Dalla notte dei tempi ci chiediamo perché Ulisse ci ha messo 10 anni a tornare a Itaca.
E Nolan ci dà la sua versione dei fatti.
Il film più atteso dell'anno (almeno da me), Odissea di Cristopher Nolan dura quasi tre ore e può essere raccontato da tanti punti di vista, perché di temi ne tratta molti.
Avete presente quando il racconto di una festa al mattino dopo è diverso a seconda di quale partecipante te la descrive?
Sarà così anche per questo film: ognuno te lo racconterà a suo modo, da chi ti parlerà della guerra e dei suoi effetti a chi si concentrerà sul linguaggio con cui i personaggi parlano tra sé o del loro mondo.
Così anche io ti racconterò qual è stata la mia esperienza con la mia prima visione di Odissea (perché non vedo l'ora di rivederlo in IMAX).
Dunque partiamo da qui, da uno dei motivi principali per cui il pubblico attendeva questa pellicola: la parte visiva, la spettacolarità dei paesaggi, delle riprese, della luce, degli effetti visivi esclusivamente pratici. Questa è la prima pellicola al mondo girata interamente su pellicola 70 mm (sappiamo che Nolan è amante dei sistemi analogici) e con la tecnologia IMAX, realizzando un'armatura che scherma il rumore della pellicola che ruota per permettere di registrare anche il sonoro, anche a costo di usare degli specchi perché gli attori si guardassero negli occhi mentre parlavano con la scatolona della macchina da presa in mezzo. Questo film è quello con la maggiore qualità delle immagini mai girato al mondo. In Italia non possiamo neanche vederlo "puro" perché non esistono sale cinematografiche che lo consentano (ce ne sono una manciata in Europa).
Ho visto il film in una sala modesta e con uno schermo non così grande, ma alcune immagini sono state bellissime da vedere anche così. Mi sto già pregustando la spiaggia di Calipso o le brume mattutine e quei cieli bellissimi che fanno da sfondo ad alcune scene o la spettacolare sequenza nel bosco dei Lestrigoni sullo schermo molto più grande e prestante della sala IMAX a Campi Bisenzio.
Se posso trovare un difettuccio: certe scene di combattimento non sono chiarissime, soprattutto quelle finali, ma potrei ricredermi con la seconda visione, chissà...
Oltre a questo, la lunghezza è tanta e anche se ogni scena è necessaria e il ritmo è giusto, mai lento anche nell'alternarsi di momenti di maggiore azione e di elaborazione, in alcuni punti ho sentito un po' di stanchezza. E, devo dire, a me la colonna sonora di Goransson non ha entusiasmato.
L'enorme poema di Omero è stato adattato senza troppi stravolgimenti, ma prestandosi per affrontare molti temi. I tagli alla storia sono stati necessari per forza di cose, ma ragionati e quello che resta è funzionale al racconto, che segue comunque la cronologia dei libri, pur con alcuni flashback, dosati per raccontarti la fine della guerra di Troia e il famoso inganno del Cavallo in un preciso modo. Anche le sequenze iconiche, come quella di Polifemo, sono adattate nella narrazione e nel design. Il ciclope così concepito è molto bello visivamente e ce lo rende mostruoso ma non cartoonesco, più drammatico e più adatto al tono del film che non nelle classiche sembianze e nel canonico scambio di battute. Non è una trasposizione pedissequa delle sequenze del poema quella che porta Nolan; è una reinterpretazione con un fine preciso, ma che non snatura l'opera.
Uno dei punti di forza del cinema del regista è l'ordine che sceglie per presentarci la storia e, anche in questo caso, è stata la cosa che ho in assoluto preferito, esattamente come in Oppenheimer. A questo scopo anche il montaggio è stato efficacissimo.
Ad aprire il film, è un cantore nero.
(Apro la parentesi per dire ormai anche la mia sulla polemica relativa alla scelta degli attori. Come ormai siamo abituati a vedere e come è politicamente necessario per la partecipazione ai premi, il cast è multietnico e a me non ha cambiato molto, son sincera. Potreste darmi di ipocrita perché ho gridato allo scandalo quando hanno scelto Margot Robbie - che pur trovo bella e brava - per interpretare Catherine e stavolta accetto senza battere ciglio una Elena nera. Secondo me la differenza sta nel fatto che i personaggi omerici non avevano tratti fisici che riflettevano la loro essenza, salvo Aiace o magari Achille, mentre le forme esili e nervose di Catherine contribuiscono a definirla (nel carattere e nel suo destino; in Cime tempestose l'aspetto dei personaggi e dell'ambiente sono essi stessi mezzo del racconto, contribuiscono integralmente). Accetto, per esempio, un Cyrano che anziché un brutto naso ha un'altra cosiddetta deformità, perché non importa qual è che lo convince che non può meritare l'amore di Roxane; il nanismo di Peter Dinklage è funzionale tanto quanto il nasone originario. Così come potrei accettare un Aiace Telamonio nativo americano purché gigantesco, ma mai un fisico esile, ancorché bianco. Altra polemica è nata per l'Achille che doveva essere interpretato da Elliot Page. Ebbene è stata la più sterile delle polemiche poiché nel film Achille non c'è e l'attore interpreta tutto un altro ruolo in cui è stato molto bravo. Vi siete scannati anzitempo per niente insomma.)
Musa, quell'uom di multiforme ingegno
Dimmi, che molto errò, poich'ebbe a terra
Gittate d'Ilïon le sacre torri
Come nei primi libri dell'Odissea, la Telemachia, Nolan inquadra la situazione a Itaca: l'impotenza di Telemaco davanti ai pretendenti che invadono il palazzo e che chiedono che la moglie del re scelga un nuovo marito, lo sforzo di Penelope di resistere e prendere tempo, tanto Ulisse tornerà...Ulisse tornerà...ma Ulisse non torna e manca da casa da quasi vent'anni. Otto ne sono già passati da quando è finita la Guerra di Troia e giungono voci che gli altri eroi abbiano già fatto ritorno a casa. Non preso in considerazione nemmeno dalla madre, che nel figlio vede ancora un bambino da proteggere e senza la sua esperienza nel regnare, Telemaco parte per Sparta in cerca di notizie del padre.
Ma cosa trattiene Ulisse?
Ulisse tentenna in questo rientro. Lo vediamo alla partenza delle navi da Troia, dopo la vittoria, dopo che il trucco del Cavallo che lui ha escogitato ha consegnato ad Agamennone quello che voleva, ciò per cui partirono le armate achee.
Ah, Agamennone. Anche il suo elmo, il primo elemento rilasciato nella prima locandina condivisa di questo progetto, scatenò un putiferio per l'eccessiva modernità del design; eppure è un elemento azzeccatissimo e funzionale (ancora una volta uso questa parola per descrivere le scelte - spesso discusse - del regista). Le apparizioni del personaggio sono quasi esclusivamente con l'armatura. Il volto lo intravediamo appena. L'armatura è rimossa solo tra le mura domestiche, esponendo finalmente la fragile figura di uomo, che per tutto il resto del tempo, con addosso quell'elmo e quell'imponente armatura lucida, come un Darth Vader, incute terrore (lo stesso scopo del travestimento di Batman) e trasmette troneggiando la potenza, il comando, la minaccia, la vendetta a cui sarebbe andato incontro chiunque l'avesse ostacolato nei suoi piani di espansione che hanno preteso il sacrificio più grande.
Mi piace tutto della scrittura del film? No...
Ci sono scene in cui si spiega troppo: Eumeo che dice "scaltro" di Ulisse, Penelope commenta l'orrore del sacrificio di Ifigenia, ma non ne ho bisogno per capire queste informazioni; saranno sufficienti le gesta di Ulisse come lo è il volto pietrificato dall'orrore di Anne Hataway a farmi arrivare la furbizia del primo e la scelta drammatica e folle del gesto.
A queste si contrappongono tuttavia scene di pura sintesi visiva: Ulisse che fissa un'armatura vuota sulla spiaggia di Troia, tenendo in mano un piccolo oggetto mi comunica subito chi non ce l'ha fatta o l'effetto del canto delle sirene lo vediamo dal volto di Ulisse (in generale Matt Damon ha dato una buona prova, ma non la mia preferita tra quelle del cast), così come le espressioni sui volti dei suoi uomini mi restituiscono terrore o raccapriccio all'incontro con i mostri. Ancora, le cicatrici sul volto espressivissimo di Lupita Nyong'o e sul corpo di Elena, ricucita come il Mostro di Frankestein, sono più eloquenti di uno spiegone nel raccontarmi quale pena le è stata inferta per la sua infedeltà. Quanto è stata criticata la scelta di questa attrice, già premio Oscar dodici anni fa. Eppure le scene in cui compare Elena possono essere così sintetiche proprio per le capacità espressive di questa attrice, così intensa da trasmettere orrore, paura, rabbia o dolore con un solo sguardo. Pochi istanti a schermo in cui l'ho amata, per me da brivido (e da bis).
E non è la sola attrice stupenda in questa pellicola. Parliamo di attrici e dei loro ruoli (e forse di un certo riscatto di Nolan nello scrivere i personaggi femminili) e in generale di performance.
Il cast è di enorme livello e si dice che solo Pattinson abbia voluto leggere il copione prima di accettare, poiché il nome di Nolan è già sufficiente per convincere gli interpreti a firmare un contratto.
Anne Hataway è l'attrice con più minutaggio e il ruolo più importante fra quelli femminili: una donna matura, ancora innamorata del marito, resa dura dagli anni di solitudine e difficoltà da affrontare per tenere testa da sola a una società maschile che la sorveglia e vuole strapparle il potere. Come donna non potrà far fronte ai pericoli esterni: un pericolo che viene dal mare e a cui si accenna, seminando indizi, nel corso di tutto il film per svelarci in fondo di cosa si tratta. Hataway è stata maestosa, ma in certi momenti forse anche troppo calcata per me.
Penelope non cerca un marito. Vuole Ulisse.Jean-Pierre Vernant
Tra gli attori maschili, devo dire che Robert Pattinson è quello che ho preferito e negli ultimi anni sta dando buone prove delle sue capacità; qui indossa un ruolo antitetico rispetto all'eroe lunare e muscoloso del Batman nel film di Matt Reeves. Antinoo è vile e ipocrita, il classico cattivo che sa di non avere grandi capacità o forza, ma è abbastanza furbo da agire nell'ombra per perseguire i suoi intenti. In generale questi proci sono dipinti con una spregevolezza abbastanza fine a sé stessa e mi dispiace un po' per questo appiattimento. Con Antinoo si scende un po' più nel dettaglio e apprezzo che Nolan ci sia riuscito con poche scene. Ad esempio, in una breve scena di caccia la scrittura economizza più informazioni: la bravura, il coraggio, ma anche il senso di giustizia di Ulisse, l'ammirazione che Antinoo ha per l'eroe, la lealtà di Argo (un po' trascurato secondo me nella costruzione del suo legame al padrone), la cicatrice sul piede che permetterà a Euriclea di riconoscere il padrone molti anni dopo. Il tempo è usato davvero bene.
Sicuramente nel ruolo più intenso e con l'interpretazione più riuscita in cui l'ho visto è anche Tom Holland, che finora non avevo mai apprezzato particolarmente. Telemaco, giustamente, non è rappresentato come un uomo maturo, ma neppure come un ragazzo: è un giovane uomo dibattuto fra la voglia di trovare il padre mai conosciuto e un latente desiderio di prendere il trono quello che parte per Sparta, tra speranze e preoccupazioni.
A Sparta trova un Menelao risoluto, energico, di nuovo a capo di un regno e di una casa, finalmente vendicatosi di Elena e di Paride, ma che sconta anche lui il prezzo di quella guerra e le conseguenze (come la morte del fratello, la vendetta di Clitemnestra per il sacrificio della figlia). Così come Elena porta il peso di essere stata la causa scatenante di una guerra a cui è sopravvissuta e chiede a Telemaco di scusarsi con sua madre per quanto avvenuto in suo nome e che ha consumato vite e anni. In suo nome, dice, perché è ben specificato fin da subito che il motivo vero era la convenienza economica e politica per Agamennone e che il motivo per cui hanno aderito gli altri Greci non era la necessità di pagare l'affronto nemico a Menelao o alla Grecia, ma la paura delle ripercussioni del fratello qualora non avessero preso parte alla spedizione.
Quella maledetta guerra...
Quel conflitto terribile e logorante che non ci è mostrato per i suoi dieci anni, né per gli eventi dell'Iliade, ma solo nel suo esito finale e nelle sue conseguenze soprattutto, i suoi lunghi strascichi, raccontati per tutto il film e su tutti i protagonisti sopravvissuti che ne sono stati toccati (c'è tanto di psicologico - e non solo - in questo film, ma non voglio dire di più perché a tale proposito c'è una sorpresa del regista, proprio alla fine) e che ne restano tormentati, anche ormai molto lontani dal luogo e dal tempo di una guerra che ha cambiato tutto per sempre.
Lo spettatore la vede dal solo punto di vista degli Achei: l'attesa sulla spiaggia, le gesta dei soldati, le navi che partono per fare ritorno. I protagonisti troaini (Paride, Ettore, Priamo, Adromaca, Astianatte) non sono né inquadrati, né nominati mai (nemmeno la maggior parte degli Achei è identificata, non ci sono i due Aiace, non ci sono Patroclo, Achille, Diomede, perché questo film non racconta né l'Iliade, né l'intera guerra e, soprattutto, questa non è la storia di chi è morto a Troia, ma di chi è sopravvissuto). Sono donne senza volto e soldati nascosti dietro anonime armature ed elmi bianchi quelli massacrati dopo l'ingresso dell'esercito nella città per mezzo del Cavallo. Non proviamo empatia per queste figure sconosciute, ma in generale il film ci dice che in guerra non c'è tempo di provare pena per i morti: questa è rimandata a un altro momento, alla fine del viaggio, l'elaborazione del lutto come mèta finale.
Ogni barbarie commessa dai greci (pur vedendo la storia dal loro punto di vista percepiamo come i cattivi e finiscono per capirlo persino loro) a Troia o tornando a casa è allusa più che mostrata. Nolan non fa sfoggio di violenza, ma la si percepisce. Allo stesso modo sono accennati anche alcuni elementi di horror, nelle sequenze di Polifemo, di Circe e dell'Ade.
Una delle scene che mi hanno molto colpita è quella in cui Calipso rivolge a Ulisse uno sguardo carico di dolore. Quello sguardo di Charlize Theron è sufficiente: sette anni di oblio, sotto l'effetto del loto per anestetizzare un dolore insopportabile, ma anche per sopire un amore che non è per lei. Calipso è parte della cura che permetterà a Ulisse di affrontare i propri demoni. Qualcosa lo tiene lontano da casa, un senso di colpa per il destino dei propri uomini, ma non solo.
Glielo dice già Circe, strega che vive sola e come tutte le donne, mai perfettamente padrone della propria vita, non ha potere di decidere di sé, al contrario degli uomini, che tuttavia devono fare i conti con le decisioni da prendere, spesso non in grado di valutarne il prezzo. Circe, però, ha delle visioni e il potere di difendersi; ha paura, come ogni donna sola, perfettamente in grado di leggere l'animo degli esseri davanti a lei e avverte Ulisse: gli uomini sono solo uomini. Lui per quegli uomini prova affetto, riconoscenza, soprattutto per Euriloco, e non è in grado di vedere quello che invece è chiaro alla maga o non vuole farlo.
Anche Tiresia lo avvertirà che non può salvare gli uomini da sé stessi. Ulisse non lo accetta, perché ha un grande senso di giustizia e soprattutto è un uomo che si illude di avere il controllo su tutto; è un overthinker. Ho letto e sentito che è stato rappresentato come un eroe grigio, ma a me non è sembrato; al contrario penso che sia sempre dalla parte del giusto e tormentato proprio per esserlo. Ulisse pensa piani, si sforza di prevedere, arriva a usare la psicologia inversa sui suoi stessi uomini per ottenere un certo effetto; si appella loro, li prega, sorveglia. I compagni di Ulisse più che in sé stessi si affidano alle divinità, esattamente al contrario del loro condottiero. Uomo di ragione, lui che nemmeno crede agli dèi, per tornare deve lasciare andare, smettere di controllare, affidarsi al volere degli dei, compiendo quindi l'impresa per lui più difficile, l'atto di fede.
Già, non crede agli dèi, eppure Atena gli appare in visione e anche lei gli rammenta che non può prendersi le colpe delle azioni degli altri uomini, la scelta di come sfruttare la sua idea brillante, il suo genio che è dono e allo stesso tempo condanna. Il senso di colpa rende Ulisse identico a Oppenheimer (e forse non è un caso che questi due film si susseguano uno dopo l'altro). Molto curioso che proprio lui che non crede abbia questo rapporto particolare con la divinità; infatti non è come sembra, ma Nolan, abbiamo detto, è bravo nella scrittura e lascia in sospeso il mistero di quelle apparizioni e la domanda su cosa tratteneva Ulisse dal tornare a casa per spiegare solo alla fine perché.
Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2
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