martedì 27 gennaio 2026

Norimberga è un film sul più grande processo internazionale a crimini di guerra...molto americano

 Norimberga, scritto, diretto e prodotto da James Vanderbilt, alla seconda prova di regia, ma sceneggiatore di numerosi film (fra cui Zodiac o la serie di Amazing Spiderman) esce oltre un mese prima del Giorno della Memoria in Italia (e quasi tre mesi prima in America), ma è un film che ha molto a che tutto a che fare con la Shoah.

Adattando il romanzo Il nazista e lo psichiatra, il film ci racconta due filoni di vicende che vertono sulla figura di Hermann Göring, il cui arresto al termine della Seconda Guerra Mondiale apre il film.


Da un lato abbiamo le difficoltà del giudice americano Robert Houghwout Jackson (Michael Shannon) e del collega britannico David Maxwell Fyfe (Richard E. Grant), che propone di processare, da parte di un Tribunale militare internazionale che avessi membri di ogni nazione vincitrice, i gerarchi nazisti superstiti per crimini di guerra. Si tratta del primo processo di questo genere, considerando che il diritto internazionale non esisteva affatto.

Nel film, hanno la parte da leone i giudici americano e inglese, che ritengono che per vincere la causa sia indispensabile far crollare Göring, facendogli ammettere che era a conoscenza di quello che stava accadendo nei campi sotto il controllo della Germania.

Dall'altro lato abbiamo la sfida del protagonista, lo psichiatra di belle speranze e di modi freschi, nuovi, entusiasti, Douglas Kelley (Rami Malek), che ha il compito di analizzare il comportamento di (e tenere in vita) tutti i detenuti che dovranno affrontare il processo. L'ingrato compito è quello di entrare nella mente di persone apparentemente normali, con le loro paure, idiosincrasie, pregiudizi  radicati e di capire come sia stato possibile che nella banalità (per citare Hannah Arendt) di queste esistenze albergasse il consenso alle più atroci nefandezze che nei campi di sterminio furono perpretate.

E poi c'è lui. Göring. Il personaggio interpretato da Russell Crowe, che nulla ha di banale, giganteggia, divenendo il centro di tutta la storia, di tutti i personaggi che dipendono dalla sua figura (chi per un motivo, chi per l'altro) e verso cui convergono gli sforzi - inizialmente non congiunti - di Kelley e Jackson. Imperscrutabile, inaccessibile, dalla volontà indomabile ed estremamente scaltro, è la chiave d'accesso all'ideologia nazista, l'ultima rimasta per capire cosa è potuto succedere, silenziosamente, ma sotto la consapevolezza di tutti, in Germania. Non solo, è un personaggio estremamente carismatico, tanto da esercitare un potere silenzioso anche sui compagni di processo e da influenzare per sempre la vita di Douglas Kelley.

Il film (un po' lungo, ben 148 minuti), che non ha la grandezza di un La zona di interesse, che aveva un punto di vista originale (e agghiacciante), o la capacità di emozionare di uno Schindler's List, ha una struttura classica, un punto di vista incentrato sui personaggi americani (e una morale totalmente americana), non innova, non aggiunge, ma ci mostra l'interessante aspetto legale dietro il processo di Norimberga e anche alcune immagini orribili provenienti dai campi. Il tono, la messa in scena, le scenografie, anche le interpretazioni sono misurate; spiccano per brio Rami Malek e per intensità e convinzione Russel Crowe.

Giudizio: nel complesso un film interessante e fatto abbastanza bene ⭐⭐ 3/4

venerdì 16 gennaio 2026

La dolcezza e le lezioni di vita della metafisica dei tubi

Amélie Nothomb è una scrittrice belga di cui avevo letto ogni tanto nel Bookstagram, ma la trama dei suoi libri non mi aveva mai incuriosita abbastanza da spingermi a prenderne uno.

Non sapevo che il film d'animazione uscito in Italia col nome La Piccola Amélie fosse tratto dal suo romanzo La metafisica dei tubi finché non ho visto in sala il titolo originale del film, Amélie et la Métaphysique des Tubes, all'inizio della proiezione.

In effetti, come sempre, non sapevo cosa stavo andando a guardare. Non avevo visto trailer, ma avevo intravisto qualche immagine sui social, accompagnata da quel genere di frasi sdolcinate che di solito non mi spingono a vedere proprio un bel niente, ma soprattutto (unico motivo per cui stavo andando a cercarlo in una sala di Palermo) sapevo che era candidato come lungometraggio d'animazione ai Golden Globes 2026.


La storia racconta i primissimi anni della vita di Amélie ed è, immagino, autobiografico o parzialmente autobiografico.

La bambina del film nasce in Giappone (dove il padre è console per il Belgio) e trascorre i primi due anni di vita in uno stato "vegetale", senza contatti con il mondo, nemmeno con la famiglia, finché non giunge un terremoto. Sentiamo il racconto con la sua voce, che ci spiega che la sua è la genesi di Dio (perfetta sintesi del punto di vista di un bambino). A quel punto Amélie si "risveglia" e prende contatti con la realtà, sebbene in un modo animalesco e aggressivo, fino a che nel quadro familiare, composto dai genitori e dal fratello e la sorella maggiori, non giungono due figure nuove: la nonna (da parte di padre) e la collaboratrice domestica, Nishio-san. A poco a poco si struttura la vita e la personalità di una bambina molto speciale, ma che dovrà fare i conti con alcune perdite e difficoltà nel suo mondo emotivo. Il rapporto che struttura con gli altri membri della famiglia, in particolare con la nonna, ma soprattutto con Nishio-san, è il focus della storia.

Amélie et la Métaphysique des Tubes è un film più complesso di quello che sembra dai colori sgargianti, saturi e quasi improbabili dei disegni, dal loro richiamare un anime, dal target apparentemente infantile. Il pubblico della sala in cui mi trovavo era misto, fatto di famiglie con bambini piccoli e adulti; alla fine della proiezione i bambini si erano divertiti, avevano riso per gli elementi giocosi e buffi che un film con protagonista una bambina porta, ma noi adulti eravamo in lacrime. Il testo del film si presta a più livelli di lettura, alcuni da far sedimentare prima di capire del tutto il loro messaggio.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

martedì 16 dicembre 2025

Un salto nel cuore nero del regime iraniano: Un semplice incidente di Jafar Panahi

 Il film che ha vinto la Palma d'Oro a Cannes quest'anno è Un semplice incidente, scritto, diretto e prodotto da Jafar Panahi, regista iraniano diventato famoso per Taxi Teheran, ma soprattutto per la sua storia nel paese. L'unico film che avevo visto in precedenza del regista e che avevo molto apprezzato è Gli orsi non esistono.

Panahi è un dissidente del governo iraniano, che non concordava con i temi del regista neanche quando gli veniva riconosciuto il permesso di girarli, e dal 2010 entra ed esce dal carcere. Tutti i suoi film dal 2011 non hanno il permesso ufficiale governativo, compreso Un semplice incidente. Quando nel 2022 Gli orsi non esistono usciva nelle sale cinematografiche e veniva promosso a Venezia, Panahi era in carcere e sul red carpet il mondo del cinema chiedeva a gran voce il suo rilascio.

Scarcerato nel 2023, il Tribunale rivoluzionario aveva fatto decadere i divieti di realizzare film e di uscire dal Paese, tanto che per la prima volta da quindici anni aveva potuto partecipare al Festival di Cannes, ma è di pochi giorni fa la notizia che, mentre era a New York a ritirare il Best International Feature ai Gotham Awards, Panahi veniva di nuovo condannato, in absentia, a un anno di carcere e un nuovo divieto di lasciare l'Iran.

Rispetto a Gli orsi non esistono, la storia che si sviluppa in Un semplice incidente è molto più forte, molto più difficile, anche da raccontare. E, rispetto alla pellicola del 2022 o ad altri film del regista, non compare il regista, quasi a voler rendere più universale una storia, che, in parte, in realtà parla proprio di lui.


Tutto inizia proprio con un semplice incidente. Pianosequenza, una famiglia in auto, il padre guidando nella notte non vede un ostacolo, che dà origine a un piccolissimo intoppo, le cui conseguenze sono però imprevedibili: la fermata a un meccanico di strada e un piccolo mistero che intriga lo spettatore, ma che si risolve poco dopo. Il protagonista, Vahid, dall'interno dell'officina ha riconosciuto il passo zoppicante e la voce dell'uomo che lo ha picchiato e torturato in carcere. Riesce a rapirlo, allo scopo di vendicarsi, ma proprio al momento della resa dei conti, esita. Non è sicuro che quell'uomo sia il suo aguzzino. Parte allora un'avventura molto particolare, tra tragedia e paradosso. Vahid, un po' guidato, un po' per caso, si mette alla ricerca di altri ex prigionieri che possano aiutarlo a confermare l'identità del prigioniero: una fotografa, la sposa di cui stava tenendo il servizio fotografico, un operaio. Le loro vite sono di nuovo messe a soqquadro dalla comparsa di questo imprevisto, di nuovo faccia a faccia col doloroso ricordo di quanto subito nel periodo in cui erano stati incarcerati per essersi opposti al regime, anche solo con uno sciopero. Un problema è che per tutta la durata della detenzione erano stati bendati e dunque possono appigliarsi solo agli altri sensi, tatto, odorato, udito, per stabilirne l'identità. Un secondo e più sostanziale problema è cosa fare una volta deciso se quello è proprio Eghbal: vendicarsi per tutto il male subito e così rispondere a offesa con offesa, abbassandosi al loro stesso livello di violenza e di indifferenza per la vita?

Il finale del film è piuttosto forte e perfetto, con la costruzione dell'ultima scena in crescendo. Non è un finale del tutto definito e non è un finale felice, ma traccia una linea di confine fra chi appartiene al regime e chi no.

Rispetto a Gli orsi non esistono, che probabilmente è più sofisticato nella scrittura, Un semplice incidente è piuttosto lineare nella struttura della storia e caratterizzato da inquadrature lunghe e insistite e qualche piano sequenza. Il valore principale del film, però, non è nell'aver saputo creare un ottimo livello di cinema con scarso budget, ma sta soprattutto nel racconto delle storie degli ex prigionieri, piccolo catalogo, probabilmente edulcorato, delle brutture a cui ogni giorno il regime sottopone tutti coloro che gli si oppongono e nella riflessione che il semplice incidente ci porta: le conseguenze nell'anima di chi subisce torture e orrori e tuttavia cerca di vincere la guerra contro coloro che desiderano disumanizzarli.

Il film è stato candidato al Golden Globes sia come film drammatico che come film in lingua straniera, ma anche per la regia e la sceneggiatura di Panahi.

Giudizio: ⭐⭐⭐

martedì 28 ottobre 2025

Un thriller psicologico alla Guadagnino: After the hunt

 Il terzo film che vedo di Luca Guadagnino è After the hunt, film di Amazon presentato fuori concorso alla mostra del cinema di Venezia.

Le precedenti esperienze che ho avuto col regista palermitano sono state infelici: di Bones and All e Challengers ho parlato in separata sede e non capisco perché abbia dato una terza chance a questo autore, ma ho fatto bene.

La locandina del film annuncia già una caratteristica che mi è piaciuta molto: la frammentarietà dei punti di vista. La complessità di una vicenda o di un'esistenza sta nel fatto che si compone di tante piccole facce, articolate, stratificate, molto spesso nascoste e su questo si sviluppa la narrazione di questo film.

All'apparenza c'è un fatto molto preciso: il professor Hank Gibson (Andrew Garfield in un ruolo molto diverso dai suoi soliti - piuttosto intenso, anche se non mi ha del tutto convinta) "oltrepassa il limite" con una delle studentesse di Yale (Ayo Edebiri), la ricca Maggie Price, che lo racconta alla professoressa con cui ha la tesi. E questo basterebbe per farci chiedere: chi mente dei due se una dice che l'ha fatto e l'altro nega recisamente? Ma c'è molto più di questo. La protagonista del film, infatti, non è la studentessa e non è il professore, ma una magnetica (e - vogliamo dirlo? - bellissima a 58 anni) Julia Roberts, ma quello che (forse) è accaduto - e, tranquilli, del tutto non lo sapremo mai nemmeno alla fine del film, anche se degli indizi ci sono - non è una vicenda collaterale, ma totalmente centrale e inglobante il suo personaggio.

La professoressa Alma Imhoff sta rivaleggiando proprio col collega e amico intimo Hank per la cattedra di filosofia e, come le spiega il marito Frederik (Michael Stuhlbarg che in Bones and all mi era piaciuto così tanto e che è favoloso anche in questa pellicola), psicanalista, sia Hank, sia la (apparentemente) brillante Maggie sono ammaliati (e forse di più) da Alma, ecco perché lei permette loro di avvicinarsi alla sua figura altrimenti algida e inarrivabile. 

"Tu tendi a scegliere le persone perché ti adorano, non perché abbiano reali meriti di qualche tipo."

Julia Roberts gestisce un personaggio sofferente (fisicamente, per dei dolori addominali che la perseguitano, e psicologicamente, tormentata dal suo passato, sotto stress e guidata solo dal desiderio e dall'ambizione). Solo? No, non solo.

Piano piano, perché Guadagnino non è cambiato, è lentissimo (sempre al limite dell'esasperante o già oltre), come un fiore che si schiude a rivelare, petalo dopo petalo, il suo contenuto, scorgiamo una nuova sfaccettatura del personaggio, un segreto nuovo, un nuovo bisogno, una nuova fragilità, nascosta dalla maschera di perfezione, autocontrollo e mondanità che Alma porta ogni giorno.

Trovo che il personaggio sia scritto benissimo, ma non solo il suo: il marito devoto e perfetto, ma non succube e che conosce sua moglie più di quanto lei creda e l'accetta com'è; il migliore amico, così spavaldo e brillante, ma che sotto sotto nasconde altri lati, intenzioni e desideri, eppure forse si era accorto lui di qualcosa che era sfuggita ad Alma (se poi le era sfuggito davvero); e poi Maggie Price. Un'altra donna scritta molto bene e anche recitata bene: una figura complessa, che mai si capisce quanto reale e quanto finta; quanto viziata figlia di papà e quanto autentica in quello che sente e che crede. Tutto rimane sempre tra apparenza, bugie, segreti ben nascosti e persino rubati e manipolazione, perché una cosa appare in modi diversi a seconda di come la si racconta. E forse stiamo tutti solo recitando una parte. Pirandello docet. Si aggiunge anche una componente di conflitto generazionale con una precisa denuncia della fragilità dei nuovi giovani adulti (di cui tra l'altro si sente parlare sempre più spesso).

"Non mi sento più a mio agio a parlare qui con te."

"Non tutto ha lo scopo di metterti a tuo agio."

Non sentite anche voi nell'aria profumo di candidature a qualche premio? Azzarderei quelle di Julia Robert, Ayo Edebiri e Nora Garrett per la sceneggiatura, ma penso che anche Michael Stuhlbarg ci potrebbe arrivare. 

E non sono da meno le scenografie (la casa di Alma e Frederick è un gioiello) e i costumi, mentre una delle cose che mi è risultata più fastidiosa, soprattutto a inizio film è un sonoro invasivo, che scava e contribuisce (sapientemente, è vero) ad accrescere la tensione, quel ticchettio terribile che dura per tutta la prima parte del film (che mostra la quotidianità della vita di Alma) fino al titolo.

Ma veniamo a quello che non mi è piaciuto, invece: Guadagnino. Tornano i primissimi piani nei momenti di intensità emotiva e alcune riprese molto "ondeggianti" che assecondano la confusione del personaggio che la sta vivendo. La macchina da presa "segue da vicino" i sentimenti dei personaggi e aiuta a narrarli. La conduzione è lenta e ripetitiva, anche inutilmente, poiché alcune dinamiche ripetute contribuivano tra poco e niente al racconto e questo, almeno per me, è un peccato capitale. Non c'è ragione di far durare un film un'ora e venti minuti, specialmente con un ritmo così lento e alcuni momenti che sono sfruttati sì per sottolineare un certo aspetto, un certo significato (ma forse ci arrivavamo lo stesso).

Cosa mi è piaciuto: sceneggiatura, cast, scenografie, costumi

Cosa non mi è piaciuto: regia, ritmo, durata

Giudizio: molto molto molto interessante e ben recitato, ottima scrittura dei personaggi e del disvelamento, ma lungo e lento ⭐⭐⭐

lunedì 6 ottobre 2025

Andate a vedere La voce di Hind Rajab

 A un anno (e poco più) dall'ultima recensione di questo blog, torno con un film che mi ha chiesto prepotentemente di diffondere il verbo. 

Volevo già tornare, perché mi mancava raccontare, anche, di cinema, dire la mia su quello che guardo, dopo una stagione che ho passato a vedere film, ma tenendomi tutto dentro. Ecco, già mi mancava qualcosa, ma stanotte proprio non ho chiuso occhio dopo aver visto La voce di Hind Rajab di Kawthar ibn Haniyya (già Leone d'argento per la giuria a Venezia e che tra i produttori ha anche Brad Pitt e tra gli esecutivi  Alfonso Cuarón, Joaquin Phoenix e Roney Mara).


Premetto che sapevo perfettamente cosa stavo per andare a vedere (una delle rarissime volte), essendo un fatto di cronaca del gennaio 2024 (non mi preoccuperò di fare spoiler infatti) e sapendo che il film sarebbe stato in arabo per mantenere i file audio originale delle telefonate tra vittime e centro di coordinamento della Mezzaluna Rossa Palestinese.

Sì, lo sapevo che sarebbe stata la voce di quella bambina di cinque anni che chiedeva aiuto mentre le sparavano addosso, nascosta dentro la macchina degli zii e dei cugini con intorno i cadaveri dei sei parenti morti e appena fuori i carri armati israeliani, ma non ero veramente pronta a sentire la voce minuta di una bambina dell'asilo chiedere:

"Vienimi a prendere."

"Ho paura."

"Morirò presto."

"Mi sparano."

"Venitemi a prendere."

"Sono sola."

"Ho paura del buio."

Non è un'attrice, è proprio la voce di Hind e per noi sono solo un'ora e un quarto di audio su 90 minuti totali di pellicola, ma gli operatori del centro di Ramallah della Mezzaluna Rossa (loro sì, interpretati da attori, salvo nei momenti in cui si vedono o si sentono le registrazioni di quella folle giornata del 29 gennaio 2025) passano tre ore al telefono con la bambina, tentando di rassicurarla e nella paradossale situazione di non poter inviare soccorsi perché nelle aree sotto assedio sparano anche sulle ambulanze.

Oltre alla straziante conversazione fra la bambina terrorizzata e gli operatori telefonici, frustrati dall'impotenza, annichiliti da una tragedia più grande di loro e che non sanno come non far trasparire la loro disperazione affinché Hind resti calma, c'è un interessante punto di vista sviscerato in ogni dettaglio dal film, che riesce a scrivere ogni passaggio molto bene, non didascalico, ma chiaro: i soccorsi della Mezzaluna Rossa sono schiacciati dalla burocrazia militare e in grave pericolo.

Gli operatori che tengono impegnata la bambina al telefono implorano, urlano, si arrabbiano, litigano furiosamente e crollano, emotivamente sfiniti, perché i soccorsi non possono partire, altrimenti finirebbero uccisi come altri colleghi prima di loro, se non viene concordato un percorso sicuro e non è ricevuto un via libera (green light). Il percorso sicuro deve essere ottenuto attraverso la mediazione di un intermediario (uno alla volta o Croce Rossa o Ministero della Salute) e poi di un ulteriore intermediario con l'esercito che risponde al secondo intermediario, che risponde al primo, che comunica alla Mezzaluna. Folle? Certo. E se si interrompe per qualche ragione questa catena? Si ricomincia daccapo. E se la bambina non risponde per dieci minuti? Si ferma tutto. E se nel frattempo le strade intorno sono crollate? Va aggiustato l'itinerario chiedendo nuovi consensi. E come si risponde a una madre o a uno zio che urlano al telefono perché ovviamente non capisce per quale motivo non si può inviare un'ambulanza? No, nelle altre zone le mandiamo, ma a Gaza non si può fare, ci sparano addosso.

Non è un segreto come finisce questa storia: ha fatto il giro del mondo, ripresa proprio perché fosse mostrata sui social, così da spingere l'opinione pubblica e ottenere il percorso sicuro per mandare un'ambulanza dalla bambina. 

Il cinema (tunisino, ma in coproduzione con Francia, Regno Unito e USA,) apre la porta al documentario quando nello schermo del telefono che riprende la scena compaiono proprio i personaggi ripresi in quel 29 gennaio al telefono con Hind: le riprese reali si sovrappongono agli attori palestinesi che recitano, con le stesse movenze dei veri Umar, Rana, Mahdi, Nisrin, gli stessi abiti e volti molto somiglianti. Sono bravissimi gli attori e partecipiamo al dolore e alla rabbia dei protagonisti, che non sanno come affrontare né le difficoltà organizzative, né lo stress psicologico proprio e il loro terribile compito di mentire per tre ore a una bambina di cinque anni sul fatto che l'avrebbero portata via da lì molto presto. La regista tunisina (il film è il candidato della Tunisia per il miglior film internazionale agli Oscar del 2026) ha cercato di rimanere esterna e asciutta, affinché protagonisti fossero quei file audio e quella voce.

Vuoi una definizione di bambino? Ecco: è quella creatura che ti chiede mentre le sparano perché non puoi chiedere a tuo marito se ti accompagna a prenderla per portarla via. 

Vuoi una definizione di guerra? Ecco: è quella situazione in cui morirai se vorrai andare a salvare la bambina; è il finale di questo film (te lo spoilero anche se non lo vai a vedere, quindi, ti prego, vai al cinema perché lo dovrebbe vedere tutto il mondo questo film, anche se non sei pronto, come non lo ero io), ovvero dei soldati che hanno visto benissimo agli infrarossi che in quella macchina è rimasto un corpicino vivo, forse hanno pure visto gli appelli social, ma aspettano l'arrivo dei soccorsi, faticosamente inviati richiedendo un percorso sicuro che è stato burocraticamente avvilente da ottenere, per sparare, così se ne possono uccidere altri due, mentre per tre ore hai psicologicamente torturato la bambina di cinque anni che hai comunque deciso di uccidere.

Questo è più spietato e più potente di un Diario di Anna Frank, perché di Anne avevamo solo le parole, ma di Hind abbiamo anche quella vocina spaventata che ho risentito per tutta la notte.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐

lunedì 16 settembre 2024

Maratona Beetlejuice

 Per qualche ragione non avevo mai visto il film di Tim Burton del 1988, così ho fatto un esperimento. In rapida successione ho visto il primo Beetlejuice il giovedì sera, gentilmente messo a disposizione da Prime Video, e sono andata al cinema il venerdì per vedere Beetlejuice  Beetlejuice. Com'è cambiato il cinema di Burton in trentasei anni? Ovviamente tanto, a partire dagli effetti speciali naturalmente, ed era proprio ciò che ero curiosa di scoprire.

Il primo film, proprio stile anni Novanta, è invecchiato un po', ma non esageratamente considerando i pupazzoni e le battute un pochino demodé. Protagonisti corali della storia sono sia i coniugi Maitland, sia la famiglia (abbastanza disfunzionale) dei Deetz. Dopo un assurdo incidente dei primi, Adam (Alec Baldwin) e Barbara Maitland (Geena Davis) si ritrovano da spettri a contendersi il dominio della casa con i secondi, mentre sono ancora alle prese con ambientarsi nel limbo tra vita e morte (con tanto di manuale dedicato del "recente deceduto"). I trapassati proprietari amavano la loro casa esattamente com'era, mentre Charles (Jeffrey Jones) e Delia (Catherine O'Hara) Deetz sono eccentrici e moderni e desiderano cambiarla radicalmente. Completamente diversa dal padre e dalla matrigna, invece, è Lydia Deetz (Winona Ryder), malinconica e gotica e capace di vedere le presenze dell'altro mondo e della casa, verso le quali è più bendisposta che verso i suoi parenti. Forse è proprio lei il personaggio che è rimasto più impresso negli anni, oltre, naturalmente, al protagonista negativo, ma divertente e irriverente, interpretato da Micheal Keaton.

Il demoniaco Beetlejuice entra in scena quando Adam e Barbara si rendono conto che nessuno dei loro tentativi di terrorizzare i Deetz funziona, mentre tutt'altro che ortodossi sono i metodi di colui che si fa chiamare "bioesorcista" e che può essere evocato solo pronunciando il suo nome tre volte.

Cos'ha di adorabile questo film, tanto che è diventato un cult?

La storia è frizzante ed eccentrica e ho adorato il modo in cui è raffigurato l'oltretomba, popolato di cadaveri immobilizzati nel momento del trapasso e spesso intenti a fare la coda per ricevere informazioni o vedere i propri "consulti" (come il personaggio interpretato da Sylvia Sidney) per ricevere aiuto. Probabilmente la cosa che ho preferito, però, sono i vermi delle sabbie in stop motion che omaggiano l'opera di Frank Herbert. Inoltre i personaggi sono, ognuno a suo modo, adorabili: totalmente sopra le righe i Deetz, teneri e pisseri (e anche bellissimi) i Maitland. Keaton poi è veramente straordinario, a suo agio nell'interpretare un personaggio istrionico e comico. Anche la colonna sonora di Danny Elfman è particolare (il tema dei titoli iniziali, per esempio, è molto caratteristica).

Cosa non ha superato la prova del tempo?

Sostanzialmente le battute ormai suonano stantie al nostro gusto attuale, così come alcune scene un po' grottesche, che tuttavia forse costituiscono uno tra i perché della fama del film: la scena del ballo a cena sulla canzone Day-O, ma anche il bioesorcismo di Beetlejuice.


Cambiando adolescente il risultato non cambia?

Un po' cambia. La storia della famiglia Deetz evolve: ritroviamo Lydia e Delia, la prima ha fatto carriera per le sue capacità medianiche, ma ha più di un problema di stabilità emotiva (come da adolescente, ma con meno grinta), la seconda continua a fare arte a modo suo. Non torna a far parte del cast, invece, Jeffrey Jones, ma hanno trovato un modo delizioso di mantenere nella storia il suo personaggio. Il nuovo acquisto della famiglia, invece, è l'adolescente Astrid (Jenna Ortega), orfana di un padre da cui Lydia si era comunque già separata. Astrid non crede che la madre possa vedere e parlare con le presenze dell'Aldilà ed è in conflitto con lei e con la sua relazione con Rory (Justin Theroux).

Per tutto il primo tempo non succede quasi niente, tranne la comparsa in scena di Jeremy (Arthur Conti), che fa provare qualche brivido ad Astrid, di una femme fatale interpretata da Monica Bellucci, che è sulle tracce di Beetlejuice, e del detective-ex-attore-cinematografico di Willem Dafoe, che invece cerca di rintracciare la Bellucci. La scena in cui quest'ultima si "rimonta" pezzo per pezzo è la mia preferita del film (anche se poi non serve a molto altro), mentre Dafoe regala risate a ogni apparizione in scena.

Il secondo tempo, per fortuna, parte e mi convince, anche se la scrittura che porta dalla prima noiosissima parte alla seconda, piena di intersezioni tra le storie e ritmo, procede un po' a scatti (e forse anche a caso). Rispetto al primo film Keaton è più presente e ha sempre la stessa ossessione del primo film.

Tutto sommato la storia e molte trovate mi sono piaciute, oltre agli omaggi al primo Beetlejuice (a partire dall'auto dei Maitland - che non sono più nella storia- sotto al ponte del plastico in soffitta), però la scrittura ha scricchiolato parecchio e non mi è piaciuto né il personaggio (l'adolescente musona studiosissima e impegnata, che però si rivela veramente troppo ingenuotta), né la recitazione di Jenna Ortega, molto monoespressione.

Giudizio: discreto intrattenimento, mi sono divertita, però molto pigra la scrittura nel far procedere la storia, con troppa distanza tra un primo tempo deserto e inutile e il secondo, che vale la pena.

N.B.: preparatevi al terzo...non penserete che il nome di Beetlejuice non debba essere evocato tre volte anche nel titolo, vero?

giovedì 27 giugno 2024

Inside Out 2: una bella visione dell'adolescenza e dintorni

 Ce la ricordiamo tutti l'adolescenza, vissuta in prima persona o "ripassata" attraverso le esperienze con figli o nipoti?

Pixar la porta una volta ancora sugli schermi, rendendo questo periodo della vita (tanto delicato e considerato solo come una scocciatura, eppure fondamentale per modellare la vita di un futuro adulto) protagonista del sequel di Inside Out (film che ho visto una sola volta, a causa del gigantesco trauma provocato da Bing Bong - chi ha visto, sa), diretto da Kelsey Mann. Era già successo con Red, che aveva come fulcro il menarca della protagonista. Questa tendenza devo dire che mi sta piacendo.

Questo sequel - a nove anni di distanza dall'originale - era particolarmente atteso (e il primo film molto amato) anche se non mi aspettavo che arrivando al cinema del mio paese nel pomeriggio sarei rimasta fuori per sold out! Ne sono stata felicissima (un pelo meno di fare due volte il viaggio, ma il segnale è positivo).


Torniamo dentro alla mente di Riley, che alla vigilia del liceo è alle prese con alcuni cambiamenti, non solo ormonali. L'adolescenza non porta con sé solo brufoli e cambi di scuola e situazioni, ma anche nuove emozioni, difficili da gestire, più complesse, meno controllabili e un generale caos.

Nel contesto del film questi cambiamenti si esasperano nel corso di un week end, quello durante il quale Riley e le sue inseparabili due amiche della scuola e della squadra di hokey sono invitate a un programma sportivo nella futura scuola superiore della protagonista. Si tratta di una sorta di breve campus per scoprire talenti. In questo arco di tempo, Riley scopre che la sua rete di amicizie potrebbe cambiare repentinamente. Che accadrà? 

Gioa, Rabbia, Tristezza, Paura e Disgusto, che hanno plasmato, in un certo senso, la Riley bambina e le sue convinzioni (qui lacrimuccia), sono costrette a lasciare il passo a (a essere represse da) Noia (in realtà, alla francese, Ennui), Imbarazzo, Invidia, ma soprattutto Ansia, che intende soppiantare Gioia al comando della vita emotiva di Riley. 

Ne esce fuori un quadro piuttosto verosimile di quel che è il nostro stato emotivo e intendo dire non solo degli adolescenti, ma anche degli adulti. Ci sono momenti in cui per molti di noi l'ansia monopolizza i nostri comandi operativi (a un certo punto assistiamo a questo anche in questo film ed è la seconda volta che un attacco di panico è portato in un film d'animazione, almeno fra quanti ne ho visti recentemente, dopo Il gatto con gli stivali 2 - che ho adorato). Quella paralisi con impossibilità di accesso a ogni altro pensiero è qualcosa che, credo, sia capitato a tutti qualche volta nella vita e la scena che raffigura tutto questo è non solo bellissima, ma anche efficace nella sua rappresentazione.

Il finale e la morale di questo film mi sono piaciuti molto. Anche riguardo al tema di accettare ogni lato di sé, anche quelli negativi, senza rinnegare o vergognarsi di nulla, poiché noi lo siamo in modo integrale, con tutto quel che ci è successo nella vita, la Pixar aveva già detto la sua con Red. C'è molto di psicologico in questo film, dalle emozioni represse all'evitamento, fino all'attacco di panico; giusto proseguo di quanto già affrontato col primo film, che si focalizzava nel mondo emotivo del bambino, quando accettare la propria tristezza e, in senso lato, ogni emozione era il messaggio.

Trovo che, rispetto alla tendenza Disney di mettere al primo posto il messaggio, penalizzando il divertimento, questo lavoro sia superiore. La sceneggiatura di Meg LeFauve (nel team anche del primo film) ha lavorato su una storia strutturata per portare un messaggio, ma è coerente e non forzata.

Non mancano comunque nel film momenti di dolcezza (io mi sono commossa un paio di volte), di risate e anche di avventure, poiché, come nel primo film, si compie un viaggio all'interno della mente di Riley, che esplora aree in parte conosciute e in parte modificate (persino in corso di modifica - sempre colpa dell'adolescenza) e che comporta alcuni ostacoli da superare.

Le nuove emozioni sono ben inserite e, anche se avversano le emozioni più ancestrali, di fatto non costituiscono un vero antagonista nel film, cosa piuttosto normale, poiché si tratta di una convivenza fra emozioni nella stessa mente e dunque fra parti di sé stessi, in fondo. Riguardo alle emozioni più vecchie, sono un po' trascurate Disgusto e Paura, mentre Rabbia ha un pochino più spazio e Tristezza, co-protagonista del primo film, persino qualche scena dedicata, molto divertenti.

Si intravede anche un'ulteriore emozione, Nostalgia, che è costantemente rimandata indietro dagli altri personaggi, poiché precorre troppo i tempi: un'emozione che ha l'aspetto di una fragile nonnina. Ci saranno altri capitoli di questa storia? Potenzialmente i capitoli sono infiniti, in primis perché potremmo vedere la vita da liceale di Riley, il suo approccio con l'amore e altre insicurezze nell'affacciarsi alla vita adulta; la stessa vita adulta, con sesso, maternità, lavoro, preoccupazioni; e via discorrendo, potremmo arrivare fino alla vecchiaia.

Riguardo l'aspetto tecnico del film, il livello delle immagini e dell'animazione è altissimo, come ci aspettiamo sempre da Pixar, con ogni particolare dell'ambiente curato e splendente di colori. A questo si aggiunge un bonus (colpa di Spider-Man: Across the Spider-Verse, che ha lanciato la moda della pluri-animazione nei film d'animazione?): in una certa sequenza ci sono personaggi che appartengono ai ricordi di Riley e che provengono dal mondo dei cartoni animati o dei videogiochi. Questi personaggi hanno disegni (2D) e animazioni propri e "staccati" dalla grafica del film stesso, che è in 3D. 

Attenzione! Andate al cinema a vedere il film, ma non scappate prima che siano finiti i titoli di coda, perché c'è una scena post-credit: niente di fondamentale, ma molto divertente.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2