Norimberga, scritto, diretto e prodotto da James Vanderbilt, alla seconda prova di regia, ma sceneggiatore di numerosi film (fra cui Zodiac o la serie di Amazing Spiderman) esce oltre un mese prima del Giorno della Memoria in Italia (e quasi tre mesi prima in America), ma è un film che ha molto a che tutto a che fare con la Shoah.
Adattando il romanzo Il nazista e lo psichiatra, il film ci racconta due filoni di vicende che vertono sulla figura di Hermann Göring, il cui arresto al termine della Seconda Guerra Mondiale apre il film.
Da un lato abbiamo le difficoltà del giudice americano Robert Houghwout Jackson (Michael Shannon) e del collega britannico David Maxwell Fyfe (Richard E. Grant), che propone di processare, da parte di un Tribunale militare internazionale che avessi membri di ogni nazione vincitrice, i gerarchi nazisti superstiti per crimini di guerra. Si tratta del primo processo di questo genere, considerando che il diritto internazionale non esisteva affatto.
Nel film, hanno la parte da leone i giudici americano e inglese, che ritengono che per vincere la causa sia indispensabile far crollare Göring, facendogli ammettere che era a conoscenza di quello che stava accadendo nei campi sotto il controllo della Germania.
Dall'altro lato abbiamo la sfida del protagonista, lo psichiatra di belle speranze e di modi freschi, nuovi, entusiasti, Douglas Kelley (Rami Malek), che ha il compito di analizzare il comportamento di (e tenere in vita) tutti i detenuti che dovranno affrontare il processo. L'ingrato compito è quello di entrare nella mente di persone apparentemente normali, con le loro paure, idiosincrasie, pregiudizi radicati e di capire come sia stato possibile che nella banalità (per citare Hannah Arendt) di queste esistenze albergasse il consenso alle più atroci nefandezze che nei campi di sterminio furono perpretate.
E poi c'è lui. Göring. Il personaggio interpretato da Russell Crowe, che nulla ha di banale, giganteggia, divenendo il centro di tutta la storia, di tutti i personaggi che dipendono dalla sua figura (chi per un motivo, chi per l'altro) e verso cui convergono gli sforzi - inizialmente non congiunti - di Kelley e Jackson. Imperscrutabile, inaccessibile, dalla volontà indomabile ed estremamente scaltro, è la chiave d'accesso all'ideologia nazista, l'ultima rimasta per capire cosa è potuto succedere, silenziosamente, ma sotto la consapevolezza di tutti, in Germania. Non solo, è un personaggio estremamente carismatico, tanto da esercitare un potere silenzioso anche sui compagni di processo e da influenzare per sempre la vita di Douglas Kelley.
Il film (un po' lungo, ben 148 minuti), che non ha la grandezza di un La zona di interesse, che aveva un punto di vista originale (e agghiacciante), o la capacità di emozionare di uno Schindler's List, ha una struttura classica, un punto di vista incentrato sui personaggi americani (e una morale totalmente americana), non innova, non aggiunge, ma ci mostra l'interessante aspetto legale dietro il processo di Norimberga e anche alcune immagini orribili provenienti dai campi. Il tono, la messa in scena, le scenografie, anche le interpretazioni sono misurate; spiccano per brio Rami Malek e per intensità e convinzione Russel Crowe.
Giudizio: nel complesso un film interessante e fatto abbastanza bene ⭐⭐ 3/4


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