Recensioni "di pancia" dei film che vedo -generalmente- al cinema (perché andare al cinema è bello e andare in quelli piccolini del proprio paese è importante per aiutarli a restare aperti: un bene per loro e per me)
Che cos'è un NAZA chiede l'intervistatore, il giornalista e co-regista del progetto, Yuval Abraham, all'inizio del documentario omonimo.
I NAZA sono le "vittime collaterali", il modo in cui l'esercito israeliano chiama i civili uccisi nelle missioni di fuoco.
NAZA (Premio speciale della Giuria a Venezia) è il nuovo documentario del duo israeliano Abraham-Rachel Szor, che nel 2025 avevano già vinto ogni premio internazionale di categoria con No Other Land (insieme all'attivista e giornalista palestinese Basel Adra).
In questo progetto Abraham intervista sui tetti di Tel Aviv alcuni membri (o ex) dell'intelligence israeliana: progettisti, ingegneri, corpi speciali, soldati sul campo e a distanza (droni, missili, etc...), spie. Tutti quanti, in anonimo e col volto di profilo o in ombra e modificato (alternati a scene prese dai palazzi adiacenti con vite quotidiane e tranquille e immagini di repertorio), testimoniano la stessa cosa, qualcosa che sapevamo già, un'accusa che stiamo formulando dall'inizio del conflitto mediorientale, ma che trova sempre un respingimento dal fronte di Israele.
Stavolta, invece, è proprio questa parte in causa, quella che rifiuta l'addebito di una tale ignominia, che testimonia: l'annientamento di chiunque viva nella Striscia di Gaza è un piano ben preciso e studiato.
Che sia per prendere un membro di Hamas quando si trova in casa sua (spiando le conversazioni telefoniche dei figli per sapere quando rientra) o per distruggere, quartiere per quartiere, edificio per edificio, l'intero territorio del nord di Gaza per spingere gli abitanti ad andare a sud, droni e intelligenza artificiale sono al servizio dell'obiettivo. Non conta quanti NAZA ci rimettono, anzi. Gaza va distrutta ed è completamente indifferente se a morire è un membro dell'organizzazione nemica o dieci innocenti, donne e bambini compresi.
La tecnologia all'avanguardia permette ai soldati israeliani di fare tutto: vedere ogni abitazione, seguire ogni conversazione, ogni chat, conoscere quante persone abitano in ciascun appartamento e stimare a priori il numero di civili che morirà bombardando quell'obiettivo. Sembra un videogioco, commenta uno dei soldati, solo che è la vita di qualcuno, di un nemico, secondo l'indottrinamento a cui sono sottoposti. Li eliminiamo perché non ci colpiscano, tuttavia, rapidamente diventa un "non lo sappiamo perché, obbediamo soltanto agli ordini".
Vi ricorda niente?
Forse la stessa prospettiva ribaltata? Quella banalità del Male che avevamo conosciuto sui banchi di scuola rivolta agli ebrei dai nazisti? Quel cieco obbedire sotto una propaganda che ti spiega perché l'altro è cattivo e in fondo non stai che compiendo il tuo dovere? Quell'uccidere visto da lontano, un'azione disumanizzata, un bieco compito, persino divertente perché c'è l'adrenalina della missione?
Il giornalista israeliano che intervista i soldati resta il più possibile impassibile: bastano da sole le parole aberranti e leggere della maggior parte degli intervistati a pietrificarci.
L'intera sala ieri sera ha abbandonato il cinema in silenzio. Soli 80 minuti, ma sufficienti a farti dire "basta, basta, non voglio vedere altro". Eravamo sconvolti da quello che avevamo sentito? Dalle immagini finali? Ci stavamo chiedendo come sia possibile che tutto si ripeta di nuovo, immutato, o come si faccia a trasformarsi in bestie senza coscienza e pietà (come si chiedeva in Vietnam 60 anni fa Oriana Fallaci)?
Non saprei a cosa stava pensando ciascuna delle persone che ha lasciato la sala con me, ma vi invito ad andare al cinema (dovrebbe essere ancora disponibile perché il grande successo che sta avendo lo ha riportato in sala dopo i tre giorni inizialmente previsti per il rilascio a fine settembre) e a fare le vostre riflessioni in merito.
Siete troppo vecchi per aver visto i cortometraggi dei Looney Tunes o ve li ricordate ancora?
Se, come tanti di noi, avete fatto il tifo perché Will Coyote acchiappasse prima o poi il pennuto Beep Beep, allora lo sosterrete anche nella sua nuova missione impossibile in Coyote vs ACME di Dave Green.
Willy Coyote punta a un obiettivo ancora più ambizioso del solito: vincere una causa civile contro la ACME, multinazionale produttrice di armi e gadget per cartoni e umani. Anni e anni passati a pianificare come catturare la sua nemesi, usando in tutti i suoi piani i prodotti di questa azienda, tutti difettosi, finché Willy scopre un avvocato che può trovare il modo di fargli avere dei risarcimenti e nasce nella sua mente un piano. Kevin Avery (Will Forte) tuttavia non è un avvocato di carattere, né gode di fiducia in sé o di buoni introiti, ma ha delle abilità che non si rende neanche conto di possedere e nel suo studio ha una nipote stagista molto più determinata e con le idee chiare, Paige (Lana Condor).
Scontrarsi con la ACME, il suo direttore Foghorn Leghorn e il suo team legale capitanato da Buddy Crane (John Cena), con cui Avery ha dei trascorsi, sarebbe già abbastanza difficile; a questa impresa si aggiunge anche un'indagine, condotta anche grazie all'aiuto di altri personaggi dei Looney Tunes, su cosa davvero sta complottando la ACME a danno dei cartoni animati: un mezzo thriller insomma.
Riguardo alle comparsate dei personaggi (ci sono Duffy Duck, Titti e Silvestro, la Nonna, Taz, Bugs Bunny, Porky Pig, Taddeo...) ce n'è una che mi ha resa particolarmente contenta: quella di Peter Lorre (per inciso quando la Nonna offre un tè a uno dei personaggi non ho potuto non pensare ad Arsenico e vecchi merletti, poi magari non è neanche un easter egg volontario). E per quanto riguarda Beep Beep, personaggio che ai più è sempre stato poco simpatico, probabilmente per il ruolo così ripetitivo e distaccato, meno capace di suscitare empatia rispetto al suo antagonista, in questo film ha il suo momento di approfondimento più profondo e tenero di cui abbia goduto nella sua storia.
Il film ha rischiato di non uscire con grande dispiacere dei fan. Will Coyote è uno dei personaggi più apprezzato dei Looney Tunes, probabilmente come Silvestro (o Tom, anche se non è la casa giusta di produzione): sono personaggi che "le prendono" in tutti i modi. Willy precipita da burroni, si prende incudini sulla testa, si fa sempre malissimo e lo spettatore desidera vedere come ci proverà ancora la volta successiva, perché sa che non si arrende. Questo spirito combattivo (barcollo ma non mollo, mi spezzi ma non mi pieghi) è il motivo per cui amiamo questi personaggi, resilienti, un po' folli, cattivi solo nelle intenzioni, così sfortunati da farci tenerezza. Questo film, in armonia con il carattere del suo protagonista, non si è arreso quando Warner Bros. aveva deciso di non farlo più uscire al cinema (sebbene già pronto) e di trovare un acquirente. Ketchup Entertainment, per fortuna, lo ha acquistato e distribuito, così dal 2 settembre è al cinema.
L'anima di Willy è anche uno dei messaggi del film, accanto al tema della multinazionale cattiva e troppo potente per fermarla: succeda quel che succeda, ci riprovo la prossima volta, una spolverata per togliere il fallimento di dosso e via, si riparte, con impegno nuovo e intatto, non importa quello che non è andato prima, c'è ancora un domani, un'altra possibilità, perché domani andrà bene: una filosofia molto sana.
Com'è il film?
La storia è deliziosa, il personaggio protagonista e il suo messaggio ancora di più; il film scorre abbastanza (dura un'ora e 40, io gli avrei tolto altri dieci minuti perché a un certo punto qualche dinamica si ripete anche troppo, forse al solo scopo di aumentare il minutaggio).
Non ha una regia o delle animazioni memorabili; credo che la parola giusta per definirlo, alla fine, sia: tenero. È leggero ma con momenti di riflessione su temi importanti, pur non approfonditi; non è il luogo e manca il tempo per parlarne davvero, per una disamina e una critica solida (è pur sempre il prodotto di una multinazionale, quanto potrà analizzare il problema stesso della propria natura?).
Giudizio: Insomma, dategli una possibilità perché è davvero carino. ⭐⭐⭐
Lo scorso inverno ho visto un film che mi ha colpita notevolmente e che (se avete voglia e modo di recuperarlo) adesso è disponibile su Sky/Now: No other choice di Park Chan-wook.
La prima scena del film ci mostra un Yoo Man-su felicissimo nella sua vita, piena, appagante, con una splendida casa, una moglie di cui è innamorato, due figli, due cani, un lavoro di cui è appassionato e redditizio...finché la società della carta per cui ha lavorato venticinque anni non cambia proprietà e riduce il personale (Man-su compreso). Ritrovare un lavoro non è semplice, soprattutto non lo è accettare mansioni inferiori alle sue competenze, rinunciare al mondo dell'industria cartiera, ridimensionare il tenore di vita. Non è il solo nella stessa situazione e, anzi, la concorrenza è troppa, tanto da elaborare un piano per eliminarla tutta.
No other choice è un film grottesco e molto amaro, ma è anche brillante, profondo e venato da un umorismo nerissimo, che intrattiene e fa riflettere.
Il titolo risuona molte volte nel film e assume varie sfumature di significato nei vari contesti: non si riferisce solo alla situazione (e soluzione estrema) di Man-su, ma anche al rifiuto suo o di altri personaggi di cambiare professione o di trovare altre strategie di cavarsela (come se non fosse possibile una vita diversa, cambiare lavoro, mentalità, stile di vita) e anche al modo con cui i personaggi reagiscono a una domanda, a un imprevisto o a una verità.
Alcune sequenze sono surreali, tra assurdità dei comportamenti dei personaggi, goffaggine e paradossi (aiuti improbabili a nemici immaginari, silenzi e segreti tra persone tra cui dovrebbe esserci fiducia). Alcune scene sono molto macabre, molte sono perfino scomode, ma ogni singolo elemento è funzionale a costruire una storia composita, triste, intrigante per tutti i suoi 140 minuti (anche se si sentono); è un film diretto magistralmente, che mi è dispiaciuto non trovare fra le candidature agli ultimi Oscar (ma ha rappresentato la Corea del Sud come miglior film internazionale e miglior commedia ai Golden Globes 2026, a cui è stato candidato anche Lee Byung-hun).
Il piazzale del cinema all'aperto del mio paese penso di non averlo visto così pieno dai tempi di Barbie (quando c'era una fila di persone vestite di rosa - me compresa, naturalmente, solo che per me è abbastanza usuale - che arrivava a metà della strada che lo ospita).
All'inizio il pensiero è stato "mettiamoci lontani da vecchiette e ragazzini", ma siamo stati circondati e la sorpresa è stata che tutta la visione del film è stata accompagnata dal silenzio.
Per inciso, detesto quando al cinema mi parlano nelle orecchie o vengo accecata dallo schermo di un telefono nelle file davanti, ma amo vedere le sale piene e sapere che al cinema questo fa bene (e questi botteghini di luglio sono una gioia per l'anima).
Ma veniamo a Spiderman: Brand New Day di Destin Daniel Cretton.
Peter Parker è triste e solo (anche se ha un paio di alleanze, non del tutto stabili con la detective Jean DeWolff e con il Punitore Frank Castle), impegnato solo nel lavoro da supereroe (non si capisce se ne ha anche uno vero o di cosa sopravviva), sgominando cattivi senza sosta, e a guardare da lontano MJ e Ned che vivono la loro vita al college senza ricordarsi di lui, finché non accadono tre cose.
Un'entità misteriosa compare a New York, intenzionata a forzare il Dipartimento del Damage Control alla ricerca di qualcosa, e Peter comincia ad avvertire i sintomi di un cambiamento imminente e difficile (che proverà a fermare cercando aiuto da Bruce Banner), proprio mentre tornano a New York i suoi amici.
Questo film, rispetto ai precedenti di questo specifico Spiderman, cambia regista e impostazione: è più fisico, girato un po' più nella realtà e un po' meno davanti al Green Screen, e con una trama un po' più solida, anche se non torna tutta. Ho alcuni dubbi sul funzionamento dei poteri di ciascuno, specialmente quelli di un personaggio, sul perché a volte non sono usati al momento del bisogno e su certe scelte poco strategiche dei personaggi, soprattutto nel non voler comunicare, ovviamente però necessarie a tirare la trama in quella direzione. Inoltre chi è il cattivo è telefonatissimo (e ne manca uno più efficace).
Le scene d'azione mi sono piaciute un sacco e devo dire che gli effetti speciali e qualche movimento di macchina sono fighi.
Mi è piaciuto? Sì, abbastanza: trovo che sia stato un film carino, emozionante in qualche punto e soprattutto con dinamiche interessanti e divertenti fra i personaggi (è l'aspetto che ho preferito), soprattutto nei legami amicali di Spiderman con The Punisher, con Ned, con la poliziotta DeWolff.
Non mi sono piaciute molto le interazioni con MJ, forse perché ci ho sofferto o perché quello che sembra succedere a un certo punto poi non mi viene dato (mi hai tolto la caramella di bocca) o anche perché ci visto una replica del nuovo rapporto Star Lord - Gamora (li sappiamo sviluppare anche in un altro modo i rapporti amorosi in casa Marvel oppure no?). In termini di varietà potremmo fare uno sforzo anche nel variare le situazioni di pericolo in cui si trova MJ, perché è la seconda volta in due film di seguito che ho un bruttissimo déjà vu.
In generale trasmette molta tristezza la situazione di Peter e ho partecipato emotivamente alle sue emozioni (dopo averlo visto in due film consecutivi sto rivalutando anche Tom Holland - o forse è migliorato come attore, con una crescita che è andata di pari passo con la maturazione del personaggio). Questa malinconia accompagna tutta la storia e tutti i personaggi, persino il finale è agrodolce, lasciandoci però uno zuccherino con l'ultimissima scena (che mi piace avvenga fra questi due specifici personaggi). Ci sono anche momenti che sdrammatizzano, soprattutto nel rapporto Peter-Frank. The Punisher è uno degli elementi più funzionanti del film, come personaggio e come attore (calza il ruolo come un guanto, molto più di come vestiva quello di Menelao).
Non mi è piaciuto l'arco narrativo di Bruce Banner in questa pellicola: non capisco perché gli Avengers della vecchia guardia debbano essere puniti, né capisco perché Peter instaura quel tipo di rapporto con lui (vi siete dimenticati le regole del gioco stabilite col finale di No way home?).
Non mi è piaciuta nemmeno la scusa con cui i Nuovi Avengers sono tenuti fuori dai giochi (facciamo come Eternals e Captain Marvel?). Non mi piace che il messaggio del film sia sempre lo stesso, l'ho trovato un po' ritrito.
In conclusione: è un film dolcino (da lacrimoni trattenuti in alcuni momenti), a tratti divertente, ma soprattutto malinconico, con una trama che scricchiola in diversi punti, ma delle ottime parti di azione ⭐⭐⭐
Dalla notte dei tempi ci chiediamo perché Ulisse ci ha messo 10 anni a tornare a Itaca.
E Nolan ci dà la sua versione dei fatti.
Il film più atteso dell'anno (almeno da me), Odissea di Cristopher Nolan dura quasi tre ore e può essere raccontato da tanti punti di vista, perché di temi ne tratta molti.
Avete presente quando il racconto di una festa al mattino dopo è diverso a seconda di quale partecipante te la descrive?
Sarà così anche per questo film: ognuno te lo racconterà a suo modo, da chi ti parlerà della guerra e dei suoi effetti a chi si concentrerà sul linguaggio con cui i personaggi parlano tra sé o del loro mondo.
Così anche io ti racconterò qual è stata la mia esperienza con la mia prima visione di Odissea (perché non vedo l'ora di rivederlo in IMAX).
Dunque partiamo da qui, da uno dei motivi principali per cui il pubblico attendeva questa pellicola: la parte visiva, la spettacolarità dei paesaggi, delle riprese, della luce, degli effetti visivi esclusivamente pratici. Questa è la prima pellicola al mondo girata interamente su pellicola 70 mm (sappiamo che Nolan è amante dei sistemi analogici) e con la tecnologia IMAX, realizzando un'armatura che scherma il rumore della pellicola che ruota per permettere di registrare anche il sonoro, anche a costo di usare degli specchi perché gli attori si guardassero negli occhi mentre parlavano con la scatolona della macchina da presa in mezzo. Questo film è quello con la maggiore qualità delle immagini mai girato al mondo. In Italia non possiamo neanche vederlo "puro" perché non esistono sale cinematografiche che lo consentano (ce ne sono una manciata in Europa).
Ho visto il film in una sala modesta e con uno schermo non così grande, ma alcune immagini sono state bellissime da vedere anche così. Mi sto già pregustando la spiaggia di Calipso o le brume mattutine e quei cieli bellissimi che fanno da sfondo ad alcune scene o la spettacolare sequenza nel bosco dei Lestrigoni sullo schermo molto più grande e prestante della sala IMAX a Campi Bisenzio.
Se posso trovare un difettuccio: certe scene di combattimento non sono chiarissime, soprattutto quelle finali, ma potrei ricredermi con la seconda visione, chissà...
Oltre a questo, la lunghezza è tanta e anche se ogni scena è necessaria e il ritmo è giusto, mai lento anche nell'alternarsi di momenti di maggiore azione e di elaborazione, in alcuni punti ho sentito un po' di stanchezza. E, devo dire, a me la colonna sonora di Goransson non ha entusiasmato.
Per quanto riguarda la storia, la conosciamo tutti dai tempi della scuola (e lo darò per scontato, senza dire troppo, ma senza considerare che le avventure di Ulisse siano spoiler), ma come sceglie di raccontarla Nolan, che la storia la scrive oltre a dirigerla e produrla?
L'enorme poema di Omero è stato adattato senza troppi stravolgimenti, ma prestandosi per affrontare molti temi. I tagli alla storia sono stati necessari per forza di cose, ma ragionati e quello che resta è funzionale al racconto, che segue comunque la cronologia dei libri, pur con alcuni flashback, dosati per raccontarti la fine della guerra di Troia e il famoso inganno del Cavallo in un preciso modo. Anche le sequenze iconiche, come quella di Polifemo, sono adattate nella narrazione e nel design. Il ciclope così concepito è molto bello visivamente e ce lo rende mostruoso ma non cartoonesco, più drammatico e più adatto al tono del film che non nelle classiche sembianze e nel canonico scambio di battute. Non è una trasposizione pedissequa delle sequenze del poema quella che porta Nolan; è una reinterpretazione con un fine preciso, ma che non snatura l'opera.
Uno dei punti di forza del cinema del regista è l'ordine che sceglie per presentarci la storia e, anche in questo caso, è stata la cosa che ho in assoluto preferito, esattamente come in Oppenheimer. A questo scopo anche il montaggio è stato efficacissimo.
Ad aprire il film, è un cantore nero.
(Apro la parentesi per dire ormai anche la mia sulla polemica relativa alla scelta degli attori. Come ormai siamo abituati a vedere e come è politicamente necessario per la partecipazione ai premi, il cast è multietnico e a me non ha cambiato molto, son sincera. Potreste darmi di ipocrita perché ho gridato allo scandalo quando hanno scelto Margot Robbie - che pur trovo bella e brava - per interpretare Catherine e stavolta accetto senza battere ciglio una Elena nera. Secondo me la differenza sta nel fatto che i personaggi omerici non avevano tratti fisici che riflettevano la loro essenza, salvo Aiace o magari Achille, mentre le forme esili e nervose di Catherine contribuiscono a definirla (nel carattere e nel suo destino; in Cime tempestose l'aspetto dei personaggi e dell'ambiente sono essi stessi mezzo del racconto, contribuiscono integralmente). Accetto, per esempio, un Cyrano che anziché un brutto naso ha un'altra cosiddetta deformità, perché non importa qual è che lo convince che non può meritare l'amore di Roxane; il nanismo di Peter Dinklage è funzionale tanto quanto il nasone originario. Così come potrei accettare un Aiace Telamonio nativo americano purché gigantesco, ma mai un fisico esile, ancorché bianco. Altra polemica è nata per l'Achille che doveva essere interpretato da Elliot Page. Ebbene è stata la più sterile delle polemiche poiché nel film Achille non c'è e l'attore interpreta tutto un altro ruolo in cui è stato molto bravo. Vi siete scannati anzitempo per niente insomma.)
Musa, quell'uom di multiforme ingegno Dimmi, che molto errò, poich'ebbe a terra Gittate d'Ilïon le sacre torri
Come nei primi libri dell'Odissea, la Telemachia, Nolan inquadra la situazione a Itaca: l'impotenza di Telemaco davanti ai pretendenti che invadono il palazzo e che chiedono che la moglie del re scelga un nuovo marito, lo sforzo di Penelope di resistere e prendere tempo, tanto Ulisse tornerà...Ulisse tornerà...ma Ulisse non torna e manca da casa da quasi vent'anni. Otto ne sono già passati da quando è finita la Guerra di Troia e giungono voci che gli altri eroi abbiano già fatto ritorno a casa. Non preso in considerazione nemmeno dalla madre, che nel figlio vede ancora un bambino da proteggere e senza la sua esperienza nel regnare, Telemaco parte per Sparta in cerca di notizie del padre.
Ma cosa trattiene Ulisse?
Ulisse tentenna in questo rientro. Lo vediamo alla partenza delle navi da Troia, dopo la vittoria, dopo che il trucco del Cavallo che lui ha escogitato ha consegnato ad Agamennone quello che voleva, ciò per cui partirono le armate achee.
Ah, Agamennone. Anche il suo elmo, il primo elemento rilasciato nella prima locandina condivisa di questo progetto, scatenò un putiferio per l'eccessiva modernità del design; eppure è un elemento azzeccatissimo e funzionale (ancora una volta uso questa parola per descrivere le scelte - spesso discusse - del regista). Le apparizioni del personaggio sono quasi esclusivamente con l'armatura. Il volto lo intravediamo appena. L'armatura è rimossa solo tra le mura domestiche, esponendo finalmente la fragile figura di uomo, che per tutto il resto del tempo, con addosso quell'elmo e quell'imponente armatura lucida, come un Darth Vader, incute terrore (lo stesso scopo del travestimento di Batman) e trasmette troneggiando la potenza, il comando, la minaccia, la vendetta a cui sarebbe andato incontro chiunque l'avesse ostacolato nei suoi piani di espansione che hanno preteso il sacrificio più grande.
Mi piace tutto della scrittura del film? No...
Ci sono scene in cui si spiega troppo: Eumeo che dice "scaltro" di Ulisse, Penelope commenta l'orrore del sacrificio di Ifigenia, ma non ne ho bisogno per capire queste informazioni; saranno sufficienti le gesta di Ulisse come lo è il volto pietrificato dall'orrore di Anne Hataway a farmi arrivare la furbizia del primo e la scelta drammatica e folle del gesto.
A queste si contrappongono tuttavia scene di pura sintesi visiva: Ulisse che fissa un'armatura vuota sulla spiaggia di Troia, tenendo in mano un piccolo oggetto mi comunica subito chi non ce l'ha fatta o l'effetto del canto delle sirene lo vediamo dal volto di Ulisse (in generale Matt Damon ha dato una buona prova, ma non la mia preferita tra quelle del cast), così come le espressioni sui volti dei suoi uomini mi restituiscono terrore o raccapriccio all'incontro con i mostri. Ancora, le cicatrici sul volto espressivissimo di Lupita Nyong'o e sul corpo di Elena, ricucita come il Mostro di Frankestein, sono più eloquenti di uno spiegone nel raccontarmi quale pena le è stata inferta per la sua infedeltà. Quanto è stata criticata la scelta di questa attrice, già premio Oscar dodici anni fa. Eppure le scene in cui compare Elena possono essere così sintetiche proprio per le capacità espressive di questa attrice, così intensa da trasmettere orrore, paura, rabbia o dolore con un solo sguardo. Pochi istanti a schermo in cui l'ho amata, per me da brivido (e da bis).
E non è la sola attrice stupenda in questa pellicola. Parliamo di attrici e dei loro ruoli (e forse di un certo riscatto di Nolan nello scrivere i personaggi femminili) e in generale di performance.
Il cast è di enorme livello e si dice che solo Pattinson abbia voluto leggere il copione prima di accettare, poiché il nome di Nolan è già sufficiente per convincere gli interpreti a firmare un contratto.
Anne Hataway è l'attrice con più minutaggio e il ruolo più importante fra quelli femminili: una donna matura, ancora innamorata del marito, resa dura dagli anni di solitudine e difficoltà da affrontare per tenere testa da sola a una società maschile che la sorveglia e vuole strapparle il potere. Come donna non potrà far fronte ai pericoli esterni: un pericolo che viene dal mare e a cui si accenna, seminando indizi, nel corso di tutto il film per svelarci in fondo di cosa si tratta. Hataway è stata maestosa, ma in certi momenti forse anche troppo calcata per me.
Penelope non cerca un marito. Vuole Ulisse.
Jean-Pierre Vernant
Tra gli attori maschili, devo dire che Robert Pattinson è quello che ho preferito e negli ultimi anni sta dando buone prove delle sue capacità; qui indossa un ruolo antitetico rispetto all'eroe lunare e muscoloso del Batman nel film di Matt Reeves. Antinoo è vile e ipocrita, il classico cattivo che sa di non avere grandi capacità o forza, ma è abbastanza furbo da agire nell'ombra per perseguire i suoi intenti. In generale questi proci sono dipinti con una spregevolezza abbastanza fine a sé stessa e mi dispiace un po' per questo appiattimento. Con Antinoo si scende un po' più nel dettaglio e apprezzo che Nolan ci sia riuscito con poche scene. Ad esempio, in una breve scena di caccia la scrittura economizza più informazioni: la bravura, il coraggio, ma anche il senso di giustizia di Ulisse, l'ammirazione che Antinoo ha per l'eroe, la lealtà di Argo (un po' trascurato secondo me nella costruzione del suo legame al padrone), la cicatrice sul piede che permetterà a Euriclea di riconoscere il padrone molti anni dopo. Il tempo è usato davvero bene.
Sicuramente nel ruolo più intenso e con l'interpretazione più riuscita in cui l'ho visto è anche Tom Holland, che finora non avevo mai apprezzato particolarmente. Telemaco, giustamente, non è rappresentato come un uomo maturo, ma neppure come un ragazzo: è un giovane uomo dibattuto fra la voglia di trovare il padre mai conosciuto e un latente desiderio di prendere il trono quello che parte per Sparta, tra speranze e preoccupazioni.
A Sparta trova un Menelao risoluto, energico, di nuovo a capo di un regno e di una casa, finalmente vendicatosi di Elena e di Paride, ma che sconta anche lui il prezzo di quella guerra e le conseguenze (come la morte del fratello, la vendetta di Clitemnestra per il sacrificio della figlia). Così come Elena porta il peso di essere stata la causa scatenante di una guerra a cui è sopravvissuta e chiede a Telemaco di scusarsi con sua madre per quanto avvenuto in suo nome e che ha consumato vite e anni. In suo nome, dice, perché è ben specificato fin da subito che il motivo vero era la convenienza economica e politica per Agamennone e che il motivo per cui hanno aderito gli altri Greci non era la necessità di pagare l'affronto nemico a Menelao o alla Grecia, ma la paura delle ripercussioni del fratello qualora non avessero preso parte alla spedizione.
Quella maledetta guerra...
Quel conflitto terribile e logorante che non ci è mostrato per i suoi dieci anni, né per gli eventi dell'Iliade, ma solo nel suo esito finale e nelle sue conseguenze soprattutto, i suoi lunghi strascichi, raccontati per tutto il film e su tutti i protagonisti sopravvissuti che ne sono stati toccati (c'è tanto di psicologico - e non solo - in questo film, ma non voglio dire di più perché a tale proposito c'è una sorpresa del regista, proprio alla fine) e che ne restano tormentati, anche ormai molto lontani dal luogo e dal tempo di una guerra che ha cambiato tutto per sempre.
Lo spettatore la vede dal solo punto di vista degli Achei: l'attesa sulla spiaggia, le gesta dei soldati, le navi che partono per fare ritorno. I protagonisti troaini (Paride, Ettore, Priamo, Adromaca, Astianatte) non sono né inquadrati, né nominati mai (nemmeno la maggior parte degli Achei è identificata, non ci sono i due Aiace, non ci sono Patroclo, Achille, Diomede, perché questo film non racconta né l'Iliade, né l'intera guerra e, soprattutto, questa non è la storia di chi è morto a Troia, ma di chi è sopravvissuto). Sono donne senza volto e soldati nascosti dietro anonime armature ed elmi bianchi quelli massacrati dopo l'ingresso dell'esercito nella città per mezzo del Cavallo. Non proviamo empatia per queste figure sconosciute, ma in generale il film ci dice che in guerra non c'è tempo di provare pena per i morti: questa è rimandata a un altro momento, alla fine del viaggio, l'elaborazione del lutto come mèta finale.
Ogni barbarie commessa dai greci (pur vedendo la storia dal loro punto di vista percepiamo come i cattivi e finiscono per capirlo persino loro) a Troia o tornando a casa è allusa più che mostrata. Nolan non fa sfoggio di violenza, ma la si percepisce. Allo stesso modo sono accennati anche alcuni elementi di horror, nelle sequenze di Polifemo, di Circe e dell'Ade.
Una delle scene che mi hanno molto colpita è quella in cui Calipso rivolge a Ulisse uno sguardo carico di dolore. Quello sguardo di Charlize Theron è sufficiente: sette anni di oblio, sotto l'effetto del loto per anestetizzare un dolore insopportabile, ma anche per sopire un amore che non è per lei. Calipso è parte della cura che permetterà a Ulisse di affrontare i propri demoni. Qualcosa lo tiene lontano da casa, un senso di colpa per il destino dei propri uomini, ma non solo.
Glielo dice già Circe, strega che vive sola e come tutte le donne, mai perfettamente padrone della propria vita, non ha potere di decidere di sé, al contrario degli uomini, che tuttavia devono fare i conti con le decisioni da prendere, spesso non in grado di valutarne il prezzo. Circe, però, ha delle visioni e il potere di difendersi; ha paura, come ogni donna sola, perfettamente in grado di leggere l'animo degli esseri davanti a lei e avverte Ulisse: gli uomini sono solo uomini. Lui per quegli uomini prova affetto, riconoscenza, soprattutto per Euriloco, e non è in grado di vedere quello che invece è chiaro alla maga o non vuole farlo.
Anche Tiresia lo avvertirà che non può salvare gli uomini da sé stessi. Ulisse non lo accetta, perché ha un grande senso di giustizia e soprattutto è un uomo che si illude di avere il controllo su tutto; è un overthinker. Ho letto e sentito che è stato rappresentato come un eroe grigio, ma a me non è sembrato; al contrario penso che sia sempre dalla parte del giusto e tormentato proprio per esserlo. Ulisse pensa piani, si sforza di prevedere, arriva a usare la psicologia inversa sui suoi stessi uomini per ottenere un certo effetto; si appella loro, li prega, sorveglia. I compagni di Ulisse più che in sé stessi si affidano alle divinità, esattamente al contrario del loro condottiero. Uomo di ragione, lui che nemmeno crede agli dèi, per tornare deve lasciare andare, smettere di controllare, affidarsi al volere degli dei, compiendo quindi l'impresa per lui più difficile, l'atto di fede.
Già, non crede agli dèi, eppure Atena gli appare in visione e anche lei gli rammenta che non può prendersi le colpe delle azioni degli altri uomini, la scelta di come sfruttare la sua idea brillante, il suo genio che è dono e allo stesso tempo condanna. Il senso di colpa rende Ulisse identico a Oppenheimer (e forse non è un caso che questi due film si susseguano uno dopo l'altro). Molto curioso che proprio lui che non crede abbia questo rapporto particolare con la divinità; infatti non è come sembra, ma Nolan, abbiamo detto, è bravo nella scrittura e lascia in sospeso il mistero di quelle apparizioni e la domanda su cosa tratteneva Ulisse dal tornare a casa per spiegare solo alla fine perché.
Ve la ricordate la trama di Guardiani della Galassia vol. 3?
Molto ridotta all'osso: un cattivo colpisce Rocket e i Guardiani hanno 48 ore di tempo per salvarlo prima che sia troppo tardi; nel mentre scopriamo dettagli atroci del passato di Rocket, della sua genesi.
Supergirl di Craig Gillespieè una variazione della stessa identica trama.
Il cattivo di questa storia, il bandito Krem delle Colline Gialle (interpretato da Matthias Schoenaerts, che ero molto curiosa di vedere nei panni del cattivo per una volta, anche se il personaggio è abbastanza piatto), dopo aver spazzato via la famiglia della piccola, ma non priva di risorse, Ruthye, mentre questa sta chiedendo a Kara di aiutarla a vendicarsi, ruba l'astronave di Supergirl e ferisce con un dardo avvelenato Krypto (il cagnolino che abbiamo amato fin dalla prima scena che abbiamo visto lo scorso anno in Superman).
Kara (Milly Alcock) inizialmente non aveva nessuna intenzione di immischiarsi nelle disavventure di Ruthye, intenta solo a cercare di anestetizzare il dolore che si porta dietro da quando ha dovuto abbandonare Krypton e i suoi genitori, vagando da un pianeta illuminato da un sole rosso per sbronzarsi (perché i suoi superpoteri non le consentono di farlo, ma il sole rosso inibisce i poteri - questi soli sono un po' un semaforo al contrario...) a uno col sole giallo per riprendersi. Quando però Krypto rischia la vita e ha 72 ore di tempo per recuperare l'antidoto che i briganti si portano addosso, Supergirl parte per cercare Krem, seguita di nascosto da Ruthye e imbattendosi successivamente in Lobo (interpretato da Jason Mamoa), immortale e folle cacciatore di taglie messe sulla testa dei briganti.
C'è un problema (anzi, più di uno): "parte per cercare Krem" non è un'espressione del tutto corretta. Kara non dà la caccia; Kara si ritrova spinta, trascinata, prende passaggi, ma raramente è lei in prima battuta a compiere il viaggio (e non solo nel senso di percorso fisico), ma nel senso di punto di partenza dell'azione. Kara subisce più di fare perché le manca la motivazione, poi ne trova un po', ma poi puntualmente il ciclo riprende. Questo, secondo me, è ciò che non funziona del film.
Ok il viaggio dell'eroe, per cui la protagonista mi rifiuta una prima chiamata all'azione, ma la sceneggiatura procede in loop e l'eroina avanza senza piani, per inerzia: ogni volta occorre una nuova spinta e poi ancora una, un nuovo motivo viscerale per andare oltre, per superare l'ostacolo di turno in un continuo alternarsi di perdere i poteri (prima è ubriaca, poi avvelenata, poi c'è il sole verde che rischia di ucciderla, poi è di nuovo avvelenata...praticamente i poteri li ha per un quarto d'ora questa ragazza), perdere il fuoco propulsore, la volontà e poi ritrovarli. Kara "le busca", sembra decidersi ad affrontare la situazione, perché lei è Supergirl, ma poi non basta ancora e si ricomincia daccapo. La cosa poteva reggere se questo accadeva un paio di volte, ma è una ripetizione continua.
A questo si alternano i flashback che ci permettono di scoprire cosa è successo a Krypton, la genesi di Kara, il suo incontro con Krypto e quanto importante è il piccolo per lei che si è sempre sentita sola e apolide, il suo senso di appartenenza strappato e non compreso nemmeno dal cugino, pur con tutte le buone intenzioni (Clark sempre ingenuo).
A me questa parte è piaciuta molto, anzi, penso che sia la parte del film da salvare perché mi fa percepire benissimo il senso di solitudine, di abbandono, estraneazione: un vuoto che non si riempie mai e fa così male da preferire cercare modi per ottunderlo, per non sentire più niente.
Il problema è che non si alterna a una buona parte di azione: il film non ha ritmo, è terribilmente ripetitivo, finisce per annoiarmi un po' ed è strano dirlo per un film che dura meno di due ore, ma non se ne vede la fine, spostata sempre un po' più in là con mille scene "quasi finali".
Le scene d'azione purtroppo sono contate e se ne sente la mancanza perché quando ci sono sono buone, ben illuminate e coreografate; ci sono tanti elementi ripresi dai film di James Gunn, dai Guardiani e da Superman e questi funzionano bene. Ve la ricordate la scena di Superman in cui Mister Terrific protegge Lois e nel frattempo si batte con robot, umani, etc con la musichina allegra di sottofondo? Ecco, in Supergirl c'è un'azione quasi identica.
Altro di buono? Sì, a me sono piaciuti i rapporti tra i personaggi, soprattutto fra Ruthye e Kara; l'opacità di Kara e Lobo, lei buona, ma non carina e perfettina (ed è il modo che preferisco per la rappresentazione femminile, che fa infuriare i maschietti perché disprezzano le eroine che hanno caratteristiche che vorrebbero attribuite solo a sé stessi); lui cinico (a me ha un po' ricordato Dante di Fast X, sempre interpretato da Mamoa), ma non così tanto (questo è un po' più cliché). Forse però il personaggio che ne esce meglio è Ruthye perché più sfaccettata: bambina in cui brucia il fuoco di fare quello che ritiene onorevole e dovuto alla sua famiglia, inesperta ma non ingenua e intelligente abbastanza da trovare nella scaltrezza quello che le manca in forza; desidera atteggiarsi ad adulta e in parte lo è, in parte è ancora pura e mi piace molto di più così.
Giudizio: in conclusione, è un film brutto? No, ha alcuni buoni elementi, ma ha abbastanza difetti perché non possa essere considerato un buon film d'azione (è un film pigro, che ricicla elementi di trama e di scene d'azione da altri prodotti di Gunn; purtroppo gli mancano le scene d'azione, ma soprattutto gli manca una sceneggiatura più lineare e meno ripetitiva).
L'avete sentito dire anche voi, vero? Perché qualche commento dei critici l'avevo letto e sono entrata in sala a vedere Discolsure Day con ottime aspettative. Sono anche uscita con una sensazione abbastanza positiva, quella di aver visto un discreto action movie (più per la prima parte devo dire, che per l'ultima, in cui stavo anche cominciando a guardare l'ora chiedendomi per quanto lunga ancora l'avrebbe tirata il buon Steven).
Però...però...però...però...
Però è vero che ho passato parte del tempo in sala con mia sorella a indicarci le scene che non avevano senso e a riderne (a bassa voce, ricordiamocelo che di commenti al cinema se ne scambiano pochi e si bisbigliano, sennò con me non ci venite!). Purtroppo secondo i piani produttivi quella non era la reazione che dovevano suscitare quelle scene...
Ma torniamo indietro e procediamo con ordine, per quanto ce lo permetta la pellicola stessa perché la storia inizia in medias res (e penso sia la sola cosa veramente bella di questa sceneggiatura di David Koepp):
Il film inizia e non sappiamo che sta succedendo (era la stessa reazione che ha suscitato in me il trailer "uh, ganzo...ma di che si sta parlando?"). C'è uno zaino con dentro dei file e uno strano oggetto misterioso e ci vorrà un bel pezzo del primo tempo per arrivare a capire che cosa è che ha tentato di prendere Colin Firth (Noah Scanlon) a Josh O'Connor (Daniel), addirittura rapendogli la fidanzata (Jane), e questa cosa mi è piaciuta. Siamo gettati direttamente nel mistero e un pezzetto alla volta ci verrà ricostruito. Mentre Jane e Daniel scappano da questi agenti cattivi di questa agenzia di sicurezza (di cui Scanlon è il capo) che coopera con la Difesa del governo degli USA per tenere nascosta la VERITÀ (come nel migliore dei complotti sugli UFO), a un paio di stati di distanza i comportamenti di una meteorologa stanno causando preoccupazioni. Di punto in bianco Margaret (Emily Blunt) inizia a parlare lingue sconosciute e a leggere la mente delle persone e anche sulle sue tracce si mettono gli uomini di Scanlon.
L'inseguimento, dunque, è doppio. Peccato che gli uomini di questa temutissima Wardex sono stati addestrati da Mr Bean perché non ne fanno una giusta: cercano le loro prende muovendosi tutti nella stessa direzione e senza guardare al di là dei paraocchi, anche quando arrivano con un treno di vetture e quindi sarebbero in schiacciante superiorità numerica; sono armati fino ai denti ma sparano ai bersagli solo quando sono abbastanza lontani da non poterli prendere; si accorgono che qualcuno li manipola mentalmente ma lo lasciano fare. Ce ne è solo uno, poverino, più serio degli altri che alla fine del film giustamente si dimette e va a cercare un altro impiego perché alla Wardex davvero non sono abbastanza seri.
Ora, se spengiamo il cervello e smettiamo di ridere dei goffi tentativi degli agenti della Wardex, il film è divertente nella prima parte; le scene action sono spettacolari (non funzionano bene per quello che ho appena descritto, però sono divertenti da guardare, sono abbastanza veloci, inquadrature e riprese sono fighe, ci sono mezzi di trasporto che si schiantano in vari modi, non è male). La parte retta da Emily Blunt è comica, lo è il rapporto col fidanzato, è la parte leggera del film, mentre il rapporto fra Daniel e Jane si contrappone perché è fatto di tensione per due distinti motivi. Uno dei motivi è legato al controllo mentale che Scanlon a un certo punto prende su Jane e che mi regala delle inquadrature che mi hanno fatto più paura (sinceramente) di Backrooms; l'altro è sul non accordo sui due su cosa si deve fare con la VERITÀ sugli alieni.
E qui si arriva al punto peggiore della scrittura secondo me, perché appena Jane ha pronunciato le sue obiezioni la mia unica reazione è stata "No, non torna". Le argomentazioni non poggiano su nessuna logica (o comunque su una logica molto ristretta e parziale). Il punto secondo Jane, che incarna la posizione della Fede, è che se diamo al mondo la verità, la gente non la reggerebbe.
Questo potrebbe anche essere vero, se mi fosse stato esposto sotto plurimi punti di vista: terrore, perdita di una posizione geocentrica, etc...ma si è scelto di assumere solo un punto di vista teologico, che però fa acqua da tutte le parti, prima di tutto perché prende in considerazione solo e soltanto la fede cristiana e poi perché parte da un assunto sbagliato: se ci sono gli alieni, non c'è più un dio perché le entità extra-terrestri lo sostituiscono. Come prego?
A parte che me lo fai proprio vedere che sono mortali anche loro, ma se qualcuno crede in un creatore dell'universo, allora anche loro grigini (e fatti uguali a sempre, non li cambiamo mai, per carità, ma facciamoli con una cgi migliore per piacere, che loro e quegli animaletti contrastano malissimo con tutto il resto che hanno attorno, per non parlare di quei cervi inquietanti che ti tornano a cercare anche negli incubi) saranno figliol di dio, no?
No, per Jane rubano il posto a dio. Ora, ammettendo che siano divinità (creatori, dunque, e non creati), una religione politeista forse non si farebbe tanti problemi e aggiungerebbe posti a tavola; le religioni monoteiste sarebbero in maggiore difficoltà, ma, come fedele, potresti pensare di aver finalmente identificato la divinità e aver avuto tutte le risposte. Solo se segui il filo del ragionamento di Jane dall'inizio alla fine allora entra in crisi tutta la Fede, perché di punto in bianco, per forza di cose, scopri che non c'è più un unico dio. Anche in questo modo, tuttavia, la visione è parziale e valida solo per una parte di persone. L'affermazione che il mondo non è pronto esclude automaticamente un sacco di persone a cui dei ragionamenti di Jane non importa, banalmente agli atei.
Io ci ho speso due ragionamenti (parziali anche i miei, eh, finalizzati solo a scrivere questa recensione) in più di Koepp, ma credo sia sufficiente a dimostrare che forse questo focus non andava preso se poi non lo si approfondiva per niente e serviva solo a dare due linee di pensiero diverse a Jane e a Daniel (che invece rappresenta la Conoscenza/Scienza e vuole che il mondo abbia contezza di tutto, che non resti all'oscuro perché una piccola oligarchia statunitense ha deciso cosa hanno o meno il diritto di conoscere).
Se proprio vogliamo, una diversa forma di fede ce l'hanno anche le persone che a un certo punto decide di seguire Daniel, capeggiate da questo Hugo (Colman Domingo), che non è migliore di Mr Bean nell'addestrare i suoi ("Uscite tutti" e poi questi aprono la porta perché se ne sono dimenticati o non hanno capito).
L'ultima parte del film, tuttavia, è ingolfata da troppe cose che succedono: proprio quando ti sembra di arrivare finalmente al termine degli inseguimenti e alla Rivelazione, ecco che questa si allunga tantissimo (per fare contenti tutti i complottari di Roswell e nessun altro). Per fare un conto che faccio abitualmente quando un film supera le due ore (e questo lo supera di 25 minuti, ma a volte il conto lo faccio anche quando non le supera), si poteva tagliare qualcosa? La risposta, salvo rarissime eccezioni, è sempre sì.
Concludendo, cosa mi è piaciuto: la regia (son belle le scene action, non tornano uguale per la plot armor, ma son belle), il cast (su tutti Emily Blunt trovo sia stata particolarmente brava, ma in generale a me sono piaciute le recitazioni, del resto hanno preso un premio Oscar e tre pluri-candidati a svariati premi).
Cosa non mi è piaciuto: la scrittura è terrificante (e per me è la cosa più importante in assoluto nel 95% dei casi) e la cgi è brutta tanto che me ne sono accorta persino io.
Dirò una cosa che non piacerà a nessuno: io le musiche di John Williams a fine film non me le ricordavo e non me le ricordo nemmeno adesso, chiedo perdono. Non erano brutte, eh, solo che non mi sono rimaste impresse, quindi non riesco a metterle né nella prima, né nella seconda categoria.
Giudizio: secondo me alla sufficienza ci arriva, dai, in sostanza confermo quello che ho detto uscita dalla sala: discreto ⭐⭐⭐