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lunedì 4 marzo 2024

Waiting Academy Awards con un film romantico: Past Lives

 La regista e sceneggiatrice teatrale e televisiva sud coreana Celine Song approda nel mondo del cinema e scrive e dirige Past Lives, che riceve un consenso unanime, venendo candidato ai più importanti premi cinematografici, tra cui Golden Globes e Oscar, nelle sezioni dei film internazionali.


La storia è deliziosa, commovente e ruota intorno a un concetto coreano sulla reincarnazione, In-Yun. Come spiega la protagonista del film, Nora, si tratta del destino che lega nei rapporti personali due individui ed è stato costruito nei loro contatti nelle vite passate.

Nora, cresciuta in Corea fino ai 12 anni, lascia insieme alla sua famiglia il paese (per gli USA) e il ragazzo che le piaceva, Hae Sung. Dodici anni più tardi, i due giovani (lei sceneggiatrice, come Song, della quale è alter ego, lui studente di ingegneria) si ritrovano, attraverso Facebook, e iniziano a parlarsi di nuovo, ma abitano in paesi diversi. Passano altri 12 anni prima che si trovino di persona a New York.

Dire di più sulla trama, credo sciuperebbe un po' le sorprese nel film, quindi preferisco limitarmi a queste poche informazioni.

Ho trovato straziante la storia di Nora e Hae e mi sono commossa durante la visione: a livello di messa in scena dei sentimenti, trovo che regia e interpretazioni siano stati grandiosi: mi sono sembrati enormi e palpabili, molto comprensibili. L'applicazione dello In-Yun alla storia mi è piaciuto moltissimo: ho al contempo imparato qualcosa di nuovo e l'ho trovato profondo, toccante e anche magico, in un certo senso. Diciamolo, ho anche sofferto abbastanza.

D'altro canto, devo dire che il film è anche molto lento e, in qualche ripresa, piuttosto ridondante. I film orientali, d'altro canto, hanno ritmi completamente diversi da quelli occidentali. Nondimeno, anche se si tratta solo di un'ora e quaranta minuti di film, ne ho avvertiti di più.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 3/4

venerdì 9 febbraio 2024

Un film terapeutico: Perfect days

 Il quasi ottantenne Wim Wenders, del cui cinema mi professo ignorante, con grande senso di colpa e dispiacere, torna alla regia di un film di produzione nipponica, scritto dallo stesso regista e da Takuma Takasaki: Perfect days.

Si tratta di un film dalla scrittura semplice, con un meccanismo di narrazione e una ricerca di significato che, sospetto, prenda ispirazione da concetti quali la mindfulness e, forse, le correnti buddiste zen.

"Un'altra volta è un'altra volta. Adesso è adesso."


Hirayama (Kōji Yakusho) tutti i giorni si sveglia al suono dell'uomo che in strada spazza le foglie, piega il suo fouton, indossa la tuta da lavoro, si prende cura delle sue piantine, si lava i denti, si fa la barba, esce di casa, prende un caffè in lattina dal distributore proprio davanti a casa, sceglie l'audiocassetta con cui accompagnerà il viaggio in auto e si reca a lavoro. Fa le pulizie per la Tokyo Public Toilet e prende il suo lavoro in modo professionale, aderendo ai principi (per noi tanto distanti) per cui qualunque cosa fai la devi fare al tuo meglio e come se fosse una missione (un ikigai), in cui migliorare ogni giorno, cercando di spingersi sempre un passettino oltre il tuo massimo. Ecco, Hirayama ci mette del suo: si crea degli strumenti da solo per fare le cose al meglio e compie il suo dovere come una vocazione, perfino quando viene lasciato solo a coprire i turni. A differenza del collega della generazione più giovane, che gli domanda perché metterci tanto impegno, se saranno sporcati nuovamente di lì a poco, non trascura i dettagli, non cerca di sbrigarsi, tirando un po' via, per rispetto prima verso sé stesso, che verso il pubblico.

All'ora di pranzo, l'uomo si siede vicino a un tempio, una bella zona verde a Tokyo, dove mangia il suo tramezzino. Hirayama torna poi a casa, inforca la sua bicicletta e va a lavarsi ai bagni pubblica, a fare qualche giro, a cena e poi prima di dormire, legge un po' del suo libro. Non usa il cellulare, se non per comunicare, è estraneo al mondo di internet. Le sue giornate riprendono quasi invariate, in un ciclo sereno e tranquillo, anche se, ovviamente, non è esattamente così. La domenica porta a sviluppare un rotolino di pellicola, seleziona le foto che gli sono riuscite bene, che gli trasmettono qualcosa; compra un nuovo libro da leggere la settimana successiva; cena in un posticino speciale.

Hirayama si porta dietro ovunque una macchina fotografica e, costantemente, presta attenzione a cosa ha intorno, per coglierne la bellezza. Così succede che ogni parte della sua giornata diventa bella da vivere e ha un suo perché. Ogni adesso è bello da vivere.

Ci sono personaggi, incontri ed eventi imprevisti che si inseriscono in questa routine, proprio come è per le nostre vite. Anche i nostri quotidiani si ripetono analoghi, ma non sono mai gli stessi.

Questo film mi ha dato tanto. Avrei bisogno di rivederlo in loop per sempre, soprattutto nel periodo in cui mi trovo adesso (ci sto provando ad applicare la filosofia-Hirayama, ci sto provando davvero e mi serve). Nella sua ripetitività semplice, nella sua serena lentezza, ambizione a cui tendo ormai da qualche anno, mi sono sentita bene: mi è arrivato Hirayama, il suo stile di vita, la ricerca dei suoi ideali, che condivido, anche se non sono i miei e sono tanto lontani dalla società in cui ci troviamo.

Eppure non sarebbe impossibile: anche lui vive nella super tecnologica e al passo col tempo Tokyo (che ha le pareti dei bagni trasparenti che si oscurano alla chiusura), ma lui vive nel suo mondo e, a giudicare da quanto rivelato, per sua volontà.

Mi è piaciuto tutto di questo film: la colonna sonora fatta di pezzi storici, la recitazione del protagonista (che per molte scene è stand alone, con minimi interventi delle altre comparse, e spesso è muto), l'averlo reso un uomo che sento vivo e vero, la regia, la fotografia. Si sente un goccio la ripetitività, che, però, è il suo plus, la sua piacevolezza (una sorta di mantra), ma il film è anche breve (due ore secche) e, dunque, ho non ho avvertito la noia.

Ho una sola cosa da dire, ma non è in negativo. Questo è un film diverso, che ha il suo senso pieno e compiuto così e mi piace da impazzire. Lo riguarderei subito una seconda e una terza volta. Tuttavia, per quanto riguarda la corsa all'oscar come film internazionale, gli preferisco ancora Io capitano. Trovo che dovrebbe essere premiato soprattutto per una sceneggiatura molto più complessa e, a suo modo, profonda, ricalcando il viaggio vogleriano dell'eroe.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐

mercoledì 24 gennaio 2024

Ci sto ancora pensando...Il ragazzo e l'airone

 

Un'opera d'arte non dà risposte alle domande, le suscita.

Mi tocca citare Bernstein proprio nell'apertura del film di Bradley Cooper per parlare invece del dodicesimo film di Hayao Miyazaki, Il ragazzo e l'airone.


Pur non essendo una delle sue fan più accanite ho sempre apprezzato i film che ho visto del regista giapponese: La città incantataIl castello errante di Howl, Kiki e posso dire lo stesso di questa ultima opera.

L'introduzione alla storia è, tra quelli che ho visto, la più classica e occidentale: durante la seconda guerra mondiale un ragazzo, Mahito, perde la madre nell'incendio dell'ospedale in cui lavorare a Tokyo. Tempo dopo deve fronteggiare alcuni cambiamenti: lui e il padre si trasferiscono nella casa natale della madre, di cui il padre sposa la sorella minore, Natsuko, che aspetta un bambino. L'avventura scaturisce dalla presenza di un airone cenerino che cerca di comunicare con Mahito e che lo condurrà in altre realtà spazio-temporali parallele.

I disegni e l'animazione sono molto curati e spesso (quei fondali pastello straordinari) nettamente superiori ai più moderni disegni di quasi tutte le case di produzione che puntano tutto sul 3D. Le creature e gli animali che compaiono sono originali e ben fatti.

Al pari delle altre produzioni che ho visto del regista, la storia è ricca di poesia, probabili riferimenti che non riesco a cogliere e magia. Per esempio, le varie specie di uccelli (pellicani, parrocchetti) che compaiono hanno un significato specifico? Da occidentale posso dire di averci provato a rintracciare una metafora sull'elaborazione del lutto, la depressione e del senso di colpa, ma appunto, sono solo un'occidentale iper razionale. Sono ancora qua a riflettere sui significati di quanto ho visto e, probabilmente, questo è il risultato di un lavoro ben riuscito.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2

mercoledì 22 novembre 2023

La mia seconda volta col cinema coreano: Decision to leave

 Undicesimo lungometraggio del regista coreano Park Chan-wook, che ho conosciuto per la prima volta con questa pellicola, Decision to leave è un thriller e una drammatica storia d'amore.


Qualcosa turba la vita e, soprattutto, il sonno del detective coreano Jang Hae-jun. Il detective vive in un'altra città rispetto a sua moglie e torna a casa solo nel week end, mentre durante la settimana si impone turni massacranti e spesso notturni.

In questa atmosfera di irrequietezza e dalle tinte cupe Jang si imbatte in un caso molto strano: la morte di un uomo che sembra un incidente in montagna. La moglie cinese, Song, vittima di violenza domestica da parte del marito, però risulta sospetta e Jang indaga su di lei per capire se in realtà non si tratti di un omicidio mascherato da incidente. La donna incuriosisce e attrae il detective, già stremato dal poco sonno, rendendolo ancora meno lucido nelle indagini.

Cosa si nasconde dietro le storie di Jang e Song? La trama si infittirà sempre di più e vale la pena di seguirla per arrivare al bandolo della matassa. 

Il regista piazza anche un paio di colpi di scena imprevisti e un finale abbastanza spiazzante.

Non mi ero mai confrontata con il cinema di Park Chan-wook e, in generale, conosco a malapena il cinema coreano, eccettuato Parasite. Si tratta sicuramente un modo di fare cinema molto attento a cosa mettere in scena per passare determinate informazioni, indizi, emozioni.

Decision to leave è un film psicologico, che analizza le emozioni e i pensieri dei personaggi (soprattutto di Jang, mentre Song è più criptica e lo sarà fino in fondo), essenziali nella dinamica della storia, nel meccanismo del thriller. Persino gli oggetti in questa messa in scena non sono casuali e aiutano a costruire il racconto o a delineare i personaggi. Il ritmo risente un po' di questo aspetto e in alcuni momenti, soprattutto a metà/tre quarti della storia, mi ha un pochino annoiata, complice anche la durata di due ore e un quarto di film.

Tuttavia il film è comunque interessante e per me ha rappresentato una novità: ha una storia originale, interessante, anche intrigante. Mi sono molto piaciuti i personaggi, soprattutto Song, così indecifrabile e incantevole, sulla quale sicuramente è stato fatto un attento lavoro di scrittura. Anche le recitazioni sono notevoli e piuttosto diverse da quelle occidentali. Non a caso Tang Wei è un'attrice molto nota a oriente ed è stata voluta per questo film dal regista e dallo sceneggiatore (Jeong Seo Gyeong), che forse già pensavano a lei quando hanno scritto il personaggio. 

Probabilmente una seconda visione e una più approfondita cultura dei film orientali in generale (e coreani in particolare) mi permetterebbe di apprezzare meglio questa pellicola, per la quale la mia opinione è comunque favorevole, ma, al momento, tiepida.

Il film è stato presentato al Festival di Cannes 2022, dove il regista ha vinto il Prix de la mise en scène, ed è stato candidato come miglior film straniero ai Golden Globes e ai BAFTA 2023.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

lunedì 15 maggio 2023

Inoue conclude al cinema l'anime di Slam Dunk iniziato trent'anni fa

 Sono una fan di Slam Dunk. Lo guardavo la sera su 7 Gold quando ero adolescente e il giorno successivo io e la mia amica commentavamo insieme gli episodi. Si tratta della trasposizione in 101 episodi del manga a tema sportivo (spokon), creato da Takehiko Inoue negli anni Novanta. Il protagonista è il liceale Hanamichi Sakuragi, un teppista, che si getta però con ardore nel basket per amore di Haruko Akagi, sorella del capitano del team della scuola, lo Shohoku. La narrazione diventa molto presto corale e anche gli altri quattro membri della rosa titolare saranno co-protagonisti nelle epiche imprese di questa squadra su cui nessuno è disposto a scommettere: Takenori Akagi, Hisashi Mitsui, Ryota Miyagi, Kaede Rukawa.

L'opera si riconosce per i tratti del disegno di Inoue, per i valori di passione, determinazione, gioco di squadra, fiducia, seconde occasioni. Questa saga ha fatto innamorare molti fruitori del manga e dell'anime.

Sono passati tanti anni, ormai è un bel pezzo che non passano in televisione gli episodi, che non si riescono a recuperare nemmeno sulle piattaforme di streaming. Nel frattempo mi ero comprata tutta la ristampa Panini del manga, ma senza aver avuto il tempo di leggerla, consigliandola invece a mia nipote, che l'ha apprezzata.

Troppo tardi ho scoperto che li avevano rilasciati sul canale You Tube della casa di produzione, la Toei Animation, dal 10 agosto al 19 novembre 2022, in previsione del rilascio del film The First Slam Dunk in Giappone, il 3 dicembre 2022.


Il film, che sono andata a vedere ieri sera con l'amica del liceo che me l'aveva fatto scoprire, è stato sceneggiato e diretto nientemeno che dallo stesso Inoue, che ha colto le richieste dei fan di completare l'opera lasciata incompiuta con la serie anime negli anni Novanta, per divergenze tra produttore e autore, secondo il quale non coglieva appieno lo spirito del manga. Infatti se il fumetto copre anche il campionato nazionale interscolastico, la serie si ferma invece alla qualificazione dello Shohoku per questa competizione. 

Inoue riprende la narrazione da una delle partite del campionato nazionale, quella contro l'imbattibile Sannoh, che sarà combattuta con le unghie e con i denti da parte di entrambe le squadre fino all'ultimo secondo. Lo scontro è bellissimo, emozionante, soprattutto negli istanti finali quando sono rimasta col fiato sospeso per tutta la sequenza, ma si frammezza con i flashback che mettono a fuoco alcuni giocatori e, soprattutto, Ryota Miyagi, il playmaker dello Shohoku, sul cui passato non era stato detto molto nell'anime.

Il film dura due ore (e cinque minuti) e si prende tutto il tempo per raccontare, anzi, direi che è piuttosto lento, sia nella parte iniziale della partita, che non mi ha fatto sentire trascinata e partecipe, sia per tutto il racconto della storia di Miyagi, ma, quando la partita entra nel vivo, il ritmo cambia marcia e si fa più sostenuto. C'è tutto il tempo per approfondire i personaggi e le loro emozioni, la loro fatica, le loro ragioni: una delle cose stupende che ha sempre caratterizzato Slam Dunk. Con poche espressioni, uno sguardo, un'inquadratura, Inoue ha saputo rendere stati d'animo, sentimenti, sensazioni.

I disegni sono bellissimi come sempre, il tratto è leggero, l'attenzione al dettaglio tanta. Si vede nella realizzazione di una delle prime sequenze in cui da una pagina (o uno schermo se vogliamo) bianca emergono i contorni e poi i dettagli dei giocatori dello Shohoku. Uno a uno sono disegnati e si animano, unendosi poi insieme mentre avanzano: ancora una volta un team, una narrazione con più co-protagonisti.

L'animazione è una sperimentazione che fonde 2D e CGI (con la tecnica della performance capture su cestisti professionisti le cui movenze sono state usate per le scene). Alcune scene del match sono strepitose, come la prima inquadratura che da aerea scende a inquadrare tutto il campo da basket, come la sequenza dell'ultimo minuto di partita in cui la colonna sonora ammutolisce e resta in apnea come lo spettatore.

Non c'è solo una vena di nostalgia nell'apprezzamento per questo prodotto: si tratta di un'opera ben studiata, pensata per oltre dieci anni, ricercata nella messa in scena, nella tecnica, nella storia (che ha alcune parti originali, scritte appositamente per il film). Fedele all'anima della creatura originaria, mi ha emozionata, coinvolta, stupita e ringiovanita di diciotto anni. Merita di essere vista, anche se non è rimasto molto tempo: è uscito in Italia il 10 maggio in giapponese e poi è stato rilasciato in italiano dall' 11 al 17 maggio. Forse non è per tutti: le dinamiche tra i personaggi restano oscure a chi non ha mai letto il manga o visto l'anime, anche se un pochino trapelano, ma resta comunque appassionante almeno nella partita.

In ogni caso mi trovo in buona compagnia nell'apprezzamento, avendo il film incassato alla data odierna quasi 145 milioni di dollari.

Cosa mi è piaciuto: passione, adrenalina, i personaggi e le storie che ho amato, una partita bella ed emozionante 

Cosa non mi è piaciuto: ha stentato un pochino in fase d'avvio, godibile maggiormente dai fan (racconta di fatto l'ultima fase dell'opera)

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

sabato 15 ottobre 2022

Orsi che non esistono e registi incarcerati

 Ieri sera sono stata al cinema d'essai del mio territorio (il cinema Garibaldi di Scarperia) a vedere il nuovo film del regista iraniano Jafar Panahi, attualmente incarcerato in Iran, di cui avevo sentito parlare, ma del quale (ammetto le mie lacune) non conoscevo la filmografia.

Dopo questa serata penso però di andarmi a recuperare altre sue opere, perché è davvero un maestro, come lo chiamano nel film.

Il film era stato insignito del premio speciale della giuria a Venezia circa un mese fa e c'era chi si era lamentato che non avesse ottenuto di più.



Cosa ne penso io, che non sono un critico ed esprimo pareri più di pancia che di sostanza?

Premettendo che non è il genere che preferisco (amo più il film d'intrattenimento che il film di riflessione), l'ho trovato molto interessante e pure geniale in molti modi. Sì, è un pochino lento, ma lento nel raccontare più che nel ritmo (che in realtà è abbastanza coinvolgente): ci sono scene molto lunghe e statiche, movimenti di macchina al minimo, qualche campo lungo, più di un piano sequenza, poco montaggio, un po' di più verso la fine quando si intensificano un po' gli eventi. Questo per valorizzare i dialoghi, che sono la narrazione stessa. I movimenti della camera coincidono col cambio di scena quasi come una struttura teatrale. Ogni scena ha senso nell'economia della storia e questo lo apprezzo tantissimo.

Anche da profana riconosco la mano autoriale di un regista di grande esperienza, che vuole raccontare a parole sue (col cinema suo) la sua storia che si intreccia ad altre storie di un paese così lontano dal nostro e costretto, come sappiamo, in un regime cieco, tirannico e molto anacronistico, di cui peraltro si parla molto in queste settimane.

Il film si apre con un piano sequenza, che dopo pochi minuti si rivela essere un film nel film.

Panahi, nei panni di sé stesso, sta infatti dirigendo un film, quello della scena che ci viene mostrata, ma a distanza. Lui si trova infatti in un villaggio al confine turco, dove ha preso in affitto un alloggio. Ed è in questo villaggio che il suo aver (o forse non aver) scattato una fotografia a una coppia di giovani sarà pietra di uno scandalo sentimentale, che metterà a soqquadro la calma superficiale di questo luogo sperduto in cui tradizioni antiche, miopi e, ammettiamolo, misogine (come il regime del paese natio di Panahi) si ripetono immutate negli anni.

C'è un incastro complesso e ingegnosamente architettato di storie di ambiguità, che vertono sulla foto (Panahi l'ha scattata o no quella fotografia?), sul confine (vuole o non vuole varcare il confine e fuggire infrangendo il divieto di lasciare l'Iran?) e sul film stesso, che è sì film nel film, ma in realtà in un articolata giostra di scambi è invece realtà nel film - che è dentro il film- (e questo è puro genio secondo me).

I personaggi sono molto credibili, tramite loro c'è una descrizione di un mondo intero (la facciata di tradizione e gentilezza che nascondono il vero animo che c'è sotto), e c'è questo mescolarsi straordinario di personaggi reali e di fiction che in realtà sono reali che io ho adorato.

Cosa mi è piaciuto: il film dentro il film che in realtà non è film, la regia

Cosa non mi è piaciuto: è un genere fuori dalla mia confort zone, ma ne sono uscita volentieri e ne è valsa la pena; ma gli orsi chi sono?

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2