Visualizzazione post con etichetta produzioni internazionali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta produzioni internazionali. Mostra tutti i post

lunedì 6 ottobre 2025

Andate a vedere La voce di Hind Rajab

 A un anno (e poco più) dall'ultima recensione di questo blog, torno con un film che mi ha chiesto prepotentemente di diffondere il verbo. 

Volevo già tornare, perché mi mancava raccontare, anche, di cinema, dire la mia su quello che guardo, dopo una stagione che ho passato a vedere film, ma tenendomi tutto dentro. Ecco, già mi mancava qualcosa, ma stanotte proprio non ho chiuso occhio dopo aver visto La voce di Hind Rajab di Kawthar ibn Haniyya (già Leone d'argento per la giuria a Venezia e che tra i produttori ha anche Brad Pitt e tra gli esecutivi  Alfonso Cuarón, Joaquin Phoenix e Roney Mara).


Premetto che sapevo perfettamente cosa stavo per andare a vedere (una delle rarissime volte), essendo un fatto di cronaca del gennaio 2024 (non mi preoccuperò di fare spoiler infatti) e sapendo che il film sarebbe stato in arabo per mantenere i file audio originale delle telefonate tra vittime e centro di coordinamento della Mezzaluna Rossa Palestinese.

Sì, lo sapevo che sarebbe stata la voce di quella bambina di cinque anni che chiedeva aiuto mentre le sparavano addosso, nascosta dentro la macchina degli zii e dei cugini con intorno i cadaveri dei sei parenti morti e appena fuori i carri armati israeliani, ma non ero veramente pronta a sentire la voce minuta di una bambina dell'asilo chiedere:

"Vienimi a prendere."

"Ho paura."

"Morirò presto."

"Mi sparano."

"Venitemi a prendere."

"Sono sola."

"Ho paura del buio."

Non è un'attrice, è proprio la voce di Hind e per noi sono solo un'ora e un quarto di audio su 90 minuti totali di pellicola, ma gli operatori del centro di Ramallah della Mezzaluna Rossa (loro sì, interpretati da attori, salvo nei momenti in cui si vedono o si sentono le registrazioni di quella folle giornata del 29 gennaio 2025) passano tre ore al telefono con la bambina, tentando di rassicurarla e nella paradossale situazione di non poter inviare soccorsi perché nelle aree sotto assedio sparano anche sulle ambulanze.

Oltre alla straziante conversazione fra la bambina terrorizzata e gli operatori telefonici, frustrati dall'impotenza, annichiliti da una tragedia più grande di loro e che non sanno come non far trasparire la loro disperazione affinché Hind resti calma, c'è un interessante punto di vista sviscerato in ogni dettaglio dal film, che riesce a scrivere ogni passaggio molto bene, non didascalico, ma chiaro: i soccorsi della Mezzaluna Rossa sono schiacciati dalla burocrazia militare e in grave pericolo.

Gli operatori che tengono impegnata la bambina al telefono implorano, urlano, si arrabbiano, litigano furiosamente e crollano, emotivamente sfiniti, perché i soccorsi non possono partire, altrimenti finirebbero uccisi come altri colleghi prima di loro, se non viene concordato un percorso sicuro e non è ricevuto un via libera (green light). Il percorso sicuro deve essere ottenuto attraverso la mediazione di un intermediario (uno alla volta o Croce Rossa o Ministero della Salute) e poi di un ulteriore intermediario con l'esercito che risponde al secondo intermediario, che risponde al primo, che comunica alla Mezzaluna. Folle? Certo. E se si interrompe per qualche ragione questa catena? Si ricomincia daccapo. E se la bambina non risponde per dieci minuti? Si ferma tutto. E se nel frattempo le strade intorno sono crollate? Va aggiustato l'itinerario chiedendo nuovi consensi. E come si risponde a una madre o a uno zio che urlano al telefono perché ovviamente non capisce per quale motivo non si può inviare un'ambulanza? No, nelle altre zone le mandiamo, ma a Gaza non si può fare, ci sparano addosso.

Non è un segreto come finisce questa storia: ha fatto il giro del mondo, ripresa proprio perché fosse mostrata sui social, così da spingere l'opinione pubblica e ottenere il percorso sicuro per mandare un'ambulanza dalla bambina. 

Il cinema (tunisino, ma in coproduzione con Francia, Regno Unito e USA,) apre la porta al documentario quando nello schermo del telefono che riprende la scena compaiono proprio i personaggi ripresi in quel 29 gennaio al telefono con Hind: le riprese reali si sovrappongono agli attori palestinesi che recitano, con le stesse movenze dei veri Umar, Rana, Mahdi, Nisrin, gli stessi abiti e volti molto somiglianti. Sono bravissimi gli attori e partecipiamo al dolore e alla rabbia dei protagonisti, che non sanno come affrontare né le difficoltà organizzative, né lo stress psicologico proprio e il loro terribile compito di mentire per tre ore a una bambina di cinque anni sul fatto che l'avrebbero portata via da lì molto presto. La regista tunisina (il film è il candidato della Tunisia per il miglior film internazionale agli Oscar del 2026) ha cercato di rimanere esterna e asciutta, affinché protagonisti fossero quei file audio e quella voce.

Vuoi una definizione di bambino? Ecco: è quella creatura che ti chiede mentre le sparano perché non puoi chiedere a tuo marito se ti accompagna a prenderla per portarla via. 

Vuoi una definizione di guerra? Ecco: è quella situazione in cui morirai se vorrai andare a salvare la bambina; è il finale di questo film (te lo spoilero anche se non lo vai a vedere, quindi, ti prego, vai al cinema perché lo dovrebbe vedere tutto il mondo questo film, anche se non sei pronto, come non lo ero io), ovvero dei soldati che hanno visto benissimo agli infrarossi che in quella macchina è rimasto un corpicino vivo, forse hanno pure visto gli appelli social, ma aspettano l'arrivo dei soccorsi, faticosamente inviati richiedendo un percorso sicuro che è stato burocraticamente avvilente da ottenere, per sparare, così se ne possono uccidere altri due, mentre per tre ore hai psicologicamente torturato la bambina di cinque anni che hai comunque deciso di uccidere.

Questo è più spietato e più potente di un Diario di Anna Frank, perché di Anne avevamo solo le parole, ma di Hind abbiamo anche quella vocina spaventata che ho risentito per tutta la notte.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐

mercoledì 22 novembre 2023

EO: il mio trauma animalista

 Ho aspettato molto a parlare di questo film, visto durante l'estate, perché dovevo riprendermi dal formidabile shock della sua visione che è stata potente e penosa (e uso entrambi gli aggettivi in senso positivo).


Il regista polacco Jerzy Skolimowski frequenta le kermesse europee dagli anni Sessanta e al Festival di Cannes 2022 ha presentato lo straziante EO, che gli è valso il premio della giuria. Il film è stato anche selezionato nella cinquina di film che ha concorso all'Oscar 2023 nella sezione film internazionali.

La sceneggiatura adatta il film di Robert Bresson del 1966, Au hasard Balthazar, che all'epoca fu presentato alla Mostra del cinema di Venezia.

In entrambe le storie l'asinello protagonista subisce ogni possibile disavventura e crudeltà e, in particolare, nell'adattamento di Skolimowski la storia inizia da una condizione di temporanea serenità. EO è l'asinello di un circo polacco, coccolato e benvoluto dalla sua compagna di performance, finché il circo non viene chiuso e gli animali sono smistati in altre sistemazioni. Paradossalmente è un'associazione animalista che fa allontanare le bestie, accusando i circensi di crudeltà sugli animali, ma le destinazioni di EO (forse anche degli altri?) restano sempre utilitaristiche e raramente benefiche per il povero animale. Iniziano dunque le peripezie della bestiola, sballottata da un rifugio a un luogo di lavoro, da una sistemazione a un'altra. A volte è lo stesso EO che scappa da situazioni più o meno negative: romanticamente si direbbe che cerchi di tornare dalla sua padroncina, le cui attenzioni forse rimpiange (continuano a salirmi le lacrime anche a scriverne).

Il regista sembra dirci proprio questo e lo fa esclusivamente attraverso le immagini. I personaggi umani dialogano tra loro o parlano a EO, ma molte scene non prevedono affatto la loro presenza e il punto di vista sembra essere sempre quello dell'asinello. La scelta delle inquadrature e delle immagini vogliono dirci cosa pensa EO, cosa vede e il linguaggio elaborato da Skolimowski mi ha incantata: è essenziale, è preciso, l'immagine è potente, perché riesce a raccontare sequenze narrative, ma anche sentimenti e pensieri senza necessità della parola. La durata del film è contenuta (meno di un'ora e mezza), ma sufficiente a raccontare molti episodi e ad arrivare al cuore dello spettatore (e distruggerlo).

Sono tornata a casa molto turbata dalla visione (alcune scene sono crude, anche solo facendo intendere, senza mostrare) e rattristata dalla storia, ma anche entusiasta di aver visto una prestazione registica così raffinata, un linguaggio così pulito e conciso e allo stesso tempo perfettamente capace di generare emozioni fortissime.

Il regista centra in pieno il suo intento, giacché ha messo in scena questa storia mosso da ideali animalisti e desideroso di denunciare la crudeltà sugli animali.

Giudizio: crudo ma perfetto ⭐⭐⭐⭐⭐

domenica 5 marzo 2023

Il realismo (non) violento di Niente di nuovo sul Fronte Occidentale

L'adattamento, scritto e diretto da Edward Berger, di Im Westen nichts Neues di Erich Maria Remarque è stato presentato al Toronto International Film Festival e non è stato solo candidato come miglior film straniero a Golden Globes, BAFTA e Oscar, ma per questi ultimi ha collezionato nove nomination totali (film, sceneggiatura non originale, fotografia, scenografia, trucco-acconciatura, effetti speciali, sonoro e colonna sonora, oltre a quella già citata). Il film si può trovare sulla piattaforma Netflix dallo scorso anno.


La storia è quella di alcuni giovani tedeschi, Paul e i suoi amici, che si arruolano nella Grande Guerra, convinti che avrebbero vissuto un'avventura da eroi e che, anche grazie a loro, la Germania avrebbe conseguito una vittoria schiacciante in breve tempo. Ma oltre a non essere di rapida risoluzione, il conflitto si rivelerà lontanissimo dalla gloriosa avventura che si attendevano. Mentre gli viene consegnata la divisa i ragazzi fremono d'impazienza, ignari che quelle casacche hanno vestito altri soldati che hanno conosciuto una triste fine. E poi il fango, la trincea, il terrore, il freddo, il lutto, la nostalgia di casa, dei genitori, delle fidanzate, la durissima vita di stenti. La guerra, senza poesia né retorica e senza nemmeno insistere sulla spettacolarità delle uccisioni, senza alcun intento splatter, ma senza negare la crudezza atroce delle trincee e delle battaglie, contrapposte alle scenografie scintillanti dei palazzi e dei treni in cui si decidono le sorti del conflitto. La storia principale si alterna, infatti, con le trattative della delegazione tedesca, tra cui figura Matthias Erzberger (Daniel Brühl) con quella francese, che, come sappiamo, imporrà a Compiègne le condizioni che porteranno alla pace infame, che tanta parte avrà nel destino degli anni a venire.

Ogni avanzamento di un esercito o di un altro è futile e quasi ridicolo. L'intento del film è mostrare con schiettezza la quotidianità dell'attesa, delle privazioni, della paura, la brutalità degli scontri, l'agonia dei feriti, l'ammasso di corpi maciullati con un livello di spietatezza e al contempo di oggettività estremo. I piccoli dettagli, le uniformi, le medagliette, i pasti sottolineano le miserie e i fugaci destini dei soldati. L'angoscia è scandita da una colonna sonora il cui tema principale è già iconico: tre note che ci trasmettono paura.

La scena dei carri armati ha una potenza visiva ed emotiva da pelle d'oca: è semplicemente agghiacciante. Regge meno il confronto con il libro la sequenza "Camerade", che è una delle ragioni principali della fama del romanzo, col brano riportato su ogni antologia didattica.

È certamente molto dura affrontare la visione di questo film (e ho temuto moltissimo due ore e mezza di un film di guerra, che come genere non è certo dei più divertenti), ma è un'esperienza emozionante e visivamente grandiosa: ha una fotografia straordinaria, precisa e limpida anche nei momenti più oscuri (al momento mi sbilancio a tifare per questo film in questa categoria). Gli armamenti e gli scontri sono bene evidenziati dagli effetti speciali e dal sonoro. Ho apprezzato anche alcune interpretazioni, prima tra tutte quella di Albrecht Schuch (Kat). Ma soprattutto ho adorato questa dissacrazione di ogni velleità romantica della guerra: non c'è eroismo, solo "squallore disgraziato" (si riconosce la citazione?) e grette miserie quotidiane. Il tutto esaltato da un comparto visivo e sonoro di alto livello.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ Un film spietato, molto difficile da vedere per la durezza e il realismo con cui è rappresentata la guerra, ma, anche per questo, bellissimo

sabato 18 febbraio 2023

Gli spiriti dell'isola: fiaba nera teatrale e macabra

Il film scritto e diretto da Martin McDonagh, Gli spiriti dell'isola, che ha concorso per il Leone d'Oro a Venezia, aggiudicandosi la Coppa Volpi (Colin Farrel) e il Premio Osella (sceneggiatura), si è meritato anche otto candidature ai Golden Globes (vincendo per il miglior attore protagonista e come miglior Commedia) e nove agli Oscar (film, regia, sceneggiatura originale, Colin Farrell, Barry Keogan, Brendan Gleeson, Kerry Condon, colonna sonora e montaggio).


Il pretesto per l'avvio è molto semplice: "non mi vai più a genio". Un pochino più motivato, ma a un certo punto della loro amicizia Colm (Gleeson), compositore e violinista, decide di rompere i rapporti con Pádraic (Farrell), che è incredulo, oltre ad avere l'orgoglio ferito e il cuore a pezzi, tanto da non rassegnarsi alla prima che tutto sia davvero finito. Su questa situazione semplicissima si innestano una serie di cause-effetti, che non si possono raccontare perché vanno scoperti in sala (il trailer non fa capire quasi niente, cerca solo di restituire l'atmosfera del film), in una catena di eventi inarrestabile che costituisce questa sceneggiatura molto efficace e di impianto chiaramente teatrale. Ogni passaggio è orchestrato in modo preciso come in un meccanismo i cui ingranaggi sono perfettamente oleati: la narrazione è pulita, senza sbavature, apprezzatissima.

La storia è ambientata nel 1923, sullo sfondo della guerra civile irlandese, di cui si sente parlare dai personaggi, che però sono estranei a quei conflitti che riguardano la Terraferma, li percepiscono lontani, mentre loro, confinati nella lenta vita isolana di Inisherin, vivono contrasti e malumori più quotidiani, ma non meno viscerali.

Il tono è metà giocoso, con alcune battute molto divertenti, e metà grottesco, come in una fiaba nera in cui, infatti, compaiono anche le Banshees, gli spiriti annunciatori di disgrazie, che poi sono mantenute (mi sono data anche una mia interpretazione al riguardo), spostando velatamente la narrazione sul genere fantastico. Il grottesco in questo film si sposta fino al macabro, accentuato e molto insistito, anche se cartoonesco: è sopportabile, ma occupa molta parte della storia, quasi troppa, vi viene pesantemente posto l'accento, come se il regista lo eleggesse a elemento cardine. Il finale resta un po' aperto e a me lascia anche un dubbio sul personaggio di Colm.

La storia è ricca di personaggi che animano l'isola, un po' più che comparse, molto pittoreschi: c'è il barista diplomatico, la gestrice dell'emporio avida di pettegolezzi, il poliziotto violento, la vecchia megera, che come in tutte le fiabe non è mai quello che sembra, lo scemo del villaggio, che però interpretato da Barry Keogan ha una credibilità e un'autenticità non comuni (una delle mie interpretazioni preferite nella categoria Attori Non Protagonisti per gli Oscar). Altro ruolo importante, quello della sorella di Pádraic, Siobhán (Kerry Condon), combattuta tra prendersi cura del fratello, uomo semplice e illetterato, ma gentile, e perseguire i propri obiettivi personali.

Le interpretazioni conferiscono davvero un'anima a tutti questi personaggi: è un'esperienza immersiva, si entra davvero nel mondo di Inisherin, i cui bellissimi paesaggi sono, oltretutto, fotografati al meglio. Mi sono molto piaciuti i coprotagonisti, anche se ancora non so se Colin Farrell sarà il mio preferito, ma mi ha convinto molto e dà corpo a un ruolo che abitualmente non gli tocca. Trovo Gleeson sempre impeccabile, qualunque personaggio gli sia assegnato, e qui è stato davvero preciso e in parte, ma l'interpretazione che ho davvero trovato perfetta è stata quella di Keogan. Nella cinquina delle attrici non protagoniste, invece, ora che ho visto Everything Everywhere All at Once, ha pane per i suoi denti la comunque brava Kerry Condon.

In conclusione, però, malgrado questo film non abbia difetti (è pure più corto dei polpettoni che stanno uscendo ultimamente, sotto le due ore, che occupa per intero, e la sceneggiatura è così ben scritta -questo è il motivo per cui è contenuto- che non lascia niente da tagliare), non ha incontrato il mio gusto, probabilmente per il genere, per la storia in sé, che non mi ha interessato e conquistato davvero, e per il macabro molto sottolineato visivamente. È puramente una questione di gusto personale, perché tecnicamente il film è perfetto e consiglio ugualmente la sua visione.

Cosa mi è piaciuto: scritto benissimo, ottime recitazioni, ambientazione che ricrea il fascino di un villaggio irlandese in modo davvero piacevole

Cosa non mi è piaciuto: Jenny (chi ha visto sa), vicenda per me poco interessante, macabro

Giudizio: ⭐⭐⭐1/2

domenica 29 gennaio 2023

Close: il film belga candidato a Golden Globes e Premi Oscar

L'ho visto nel piccolo teatro di un paese vicino al mio e mi sono veramente forzata per andarlo a vedere. Temevo che un drammone di quasi due ore su due adolescenti che forse si piacciono, ma non lo accettano fosse troppo fuori dal mio gusto. Invece il film del regista e sceneggiatore belga Lukas Dhont mi ha sorpresa in positivo.


Close è la storia di due amici per la pelle, Léo e Rémy, cresciuti insieme e inseparabili, fino a che non iniziano le scuole superiori. La storia si ambienta da un'estate (quella che precede l'inizio del Liceo) a quella successiva. Nella nuova scuola la loro grande vicinanza è letta, però, in senso romantico. I due ragazzi forse hanno (o forse no) un'attrazione l'uno per l'altro che è confusa e indefinita, come è normale per l'età in cui si trovano, soggetta a cambiamenti, nuovi interessi, all'allargamento della cerchia di conoscenze della loro età. L'accettazione o meno di questo mutamento del loro rapporto di amicizia porterà conseguenze significative da affrontare.

La storia, scritta a quattro mani dal regista e da Angelo Tijssen, che avevano già lavorato insieme, è molto bella e lo dico da amante delle storie d'azione e molto poco delle storie sentimentali. Ho colto qualche vibes alla Moonlight, ma la storia è totalmente diversa. Non posso entrare nel dettaglio nelle tematiche del film perché sfuggirebbero spoiler, quindi non lo farò. Il protagonista è Léo ed è attraverso i suoi occhi e le sue reazioni che lo spettatore assiste alle vicende. Nel susseguirsi e, proprio, nel ripetersi del suo quotidiano (andare a scuola, rapportarsi coi compagni, aiutare i genitori, allenarsi e di nuovo e di nuovo le stesse dinamiche) cogliamo il suo modo di affrontare quello che gli accade, le sue emozioni e difficoltà. Poco prima dell'ultimo atto della storia, è in questo ripetersi che il protagonista sembra trovare la forza di affrontare di petto quello che l'evento principale del film ha provocato in lui. È una scena bellissima, che riprende e quasi chiude il cerchio con una frase pronunciata da un altro personaggio precedentemente.

Ho trovato incredibile che il giovane attore, Eden Dambrine, abbia retto un numero così elevato di scene da solo e dando ai sentimenti del personaggio credibilità e profondità. Anche l'interpretazione di Émilie Dequenne mi è piaciuta molto.

Il film ha un ritmo abbastanza lento, si prende il suo tempo, ma non mi ha annoiata. Unica eccezione: una delle primissime scene, in cui osserviamo i ragazzi dormire vicini per un tempo quasi infinito, e che mi ha dato quasi un senso di claustrofobia per la sua immobilità. Poi il film si riprende e il ritmo diviene costante.

Il film, presentato al Festival di Cannes nel maggio scorso, dove ha vinto il Gran Prix Speciale della Giuria, è uscito in Italia ai primi di gennaio. È stato candidato come miglior film straniero ai Golden Globes, dove è stato superato da Argentina, 1985, e ai Premi Oscar.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

venerdì 20 gennaio 2023

Il corsetto dell'imperatrice: Vicky Krieps svela il lato fragile di Sissi

 Il corsetto dell'imperatrice di Marie Kreutzer è stato presentato allo scorso Festival di Cannes, dove ha vinto il premio Un Certain Regard per l'interpretazione della protagonista, Vicky Krieps, che avevo visto ne Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson (film di cui ricordo solo la noiosità).

A circa dieci anni per Carnevale
(non ero per niente fissata con la principessa Sissi)

Il film tratta un anno della vita dell'imperatrice Sissi, tra il 1877 e il 1878, anno di irrequietezza, che poi evolve in depressione, di insofferenza per la condizione di donna-oggetto, considerata solo per l'aspetto, che sta cambiando, essendo ormai giunti i quarant'anni, e con cui lotta costantemente perché sia all'altezza delle aspettative (ginnastica, diete rigidissime, un culto maniacale dei capelli). Ma Elisabetta ha le sue idee, vorrebbe poterle esprimere, vorrebbe poter dire la sua a un marito che forse è stanco di lei. L'irrequietezza si trasforma in un'incapacità di restare a lungo nello stesso luogo, a costo di allontanarsi dai figli, che ormai sono cresciuti e che, oltre a non aver bisogno di lei, la giudicano. Non riesce a soffrire Vienna, le preferisce l'Ungheria e ai palazzi preferisce gli spazi aperti e le cavalcate. Ma ogni luogo che la ospita, dopo un po' si rivela inadatto a placarla. Più vicino a lei sono le sue dame di compagnie, le nobili del suo seguito. Anch'esse ruotano come satelliti intorno all'imperatrice, ma sono punti più fermi degli altri.

Vicky Krieps è entrata dentro al personaggio totalmente e in modo più che convincente. Anche le altre interpretazioni nel film sono state valide. L'attore che interpreta Francesco Giuseppe, però, in questi giorni è al centro di una bufera, trovato in possesso di immagini pedopornografiche. I media sono dunque passati dal parlare del successo del film alle polemiche. 

Ho apprezzato regia e sceneggiatura e la colonna sonora del film. Il ritmo è piuttosto lento, ma non pesa, se non verso la fine: la durata complessiva di quasi due ore è un filo eccessiva e, sul finale, si sente, si avverte la sensazione che non arrivi una conclusione. In effetti una conclusione vera manca, perché il periodo trattato è isolato.

Gli incassi, in data odierna, sono sui 2,7 milioni di dollari.

Cosa mi è piaciuto: punto di vista e scrittura molto interessanti, eccellente Vicky Krieps

Cosa non mi è piaciuto: è lungo e, alla fine, pesa

Giudizio: ⭐⭐⭐

martedì 17 gennaio 2023

Le otto montagne: la trasposizione del Premio Strega che ha incantato anche all'estero

I registi belgi (compagni nella vita) Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch hanno trasposto, fornendo anche la sceneggiatura, il libro di Paolo Cognetti Le otto montagne, che era uscito nel 2016 ed aveva vinto l'edizione 2017 del Premio Strega. Il film, produzione italo-franco-belga, ha vinto il premio della giuria al Festival di Cannes 2022. Con onestà, devo ammettere che il genere -film drammatico estremamente introspettivo- non rientra nei miei preferiti, ma sentendone dire molto bene ed essendo stato proposto praticamente in tutti i cinema vicino a casa mia, mi sono sentita in obbligo di andare a vederlo anche io e mi sono accorta con grande piacere che la sala, al secondo giorno di proiezione in quello specifico cinema, era abbastanza gremita (molto più del solito comunque e lo dico con una certa cognizione di causa perché è la sala che frequento più spesso, anche se ovviamente non presenzio a tutte le proiezioni). In effetti gli incassi italiani (alla data odierna) superano i 4,5 milioni di euro, battendo per esempio The Fabelmans, che è uscito nella stessa data, ma anche Tre di troppo e Megan.


Premesso che non ho ancora letto il libro, la trama deriva dunque direttamente dalla visione e non so se ci sono significative differenze rispetto all'originale. La storia è quella di un'amicizia nata tra due bambini sulle montagne di Grana (che presumo sia in Val d'Aosta, dove è stato girato il film), dove la famiglia di Pietro, il protagonista, si reca ogni estate perché il padre, ingegnere alla Fiat, è appassionato di scalate, in cui si fa accompagnare anche dal figlio. Nel paesino dove alloggiano Pietro conosce e stringe amicizia con Bruno, che vive con gli zii e al cui destino i genitori di Pietro si interessano perché né il padre muratore, spesso assente, né gli zii sembrano volergli fornire un'istruzione e, anzi, vogliono avviarlo al mondo del lavoro. Durante le estati della sua infanzia, Pietro apprende dal padre e dall'amico l'amore per la montagna, ma i due ragazzi saranno allontanati dalla propria condizione sociale. Il legame di Pietro con Bruno e con la montagna si cementerà quando riceverà molti anni dopo il lascito di una (quasi) casa sui monti dell'infanzia.

La storia è molto bella e, coprendo un arco narrativo decennale, riesce ad affrontare molti temi, non solo legati all'amicizia, anche se questa, il rapporto con un luogo a cui si sente di appartenere, la ricerca del proprio posto nel mondo sono i fili conduttori del racconto. La passione per la storia e per gli straordinari paesaggi che le fanno da sfondo (ripresi con ogni condizione meteo, conferendo molto realismo) sono stati rappresentati con grande cura: pare che i registi siano stati così conquistati dal romanzo di Cognetti, che abbiano imparato l'italiano per poterlo trasporre e che scrivere questa sceneggiatura assieme abbia salvato la relazione dei due registi. Di sicuro hanno trasmesso anche a me la voglia di leggermi il libro.

Sono stata un po' meno soddisfatta dalla trasposizione in sé. Per me la distribuzione degli eventi dell'arco narrativo non è stata calibrata benissimo, non per il ritmo, che non è nemmeno eccessivamente lento, poiché il film è veramente denso di contenuti. La lunghezza (2 ore e mezza), che è comprensibile per la mole di vicende da narrare, si sente tutta e stanca già dopo la ripresa dall'intervallo. In buona sostanza, non si vede la fine del film. I registi si sono presi molto tempo per raccontare l'infanzia dei ragazzi e il loro riavvicinamento da adulti, troppo tempo. Quando termina la prima parte del film, è già successo così tanto che lo spettatore (io) è convinto manchi poco alla chiusura, invece ci sono ancora molti sviluppi da raccontare e il film sembra non finire mai. Il mio parere è che dovesse essere snellita la prima parte, accorciando la durata complessiva e bilanciando i tempi delle tre fasi della vita dei protagonisti: risultano molto dilatate le prime due parti, meno dense di avvenimenti, a discapito dell'ultima, molto più concitata, in cui invece si succedono rapidamente notizie e cambiamenti. Inoltre alcune scene le ho trovate superflue e non funzionali.

Questo e il sonoro più disturbante di cui abbia memoria sono le uniche pecche del film, che compensa con l'evidente passione che ha animato troupe e cast. La fotografia è discreta, ma soprattutto all''inizio è fissa, anche se è sicuramente un effetto voluto, come il formato quadrato. Alcune canzoni della colonna sonora sono molto belle. La recitazione dei protagonisti è stata molto sentita e mi è piaciuto molto Alessandro Borghi, che non avevo mai visto alla prova. Ha colpito anche il suo accento valdostano, che immagino sia stata una sfida, date le origini romane dell'attore, e pare abbia imparato a mungere le mucche prendendo lezioni in un alpeggio vero.

Cosa mi è piaciuto: recitazione, storia

Cosa non mi è piaciuto: regia

Giudizio: ⭐⭐⭐

martedì 29 novembre 2022

"Quando l'istinto ti dice di stare a casa, stai a casa" ovvero Bones and all

 No, non è un bel film.

E non è per le scene crude, è proprio un film inutile.


Facciamo un passo indietro e alcune premesse prima di parlare di questo film, tratto dal libro Fino all'osso di Camille DeAngelis, presentato in anteprima alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia.

Non ho ancora visto Chiamami col tuo nome (né altri di Luca Guadagnino) e, dopo questa visione, non sono sicura che lo farò. Ho sentito pareri contrastanti in merito, che vanno da "è noioso e lentissimo" a "è bellissimo e immersivo". E avevo sentito pareri contrastanti anche su questo nuovo film tra i conoscenti che lo avevano visto al cinema (mia sorella mi ha così abbandonata a vederlo da sola) e le recensioni che, probabilmente per la prima volta in vita mia, avevo cercato febbrilmente prima di andare a vederlo, spinta dalla necessità di appurare il livello di crudezza. Livello che non ho appurato, scoprendo invece che qualcuno considera spoiler anche ammettere che il film parla di cannibali. Non è spoiler, è la trama: è stato annunciato con chiarezza quando è stato presentato. Ne avevo sentito parlare su Sky prima ancora di vedere il trailer, a inizio settembre. Il genere con cui è classificato è quello dell'horror (e vietato ai minori di 14 anni -pure troppo poco, i ragazzi di oggi non hanno necessità di ulteriori livelli di violenza, che ormai sono "normalizzati"-), ma questo non è per niente un horror (o forse lo è in un paio di scene che non sono quelle del "pasto").

Gli unici generi cinematografici che non guardo (salvo sporadiche e motivate eccezioni) sono l'horror e i film comici. Per il resto sono onnivora. Non è un gioco di parole (anche se sono onnivora anche in campo alimentare), io guardo di tutto al cinema, senza focalizzarmi troppo su genere ed etichetta. Ma non sono un'esperta, sono una fruitrice: per me il cinema è intrattenimento, spettacolo, magia e lo giudico soprattutto con la pancia, con la prima impressione. Per me contano soprattutto l'aspetto visivo (spettacolarità inclusa) e, più di ogni altra cosa, la sceneggiatura. Adoro follemente i film di Hitchcock, adoro i dialoghi di quei film e il fatto che riuscisse a ottenere un capolavoro anche restando nella stessa stanza per tutta la messinscena, come a teatro, facendo reggere il film interamente alla sceneggiatura. Anche i suoi erano film autoriali e si distaccavano dal cinema classico, con le sue regole precise. Ma pure lui riteneva che i film dovessero avere durate contenute (amo la sua battuta "La durata di un film dovrebbe essere direttamente commisurata alla capacità di resistenza della vescica umana") e che dovessero intrattenere lo spettatore. Il suo linguaggio cinematografico era sintetico: con una sola scena era in grado di riassumerti una premessa, di calarti nel contesto e, in generale, ogni scena era funzionale all'economia del film. Per me questo è il massimo che il cinema può dare. E infatti non mi piacciono quasi mai i film d'autore (a meno di non poter considerare tale anche Parasite).

E stavo pensando proprio a questo mentre ieri sera vedevo i primi fotogrammi del film, prima che si entrasse nel vivo della vicenda. Stavo calcolando il tempo sprecato in scene non utili e non funzionali e, soprattutto, non belle. 

Nei primi cinque minuti, la protagonista, Maren, è invitata per un pigiama party da un'amica, poi esce da scuola e trova ad aspettarla il padre, che le fa fare una prova di guida. Fin qui tutto bene: due scene per dirti che la ragazza è già maggiorenne, vive sola col padre e non ha nessun amico, tranne questa ragazza. Poi l'auto parte e li vediamo parcheggiare, scendere, prendere le buste della spesa ed entrare in casa (questo è stato l'esatto momento in cui ho pensato che Hitch avrebbe saltato tutta la parte sul vialetto di casa, risparmiando quasi un minuto, ma in realtà chissà come l'avrebbe girata lui questa parte...) e tutta una serie di lenti rituali (mangiare, lavarsi i denti, aspettare che il padre si addormenti per uscire di nascosto) che annoiano, che potevano essere riassunti molto più velocemente e che non hanno alcuna grazia estetica, quindi, in soldoni, sono scene ingiustificate. Il fatto che mi fossi distratta a pensare che c'era un intero minuto di troppo la dice lunga sul coinvolgimento generato dalla lentezza con cui scorrono le immagini.

Al pigiama party, dopo anni in cui non era mai capitato nulla, succede il primo incidente del film, di cui ho visto sprazzi sufficienti a ottenere due effetti: il primo è stato decidere all'istante che quella era la prima e ultima scena splatter che avrei visto del film (sì, le scene ancora più realiste non le ho viste e non posso giudicarle e mi sta bene così, anzi mi rammarico profondamente di aver visto anche solo la prima); il secondo è che, per addormentarmi, ho avuto bisogno del conforto generato da unicorni e arcobaleni (no, in realtà di Carlo Lucarelli che racconta il caso Marilyn Monroe e del primo capitolo di Harry Potter e la pietra filosofale letto da Giorgio Scaramuzzino, ma ognuno ha la propria comfort zone).

Sulla trama, ma il film in realtà non ha una vera trama -è più una serie di cose che succedono in successione-, l'effetto è di far partire la vicenda: da quel momento Maren sarà sola e vagherà alla ricerca delle sue origini o di sé stessa, incontrando -curiosamente- una serie di compagni cannibali.

"Curiosamente" significa che per me questo è un buco di trama o comunque una forzatura: il film lo giustifica col fatto che questi cannibali pare si riconoscano fra di sé, fiutandosi, ma questo non toglie che Meren scende dall'autobus e si trova un cannibale davanti, entra in un supermercato e c'è un cannibale (e così via). Il ritmo è discontinuo e a un certo momento il tempo si dilata come in un finale, ma non è la vera conclusione -che sarebbe stata pure carina se così fosse stato-. No, il film cambia ritmo e si svolge l'ultimo atto (che avrei preferito non vedere perché per me è ridicolo).

L'amica che ne aveva parlato male a mia sorella l'ha considerato una metafora di una vita da tossicodipendente e ci sta. Potrebbe esserlo su qualsiasi compulsione in effetti, dall'alcolismo al gioco d'azzardo, e su come queste dipendenze possono distruggere vite e famiglie. Il film dichiara che per questi cannibali si tratta proprio di una compulsione, un'irrefrenabile necessità di mangiare carne umana, non alla Hannibal Lecter, col Chianti e le fave, ma più alla DiCaprio in Revenant quando si mangia il fegato di bisonte. Io però non l'ho vista questa metafora e per me è stato solo cercare di rappresentare al cinema un viaggio per gli Stati Uniti con parti splatter, inutili, fini a sé stesse, che non c'entrano nulla con la storia in sé, che presa da sola, sarebbe soprattutto un racconto di formazione di questa ragazza sullo sfondo di sconfinati paesaggi americani. Ma l'abbagliarci con il cannibalismo fa un po' perdere il focus, rende il film confuso, né percorso di crescita, né horror, né on the road movie (quest'ultimo forse era l'ambizione di Guadagnino, ma ha trovato la sceneggiatura già scritta e si è inserito a progetto avviato). La fotografia non è abbastanza bella (non è come ne Il potere del cane) per un film in cui i paesaggi sono centrali. Non può contare sul lato visivo, perché rappresenta un mondo di emarginati, soli, poveri, miserabili. E ho già parlato male di regia e trama. 

Diciamo qualcosa di carino: ha una buona colonna sonora e un ottimo cast. Mark Rylance è meraviglioso, ma ho trovato molto bravo anche Michael Stuhlbarg e i due protagonisti. Trovo Mark Rylance uno dei migliori interpreti di questi anni: mi folgorò ne Il ponte delle spie, quando decisi dopo cinque minuti dall'inizio del film che quell'uomo doveva vincere l'Oscar, cosa che ha fatto per l'appunto, ma queste mie epifanie estemporanee sono di solito immotivate, come quando dissi la stessa cosa di Daniel Bruhl e del film dopo aver visto Rush.

Quando venti minuti prima della proiezione ho temuto di essere sola in sala a vedere un horror, ma per fortuna sono sbucate altre quattro persone e due conoscenti mi hanno invitata a vederlo con loro (grazie) 💗

E qui giungiamo al motivo per cui, a dispetto del fatto che sospettassi non fosse un film per le mie corde e non avessi voglia di andare a vederlo, alla fine ci sono andata: la mia compulsione. Tutti gli anni, da otto-nove anni a questa parte, faccio i salti mortali per vedere tutti i film nominati ai premi Oscar, prima della Notte degli Oscar. Ci sono state molte annate in cui ne ho potuti vedere pochi, a causa del lavoro, ma nel 2014 e quest'anno ero andata molto vicina a vedere tutte le candidature delle categorie principali. Così, fiutando che potessero esserci delle buone interpretazioni e conscia che a casa sul divano (santa sanctorum del relax e delle emozioni positive) mai avrei visto una tale pesantezza, ho cercato di avvantaggiarmi, traendone un insegnamento: se l'istinto ti dice di stare a casa, stai a casa.

Cosa mi è piaciuto: Mark Rylance, Michael Stuhlbarg, Timothée Chalamet, Taylor Russell, il cast in generale

Cosa non mi è piaciuto: regia, sceneggiatura, fotografia, scene splatter (ah, no, non le ho viste, ma non sono comunque funzionali alla narrazione)

Giudizio: ⭐ Film inutile e brutto