domenica 19 luglio 2026

Nolan ci svela il segreto per cui Ulisse ha tanto tardato a tornare a Itaca: Odissea

 Dalla notte dei tempi ci chiediamo perché Ulisse ci ha messo 10 anni a tornare a Itaca.

E Nolan ci dà la sua versione dei fatti.


Il film più atteso dell'anno (almeno da me), Odissea di Cristopher Nolan dura quasi tre ore e può essere raccontato da tanti punti di vista, perché di temi ne tratta molti.

Avete presente quando il racconto di una festa al mattino dopo è diverso a seconda di quale partecipante te la descrive?

Sarà così anche per questo film: ognuno te lo racconterà a suo modo, da chi ti parlerà della guerra e dei suoi effetti a chi si concentrerà sul linguaggio con cui i personaggi parlano tra sé o del loro mondo.

Così anche io ti racconterò qual è stata la mia esperienza con la mia prima visione di Odissea (perché non vedo l'ora di rivederlo in IMAX).

Dunque partiamo da qui, da uno dei motivi principali per cui il pubblico attendeva questa pellicola: la parte visiva, la spettacolarità dei paesaggi, delle riprese, della luce, degli effetti visivi esclusivamente pratici. Questa è la prima pellicola al mondo girata interamente su pellicola 70 mm (sappiamo che Nolan è amante dei sistemi analogici) e con la tecnologia IMAX, realizzando un'armatura che scherma il rumore della pellicola che ruota per permettere di registrare anche il sonoro, anche a costo di usare degli specchi perché gli attori si guardassero negli occhi mentre parlavano con la scatolona della macchina da presa in mezzo. Questo film è quello con la maggiore qualità delle immagini mai girato al mondo. In Italia non possiamo neanche vederlo "puro" perché non esistono sale cinematografiche che lo consentano (ce ne sono una manciata in Europa).

Ho visto il film in una sala modesta e con uno schermo non così grande, ma alcune immagini sono state bellissime da vedere anche così. Mi sto già pregustando la spiaggia di Calipso o le brume mattutine e quei cieli bellissimi che fanno da sfondo ad alcune scene o la spettacolare sequenza nel bosco dei Lestrigoni sullo schermo molto più grande e prestante della sala IMAX a Campi Bisenzio.

Se posso trovare un difettuccio: certe scene di combattimento non sono chiarissime, soprattutto quelle finali, ma potrei ricredermi con la seconda visione, chissà...

Oltre a questo, la lunghezza è tanta e anche se ogni scena è necessaria e il ritmo è giusto, mai lento anche nell'alternarsi di momenti di maggiore azione e di elaborazione, in alcuni punti ho sentito un po' di stanchezza. E, devo dire, a me la colonna sonora di Goransson non ha entusiasmato.


Per quanto riguarda la storia, la conosciamo tutti dai tempi della scuola (e lo darò per scontato, senza dire troppo, ma senza considerare che le avventure di Ulisse siano spoiler), ma come sceglie di raccontarla Nolan, che la storia la scrive oltre a dirigerla e produrla?

L'enorme poema di Omero è stato adattato senza troppi stravolgimenti, ma prestandosi per affrontare molti temi. I tagli alla storia sono stati necessari per forza di cose, ma ragionati e quello che resta è funzionale al racconto, che segue comunque la cronologia dei libri, pur con alcuni flashback, dosati per raccontarti la fine della guerra di Troia e il famoso inganno del Cavallo in un preciso modo. Anche le sequenze iconiche, come quella di Polifemo, sono adattate nella narrazione e nel design. Il ciclope così concepito è molto bello visivamente e ce lo rende mostruoso ma non cartoonesco, più drammatico e più adatto al tono del film che non nelle classiche sembianze e nel canonico scambio di battute. Non è una trasposizione pedissequa delle sequenze del poema quella che porta Nolan; è una reinterpretazione con un fine preciso, ma che non snatura l'opera.

Uno dei punti di forza del cinema del regista è l'ordine che sceglie per presentarci la storia e, anche in questo caso, è stata la cosa che ho in assoluto preferito, esattamente come in Oppenheimer. A questo scopo anche il montaggio è stato efficacissimo.

Ad aprire il film, è un cantore nero. 

(Apro la parentesi per dire ormai anche la mia sulla polemica relativa alla scelta degli attori. Come ormai siamo abituati a vedere e come è politicamente necessario per la partecipazione ai premi, il cast è multietnico e a me non ha cambiato molto, son sincera. Potreste darmi di ipocrita perché ho gridato allo scandalo quando hanno scelto Margot Robbie - che pur trovo bella e brava - per interpretare Catherine e stavolta accetto senza battere ciglio una Elena nera. Secondo me la differenza sta nel fatto che i personaggi omerici non avevano tratti fisici che riflettevano la loro essenza, salvo Aiace o magari Achille, mentre le forme esili e nervose di Catherine contribuiscono a definirla (nel carattere e nel suo destino; in Cime tempestose l'aspetto dei personaggi e dell'ambiente sono essi stessi mezzo del racconto, contribuiscono integralmente). Accetto, per esempio, un Cyrano che anziché un brutto naso ha un'altra cosiddetta deformità, perché non importa qual è che lo convince che non può meritare l'amore di Roxane; il nanismo di Peter Dinklage è funzionale tanto quanto il nasone originario. Così come potrei accettare un Aiace Telamonio nativo americano purché gigantesco, ma mai un fisico esile, ancorché bianco. Altra polemica è nata per l'Achille che doveva essere interpretato da Elliot Page. Ebbene è stata la più sterile delle polemiche poiché nel film Achille non c'è e l'attore interpreta tutto un altro ruolo in cui è stato molto bravo. Vi siete scannati anzitempo per niente insomma.)

Musa, quell'uom di multiforme ingegno
Dimmi, che molto errò, poich'ebbe a terra
Gittate d'Ilïon le sacre torri

Come nei primi libri dell'Odissea, la Telemachia, Nolan inquadra la situazione a Itaca: l'impotenza di Telemaco davanti ai pretendenti che invadono il palazzo e che chiedono che la moglie del re scelga un nuovo marito, lo sforzo di Penelope di resistere e prendere tempo, tanto Ulisse tornerà...Ulisse tornerà...ma Ulisse non torna e manca da casa da quasi vent'anni. Otto ne sono già passati da quando è finita la Guerra di Troia e giungono voci che gli altri eroi abbiano già fatto ritorno a casa. Non preso in considerazione nemmeno dalla madre, che nel figlio vede ancora un bambino da proteggere e senza la sua esperienza nel regnare, Telemaco parte per Sparta in cerca di notizie del padre.

Ma cosa trattiene Ulisse?

Ulisse tentenna in questo rientro. Lo vediamo alla partenza delle navi da Troia, dopo la vittoria, dopo che il trucco del Cavallo che lui ha escogitato ha consegnato ad Agamennone quello che voleva, ciò per cui partirono le armate achee.

Ah, Agamennone. Anche il suo elmo, il primo elemento rilasciato nella prima locandina condivisa di questo progetto, scatenò un putiferio per l'eccessiva modernità del design; eppure è un elemento azzeccatissimo e funzionale (ancora una volta uso questa parola per descrivere le scelte - spesso discusse - del regista). Le apparizioni del personaggio sono quasi esclusivamente con l'armatura. Il volto lo intravediamo appena. L'armatura è rimossa solo tra le mura domestiche, esponendo finalmente la fragile figura di uomo, che per tutto il resto del tempo, con addosso quell'elmo e quell'imponente armatura lucida, come un Darth Vader, incute terrore (lo stesso scopo del travestimento di Batman) e trasmette troneggiando la potenza, il comando, la minaccia, la vendetta a cui sarebbe andato incontro chiunque l'avesse ostacolato nei suoi piani di espansione che hanno preteso il sacrificio più grande.

Mi piace tutto della scrittura del film? No...

Ci sono scene in cui si spiega troppo: Eumeo che dice "scaltro" di Ulisse, Penelope commenta l'orrore del sacrificio di Ifigenia, ma non ne ho bisogno per capire queste informazioni; saranno sufficienti le gesta di Ulisse come lo è il volto pietrificato dall'orrore di Anne Hataway a farmi arrivare la furbizia del primo e la scelta drammatica e folle del gesto.

A queste si contrappongono tuttavia scene di pura sintesi visiva: Ulisse che fissa un'armatura vuota sulla spiaggia di Troia, tenendo in mano un piccolo oggetto mi comunica subito chi non ce l'ha fatta o l'effetto del canto delle sirene lo vediamo dal volto di Ulisse (in generale Matt Damon ha dato una buona prova, ma non la mia preferita tra quelle del cast), così come le espressioni sui volti dei suoi uomini mi restituiscono terrore o raccapriccio all'incontro con i mostri. Ancora, le cicatrici sul volto espressivissimo di Lupita Nyong'o e sul corpo di Elena, ricucita come il Mostro di Frankestein, sono più eloquenti di uno spiegone nel raccontarmi quale pena le è stata inferta per la sua infedeltà. Quanto è stata criticata la scelta di questa attrice, già premio Oscar dodici anni fa. Eppure le scene in cui compare Elena possono essere così sintetiche proprio per le capacità espressive di questa attrice, così intensa da trasmettere orrore, paura, rabbia o dolore con un solo sguardo. Pochi istanti a schermo in cui l'ho amata, per me da brivido (e da bis).

E non è la sola attrice stupenda in questa pellicola. Parliamo di attrici e dei loro ruoli (e forse di un certo riscatto di Nolan nello scrivere i personaggi femminili) e in generale di performance.

Il cast è di enorme livello e si dice che solo Pattinson abbia voluto leggere il copione prima di accettare, poiché il nome di Nolan è già sufficiente per convincere gli interpreti a firmare un contratto.

Anne Hataway è l'attrice con più minutaggio e il ruolo più importante fra quelli femminili: una donna matura, ancora innamorata del marito, resa dura dagli anni di solitudine e difficoltà da affrontare per tenere testa da sola a una società maschile che la sorveglia e vuole strapparle il potere. Come donna non potrà far fronte ai pericoli esterni: un pericolo che viene dal mare e a cui si accenna, seminando indizi, nel corso di tutto il film per svelarci in fondo di cosa si tratta. Hataway è stata maestosa, ma in certi momenti forse anche troppo calcata per me.

Penelope non cerca un marito. Vuole Ulisse.
Jean-Pierre Vernant

Tra gli attori maschili, devo dire che Robert Pattinson è quello che ho preferito e negli ultimi anni sta dando buone prove delle sue capacità; qui indossa un ruolo antitetico rispetto all'eroe lunare e muscoloso del Batman nel film di Matt Reeves. Antinoo è vile e ipocrita, il classico cattivo che sa di non avere grandi capacità o forza, ma è abbastanza furbo da agire nell'ombra per perseguire i suoi intenti. In generale questi proci sono dipinti con una spregevolezza abbastanza fine a sé stessa e mi dispiace un po' per questo appiattimento. Con Antinoo si scende un po' più nel dettaglio e apprezzo che Nolan ci sia riuscito con poche scene. Ad esempio, in una breve scena di caccia la scrittura economizza più informazioni: la bravura, il coraggio, ma anche il senso di giustizia di Ulisse, l'ammirazione che Antinoo ha per l'eroe, la lealtà di Argo (un po' trascurato secondo me nella costruzione del suo legame al padrone), la cicatrice sul piede che permetterà a Euriclea di riconoscere il padrone molti anni dopo. Il tempo è usato davvero bene.

Sicuramente nel ruolo più intenso e con l'interpretazione più riuscita in cui l'ho visto è anche Tom Holland, che finora non avevo mai apprezzato particolarmente. Telemaco, giustamente, non è rappresentato come un uomo maturo, ma neppure come un ragazzo: è un giovane uomo dibattuto fra la voglia di trovare il padre mai conosciuto e un latente desiderio di prendere il trono quello che parte per Sparta, tra speranze e preoccupazioni.

A Sparta trova un Menelao risoluto, energico, di nuovo a capo di un regno e di una casa, finalmente vendicatosi di Elena e di Paride, ma che sconta anche lui il prezzo di quella guerra e le conseguenze (come la morte del fratello, la vendetta di Clitemnestra per il sacrificio della figlia). Così come Elena porta il peso di essere stata la causa scatenante di una guerra a cui è sopravvissuta e chiede a Telemaco di scusarsi con sua madre per quanto avvenuto in suo nome e che ha consumato vite e anni. In suo nome, dice, perché è ben specificato fin da subito che il motivo vero era la convenienza economica e politica per Agamennone e che il motivo per cui hanno aderito gli altri Greci non era la necessità di pagare l'affronto nemico a Menelao o alla Grecia, ma la paura delle ripercussioni del fratello qualora non avessero preso parte alla spedizione.

Quella maledetta guerra...

Quel conflitto terribile e logorante che non ci è mostrato per i suoi dieci anni, né per gli eventi dell'Iliade, ma solo nel suo esito finale e nelle sue conseguenze soprattutto, i suoi lunghi strascichi, raccontati per tutto il film e su tutti i protagonisti sopravvissuti che ne sono stati toccati (c'è tanto di psicologico - e non solo - in questo film, ma non voglio dire di più perché a tale proposito c'è una sorpresa del regista, proprio alla fine) e che ne restano tormentati, anche ormai molto lontani dal luogo e dal tempo di una guerra che ha cambiato tutto per sempre.

Lo spettatore la vede dal solo punto di vista degli Achei: l'attesa sulla spiaggia, le gesta dei soldati, le navi che partono per fare ritorno. I protagonisti troaini (Paride, Ettore, Priamo, Adromaca, Astianatte) non sono né inquadrati, né nominati mai (nemmeno la maggior parte degli Achei è identificata, non ci sono i due Aiace, non ci sono Patroclo, Achille, Diomede, perché questo film non racconta né l'Iliade, né l'intera guerra e, soprattutto, questa non è la storia di chi è morto a Troia, ma di chi è sopravvissuto). Sono donne senza volto e soldati nascosti dietro anonime armature ed elmi bianchi quelli massacrati dopo l'ingresso dell'esercito nella città per mezzo del Cavallo. Non proviamo empatia per queste figure sconosciute, ma in generale il film ci dice che in guerra non c'è tempo di provare pena per i morti: questa è rimandata a un altro momento, alla fine del viaggio, l'elaborazione del lutto come mèta finale.

Ogni barbarie commessa dai greci (pur vedendo la storia dal loro punto di vista percepiamo come i cattivi e finiscono per capirlo persino loro) a Troia o tornando a casa è allusa più che mostrata. Nolan non fa sfoggio di violenza, ma la si percepisce. Allo stesso modo sono accennati anche alcuni elementi di horror, nelle sequenze di Polifemo, di Circe e dell'Ade.

Una delle scene che mi hanno molto colpita è quella in cui Calipso rivolge a Ulisse uno sguardo carico di dolore. Quello sguardo di Charlize Theron è sufficiente: sette anni di oblio, sotto l'effetto del loto per anestetizzare un dolore insopportabile, ma anche per sopire un amore che non è per lei. Calipso è parte della cura che permetterà a Ulisse di affrontare i propri demoni. Qualcosa lo tiene lontano da casa, un senso di colpa per il destino dei propri uomini, ma non solo.

Glielo dice già Circe, strega che vive sola e come tutte le donne, mai perfettamente padrone della propria vita, non ha potere di decidere di sé, al contrario degli uomini, che tuttavia devono fare i conti con le decisioni da prendere, spesso non in grado di valutarne il prezzo. Circe, però, ha delle visioni e il potere di difendersi; ha paura, come ogni donna sola, perfettamente in grado di leggere l'animo degli esseri davanti a lei e avverte Ulisse: gli uomini sono solo uomini. Lui per quegli uomini prova affetto, riconoscenza, soprattutto per Euriloco, e non è in grado di vedere quello che invece è chiaro alla maga o non vuole farlo.

Anche Tiresia lo avvertirà che non può salvare gli uomini da sé stessi. Ulisse non lo accetta, perché ha un grande senso di giustizia e soprattutto è un uomo che si illude di avere il controllo su tutto; è un overthinker. Ho letto e sentito che è stato rappresentato come un eroe grigio, ma a me non è sembrato; al contrario penso che sia sempre dalla parte del giusto e tormentato proprio per esserlo. Ulisse pensa piani, si sforza di prevedere, arriva a usare la psicologia inversa sui suoi stessi uomini per ottenere un certo effetto; si appella loro, li prega, sorveglia. I compagni di Ulisse più che in sé stessi si affidano alle divinità, esattamente al contrario del loro condottiero. Uomo di ragione, lui che nemmeno crede agli dèi, per tornare deve lasciare andare, smettere di controllare, affidarsi al volere degli dei, compiendo quindi l'impresa per lui più difficile, l'atto di fede.

Già, non crede agli dèi, eppure Atena gli appare in visione e anche lei gli rammenta che non può prendersi le colpe delle azioni degli altri uomini, la scelta di come sfruttare la sua idea brillante, il suo genio che è dono e allo stesso tempo condanna. Il senso di colpa rende Ulisse identico a Oppenheimer (e forse non è un caso che questi due film si susseguano uno dopo l'altro). Molto curioso che proprio lui che non crede abbia questo rapporto particolare con la divinità; infatti non è come sembra, ma Nolan, abbiamo detto, è bravo nella scrittura e lascia in sospeso il mistero di quelle apparizioni e la domanda su cosa tratteneva Ulisse dal tornare a casa per spiegare solo alla fine perché. 

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2

domenica 5 luglio 2026

Il secondo capitolo del nuovo DC Universe strappa la sufficienza: Supergirl

 Ve la ricordate la trama di Guardiani della Galassia vol. 3?

Molto ridotta all'osso: un cattivo colpisce Rocket e i Guardiani hanno 48 ore di tempo per salvarlo prima che sia troppo tardi; nel mentre scopriamo dettagli atroci del passato di Rocket, della sua genesi.

Supergirl di Craig Gillespie è una variazione della stessa identica trama.


Il cattivo di questa storia, il bandito Krem delle Colline Gialle (interpretato da Matthias Schoenaerts, che ero molto curiosa di vedere nei panni del cattivo per una volta, anche se il personaggio è abbastanza piatto), dopo aver spazzato via la famiglia della piccola, ma non priva di risorse, Ruthye, mentre questa sta chiedendo a Kara di aiutarla a vendicarsi, ruba l'astronave di Supergirl e ferisce con un dardo avvelenato Krypto (il cagnolino che abbiamo amato fin dalla prima scena che abbiamo visto lo scorso anno in Superman).

Kara (Milly Alcock) inizialmente non aveva nessuna intenzione di immischiarsi nelle disavventure di Ruthye, intenta solo a cercare di anestetizzare il dolore che si porta dietro da quando ha dovuto abbandonare Krypton e i suoi genitori, vagando da un pianeta illuminato da un sole rosso per sbronzarsi (perché i suoi superpoteri non le consentono di farlo, ma il sole rosso inibisce i poteri - questi soli sono un po' un semaforo al contrario...) a uno col sole giallo per riprendersi. Quando però Krypto rischia la vita e ha 72 ore di tempo per recuperare l'antidoto che i briganti si portano addosso, Supergirl parte per cercare Krem, seguita di nascosto da Ruthye e imbattendosi successivamente in Lobo (interpretato da Jason Mamoa), immortale e folle cacciatore di taglie messe sulla testa dei briganti.

C'è un problema (anzi, più di uno): "parte per cercare Krem" non è un'espressione del tutto corretta. Kara non dà la caccia; Kara si ritrova spinta, trascinata, prende passaggi, ma raramente è lei in prima battuta a compiere il viaggio (e non solo nel senso di percorso fisico), ma nel senso di punto di partenza dell'azione. Kara subisce più di fare perché le manca la motivazione, poi ne trova un po', ma poi puntualmente il ciclo riprende. Questo, secondo me, è ciò che non funziona del film.

Ok il viaggio dell'eroe, per cui la protagonista mi rifiuta una prima chiamata all'azione, ma la sceneggiatura procede in loop e l'eroina avanza senza piani, per inerzia: ogni volta occorre una nuova spinta e poi ancora una, un nuovo motivo viscerale per andare oltre, per superare l'ostacolo di turno in un continuo alternarsi di perdere i poteri (prima è ubriaca, poi avvelenata, poi c'è il sole verde che rischia di ucciderla, poi è di nuovo avvelenata...praticamente i poteri li ha per un quarto d'ora questa ragazza), perdere il fuoco propulsore, la volontà e poi ritrovarli. Kara "le busca", sembra decidersi ad affrontare la situazione, perché lei è Supergirl, ma poi non basta ancora e si ricomincia daccapo. La cosa poteva reggere se questo accadeva un paio di volte, ma è una ripetizione continua.

A questo si alternano i flashback che ci permettono di scoprire cosa è successo a Krypton, la genesi di Kara, il suo incontro con Krypto e quanto importante è il piccolo per lei che si è sempre sentita sola e apolide, il suo senso di appartenenza strappato e non compreso nemmeno dal cugino, pur con tutte le buone intenzioni (Clark sempre ingenuo). 

A me questa parte è piaciuta molto, anzi, penso che sia la parte del film da salvare perché mi fa percepire benissimo il senso di solitudine, di abbandono, estraneazione: un vuoto che non si riempie mai e fa così male da preferire cercare modi per ottunderlo, per non sentire più niente.

Il problema è che non si alterna a una buona parte di azione: il film non ha ritmo, è terribilmente ripetitivo, finisce per annoiarmi un po' ed è strano dirlo per un film che dura meno di due ore, ma non se ne vede la fine, spostata sempre un po' più in là con mille scene "quasi finali".

Le scene d'azione purtroppo sono contate e se ne sente la mancanza perché quando ci sono sono buone, ben illuminate e coreografate; ci sono tanti elementi ripresi dai film di James Gunn, dai Guardiani e da Superman e questi funzionano bene. Ve la ricordate la scena di Superman in cui Mister Terrific protegge Lois e nel frattempo si batte con robot, umani, etc con la musichina allegra di sottofondo? Ecco, in Supergirl c'è un'azione quasi identica.


Altro di buono? Sì, a me sono piaciuti i rapporti tra i personaggi, soprattutto fra Ruthye e Kara; l'opacità di Kara e Lobo, lei buona, ma non carina e perfettina (ed è il modo che preferisco per la rappresentazione femminile, che fa infuriare i maschietti perché disprezzano le eroine che hanno caratteristiche che vorrebbero attribuite solo a sé stessi); lui cinico (a me ha un po' ricordato Dante di Fast X, sempre interpretato da Mamoa), ma non così tanto (questo è un po' più cliché). Forse però il personaggio che ne esce meglio è Ruthye perché più sfaccettata: bambina in cui brucia il fuoco di fare quello che ritiene onorevole e dovuto alla sua famiglia, inesperta ma non ingenua e intelligente abbastanza da trovare nella scaltrezza quello che le manca in forza; desidera atteggiarsi ad adulta e in parte lo è, in parte è ancora pura e mi piace molto di più così.

Giudizio: in conclusione, è un film brutto? No, ha alcuni buoni elementi, ma ha abbastanza difetti perché non possa essere considerato un buon film d'azione (è un film pigro, che ricicla elementi di trama e di scene d'azione da altri prodotti di Gunn; purtroppo gli mancano le scene d'azione, ma soprattutto gli manca una sceneggiatura più lineare e meno ripetitiva).

⭐⭐ 1/2

sabato 20 giugno 2026

Una buona scrittura serve anche a Spielberg: non ci siamo con l'osannato Disclosure Day

 "Spielberg è tornato!"

L'avete sentito dire anche voi, vero? Perché qualche commento dei critici l'avevo letto e sono entrata in sala a vedere Discolsure Day con ottime aspettative. Sono anche uscita con una sensazione abbastanza positiva, quella di aver visto un discreto action movie (più per la prima parte devo dire, che per l'ultima, in cui stavo anche cominciando a guardare l'ora chiedendomi per quanto lunga ancora l'avrebbe tirata il buon Steven).

Però...però...però...però...

Però è vero che ho passato parte del tempo in sala con mia sorella a indicarci le scene che non avevano senso e a riderne (a bassa voce, ricordiamocelo che di commenti al cinema se ne scambiano pochi e si bisbigliano, sennò con me non ci venite!). Purtroppo secondo i piani produttivi quella non era la reazione che dovevano suscitare quelle scene...


Ma torniamo indietro e procediamo con ordine, per quanto ce lo permetta la pellicola stessa perché la storia inizia in medias res (e penso sia la sola cosa veramente bella di questa sceneggiatura di David Koepp):

Il film inizia e non sappiamo che sta succedendo (era la stessa reazione che ha suscitato in me il trailer "uh, ganzo...ma di che si sta parlando?"). C'è uno zaino con dentro dei file e uno strano oggetto misterioso e ci vorrà un bel pezzo del primo tempo per arrivare a capire che cosa è che ha tentato di prendere Colin Firth (Noah Scanlon) a Josh O'Connor (Daniel), addirittura rapendogli la fidanzata (Jane), e questa cosa mi è piaciuta. Siamo gettati direttamente nel mistero e un pezzetto alla volta ci verrà ricostruito. Mentre Jane e Daniel scappano da questi agenti cattivi di questa agenzia di sicurezza (di cui Scanlon è il capo) che coopera con la Difesa del governo degli USA per tenere nascosta la VERITÀ (come nel migliore dei complotti sugli UFO), a un paio di stati di distanza i comportamenti di una meteorologa stanno causando preoccupazioni. Di punto in bianco Margaret (Emily Blunt) inizia a parlare lingue sconosciute e a leggere la mente delle persone e anche sulle sue tracce si mettono gli uomini di Scanlon.

L'inseguimento, dunque, è doppio. Peccato che gli uomini di questa temutissima Wardex sono stati addestrati da Mr Bean perché non ne fanno una giusta: cercano le loro prende muovendosi tutti nella stessa direzione e senza guardare al di là dei paraocchi, anche quando arrivano con un treno di vetture e quindi sarebbero in schiacciante superiorità numerica; sono armati fino ai denti ma sparano ai bersagli solo quando sono abbastanza lontani da non poterli prendere; si accorgono che qualcuno li manipola mentalmente ma lo lasciano fare. Ce ne è solo uno, poverino, più serio degli altri che alla fine del film giustamente si dimette e va a cercare un altro impiego perché alla Wardex davvero non sono abbastanza seri.


Ora, se spengiamo il cervello e smettiamo di ridere dei goffi tentativi degli agenti della Wardex, il film è divertente nella prima parte; le scene action sono spettacolari (non funzionano bene per quello che ho appena descritto, però sono divertenti da guardare, sono abbastanza veloci, inquadrature e riprese sono fighe, ci sono mezzi di trasporto che si schiantano in vari modi, non è male). La parte retta da Emily Blunt è comica, lo è il rapporto col fidanzato, è la parte leggera del film, mentre il rapporto fra Daniel e Jane si contrappone perché è fatto di tensione per due distinti motivi. Uno dei motivi è legato al controllo mentale che Scanlon a un certo punto prende su Jane e che mi regala delle inquadrature che mi hanno fatto più paura (sinceramente) di Backrooms; l'altro è sul non accordo sui due su cosa si deve fare con la VERITÀ sugli alieni.

E qui si arriva al punto peggiore della scrittura secondo me, perché appena Jane ha pronunciato le sue obiezioni la mia unica reazione è stata "No, non torna". Le argomentazioni non poggiano su nessuna logica (o comunque su una logica molto ristretta e parziale). Il punto secondo Jane, che incarna la posizione della Fede, è che se diamo al mondo la verità, la gente non la reggerebbe. 


Questo potrebbe anche essere vero, se mi fosse stato esposto sotto plurimi punti di vista: terrore, perdita di una posizione geocentrica, etc...ma si è scelto di assumere solo un punto di vista teologico, che però fa acqua da tutte le parti, prima di tutto perché prende in considerazione solo e soltanto la fede cristiana e poi perché parte da un assunto sbagliato: se ci sono gli alieni, non c'è più un dio perché le entità extra-terrestri lo sostituiscono. Come prego?

A parte che me lo fai proprio vedere che sono mortali anche loro, ma se qualcuno crede in un creatore dell'universo, allora anche loro grigini (e fatti uguali a sempre, non li cambiamo mai, per carità, ma facciamoli con una cgi migliore per piacere, che loro e quegli animaletti contrastano malissimo con tutto il resto che hanno attorno, per non parlare di quei cervi inquietanti che ti tornano a cercare anche negli incubi) saranno figliol di dio, no?

No, per Jane rubano il posto a dio. Ora, ammettendo che siano divinità (creatori, dunque, e non creati), una religione politeista forse non si farebbe tanti problemi e aggiungerebbe posti a tavola; le religioni monoteiste sarebbero in maggiore difficoltà, ma, come fedele, potresti pensare di aver finalmente identificato la divinità e aver avuto tutte le risposte. Solo se segui il filo del ragionamento di Jane dall'inizio alla fine allora entra in crisi tutta la Fede, perché di punto in bianco, per forza di cose, scopri che non c'è più un unico dio. Anche in questo modo, tuttavia, la visione è parziale e valida solo per una parte di persone. L'affermazione che il mondo non è pronto esclude automaticamente un sacco di persone a cui dei ragionamenti di Jane non importa, banalmente agli atei.

Io ci ho speso due ragionamenti (parziali anche i miei, eh, finalizzati solo a scrivere questa recensione) in più di Koepp, ma credo sia sufficiente a dimostrare che forse questo focus non andava preso se poi non lo si approfondiva per niente e serviva solo a dare due linee di pensiero diverse a Jane e a Daniel (che invece rappresenta la Conoscenza/Scienza e vuole che il mondo abbia contezza di tutto, che non resti all'oscuro perché una piccola oligarchia statunitense ha deciso cosa hanno o meno il diritto di conoscere).

Se proprio vogliamo, una diversa forma di fede ce l'hanno anche le persone che a un certo punto decide di seguire Daniel, capeggiate da questo Hugo (Colman Domingo), che non è migliore di Mr Bean nell'addestrare i suoi ("Uscite tutti" e poi questi aprono la porta perché se ne sono dimenticati o non hanno capito).

L'ultima parte del film, tuttavia, è ingolfata da troppe cose che succedono: proprio quando ti sembra di arrivare finalmente al termine degli inseguimenti e alla Rivelazione, ecco che questa si allunga tantissimo (per fare contenti tutti i complottari di Roswell e nessun altro). Per fare un conto che faccio abitualmente quando un film supera le due ore (e questo lo supera di 25 minuti, ma a volte il conto lo faccio anche quando non le supera), si poteva tagliare qualcosa? La risposta, salvo rarissime eccezioni, è sempre sì.

Concludendo, cosa mi è piaciuto: la regia (son belle le scene action, non tornano uguale per la plot armor, ma son belle), il cast (su tutti Emily Blunt trovo sia stata particolarmente brava, ma in generale a me sono piaciute le recitazioni, del resto hanno preso un premio Oscar e tre pluri-candidati a svariati premi).

Cosa non mi è piaciuto: la scrittura è terrificante (e per me è la cosa più importante in assoluto nel 95% dei casi) e la cgi è brutta tanto che me ne sono accorta persino io.

Dirò una cosa che non piacerà a nessuno: io le musiche di John Williams a fine film non me le ricordavo e non me le ricordo nemmeno adesso, chiedo perdono. Non erano brutte, eh, solo che non mi sono rimaste impresse, quindi non riesco a metterle né nella prima, né nella seconda categoria.

Giudizio: secondo me alla sufficienza ci arriva, dai, in sostanza confermo quello che ho detto uscita dalla sala: discreto ⭐⭐⭐

mercoledì 10 giugno 2026

Backrooms: ma che cosa sono andata a vedere?!

 Se avessi saputo che i film horror non fanno paura, probabilmente nella mia carriera cinefila ne avrei visti di più. 


Io non guardo horror, quasi mai. Probabilmente quelli che ho visto si contano sui palmi di due mani e sono dovuti a 3 possibili motivi: genitore 2 che non ha capito cosa può vedere una bambina e cosa no; candidatura a qualche premio; oppure, come in questo caso, ho il carnet in scadenza e mi devo accontentare di quel che passa il convento, poi, ok, è un fenomeno mondiale, è tratto da una creepypasta, okok, va bene, vado a vederlo.

Ho sempre avuto il terrore di vederli, li ho sempre evitati come la peste, ma guardando Backrooms io mi sono solo annoiata moltissimo.

Anzi, mi correggo, in questi 2 film, perché il primo e il secondo tempo non sono lo stesso film.

Clark (Chiwetel Ejiofor) ha un matrimonio fallito e sta fallendo anche il suo negozio di mobili d'occasione; va da una psicologa Mary (Renate Reinsve), che cerca di spronarlo attraverso il suo metodo, ossia trovare nuove vie che non ci portino sempre a ripetere gli stessi pattern di comportamento, quelli che la nostra mente sceglie in automatico perché a bassa resistenza, collaudati, sui quali siamo certi insomma (almeno il risultato di farci sopravvivere fino a oggi ce lo hanno portato). Nel negozio, dove ormai dorme anche, Clark nota problemi elettrici nel corso della notte e, indagando, scopre che può attraversare una parete e ritrovarsi in queste backrooms, questi non luoghi apparentemente simili a luoghi reali, uffici, corridoi, ma in realtà con tutti qualcosa di strano.

Questi luoghi-non luoghi che hanno un'estensione apparentemente infinita e si trovano in una dimensione diversa dovrebbero essere inquietanti e forse la creepypasta o i video che Kane Parsons ci ha realizzato sopra e che sono una serie su YouTube lo sono anche. Purtroppo Parson ora ci ha diretto un intero film e la cosa ha smesso di funzionare

Primo film: si vedono solo infinite riprese di lunghi corridoi in cui cammina il protagonista con due jump scare di numero. Praticamente l'inquietudine la fa solo la musica (chapeau, questo aspetto è molto ben riuscito), forse qualche ombra ogni tanto dietro un angolo. Ho passato il tempo a pensare a come era realizzato, gli espedienti narrativi usati, il possibile colpo di scena (mi ero fatta pure una mia teoria sui circuiti neuronali a bassa resistenza, poi in realtà la sceneggiatura se ne dimentica) e lo sketch di Panariello sugli horror che si applicava a tutte le scene. Insomma, ho avuto un sacco di tempo per pensare mentre sbadigliavo e non è un buon segno.

In questa parte si accennano ad alcune cose che la sceneggiatura poi dimenticherà di spiegarmi (o è voluto per un sequel?): persone (che non rivedrò), la scena iniziale (che non ho capito se era in relazione con il primo tempo o era un altro personaggio), questi circuiti neuronali di cui parlano tanto, più volte, poi non servono a niente (era più carina la mia idea).

Secondo film: l'unica cosa a cui ho pensato per tutto il secondo tempo è stata "ma nella testa di chi siamo finiti"? La seconda parte rinnega la prima, cambia il protagonista, butta in mezzo mille cose e alla fine del film non ho alcuna risposta su quello che è successo. Questo potrebbe essere anche un bell'effetto, ma mi sento presa in giro per quello che ho visto per tutto il primo tempo, che dura, dobbiamo dirlo, spropositatamente.

Capisco che già è un film di 110 minuti, capisco che se velocizzavamo o tagliavamo parti del primo tempo era un mediometraggio, capisco che deve essere stato divertente creare tutte quelle stanze e ormai me le vuoi far vedere, ma è proprio lento, noioso, privo di eventi. 

Insomma, per me è assolutamente un no. La regia non è stata neanche male, alcune scene sono riprese bene, c'è una certa cura per ombre ed effetti, anche quando sono volutamente mocumentary. Sospetto che ci ritroveremo una nomination agli Oscar per le scenografie, che sono davvero molto divertenti e che, almeno secondo me, citano anche Alice nel paese delle meraviglie; buon cast, ottimo sonoro. Pessimo ritmo, storia che forse non ho capito io dove andava o non capisco che è questo il suo buono.

Giudizio: ⭐⭐

domenica 3 maggio 2026

Unpopular opinion su I peccatori (Sinners): la scrittura è pessima, ma ha vinto il messaggio

Figliolo, se continui a danzare col diavolo un giorno lui ti seguirà a casa.

 Se un film ha il maggior numero di candidature agli Oscar di tutti i tempi (sedici! battendo di due nomination i precedenti guinness, Eva contro Eva, Titanic e La La Land - almeno per questo posso dire che erano troppe) e per di più si tratta di un horror, viene il dubbio che sia un po' sopravvalutato.


A quali premi Oscar è stato candidato: film, regia, attore protagonista, attrice non protagonista (Wunmi Mosaku), attore non protagonista (Lindo), sceneggiatura originale, fotografia, colonna sonora, scenografia, costumi, trucco-parrucco, effetti speciali, montaggio, sonoro, canzone (I Lied to You), casting.

In particolar modo, dopo aver visto I peccatori di Ryan Coogler, a me sembravano davvero fuori luogo le candidature a miglior film, migliore sceneggiatura originale e miglior attore protagonista. Su tutte le altre posso dire "ok, ci sta" oppure "ok, sorvolo". Delle quattro vittorie che poi ha riportato nel corso della notte del 15 marzo, la fotografia di Autumn Durald Arkapaw è sicuramente quella che mi ha colpito di più; posso capire la vittoria della colonna sonora di Ludwig Göransson (sì, è lui, quello che ha già vinto per Black Panther e Oppenheimer e che ha sostituito Hans Zimmer nel cuore di Nolan - oppure è meno impegnato - e che quindi ci ritroveremo ai prossimi premi per le musiche di Odissea, pronostico scontato). La scena centrale in cui Sammie "evoca" fin quasi a mescolare musica del passato e del futuro è molto interessante e divertente da guardare. Lo sarebbe anche la vampiresca versione di Rocky Road to Dublin, se non sembrasse così fuori luogo, totalmente avulsa dal contesto.

Diciamo che in qualche modo la vittoria di Michael B. Jordan "me l'accollo", non è la prima (e non sarà l'ultima) delle interpretazioni vincitrici che non mi hanno convinta, anche se davvero mi è sembrato abbastanza monoespressivo a questo giro - mi era piaciuto di più in Creed, se posso essere sincera - e in perenne posa da duro (sul finale diventa proprio una specie di Rambo, salvo poi concludere il suo arco narrativo come quello di Massimo Decimo Meridio).

Ma quello che proprio proprio proprio non mi va giù, è la sceneggiatura, scritta dallo stesso regista. E ora vi spiegherò perché. Andiamo per gradi.

Il film è un horror musicale (non ne avevo mai visto uno, ma non guardo il primo genere e guardo musical con grande parsimonia) che tratta la leggenda dei Griot, chiamati così in Africa Occidentale o Fili' in Irlanda (paese che torna anche nel principale antagonista) e Custodi del fuoco presso gli indiani Choctaw, spiriti richiamati dai cantori per guarire; ma il canto è così potente che può richiamare anche demoni.

Ci sono leggende su persone con il dono di suonare la musica in modo così vero da poter squarciare il velo tra la vita e la morte.

La storia si incentra su alcuni membri di una famiglia, schiavi in una piantagione di cotone: protagonisti sono questo giovane cantore, Sammie Moore, che suona la chitarra con enorme talento blues e i suoi cugini più grandi, gemelli, entrambi interpretati da Jordan (Stack e Smoke; per distinguerli, perché sono vestiti entrambi da gangster, uno ha gli accessori rossi, più leggero, e uno ha gli accessori blu, quello più cupo).

Smoke e Stack se ne sono andati dalla piantagione in Mississippi e sono diventati gangster a Chicago, dove hanno qualche guaio in sospeso, oltre che alcuni dolori che provengono dal passato. Tornano con, apparentemente, denaro illimitato in Mississippi per aprire un Juke Joint, un locale dove si suona, si balla, si gioca e si beve, radunano un gruppo di conoscenti perché lavorino con loro. Dovrebbe andare tutto per il meglio (circa), ma nella zona si aggirano delle entità vampiresche (fra cui l'irlandese Remmick) che gli renderanno la vita impossibile. La storia si ambienta tutta in un sabato, in meno di 24 ore, da quando iniziano a reclutare i lavoratori, fino all'alba della domenica.

Ma veniamo alla parte più divertente di questa recensione: l'elenco delle cose che non vanno nella scrittura.

1) Le battute non sono granché.

"Più passa il tempo e meno penso che voi ragazzetti facciate sul serio."

"Non c'è nessun ragazzetto qui."

"No, solo adulti. Con soldi da adulti."

"E proiettili da adulti."

Davvero? Questa era la sceneggiatura migliore? Questo dialogo sembra la caricatura dell'ispettore Callaghan. Più che da Jordan mi aspettavo di sentirlo dire da Jim Carrey.

Oppure, altro esempio: per mostrare che i fratelli si volevano bene era davvero necessario che si abbracciassero e se lo dicessero? Non lo so...potevamo capirlo da qualcos'altro magari, le dinamiche del film, aneddoti, gesti. No.

"Ti voglio bene."

"Anch'io."

Il discorsino dei vampiri prima dell'ultimo atto, annunciante il loro piano, è veramente brutto a livello di scrittura: ha lo stesso spessore di quello dei cattivi da manuale quando sfoderano il loro sorriso cinico e dichiarano che vogliono conquistare il mondo.

In molte occasioni il linguaggio è esplicitamente volgare.

2) La scrittura in generale. Avrei bisogno che qualcuno mi spiegasse l'utilità della scena del serpente dentro al carro nell'economia del film; in effetti di tutta la sequenza che precede l'inizio del reclutamento del gruppo di amici/lavoratori al Juke Joint, in considerazione del fatto che il film andrà a parare tutto da un'altra parte. A che mi serve questa parte lunghissima introduttiva? Per farmi vedere che i gemelli sono due duri? Ma mi hai appena mostrato la scena in cui minacciano con i proiettili il bianco che gli vende il capannone per il loro progetto. E mi hai anche messo nero su bianco che il tuo miglior modo di scrivere una scena di affetto fra fratelli è degna di un temino delle elementari.

I due sono duri, ma non senza scrupoli. Hanno lavorato per Al Capone, devono mantenere la faccia, ma poi invitano le ragazzine a cui chiedono di fare il palo a contrattare la paga e pagano le cure mediche agli stessi a cui sparano.

3) C'è troppa (troppa, troppa, ma proprio troppa) carne al fuoco: il blues, la maledizione della musica, religione vs dannazione derivante dal blues, la storia dei soprusi subiti dalle persone nere, il KKK, i gangster, i vampiri, figli persi, tragedie familiari, storie d'amore che non vanno, la questione dei meticci. Non è un pochino troppo per un horror? Per me finisce per andare molto fuori tema o in un senso o nell'altro: o porta troppe questioni morali in un film che vuol essere intrattenimento d'azione o esce dal focus sulla questione delle persone nere (perché parlarne attraverso un film sui vampiri? Ma che c'entra?). Troppi temi che allungano il film fino a due ore e un quarto, lo rallentano e distolgono dal punto principale: le abilità canore di Sammie, che attireranno il male.

Io penso francamente che il motivo per cui ha vinto la migliore sceneggiatura questa scrittura è che, rapidamente (perché ce ne sono troppe da trattare), tratta anche della questione razziale, il pericolo derivante dal KKK e dell'importanza del blues. All'Accademy fa ancora la differenza, come ogni tema sui diritti: è sempre la carta giusta con cui passare.

4) Le incongruenze:

I gemelli arrivano con una barca di soldi e spendono e spandono e, dopo mezza serata, stanno per andare in bancarotta. Fanno pagare troppo poco i drink? Sul serio? Neanche un bambino delle elementari farebbe un così pessimo uso delle proprie finanze.

Una delle scene più riuscite è l'introduzione del personaggio di Remmick, che si trascina presto con sé Bert e Joan. In questa scena, Remmick è inseguito da alcuni indiani Choctaw. Sembra che questa tribù conosca le entità a cui danno la caccia, ma si ritirano al tramonto e non si vedono più per tutto il film, quindi non capisco l'utilità di introdurli. Dare una veridicità alla leggenda? Farci capire che è solo accogliendo i vampiri esplicitamente che possono accedere a un luogo chiuso? Si capisce comunque dopo.

I vampiri, per farsi invitare a entrare, suonano le canzoncine. E noi li prendiamo anche sul serio. Ma il Diavolo si traveste da agnello, giusto?

Forse negli horror è prassi (si veda lo sketch di Panariello) ma i personaggi sono di un'ingenuità imbarazzante. Come è ovvio, la prima a fare il passo falso lo è più degli altri. Ci sono tre sconosciuti che ti fanno discorsi strani, mi dici che aspetti a scappare?

"Volevo vedere se foste brave persone."

"Lo siamo davvero."

Non devo stupirmene? Va bene, non me ne stupirò, ma anche a seguire, quando un personaggio si comporta in modo palesemente alterato, non desta il minimo sospetto malgrado si siano tutti appena accorti del problema vampiresco.

Avendo già trattato la sceneggiatura, resta da dire che il film entra nel vivo dopo un'ora e che nel frattempo mi ha annoiata non poco (e l'ho pure visto due volte...). Non è un horror spaventoso o splatter (o non lo avrei visto). Dal punto di vista tecnico è molto buono (musica, fotografia, sonoro...) e ha un bel cast, anche se l'interpretazione migliore, a mio avviso, non è quella dei protagonisti gemelli, ma quella di Delroy Lindo.

Giudizio: Ruffiano ⭐⭐

Nota bene: il film ha non una, ma ben due scene post credit!

venerdì 13 marzo 2026

Joachim Trier mi piace molto alla sceneggiatura, ma non alla regia: Sentimental Value

 Sentimental Value, già miglior film in lingua straniera ai BAFTA e Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes, di Joachim Trier era uno dei film che attendevo di più in questa stagione di premi. Avevo già visto l'accoppiata norvegese regista-attrice protagonista (Renate Reinsve) in La persona peggiore del mondo, che mi era piaciuto, malgrado la spiccata antipatia del personaggio scritto per la Reinsve. 

Come nel 2022 la sceneggiatura originale è scritta a quattro mani dal regista e da Eskil Vogt e, nuovamente, è candidata al premio Oscar. Se La persona peggiore del mondo era candidato anche a miglior film straniero, quest'anno Sentimental Value è in lizza anche per miglior film, regista, montaggio e interpreti, sia protagonista (Reinsve), sia non protagonisti (Stellan Skarsgard, Elle Fanning, Ibsdotter Lilleaas), per un totale di 9 candidature.


La storia è quella di una famiglia, intesa come padre, figlie e anche casa. È proprio con la metafora della casa, che ha una crepa, che viene introdotto questo nucleo familiare (ma principalmente la figura della figlia maggiore) in cui Nora e Agnes (Lilleaas) attraversano la separazione dei genitori, l'abbandono del padre, regista acclamato e impegnato, e infine il lutto per la madre. A seguito di questa perdita, si riaffaccia nelle vite delle due giovani donne proprio Gustav (Skarsgard), che ha scritto per la figlia Nora, attrice di teatro, una sceneggiatura e che la vorrebbe protagonista del proprio film. 

Il padre antepone il lavoro (e forse anche la propria identità culturale, poiché è svedese e lascia le figlie in Norvegia con la madre) al rapporto con le figlie e non è in grado di comunicare con loro le proprie emozioni e il proprio affetto. L'unico linguaggio di quest'uomo è quello artistico, quello del proprio lavoro: il cinema. Riesce a entrare in connessione con le figlie o il nipote solo attraverso questo mezzo.

Nora, che è stata in grado di proteggere la sorella dai traumi familiari restando una figura di riferimento e certezza per Agnes, ma che invece non è riuscita a sanare la propria di crepa, rifiuta anche di leggere la sceneggiatura. Capiremo solo alla fine del film qual era forse l'intento di Gustav nel scrivere quella storia e lo capirà anche lui, probabilmente, solo dopo aver cercato una sostituta della figlia nella giovane attrice americana interpretata da Elle Fanning.

Parallelamente alla storia della famiglia, la casa è anche il fulcro del film che Gustav cerca di girare e ci permette di compiere una riflessione anche sul mondo delle arti visive: Nora si alterna fra teatro e televisione, Gustav concepisce come forma di espressione solo il cinema, che tuttavia nel mondo moderno deve piegarsi ad altre logiche rispetto a quelle che conosceva quando era all'apice della fama.

Al di là di essermi totalmente riconosciuta in Nora, che pure è abbastanza antipatica come (o un po' meno) lo era Julie in La persona peggiore del mondo, la storia mi è piaciuta moltissimo e affronta il tema degli abbandoni, del prendersi cura e dei modi in cui si può concepire la famiglia e le relazioni familiari da molteplici punti di vista.

Il cast è molto bravo, soprattutto, a mio modo di vedere, Stellan Skarsgard, che in effetti ha già vinto il Golden Globes come miglior attore non protagonista (ai Globes il film aveva le stesse candidature che ha agli Oscar, a eccezione del montaggio). Mi è piaciuta anche Fanning, che in un primo momento mi aveva ricordato tantissimo il personaggio di Ashleigh in Un giorno di pioggia a New York e che poi invece, grazie a un ottimo lavoro di scrittura, lascia intravedere una professionista sensibile, man mano che entra nel personaggio creato da Gustav e approfondisce anche il rapporto col regista.

La scrittura mi è piaciuta per il modo in cui sbuccia lentamente i personaggi e ce li fa focalizzare un po' alla volta, da uno sguardo superficiale alla loro interezza. Quello che non mi è piaciuto, per gusto personale, è la regia: comprendo assecondi questa progressiva intimità coi personaggi, con un linguaggio che segue il disvelarsi graduale degli indizi e che si soffermi, proprio per indagare la psicologia dei personaggi, ma per me rimane molto lenta nel ritmo (il film dura 133 minuti, che per me sono già troppi a prescindere, ma ne ho percepiti pure di più), con scene lunghe, primissimi piani e una macchina spesso in movimento, che esteticamente non mi piace.

Giudizio: storia bella, ma scritta ancora meglio ⭐⭐⭐

domenica 1 marzo 2026

Elaborare il lutto scrivendo la più grande tragedia di tutti i tempi: Hemnet

Disclaimer: Non ritengo di fare spoiler se parlo del nucleo centrale di questo film, siamo d'accordo? Si comprende perfettamente dal trailer quale tragedia colpisce William (Paul Mescal) e Agnes (Jessey Buckey). In ogni caso, vi ho avvisato. Secondo me, anzi, è un po' un peccato che il trailer sia stato tanto rivelatore, perché nel film ci sono tante scene che sono premonitrici di quello che deve accadere che perdono senso nel momento in cui lo spettatore lo sa già in partenza.


Che cos'è il lutto?

Come lo rappresenti al cinema?

Ma soprattutto, come si elabora? Come si supera?

In realtà non sempre si supera, soprattutto quando la perdita è quella di un figlio, anche se vivi in un tempo in cui la mortalità infantile è altissima e circola periodicamente la peste.

Che cos'è Hemnet? È l'adattamento, co-scritto proprio con l'autrice e diretto da Chloé Zhao, de Nel nome del figlio. Hemnet di Maggie O'Farrell.

L'idea originale e romanzata (e lo chiarisce subito modificando il nome storicamente conosciuto di Anne Hathaway in Agnes) dell'autrice è che la nascita della tragedia di Amleto sia da ricercarsi in una vicenda familiare proprio del poeta. Di più: la scrittura e la messa in scena diventa per Shakespeare (e persino per sua moglie) il solo modo di elaborare la perdita, permettere a quel lutto, a quel fantasma in attesa dentro la propria mente di trovare una collocazione, una fisicità, una rappresentazione. 

Questo è tanto più necessario per il personaggio di William Shakespeare, che è estremamente chiuso in sé stesso. Tuttavia anche Agnes, che nelle storie trova la lettura dell'esistenza (di fatto il rapporto col marito inizia così e lei stessa le usa per spiegare la morte ai figli), la rappresentazione diventa cruciale.

Il film parte dall'inizio della storia della coppia e contestualizza la tragedia che verrà illustrandoci da dove vengono i due protagonisti, chi sono le loro famiglie di origine e chi sono loro come persone.

William veniva picchiato dal padre, Agnes perde da piccola la madre da cui aveva imparato tutto quello che sa in fatto di rimedi naturali. La connessione della donna con la Natura, con la terra soprattutto, è molto intensa e, di fatto, ci viene rappresentata come una strega.

Mi è piaciuto come sono stati usati i colori anche dei loro costumi per distinguerli come caratteri e come mondi di appartenenza (anche se probabilmente in epoca Tudor il rosso sarebbe stato un po' troppo costoso per Agnes. I costumisti dovevano saperlo, quindi solo pochi elementi sono davvero rossi, sfumando verso arancio o marrone e virando completamente con il lutto).

Il film non mi ha convinta del tutto per quel che riguarda le scelte registiche di Zhao (non capisco la necessità di alcune scene, che finiscono per darmi informazioni ridondanti, non capisco le interruzioni brusche delle scene che mi hanno dato più volte la sensazione "fine primo tempo"); d'altro canto ha alcune inquadrature (quelle fisse) che ho trovato molto belle.

Esteticamente è curato, con una buona fotografia e una colonna sonora stupenda, e il ritmo è abbastanza tenuto, forse un pochino lento all'inizio, ma giustificabile con la necessità di farmi entrare in quel tempo e, soprattutto, nel mondo di Agnes.

La parte centrale, della malattia della figlia più piccola, col fratello Hemnet che si offre al suo posto per lasciarla vivere, e la successiva parte in cui i genitori devono affrontare questa perdita, troppo più grande di loro, sono molto intense. Non è stato così straziante come avevo letto in giro, ma toccante e soprattutto raccontata in modo poetico, bello.

Per me l'ultima parte del film, quella ambientata in un piccolo Globe ricostruito, è il nucleo vero del film, risoluzione e chiave di lettura, chiusura (rispetto all'inizio della storia di Will e Agnes) e forse quadratura di un cerchio (nel cercare un modo di affrontare l'impossibile).

Relativamente ai personaggi, in buona sostanza esistono solo i due protagonisti. Tanto è curata la descrizione dei loro caratteri, tanto poco lo sono i personaggi secondari, che svolgono ruoli precisi e nient'altro. Entrano ed escono dalla scena e dai dialoghi in base alla funzione da svolgere. Fanno eccezione, almeno in parte, Hemnet, il cui modo di essere, inclinazioni e sentimenti sono mostrati, anche per spiegare cosa sta per succedere, e la madre di William (interpretata da una brava Emily Watson).

Jessie Buckley è stata molto brava (ed è candidata all'Oscar come miglior attrice protagonista; il film in effetti di candidature ne ha 8 totali, andandosi ad aggiungere quelle per film, regia, sceneggiatura non originale, casting, fotografia, colonna sonora, costumi), ma a me devo dire che è piaciuto soprattutto Paul Mescal, che in una scena in particolare riesce a mostrare davvero l'anima tormentata di un introverso e di un poeta, che soffre nel non riuscire a far uscire quello che ha dentro.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐