sabato 20 giugno 2026

Una buona scrittura serve anche a Spielberg: non ci siamo con l'osannato Disclosure Day

 "Spielberg è tornato!"

L'avete sentito dire anche voi, vero? Perché qualche commento dei critici l'avevo letto e sono entrata in sala a vedere Discolsure Day con ottime aspettative. Sono anche uscita con una sensazione abbastanza positiva, quella di aver visto un discreto action movie (più per la prima parte devo dire, che per l'ultima, in cui stavo anche cominciando a guardare l'ora chiedendomi per quanto lunga ancora l'avrebbe tirata il buon Steven).

Però...però...però...però...

Però è vero che ho passato parte del tempo in sala con mia sorella a indicarci le scene che non avevano senso e a riderne (a bassa voce, ricordiamocelo che di commenti al cinema se ne scambiano pochi e si bisbigliano, sennò con me non ci venite!). Purtroppo secondo i piani produttivi quella non era la reazione che dovevano suscitare quelle scene...


Ma torniamo indietro e procediamo con ordine, per quanto ce lo permetta la pellicola stessa perché la storia inizia in medias res (e penso sia la sola cosa veramente bella di questa sceneggiatura di David Koepp):

Il film inizia e non sappiamo che sta succedendo (era la stessa reazione che ha suscitato in me il trailer "uh, ganzo...ma di che si sta parlando?"). C'è uno zaino con dentro dei file e uno strano oggetto misterioso e ci vorrà un bel pezzo del primo tempo per arrivare a capire che cosa è che ha tentato di prendere Colin Firth (Noah Scanlon) a Josh O'Connor (Daniel), addirittura rapendogli la fidanzata (Jane), e questa cosa mi è piaciuta. Siamo gettati direttamente nel mistero e un pezzetto alla volta ci verrà ricostruito. Mentre Jane e Daniel scappano da questi agenti cattivi di questa agenzia di sicurezza (di cui Scanlon è il capo) che coopera con la Difesa del governo degli USA per tenere nascosta la VERITÀ (come nel migliore dei complotti sugli UFO), a un paio di stati di distanza i comportamenti di una meteorologa stanno causando preoccupazioni. Di punto in bianco Margaret (Emily Blunt) inizia a parlare lingue sconosciute e a leggere la mente delle persone e anche sulle sue tracce si mettono gli uomini di Scanlon.

L'inseguimento, dunque, è doppio. Peccato che gli uomini di questa temutissima Wardex sono stati addestrati da Mr Bean perché non ne fanno una giusta: cercano le loro prende muovendosi tutti nella stessa direzione e senza guardare al di là dei paraocchi, anche quando arrivano con un treno di vetture e quindi sarebbero in schiacciante superiorità numerica; sono armati fino ai denti ma sparano ai bersagli solo quando sono abbastanza lontani da non poterli prendere; si accorgono che qualcuno li manipola mentalmente ma lo lasciano fare. Ce ne è solo uno, poverino, più serio degli altri che alla fine del film giustamente si dimette e va a cercare un altro impiego perché alla Wardex davvero non sono abbastanza seri.


Ora, se spengiamo il cervello e smettiamo di ridere dei goffi tentativi degli agenti della Wardex, il film è divertente nella prima parte; le scene action sono spettacolari (non funzionano bene per quello che ho appena descritto, però sono divertenti da guardare, sono abbastanza veloci, inquadrature e riprese sono fighe, ci sono mezzi di trasporto che si schiantano in vari modi, non è male). La parte retta da Emily Blunt è comica, lo è il rapporto col fidanzato, è la parte leggera del film, mentre il rapporto fra Daniel e Jane si contrappone perché è fatto di tensione per due distinti motivi. Uno dei motivi è legato al controllo mentale che Scanlon a un certo punto prende su Jane e che mi regala delle inquadrature che mi hanno fatto più paura (sinceramente) di Backrooms; l'altro è sul non accordo sui due su cosa si deve fare con la VERITÀ sugli alieni.

E qui si arriva al punto peggiore della scrittura secondo me, perché appena Jane ha pronunciato le sue obiezioni la mia unica reazione è stata "No, non torna". Le argomentazioni non poggiano su nessuna logica (o comunque su una logica molto ristretta e parziale). Il punto secondo Jane, che incarna la posizione della Fede, è che se diamo al mondo la verità, la gente non la reggerebbe. 


Questo potrebbe anche essere vero, se mi fosse stato esposto sotto plurimi punti di vista: terrore, perdita di una posizione geocentrica, etc...ma si è scelto di assumere solo un punto di vista teologico, che però fa acqua da tutte le parti, prima di tutto perché prende in considerazione solo e soltanto la fede cristiana e poi perché parte da un assunto sbagliato: se ci sono gli alieni, non c'è più un dio perché le entità extra-terrestri lo sostituiscono. Come prego?

A parte che me lo fai proprio vedere che sono mortali anche loro, ma se qualcuno crede in un creatore dell'universo, allora anche loro grigini (e fatti uguali a sempre, non li cambiamo mai, per carità, ma facciamoli con una cgi migliore per piacere, che loro e quegli animaletti contrastano malissimo con tutto il resto che hanno attorno, per non parlare di quei cervi inquietanti che ti tornano a cercare anche negli incubi) saranno figliol di dio, no?

No, per Jane rubano il posto a dio. Ora, ammettendo che siano divinità (creatori, dunque, e non creati), una religione politeista forse non si farebbe tanti problemi e aggiungerebbe posti a tavola; le religioni monoteiste sarebbero in maggiore difficoltà, ma, come fedele, potresti pensare di aver finalmente identificato la divinità e aver avuto tutte le risposte. Solo se segui il filo del ragionamento di Jane dall'inizio alla fine allora entra in crisi tutta la Fede, perché di punto in bianco, per forza di cose, scopri che non c'è più un unico dio. Anche in questo modo, tuttavia, la visione è parziale e valida solo per una parte di persone. L'affermazione che il mondo non è pronto esclude automaticamente un sacco di persone a cui dei ragionamenti di Jane non importa, banalmente agli atei.

Io ci ho speso due ragionamenti (parziali anche i miei, eh, finalizzati solo a scrivere questa recensione) in più di Koepp, ma credo sia sufficiente a dimostrare che forse questo focus non andava preso se poi non lo si approfondiva per niente e serviva solo a dare due linee di pensiero diverse a Jane e a Daniel (che invece rappresenta la Conoscenza/Scienza e vuole che il mondo abbia contezza di tutto, che non resti all'oscuro perché una piccola oligarchia statunitense ha deciso cosa hanno o meno il diritto di conoscere).

Se proprio vogliamo, una diversa forma di fede ce l'hanno anche le persone che a un certo punto decide di seguire Daniel, capeggiate da questo Hugo (Colman Domingo), che non è migliore di Mr Bean nell'addestrare i suoi ("Uscite tutti" e poi questi aprono la porta perché se ne sono dimenticati o non hanno capito).

L'ultima parte del film, tuttavia, è ingolfata da troppe cose che succedono: proprio quando ti sembra di arrivare finalmente al termine degli inseguimenti e alla Rivelazione, ecco che questa si allunga tantissimo (per fare contenti tutti i complottari di Roswell e nessun altro). Per fare un conto che faccio abitualmente quando un film supera le due ore (e questo lo supera di 25 minuti, ma a volte il conto lo faccio anche quando non le supera), si poteva tagliare qualcosa? La risposta, salvo rarissime eccezioni, è sempre sì.

Concludendo, cosa mi è piaciuto: la regia (son belle le scene action, non tornano uguale per la plot armor, ma son belle), il cast (su tutti Emily Blunt trovo sia stata particolarmente brava, ma in generale a me sono piaciute le recitazioni, del resto hanno preso un premio Oscar e tre pluri-candidati a svariati premi).

Cosa non mi è piaciuto: la scrittura è terrificante (e per me è la cosa più importante in assoluto nel 95% dei casi) e la cgi è brutta tanto che me ne sono accorta persino io.

Dirò una cosa che non piacerà a nessuno: io le musiche di John Williams a fine film non me le ricordavo e non me le ricordo nemmeno adesso, chiedo perdono. Non erano brutte, eh, solo che non mi sono rimaste impresse, quindi non riesco a metterle né nella prima, né nella seconda categoria.

Giudizio: secondo me alla sufficienza ci arriva, dai, in sostanza confermo quello che ho detto uscita dalla sala: discreto ⭐⭐⭐

mercoledì 10 giugno 2026

Backrooms: ma che cosa sono andata a vedere?!

 Se avessi saputo che i film horror non fanno paura, probabilmente nella mia carriera cinefila ne avrei visti di più. 


Io non guardo horror, quasi mai. Probabilmente quelli che ho visto si contano sui palmi di due mani e sono dovuti a 3 possibili motivi: genitore 2 che non ha capito cosa può vedere una bambina e cosa no; candidatura a qualche premio; oppure, come in questo caso, ho il carnet in scadenza e mi devo accontentare di quel che passa il convento, poi, ok, è un fenomeno mondiale, è tratto da una creepypasta, okok, va bene, vado a vederlo.

Ho sempre avuto il terrore di vederli, li ho sempre evitati come la peste, ma guardando Backrooms io mi sono solo annoiata moltissimo.

Anzi, mi correggo, in questi 2 film, perché il primo e il secondo tempo non sono lo stesso film.

Clark (Chiwetel Ejiofor) ha un matrimonio fallito e sta fallendo anche il suo negozio di mobili d'occasione; va da una psicologa Mary (Renate Reinsve), che cerca di spronarlo attraverso il suo metodo, ossia trovare nuove vie che non ci portino sempre a ripetere gli stessi pattern di comportamento, quelli che la nostra mente sceglie in automatico perché a bassa resistenza, collaudati, sui quali siamo certi insomma (almeno il risultato di farci sopravvivere fino a oggi ce lo hanno portato). Nel negozio, dove ormai dorme anche, Clark nota problemi elettrici nel corso della notte e, indagando, scopre che può attraversare una parete e ritrovarsi in queste backrooms, questi non luoghi apparentemente simili a luoghi reali, uffici, corridoi, ma in realtà con tutti qualcosa di strano.

Questi luoghi-non luoghi che hanno un'estensione apparentemente infinita e si trovano in una dimensione diversa dovrebbero essere inquietanti e forse la creepypasta o i video che Kane Parsons ci ha realizzato sopra e che sono una serie su YouTube lo sono anche. Purtroppo Parson ora ci ha diretto un intero film e la cosa ha smesso di funzionare

Primo film: si vedono solo infinite riprese di lunghi corridoi in cui cammina il protagonista con due jump scare di numero. Praticamente l'inquietudine la fa solo la musica (chapeau, questo aspetto è molto ben riuscito), forse qualche ombra ogni tanto dietro un angolo. Ho passato il tempo a pensare a come era realizzato, gli espedienti narrativi usati, il possibile colpo di scena (mi ero fatta pure una mia teoria sui circuiti neuronali a bassa resistenza, poi in realtà la sceneggiatura se ne dimentica) e lo sketch di Panariello sugli horror che si applicava a tutte le scene. Insomma, ho avuto un sacco di tempo per pensare mentre sbadigliavo e non è un buon segno.

In questa parte si accennano ad alcune cose che la sceneggiatura poi dimenticherà di spiegarmi (o è voluto per un sequel?): persone (che non rivedrò), la scena iniziale (che non ho capito se era in relazione con il primo tempo o era un altro personaggio), questi circuiti neuronali di cui parlano tanto, più volte, poi non servono a niente (era più carina la mia idea).

Secondo film: l'unica cosa a cui ho pensato per tutto il secondo tempo è stata "ma nella testa di chi siamo finiti"? La seconda parte rinnega la prima, cambia il protagonista, butta in mezzo mille cose e alla fine del film non ho alcuna risposta su quello che è successo. Questo potrebbe essere anche un bell'effetto, ma mi sento presa in giro per quello che ho visto per tutto il primo tempo, che dura, dobbiamo dirlo, spropositatamente.

Capisco che già è un film di 110 minuti, capisco che se velocizzavamo o tagliavamo parti del primo tempo era un mediometraggio, capisco che deve essere stato divertente creare tutte quelle stanze e ormai me le vuoi far vedere, ma è proprio lento, noioso, privo di eventi. 

Insomma, per me è assolutamente un no. La regia non è stata neanche male, alcune scene sono riprese bene, c'è una certa cura per ombre ed effetti, anche quando sono volutamente mocumentary. Sospetto che ci ritroveremo una nomination agli Oscar per le scenografie, che sono davvero molto divertenti e che, almeno secondo me, citano anche Alice nel paese delle meraviglie; buon cast, ottimo sonoro. Pessimo ritmo, storia che forse non ho capito io dove andava o non capisco che è questo il suo buono.

Giudizio: ⭐⭐

domenica 3 maggio 2026

Unpopular opinion su I peccatori (Sinners): la scrittura è pessima, ma ha vinto il messaggio

Figliolo, se continui a danzare col diavolo un giorno lui ti seguirà a casa.

 Se un film ha il maggior numero di candidature agli Oscar di tutti i tempi (sedici! battendo di due nomination i precedenti guinness, Eva contro Eva, Titanic e La La Land - almeno per questo posso dire che erano troppe) e per di più si tratta di un horror, viene il dubbio che sia un po' sopravvalutato.


A quali premi Oscar è stato candidato: film, regia, attore protagonista, attrice non protagonista (Wunmi Mosaku), attore non protagonista (Lindo), sceneggiatura originale, fotografia, colonna sonora, scenografia, costumi, trucco-parrucco, effetti speciali, montaggio, sonoro, canzone (I Lied to You), casting.

In particolar modo, dopo aver visto I peccatori di Ryan Coogler, a me sembravano davvero fuori luogo le candidature a miglior film, migliore sceneggiatura originale e miglior attore protagonista. Su tutte le altre posso dire "ok, ci sta" oppure "ok, sorvolo". Delle quattro vittorie che poi ha riportato nel corso della notte del 15 marzo, la fotografia di Autumn Durald Arkapaw è sicuramente quella che mi ha colpito di più; posso capire la vittoria della colonna sonora di Ludwig Göransson (sì, è lui, quello che ha già vinto per Black Panther e Oppenheimer e che ha sostituito Hans Zimmer nel cuore di Nolan - oppure è meno impegnato - e che quindi ci ritroveremo ai prossimi premi per le musiche di Odissea, pronostico scontato). La scena centrale in cui Sammie "evoca" fin quasi a mescolare musica del passato e del futuro è molto interessante e divertente da guardare. Lo sarebbe anche la vampiresca versione di Rocky Road to Dublin, se non sembrasse così fuori luogo, totalmente avulsa dal contesto.

Diciamo che in qualche modo la vittoria di Michael B. Jordan "me l'accollo", non è la prima (e non sarà l'ultima) delle interpretazioni vincitrici che non mi hanno convinta, anche se davvero mi è sembrato abbastanza monoespressivo a questo giro - mi era piaciuto di più in Creed, se posso essere sincera - e in perenne posa da duro (sul finale diventa proprio una specie di Rambo, salvo poi concludere il suo arco narrativo come quello di Massimo Decimo Meridio).

Ma quello che proprio proprio proprio non mi va giù, è la sceneggiatura, scritta dallo stesso regista. E ora vi spiegherò perché. Andiamo per gradi.

Il film è un horror musicale (non ne avevo mai visto uno, ma non guardo il primo genere e guardo musical con grande parsimonia) che tratta la leggenda dei Griot, chiamati così in Africa Occidentale o Fili' in Irlanda (paese che torna anche nel principale antagonista) e Custodi del fuoco presso gli indiani Choctaw, spiriti richiamati dai cantori per guarire; ma il canto è così potente che può richiamare anche demoni.

Ci sono leggende su persone con il dono di suonare la musica in modo così vero da poter squarciare il velo tra la vita e la morte.

La storia si incentra su alcuni membri di una famiglia, schiavi in una piantagione di cotone: protagonisti sono questo giovane cantore, Sammie Moore, che suona la chitarra con enorme talento blues e i suoi cugini più grandi, gemelli, entrambi interpretati da Jordan (Stack e Smoke; per distinguerli, perché sono vestiti entrambi da gangster, uno ha gli accessori rossi, più leggero, e uno ha gli accessori blu, quello più cupo).

Smoke e Stack se ne sono andati dalla piantagione in Mississippi e sono diventati gangster a Chicago, dove hanno qualche guaio in sospeso, oltre che alcuni dolori che provengono dal passato. Tornano con, apparentemente, denaro illimitato in Mississippi per aprire un Juke Joint, un locale dove si suona, si balla, si gioca e si beve, radunano un gruppo di conoscenti perché lavorino con loro. Dovrebbe andare tutto per il meglio (circa), ma nella zona si aggirano delle entità vampiresche (fra cui l'irlandese Remmick) che gli renderanno la vita impossibile. La storia si ambienta tutta in un sabato, in meno di 24 ore, da quando iniziano a reclutare i lavoratori, fino all'alba della domenica.

Ma veniamo alla parte più divertente di questa recensione: l'elenco delle cose che non vanno nella scrittura.

1) Le battute non sono granché.

"Più passa il tempo e meno penso che voi ragazzetti facciate sul serio."

"Non c'è nessun ragazzetto qui."

"No, solo adulti. Con soldi da adulti."

"E proiettili da adulti."

Davvero? Questa era la sceneggiatura migliore? Questo dialogo sembra la caricatura dell'ispettore Callaghan. Più che da Jordan mi aspettavo di sentirlo dire da Jim Carrey.

Oppure, altro esempio: per mostrare che i fratelli si volevano bene era davvero necessario che si abbracciassero e se lo dicessero? Non lo so...potevamo capirlo da qualcos'altro magari, le dinamiche del film, aneddoti, gesti. No.

"Ti voglio bene."

"Anch'io."

Il discorsino dei vampiri prima dell'ultimo atto, annunciante il loro piano, è veramente brutto a livello di scrittura: ha lo stesso spessore di quello dei cattivi da manuale quando sfoderano il loro sorriso cinico e dichiarano che vogliono conquistare il mondo.

In molte occasioni il linguaggio è esplicitamente volgare.

2) La scrittura in generale. Avrei bisogno che qualcuno mi spiegasse l'utilità della scena del serpente dentro al carro nell'economia del film; in effetti di tutta la sequenza che precede l'inizio del reclutamento del gruppo di amici/lavoratori al Juke Joint, in considerazione del fatto che il film andrà a parare tutto da un'altra parte. A che mi serve questa parte lunghissima introduttiva? Per farmi vedere che i gemelli sono due duri? Ma mi hai appena mostrato la scena in cui minacciano con i proiettili il bianco che gli vende il capannone per il loro progetto. E mi hai anche messo nero su bianco che il tuo miglior modo di scrivere una scena di affetto fra fratelli è degna di un temino delle elementari.

I due sono duri, ma non senza scrupoli. Hanno lavorato per Al Capone, devono mantenere la faccia, ma poi invitano le ragazzine a cui chiedono di fare il palo a contrattare la paga e pagano le cure mediche agli stessi a cui sparano.

3) C'è troppa (troppa, troppa, ma proprio troppa) carne al fuoco: il blues, la maledizione della musica, religione vs dannazione derivante dal blues, la storia dei soprusi subiti dalle persone nere, il KKK, i gangster, i vampiri, figli persi, tragedie familiari, storie d'amore che non vanno, la questione dei meticci. Non è un pochino troppo per un horror? Per me finisce per andare molto fuori tema o in un senso o nell'altro: o porta troppe questioni morali in un film che vuol essere intrattenimento d'azione o esce dal focus sulla questione delle persone nere (perché parlarne attraverso un film sui vampiri? Ma che c'entra?). Troppi temi che allungano il film fino a due ore e un quarto, lo rallentano e distolgono dal punto principale: le abilità canore di Sammie, che attireranno il male.

Io penso francamente che il motivo per cui ha vinto la migliore sceneggiatura questa scrittura è che, rapidamente (perché ce ne sono troppe da trattare), tratta anche della questione razziale, il pericolo derivante dal KKK e dell'importanza del blues. All'Accademy fa ancora la differenza, come ogni tema sui diritti: è sempre la carta giusta con cui passare.

4) Le incongruenze:

I gemelli arrivano con una barca di soldi e spendono e spandono e, dopo mezza serata, stanno per andare in bancarotta. Fanno pagare troppo poco i drink? Sul serio? Neanche un bambino delle elementari farebbe un così pessimo uso delle proprie finanze.

Una delle scene più riuscite è l'introduzione del personaggio di Remmick, che si trascina presto con sé Bert e Joan. In questa scena, Remmick è inseguito da alcuni indiani Choctaw. Sembra che questa tribù conosca le entità a cui danno la caccia, ma si ritirano al tramonto e non si vedono più per tutto il film, quindi non capisco l'utilità di introdurli. Dare una veridicità alla leggenda? Farci capire che è solo accogliendo i vampiri esplicitamente che possono accedere a un luogo chiuso? Si capisce comunque dopo.

I vampiri, per farsi invitare a entrare, suonano le canzoncine. E noi li prendiamo anche sul serio. Ma il Diavolo si traveste da agnello, giusto?

Forse negli horror è prassi (si veda lo sketch di Panariello) ma i personaggi sono di un'ingenuità imbarazzante. Come è ovvio, la prima a fare il passo falso lo è più degli altri. Ci sono tre sconosciuti che ti fanno discorsi strani, mi dici che aspetti a scappare?

"Volevo vedere se foste brave persone."

"Lo siamo davvero."

Non devo stupirmene? Va bene, non me ne stupirò, ma anche a seguire, quando un personaggio si comporta in modo palesemente alterato, non desta il minimo sospetto malgrado si siano tutti appena accorti del problema vampiresco.

Avendo già trattato la sceneggiatura, resta da dire che il film entra nel vivo dopo un'ora e che nel frattempo mi ha annoiata non poco (e l'ho pure visto due volte...). Non è un horror spaventoso o splatter (o non lo avrei visto). Dal punto di vista tecnico è molto buono (musica, fotografia, sonoro...) e ha un bel cast, anche se l'interpretazione migliore, a mio avviso, non è quella dei protagonisti gemelli, ma quella di Delroy Lindo.

Giudizio: Ruffiano ⭐⭐

Nota bene: il film ha non una, ma ben due scene post credit!

venerdì 13 marzo 2026

Joachim Trier mi piace molto alla sceneggiatura, ma non alla regia: Sentimental Value

 Sentimental Value, già miglior film in lingua straniera ai BAFTA e Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes, di Joachim Trier era uno dei film che attendevo di più in questa stagione di premi. Avevo già visto l'accoppiata norvegese regista-attrice protagonista (Renate Reinsve) in La persona peggiore del mondo, che mi era piaciuto, malgrado la spiccata antipatia del personaggio scritto per la Reinsve. 

Come nel 2022 la sceneggiatura originale è scritta a quattro mani dal regista e da Eskil Vogt e, nuovamente, è candidata al premio Oscar. Se La persona peggiore del mondo era candidato anche a miglior film straniero, quest'anno Sentimental Value è in lizza anche per miglior film, regista, montaggio e interpreti, sia protagonista (Reinsve), sia non protagonisti (Stellan Skarsgard, Elle Fanning, Ibsdotter Lilleaas), per un totale di 9 candidature.


La storia è quella di una famiglia, intesa come padre, figlie e anche casa. È proprio con la metafora della casa, che ha una crepa, che viene introdotto questo nucleo familiare (ma principalmente la figura della figlia maggiore) in cui Nora e Agnes (Lilleaas) attraversano la separazione dei genitori, l'abbandono del padre, regista acclamato e impegnato, e infine il lutto per la madre. A seguito di questa perdita, si riaffaccia nelle vite delle due giovani donne proprio Gustav (Skarsgard), che ha scritto per la figlia Nora, attrice di teatro, una sceneggiatura e che la vorrebbe protagonista del proprio film. 

Il padre antepone il lavoro (e forse anche la propria identità culturale, poiché è svedese e lascia le figlie in Norvegia con la madre) al rapporto con le figlie e non è in grado di comunicare con loro le proprie emozioni e il proprio affetto. L'unico linguaggio di quest'uomo è quello artistico, quello del proprio lavoro: il cinema. Riesce a entrare in connessione con le figlie o il nipote solo attraverso questo mezzo.

Nora, che è stata in grado di proteggere la sorella dai traumi familiari restando una figura di riferimento e certezza per Agnes, ma che invece non è riuscita a sanare la propria di crepa, rifiuta anche di leggere la sceneggiatura. Capiremo solo alla fine del film qual era forse l'intento di Gustav nel scrivere quella storia e lo capirà anche lui, probabilmente, solo dopo aver cercato una sostituta della figlia nella giovane attrice americana interpretata da Elle Fanning.

Parallelamente alla storia della famiglia, la casa è anche il fulcro del film che Gustav cerca di girare e ci permette di compiere una riflessione anche sul mondo delle arti visive: Nora si alterna fra teatro e televisione, Gustav concepisce come forma di espressione solo il cinema, che tuttavia nel mondo moderno deve piegarsi ad altre logiche rispetto a quelle che conosceva quando era all'apice della fama.

Al di là di essermi totalmente riconosciuta in Nora, che pure è abbastanza antipatica come (o un po' meno) lo era Julie in La persona peggiore del mondo, la storia mi è piaciuta moltissimo e affronta il tema degli abbandoni, del prendersi cura e dei modi in cui si può concepire la famiglia e le relazioni familiari da molteplici punti di vista.

Il cast è molto bravo, soprattutto, a mio modo di vedere, Stellan Skarsgard, che in effetti ha già vinto il Golden Globes come miglior attore non protagonista (ai Globes il film aveva le stesse candidature che ha agli Oscar, a eccezione del montaggio). Mi è piaciuta anche Fanning, che in un primo momento mi aveva ricordato tantissimo il personaggio di Ashleigh in Un giorno di pioggia a New York e che poi invece, grazie a un ottimo lavoro di scrittura, lascia intravedere una professionista sensibile, man mano che entra nel personaggio creato da Gustav e approfondisce anche il rapporto col regista.

La scrittura mi è piaciuta per il modo in cui sbuccia lentamente i personaggi e ce li fa focalizzare un po' alla volta, da uno sguardo superficiale alla loro interezza. Quello che non mi è piaciuto, per gusto personale, è la regia: comprendo assecondi questa progressiva intimità coi personaggi, con un linguaggio che segue il disvelarsi graduale degli indizi e che si soffermi, proprio per indagare la psicologia dei personaggi, ma per me rimane molto lenta nel ritmo (il film dura 133 minuti, che per me sono già troppi a prescindere, ma ne ho percepiti pure di più), con scene lunghe, primissimi piani e una macchina spesso in movimento, che esteticamente non mi piace.

Giudizio: storia bella, ma scritta ancora meglio ⭐⭐⭐

domenica 1 marzo 2026

Elaborare il lutto scrivendo la più grande tragedia di tutti i tempi: Hemnet

Disclaimer: Non ritengo di fare spoiler se parlo del nucleo centrale di questo film, siamo d'accordo? Si comprende perfettamente dal trailer quale tragedia colpisce William (Paul Mescal) e Agnes (Jessey Buckey). In ogni caso, vi ho avvisato. Secondo me, anzi, è un po' un peccato che il trailer sia stato tanto rivelatore, perché nel film ci sono tante scene che sono premonitrici di quello che deve accadere che perdono senso nel momento in cui lo spettatore lo sa già in partenza.


Che cos'è il lutto?

Come lo rappresenti al cinema?

Ma soprattutto, come si elabora? Come si supera?

In realtà non sempre si supera, soprattutto quando la perdita è quella di un figlio, anche se vivi in un tempo in cui la mortalità infantile è altissima e circola periodicamente la peste.

Che cos'è Hemnet? È l'adattamento, co-scritto proprio con l'autrice e diretto da Chloé Zhao, de Nel nome del figlio. Hemnet di Maggie O'Farrell.

L'idea originale e romanzata (e lo chiarisce subito modificando il nome storicamente conosciuto di Anne Hathaway in Agnes) dell'autrice è che la nascita della tragedia di Amleto sia da ricercarsi in una vicenda familiare proprio del poeta. Di più: la scrittura e la messa in scena diventa per Shakespeare (e persino per sua moglie) il solo modo di elaborare la perdita, permettere a quel lutto, a quel fantasma in attesa dentro la propria mente di trovare una collocazione, una fisicità, una rappresentazione. 

Questo è tanto più necessario per il personaggio di William Shakespeare, che è estremamente chiuso in sé stesso. Tuttavia anche Agnes, che nelle storie trova la lettura dell'esistenza (di fatto il rapporto col marito inizia così e lei stessa le usa per spiegare la morte ai figli), la rappresentazione diventa cruciale.

Il film parte dall'inizio della storia della coppia e contestualizza la tragedia che verrà illustrandoci da dove vengono i due protagonisti, chi sono le loro famiglie di origine e chi sono loro come persone.

William veniva picchiato dal padre, Agnes perde da piccola la madre da cui aveva imparato tutto quello che sa in fatto di rimedi naturali. La connessione della donna con la Natura, con la terra soprattutto, è molto intensa e, di fatto, ci viene rappresentata come una strega.

Mi è piaciuto come sono stati usati i colori anche dei loro costumi per distinguerli come caratteri e come mondi di appartenenza (anche se probabilmente in epoca Tudor il rosso sarebbe stato un po' troppo costoso per Agnes. I costumisti dovevano saperlo, quindi solo pochi elementi sono davvero rossi, sfumando verso arancio o marrone e virando completamente con il lutto).

Il film non mi ha convinta del tutto per quel che riguarda le scelte registiche di Zhao (non capisco la necessità di alcune scene, che finiscono per darmi informazioni ridondanti, non capisco le interruzioni brusche delle scene che mi hanno dato più volte la sensazione "fine primo tempo"); d'altro canto ha alcune inquadrature (quelle fisse) che ho trovato molto belle.

Esteticamente è curato, con una buona fotografia e una colonna sonora stupenda, e il ritmo è abbastanza tenuto, forse un pochino lento all'inizio, ma giustificabile con la necessità di farmi entrare in quel tempo e, soprattutto, nel mondo di Agnes.

La parte centrale, della malattia della figlia più piccola, col fratello Hemnet che si offre al suo posto per lasciarla vivere, e la successiva parte in cui i genitori devono affrontare questa perdita, troppo più grande di loro, sono molto intense. Non è stato così straziante come avevo letto in giro, ma toccante e soprattutto raccontata in modo poetico, bello.

Per me l'ultima parte del film, quella ambientata in un piccolo Globe ricostruito, è il nucleo vero del film, risoluzione e chiave di lettura, chiusura (rispetto all'inizio della storia di Will e Agnes) e forse quadratura di un cerchio (nel cercare un modo di affrontare l'impossibile).

Relativamente ai personaggi, in buona sostanza esistono solo i due protagonisti. Tanto è curata la descrizione dei loro caratteri, tanto poco lo sono i personaggi secondari, che svolgono ruoli precisi e nient'altro. Entrano ed escono dalla scena e dai dialoghi in base alla funzione da svolgere. Fanno eccezione, almeno in parte, Hemnet, il cui modo di essere, inclinazioni e sentimenti sono mostrati, anche per spiegare cosa sta per succedere, e la madre di William (interpretata da una brava Emily Watson).

Jessie Buckley è stata molto brava (ed è candidata all'Oscar come miglior attrice protagonista; il film in effetti di candidature ne ha 8 totali, andandosi ad aggiungere quelle per film, regia, sceneggiatura non originale, casting, fotografia, colonna sonora, costumi), ma a me devo dire che è piaciuto soprattutto Paul Mescal, che in una scena in particolare riesce a mostrare davvero l'anima tormentata di un introverso e di un poeta, che soffre nel non riuscire a far uscire quello che ha dentro.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

martedì 27 gennaio 2026

Norimberga è un film sul più grande processo internazionale a crimini di guerra...molto americano

 Norimberga, scritto, diretto e prodotto da James Vanderbilt, alla seconda prova di regia, ma sceneggiatore di numerosi film (fra cui Zodiac o la serie di Amazing Spiderman) esce oltre un mese prima del Giorno della Memoria in Italia (e quasi tre mesi prima in America), ma è un film che ha molto a che tutto a che fare con la Shoah.

Adattando il romanzo Il nazista e lo psichiatra, il film ci racconta due filoni di vicende che vertono sulla figura di Hermann Göring, il cui arresto al termine della Seconda Guerra Mondiale apre il film.


Da un lato abbiamo le difficoltà del giudice americano Robert Houghwout Jackson (Michael Shannon) e del collega britannico David Maxwell Fyfe (Richard E. Grant), che propone di processare, da parte di un Tribunale militare internazionale che avessi membri di ogni nazione vincitrice, i gerarchi nazisti superstiti per crimini di guerra. Si tratta del primo processo di questo genere, considerando che il diritto internazionale non esisteva affatto.

Nel film, hanno la parte da leone i giudici americano e inglese, che ritengono che per vincere la causa sia indispensabile far crollare Göring, facendogli ammettere che era a conoscenza di quello che stava accadendo nei campi sotto il controllo della Germania.

Dall'altro lato abbiamo la sfida del protagonista, lo psichiatra di belle speranze e di modi freschi, nuovi, entusiasti, Douglas Kelley (Rami Malek), che ha il compito di analizzare il comportamento di (e tenere in vita) tutti i detenuti che dovranno affrontare il processo. L'ingrato compito è quello di entrare nella mente di persone apparentemente normali, con le loro paure, idiosincrasie, pregiudizi  radicati e di capire come sia stato possibile che nella banalità (per citare Hannah Arendt) di queste esistenze albergasse il consenso alle più atroci nefandezze che nei campi di sterminio furono perpretate.

E poi c'è lui. Göring. Il personaggio interpretato da Russell Crowe, che nulla ha di banale, giganteggia, divenendo il centro di tutta la storia, di tutti i personaggi che dipendono dalla sua figura (chi per un motivo, chi per l'altro) e verso cui convergono gli sforzi - inizialmente non congiunti - di Kelley e Jackson. Imperscrutabile, inaccessibile, dalla volontà indomabile ed estremamente scaltro, è la chiave d'accesso all'ideologia nazista, l'ultima rimasta per capire cosa è potuto succedere, silenziosamente, ma sotto la consapevolezza di tutti, in Germania. Non solo, è un personaggio estremamente carismatico, tanto da esercitare un potere silenzioso anche sui compagni di processo e da influenzare per sempre la vita di Douglas Kelley.

Il film (un po' lungo, ben 148 minuti), che non ha la grandezza di un La zona di interesse, che aveva un punto di vista originale (e agghiacciante), o la capacità di emozionare di uno Schindler's List, ha una struttura classica, un punto di vista incentrato sui personaggi americani (e una morale totalmente americana), non innova, non aggiunge, ma ci mostra l'interessante aspetto legale dietro il processo di Norimberga e anche alcune immagini orribili provenienti dai campi. Il tono, la messa in scena, le scenografie, anche le interpretazioni sono misurate; spiccano per brio Rami Malek e per intensità e convinzione Russel Crowe.

Giudizio: nel complesso un film interessante e fatto abbastanza bene ⭐⭐ 3/4

venerdì 16 gennaio 2026

La dolcezza e le lezioni di vita della metafisica dei tubi

Amélie Nothomb è una scrittrice belga di cui avevo letto ogni tanto nel Bookstagram, ma la trama dei suoi libri non mi aveva mai incuriosita abbastanza da spingermi a prenderne uno.

Non sapevo che il film d'animazione uscito in Italia col nome La Piccola Amélie fosse tratto dal suo romanzo La metafisica dei tubi finché non ho visto in sala il titolo originale del film, Amélie et la Métaphysique des Tubes, all'inizio della proiezione.

In effetti, come sempre, non sapevo cosa stavo andando a guardare. Non avevo visto trailer, ma avevo intravisto qualche immagine sui social, accompagnata da quel genere di frasi sdolcinate che di solito non mi spingono a vedere proprio un bel niente, ma soprattutto (unico motivo per cui stavo andando a cercarlo in una sala di Palermo) sapevo che era candidato come lungometraggio d'animazione ai Golden Globes 2026.


La storia racconta i primissimi anni della vita di Amélie ed è, immagino, autobiografico o parzialmente autobiografico.

La bambina del film nasce in Giappone (dove il padre è console per il Belgio) e trascorre i primi due anni di vita in uno stato "vegetale", senza contatti con il mondo, nemmeno con la famiglia, finché non giunge un terremoto. Sentiamo il racconto con la sua voce, che ci spiega che la sua è la genesi di Dio (perfetta sintesi del punto di vista di un bambino). A quel punto Amélie si "risveglia" e prende contatti con la realtà, sebbene in un modo animalesco e aggressivo, fino a che nel quadro familiare, composto dai genitori e dal fratello e la sorella maggiori, non giungono due figure nuove: la nonna (da parte di padre) e la collaboratrice domestica, Nishio-san. A poco a poco si struttura la vita e la personalità di una bambina molto speciale, ma che dovrà fare i conti con alcune perdite e difficoltà nel suo mondo emotivo. Il rapporto che struttura con gli altri membri della famiglia, in particolare con la nonna, ma soprattutto con Nishio-san, è il focus della storia.

Amélie et la Métaphysique des Tubes è un film più complesso di quello che sembra dai colori sgargianti, saturi e quasi improbabili dei disegni, dal loro richiamare un anime, dal target apparentemente infantile. Il pubblico della sala in cui mi trovavo era misto, fatto di famiglie con bambini piccoli e adulti; alla fine della proiezione i bambini si erano divertiti, avevano riso per gli elementi giocosi e buffi che un film con protagonista una bambina porta, ma noi adulti eravamo in lacrime. Il testo del film si presta a più livelli di lettura, alcuni da far sedimentare prima di capire del tutto il loro messaggio.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2