cinque anni che hai comunque deciso di uccidere.

Questo è più spietato e più potente di un Diario di Anna Frank, perché di Anne avevamo solo le parole, ma di Hind abbiamo anche quella vocina spaventata che ho risentito per tutta la notte.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐