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venerdì 16 gennaio 2026

La dolcezza e le lezioni di vita della metafisica dei tubi

Amélie Nothomb è una scrittrice belga di cui avevo letto ogni tanto nel Bookstagram, ma la trama dei suoi libri non mi aveva mai incuriosita abbastanza da spingermi a prenderne uno.

Non sapevo che il film d'animazione uscito in Italia col nome La Piccola Amélie fosse tratto dal suo romanzo La metafisica dei tubi finché non ho visto in sala il titolo originale del film, Amélie et la Métaphysique des Tubes, all'inizio della proiezione.

In effetti, come sempre, non sapevo cosa stavo andando a guardare. Non avevo visto trailer, ma avevo intravisto qualche immagine sui social, accompagnata da quel genere di frasi sdolcinate che di solito non mi spingono a vedere proprio un bel niente, ma soprattutto (unico motivo per cui stavo andando a cercarlo in una sala di Palermo) sapevo che era candidato come lungometraggio d'animazione ai Golden Globes 2026.


La storia racconta i primissimi anni della vita di Amélie ed è, immagino, autobiografico o parzialmente autobiografico.

La bambina del film nasce in Giappone (dove il padre è console per il Belgio) e trascorre i primi due anni di vita in uno stato "vegetale", senza contatti con il mondo, nemmeno con la famiglia, finché non giunge un terremoto. Sentiamo il racconto con la sua voce, che ci spiega che la sua è la genesi di Dio (perfetta sintesi del punto di vista di un bambino). A quel punto Amélie si "risveglia" e prende contatti con la realtà, sebbene in un modo animalesco e aggressivo, fino a che nel quadro familiare, composto dai genitori e dal fratello e la sorella maggiori, non giungono due figure nuove: la nonna (da parte di padre) e la collaboratrice domestica, Nishio-san. A poco a poco si struttura la vita e la personalità di una bambina molto speciale, ma che dovrà fare i conti con alcune perdite e difficoltà nel suo mondo emotivo. Il rapporto che struttura con gli altri membri della famiglia, in particolare con la nonna, ma soprattutto con Nishio-san, è il focus della storia.

Amélie et la Métaphysique des Tubes è un film più complesso di quello che sembra dai colori sgargianti, saturi e quasi improbabili dei disegni, dal loro richiamare un anime, dal target apparentemente infantile. Il pubblico della sala in cui mi trovavo era misto, fatto di famiglie con bambini piccoli e adulti; alla fine della proiezione i bambini si erano divertiti, avevano riso per gli elementi giocosi e buffi che un film con protagonista una bambina porta, ma noi adulti eravamo in lacrime. Il testo del film si presta a più livelli di lettura, alcuni da far sedimentare prima di capire del tutto il loro messaggio.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

giovedì 27 giugno 2024

Inside Out 2: una bella visione dell'adolescenza e dintorni

 Ce la ricordiamo tutti l'adolescenza, vissuta in prima persona o "ripassata" attraverso le esperienze con figli o nipoti?

Pixar la porta una volta ancora sugli schermi, rendendo questo periodo della vita (tanto delicato e considerato solo come una scocciatura, eppure fondamentale per modellare la vita di un futuro adulto) protagonista del sequel di Inside Out (film che ho visto una sola volta, a causa del gigantesco trauma provocato da Bing Bong - chi ha visto, sa), diretto da Kelsey Mann. Era già successo con Red, che aveva come fulcro il menarca della protagonista. Questa tendenza devo dire che mi sta piacendo.

Questo sequel - a nove anni di distanza dall'originale - era particolarmente atteso (e il primo film molto amato) anche se non mi aspettavo che arrivando al cinema del mio paese nel pomeriggio sarei rimasta fuori per sold out! Ne sono stata felicissima (un pelo meno di fare due volte il viaggio, ma il segnale è positivo).


Torniamo dentro alla mente di Riley, che alla vigilia del liceo è alle prese con alcuni cambiamenti, non solo ormonali. L'adolescenza non porta con sé solo brufoli e cambi di scuola e situazioni, ma anche nuove emozioni, difficili da gestire, più complesse, meno controllabili e un generale caos.

Nel contesto del film questi cambiamenti si esasperano nel corso di un week end, quello durante il quale Riley e le sue inseparabili due amiche della scuola e della squadra di hokey sono invitate a un programma sportivo nella futura scuola superiore della protagonista. Si tratta di una sorta di breve campus per scoprire talenti. In questo arco di tempo, Riley scopre che la sua rete di amicizie potrebbe cambiare repentinamente. Che accadrà? 

Gioa, Rabbia, Tristezza, Paura e Disgusto, che hanno plasmato, in un certo senso, la Riley bambina e le sue convinzioni (qui lacrimuccia), sono costrette a lasciare il passo a (a essere represse da) Noia (in realtà, alla francese, Ennui), Imbarazzo, Invidia, ma soprattutto Ansia, che intende soppiantare Gioia al comando della vita emotiva di Riley. 

Ne esce fuori un quadro piuttosto verosimile di quel che è il nostro stato emotivo e intendo dire non solo degli adolescenti, ma anche degli adulti. Ci sono momenti in cui per molti di noi l'ansia monopolizza i nostri comandi operativi (a un certo punto assistiamo a questo anche in questo film ed è la seconda volta che un attacco di panico è portato in un film d'animazione, almeno fra quanti ne ho visti recentemente, dopo Il gatto con gli stivali 2 - che ho adorato). Quella paralisi con impossibilità di accesso a ogni altro pensiero è qualcosa che, credo, sia capitato a tutti qualche volta nella vita e la scena che raffigura tutto questo è non solo bellissima, ma anche efficace nella sua rappresentazione.

Il finale e la morale di questo film mi sono piaciuti molto. Anche riguardo al tema di accettare ogni lato di sé, anche quelli negativi, senza rinnegare o vergognarsi di nulla, poiché noi lo siamo in modo integrale, con tutto quel che ci è successo nella vita, la Pixar aveva già detto la sua con Red. C'è molto di psicologico in questo film, dalle emozioni represse all'evitamento, fino all'attacco di panico; giusto proseguo di quanto già affrontato col primo film, che si focalizzava nel mondo emotivo del bambino, quando accettare la propria tristezza e, in senso lato, ogni emozione era il messaggio.

Trovo che, rispetto alla tendenza Disney di mettere al primo posto il messaggio, penalizzando il divertimento, questo lavoro sia superiore. La sceneggiatura di Meg LeFauve (nel team anche del primo film) ha lavorato su una storia strutturata per portare un messaggio, ma è coerente e non forzata.

Non mancano comunque nel film momenti di dolcezza (io mi sono commossa un paio di volte), di risate e anche di avventure, poiché, come nel primo film, si compie un viaggio all'interno della mente di Riley, che esplora aree in parte conosciute e in parte modificate (persino in corso di modifica - sempre colpa dell'adolescenza) e che comporta alcuni ostacoli da superare.

Le nuove emozioni sono ben inserite e, anche se avversano le emozioni più ancestrali, di fatto non costituiscono un vero antagonista nel film, cosa piuttosto normale, poiché si tratta di una convivenza fra emozioni nella stessa mente e dunque fra parti di sé stessi, in fondo. Riguardo alle emozioni più vecchie, sono un po' trascurate Disgusto e Paura, mentre Rabbia ha un pochino più spazio e Tristezza, co-protagonista del primo film, persino qualche scena dedicata, molto divertenti.

Si intravede anche un'ulteriore emozione, Nostalgia, che è costantemente rimandata indietro dagli altri personaggi, poiché precorre troppo i tempi: un'emozione che ha l'aspetto di una fragile nonnina. Ci saranno altri capitoli di questa storia? Potenzialmente i capitoli sono infiniti, in primis perché potremmo vedere la vita da liceale di Riley, il suo approccio con l'amore e altre insicurezze nell'affacciarsi alla vita adulta; la stessa vita adulta, con sesso, maternità, lavoro, preoccupazioni; e via discorrendo, potremmo arrivare fino alla vecchiaia.

Riguardo l'aspetto tecnico del film, il livello delle immagini e dell'animazione è altissimo, come ci aspettiamo sempre da Pixar, con ogni particolare dell'ambiente curato e splendente di colori. A questo si aggiunge un bonus (colpa di Spider-Man: Across the Spider-Verse, che ha lanciato la moda della pluri-animazione nei film d'animazione?): in una certa sequenza ci sono personaggi che appartengono ai ricordi di Riley e che provengono dal mondo dei cartoni animati o dei videogiochi. Questi personaggi hanno disegni (2D) e animazioni propri e "staccati" dalla grafica del film stesso, che è in 3D. 

Attenzione! Andate al cinema a vedere il film, ma non scappate prima che siano finiti i titoli di coda, perché c'è una scena post-credit: niente di fondamentale, ma molto divertente.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2

mercoledì 27 marzo 2024

I sequel non andrebbero fatti solo per guadagnarci su: Kong Fu Panda 4

 Naturalmente l'idea che suggerisco nel titolo è una priorità per il pubblico, ma un'azienda come la Dreamworks mi risponderebbe che, invece, è proprio quello lo scopo con cui si fanno i film. I sequel, in particolare, servono proprio per fare soldi facili (Kong Fu Panda 4, poi, ha avuto un budget pure modesto, 85 milioni di dollari), trainati dal successo dei capitoli precedenti e con la prospettiva di una larga vendita di merchandise.

Basta il nome per portare al botteghino il pubblico. In questo caso c'era persino qualcosa di più, perché la trilogia di film che era arrivata in sala tra il 2008 e il 2016 era perfetta, azzeccatissima in ogni capitolo, studiata nei particolari e di altissimo livello per storia e animazione.

Vero è che il budget era maggiore di 45, 65 e 60 milioni, rispettivamente, per il primo, secondo e penultimo capitolo. Non era, tuttavia, questo a intimorirmi; avrebbe dovuto. Brutti segnali giungevano dalla casa di produzione, fin dall'ottobre 2023, quando si diffuse la notizia che Dreamworks licenziava il 4% del proprio personale (e a oggi news anticipano che stiano per licenziare un altro centinaio di dipendenti). Non aver investito (verosimilmente) in animatori e doppiatori ha, per esempio, portato a eliminare dalla storia i Cinque Cicloni, che compaiono nei titoli di coda, esclusivamente senza parlare. Questo è un altro gran brutto segno.

Io un po' di timore lo avevo soprattutto perché la storia di Po mi pareva già conclusa e mi domandavo come avrebbero potuto fare di più, giustificando una nuova pellicola. Ci poteva stare la ricerca di un successore, anche se prematuro: obiettivamente era la sola cosa che poteva seguire ai risultati raggiunti dal panda nei precedenti episodi. Il fatto che fossi restia a questa idea, come il Guerriero Dragone del resto, non era una motivazione sufficiente, però, per aspettarmi poco dal nuovo prodotto. Il budget avrebbe dovuto farmi capire che non c'era nessuna intenzione di dare lustro alla storia del protagonista e che non era per un'esigenza di completezza che si giungeva a produrre un quarto film.

Foto "di repertorio" da Gardaland, dove eravamo stati ad Halloween 2020

Che dire? Avrete già capito da questa introduzione che non sono soddisfatta di questo sequel (regia di Mike Mitchell e Stephanie Ma Stin.) e non solo per il minimo sforzo nell'animazione (ci sono pochi combattimenti, messi lì come compitino, per niente esaltanti e anche poco importanti - sono più da serie animata).

La storia, al solito, però è il punto più critico. Quando si devono ritirare fuori i cattivi dei capitoli precedenti già significa che le idee sono poche. Stavolta non solo solo poche, ma anche parecchio tirate per i capelli.

Maestro Shifu (che dispiacere che Eros Pagni, probabilmente a causa dell'età -84 anni-, abbia rinunciato a doppiarlo) comunica a un riluttantissimo Po che deve nominare il prossimo Guerriero Dragone. Nel mentre giunge la notizia del ritorno del primo cattivo della saga, Tai Lung. Ad avvertire Po che si tratta solo di una messa in scena è una piccola volpe, una ladra che si intrufola nel Palazzo di Giada, Zhen. Le sembianze dell'antico nemico sono, infatti, state assunte da una nuova cattiva, la Camaleonte. Zhen viene proprio da Juniper City, dove opera la Camaleonte ed è disposta ad accompagnare Po alla ricerca della nemica, senza sapere che sarà seguito dai suoi due papà, elementi comici della vicenda e anche aiutanti (fanno le veci dei Cicloni, insomma).

Shifu, invece, non segue Po e compare al panda solo nella sua mente, nella forma di consigliere (le classiche voci sulle spalle, sotto forma di angelo e demone).

Eliminando di fatto i compagni di lotta dei precedenti capitoli, l'animazione può concentrarsi su Po, Zhen, i papà -panda e oca- e la cattiva (oltre a una serie di comparse, tra cui un bradipo, doppiato da Ke Huy Quan). Si vedono i cattivi dei precedenti film, ma solo Tai Lung è doppiato.

Oltre alla pigrizia nella creazione del cattivo, che di fatto ricicla aspetti e mosse da quanto già creato nei precedenti capitoli (col classico entusiasmo di Po davanti a tutto quello che riconosce come Kong Fu - ma questo espediente l'hanno già usato negli altri film, quindi continua a mancare l'originalità), c'è un problema di credibilità, un enorme problema di credibilità. La Camaleonte vuole rubare il kong fu agli altri, perché non ha trovato nessuno disposto a insegnarglielo, perché era troppo piccola. In compenso è esperta di magia. Inoltre, tiene in scacco i cattivi della città con la minaccia di buttarli di sotto dalle scale.

1) Maestro Pollo e Mantide sono piccoli quanto e più di lei, eppure qualcuno gli ha insegnato il kong fu o, comunque, lo hanno imparato;

2) che razza di minaccia sarebbe? ma, soprattutto, se riesce a fare del male e a tenere il potere senza conoscere il kong fu, perché ci tiene tanto a ottenerlo - prenderlo, badiamo bene, non impararlo-?

A questo si aggiunge che Zhen sa il kong fu, o per lo meno sa battersi, senza maestri, tenendo testa a Po...allora non serve assolutamente a nulla padroneggiare tali tecniche?

Non c'è coerenza ed è un film trascurato, questo. C'è poco di tutto: la sceneggiatura si limita a inserire gli elementi necessari un po' alla Boris, ma senza che abbiano senso. Po, per esempio, dovrebbe diventare il Guardiano della Valle e sembra che accetti il suo nuovo status, ma la sua crescita non è molto costruita. Il plot twist che dovrebbe esserci, inoltre, è riciclato anch'esso e non sorprende.

L'unica cosa che resta di positivo sono le situazioni comiche, che, malgrado tutto, risultano divertenti, ma non è abbastanza.

Giudizio: ⭐⭐Questo film manca di cuore e non è la prima volta che viene detto di un prodotto di una major.

lunedì 5 febbraio 2024

Waiting Academy Awards: ho recuperato Nimona

 Sabato sera in famiglia abbiamo guardato Nimona, su Netflix: il film d'animazione, uscito già nell'estate, dei registi Nick Bruno e Troy Quane. Si tratta di un adattamento da un fumetto di ND Stevenson, prodotto da Annapurna Pictures.


Si tratta di una storia ambientata in un mondo in cui un'antica eroina, Gloreth, sconfisse un temibile mostro, mille anni prima. Da allora gli abitanti vivono in una città entro mura difensive, che la separano dal pericoloso mondo esterno, popolato da chissà quali incubi, protetta dai cavalieri dell'"Ente", tutti discendenti di Gloreth. Cosa potrà mai andare storto in un posto in cui la paura del "là fuori" aleggia sugli abitanti e su chi li protegge?

Infatti, la storia vera e propria si apre quando sta per diventare cavaliere, per la prima volta dopo mille anni, un uomo che non è discendente di Gloreth, Ballister. Per una serie di eventi, che finiscono per accusare proprio Ballister, questo scappa e si unisce alla mutaforma Nimona: quale sarà il loro piano per dimostrare che Ballister è innocente? E il mostro, come ci insegna Il Gobbo di Notre Dame, è fuori o è dentro (in tutti i sensi)?

La storia ci è piaciuta tantissimo e in famiglia è pressoché un evento raro accontentare tutti e tre. Per quanto mi riguarda, la cosa ha del miracoloso, perché all'inizio non mi stava piacendo e mi sono ricreduta.

Parliamo prima di quelli che sono i difetti, secondo me, così ci leviamo il pensiero e passiamo alle cose belle.

1) La scrittura è immatura. La storia è molto originale e il plot twist iniziale te lo fa capire subito, ma inizialmente ho storto parecchio il naso su tre cose. 

La prima sono le battute. Alcune per me sono proprio bruttine e non mi fanno ridere; dopo l'avvio, si riprendono un po'. 

La seconda è come sono dipinti i "cattivi": quando nelle primissime scene i veri cavalieri fanno i bulletti con Ballister, mi si è accapponata la pelle per la faciloneria con cui sono stati descritti, completamente aderenti a un cliché. La caratterizzazione degli antagonisti segue questo andamento anche fino alla fine. La terza, che segue e chiude questo argomento, è che scopri subito il cattivo, che ha una discreta caratterizzazione iniziale, ma sul finale si rovina per aderire al messaggio che il film vuole dare, ma diventando molto forzato, poiché, per come è andata la vicenda, è assurdo che persegua nelle sue azioni e nelle sue idee così ottusamente.

2) I disegni non mi facevano impazzire, soprattutto all'inizio. Li ho un po' rivalutati e in alcune scene mi sono piaciuti anche parecchio, ma non sono del tutto soddisfatta. Il design di Nimona non mi piace proprio. Questi, comunque, sono gusti personali.

Finiti i difetti, per me, del film, posso parlare di quel che mi è piaciuto. La storia, a parte per quanto già evidenziato, è ben scritta e mi ha trascinato ed emozionata. Ha anche diversi colpi di scena che sorprendono. Le scene d'azione, invece, oscillano un po'. Sempre nella famigerata parte iniziale, ho trovato i ritmi fin troppo veloci, direi improvvisi; al contrario, da metà film in poi, li ho trovati molto più azzeccati e mi sono goduta le scene molto di più. L'animazione se la cava meglio, a parer mio.

Trovo, comunque, che la cosa più riuscita sia stata la capacità della scrittura di trasmettere dei messaggi molto belli, senza renderli troppo didascalici e non sto parlando di inclusione soltanto.

Mi piace tantissimo che la storia abbia mostrato le conseguenze della paura e della disinformazione (vogliamo chiamarla ignoranza?), che stanno alla base della discriminazione. Risuona moltissimo quanto ha scritto Tahar Ben Jelloun in Il razzismo spiegato a mia figlia. E mi piace moltissimo il messaggio che porta Nimona stessa in ogni sua scena: io sono me stessa, anche se cambio, anche se non mi identifichi bene e ti confondo. Io non posso essere definita in un modo unico, perché mi sminuirebbe; farebbe il contrario, non mi comprenderebbe mai per intero, quindi non pretendere di includermi in una categoria, perché è troppo poco e nessuna parola mi definisce del tutto. Questo messaggio si applica a molti contesti della nostra esistenza (non solo ai più evidenti temi sulla fluidità), mi piace tantissimo e sono contenta che un film lo abbia trattato in questo modo, comprensibile, ma non nozionistico.

"Ti vedono solo in un modo, per quanto tu possa provarci."

A questo punto ho moltissima voglia di leggermi l'opera originale, che è stata pubblicata in un volume da Bao Publishing, anche perché sospetto che potrebbe essere superiore al film.

Il film è stato nominato agli Oscar nella categoria animazione, ma dovrà vedersela non tanto con Elemental, quanto con Spiderman: Across the Spiderverse e, soprattutto, con l'ultimo film di Miyazaki, Il ragazzo e l'airone. Devo ancora vedere Robot Dreams, che, dunque, non so quanto forte possa essere come avversario.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

mercoledì 24 gennaio 2024

Ci sto ancora pensando...Il ragazzo e l'airone

 

Un'opera d'arte non dà risposte alle domande, le suscita.

Mi tocca citare Bernstein proprio nell'apertura del film di Bradley Cooper per parlare invece del dodicesimo film di Hayao Miyazaki, Il ragazzo e l'airone.


Pur non essendo una delle sue fan più accanite ho sempre apprezzato i film che ho visto del regista giapponese: La città incantataIl castello errante di Howl, Kiki e posso dire lo stesso di questa ultima opera.

L'introduzione alla storia è, tra quelli che ho visto, la più classica e occidentale: durante la seconda guerra mondiale un ragazzo, Mahito, perde la madre nell'incendio dell'ospedale in cui lavorare a Tokyo. Tempo dopo deve fronteggiare alcuni cambiamenti: lui e il padre si trasferiscono nella casa natale della madre, di cui il padre sposa la sorella minore, Natsuko, che aspetta un bambino. L'avventura scaturisce dalla presenza di un airone cenerino che cerca di comunicare con Mahito e che lo condurrà in altre realtà spazio-temporali parallele.

I disegni e l'animazione sono molto curati e spesso (quei fondali pastello straordinari) nettamente superiori ai più moderni disegni di quasi tutte le case di produzione che puntano tutto sul 3D. Le creature e gli animali che compaiono sono originali e ben fatti.

Al pari delle altre produzioni che ho visto del regista, la storia è ricca di poesia, probabili riferimenti che non riesco a cogliere e magia. Per esempio, le varie specie di uccelli (pellicani, parrocchetti) che compaiono hanno un significato specifico? Da occidentale posso dire di averci provato a rintracciare una metafora sull'elaborazione del lutto, la depressione e del senso di colpa, ma appunto, sono solo un'occidentale iper razionale. Sono ancora qua a riflettere sui significati di quanto ho visto e, probabilmente, questo è il risultato di un lavoro ben riuscito.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2

giovedì 11 gennaio 2024

Dopo cent'anni la Disney non è più la stessa: Wish

 Nessuno nega che Walt Disney nel 1923 avesse fondato un'azienda e che questa dovesse fatturare per mantenersi. Però probabilmente il signor Disney un sogno ce l'aveva e l'azienda che a tutt'oggi porta il suo nome, invece, no.

I disegni, i cortometraggi, i film che sono usciti da quella fabbrica erano leggeri, divertenti, magici. Avevano sempre una morale, c'erano dei buoni che dovevano avere la meglio sui cattivi, sulle forze del male, caratterizzati sempre al meglio, perfino più dei protagonisti. C'erano aiutanti colorati e buffi che alleggerivano i momenti più difficili e davano una mano ai protagonisti. I prodotti erano godibili per tutti, adulti e piccini, con piani diversi di comprensione delle battute e di quanto accadeva a schermo. I bambini si divertivano con l'avventura e la slapstick comedy, gli adulti si commuovevano riconoscendo situazioni e sentimenti veri, anche se mascherati e coglievano il sarcasmo e l'ironia più fine.

Qualcosa è cambiato, cent'anni dopo. E io un sospetto ce l'ho di cos'è cambiato. Non c'è nessun sogno che esce più da quella fabbrica di cartoni colorati. A guidarlo c'è solo il dio Soldo, il dio Business: buttiamo sulla piattaforma digitale un prodotto appena un paio di mesi dopo che è uscito in sala, perché ci rendono di più gli abbonamenti mensili, dei biglietti al cinema; riempiamo i prodotti di quello che vuole la gente. Cos'è che vuole la gente? Il politically correct, le citazioni del passato? Vai, vai, sceneggiatore scrivimi una cosa che abbia questa, questa e questa caratteristica. La costruiamo al tavolino come una costruzione della Lego la storia, non ci interessa che sia ispirata. Mettici tanti Easter egg delle storie che aveva fatto uscire il vecchio tizio coi baffetti e l'aria paciona. Al pubblico era piaciuto Oceania? Vai, vai, la protagonista disegnala come Vaiana. Vi piacevano, eh, i disegni degli Anni Novanta? Vai, vai, facciamoli 2D anche noi, ma non tutti, però, perché la gente non vuole vecchiume, vuole la modernità. Facciamo un gigantesco appiccicume di un po' di tutto, ma scritto male. Diamo l'illusione al pubblico che stia vedendo il 62° classico della casa di produzione, perché alla gente piacciono quelli, i vecchi classici. Sì. E infatti è meglio guardarsi quelli. In VHS. Il nuovo decennio è cominciato male parecchio.

Volete sapere com'è Wish, il film del centenario? Così.


La scrittura è orrenda e ho passato la prima metà del film a chiedermi perché. Chi l'ha scritta questa stortura? Non è servito avere alla regia Chris Buck, che aveva lavorato su alcuni dei film più belli, come Tarzan e Frozen; anche la sceneggiatrice Jennifer Lee ha lavorato a fianco di Buck ai due Frozen e Zootropolis, ma è inutile prendere firme certe, se poi le vincoli a determinate condizioni.

La storia, costellata da alcune tra le più brutte e poco orecchiabili canzoni di un film Disney (io tuttora mi chiedo perché non abbiano pensato a una cover di When You Wish Upon a Star, visto che cadeva a fagiolo), ci presenta subito (proprio facendo il verso alla prima canzone di Oceania) subito l'origine di questo paese, fondato da Magnifico (unico nome che ricordo di tutti gli altri personaggi, solo perché l'hanno coniato ad aggettivo come Malefica), un re con un DSPT, che desidera costruire un paese al sicuro da tutto quanto di cattivo c'è là fuori nel mondo. Questo re si fa dare, al raggiungimento dell'età adulta, un desiderio da ciascuno dei suoi sudditi e promette di proteggerli tutti e, una volta al mese, di esaudirne uno. Il re e sua moglie sono bellissimi, bravissimi, fantastici; tutto il regno ama il suo meraviglioso sovrano...per meno di mezz'ora. Poi che è cattivo lo sgama subito la più imbranata delle eroine disneyane, Asha. Nella più brutta scena di cui abbia memoria in un cartone animato, Asha ha un colloquio di lavoro col re. E ha l'ansia per il suo colloquio di lavoro. Seguono scenette su come superare ansia e prova. 

Qua bisogna che mi fermi per lamentarmi di questa cosa. Nel 1937, quando è uscito Biancaneve e i sette nani, i castelli dei re e delle principesse in stile medievale erano lontani dalla realtà tanto quanto lo sono oggi. Questo non impediva che nel lungometraggio animato ci fossero le ambientazioni medievali, le streghe, i nanetti minatori, aggraziati personaggi del bosco e la magia. A nessuno (nessuno!) sarebbe venuto in mente di mettere in scena una sequenza che viene direttamente dalle nostre vite quotidiane, quale fare un colloquio, un esame all'università, andare dal dentista, o fare la spesa alla Coop la domenica dopo che è stata chiusa per la Befana, come una prova da superare in una storia di fantasia. Perché? Perché sarebbe noioso da morire e niente affatto magico. Mi si infrange la sospensione della realtà.

Inoltre, non me la fai durare venti minuti l'illusione che il re sia la migliore creatura della terra. Non glielo fai ammettere con la prima tizia che passa durante un colloquio di lavoro, perché il personaggio non lo sa che quella è la protagonista e quindi che le serve quell'informazione cruciale, subito, perché siete troppo pigri perché lo scopra da sola mentre lavora per il re (cosa che avrebbe anche risolto il problema di intrufolarsi nel castello di nascosto, ma sennò non c'era da scomodare i sette nani reincarnati).

A questo punto, ero già disgustata e me ne sarei andata, se fossi stata da sola. Il primo tempo è agghiacciante da quanto è brutto. Per non farsi mancare nulla, c'è anche una scena terribile, scritta male da morire, in cui Asha racconta ai familiari la sua scoperta e giocano a chi comunica peggio le informazioni: parlano lingue diverse, non si ascoltano, solo allo scopo di far scappare il personaggio e farle cantare la canzoncina che invocherà la coprotagonista/aiutante.

La storia è, infatti, quella dell'origine della stella in grado di esaudire i desideri delle persone. Personaggio, che, stavolta lo possiamo dire, è delizioso. L'hanno disegnato tenerello e buffo e si sono salvati. Si salva a pelo, con un po' più di alti e bassi, l'altro aiutante/spalla comica della storia, la capretta Valentino, che alterna battute banalotte e scialbe e altre più divertenti e riuscite.

Comunque, per far proseguire la storia, poiché per ora il cattivo era poco caratterizzato (di fatto era solo traumatizzato e intimorito che qualcosa potesse compromettere la sua idilliaca città), gli fanno fare un salto a caso, rendendolo cattivissimo, così Asha e i suoi numerosi aiutanti dovranno salvare la situazione, in mezzo a citazioni di molti classici della Disney (Bambi, La spada nella roccia, La bella e la Bestia, La Sirenetta, Robin Hood, etc...). Le versioni 3D di conigli, topi, orsi e scoiattoli sono così orride che penso torneranno a tormentarmi nei miei incubi ancora per mesi. Ancora peggio, inutile e cringe, la scena delle galline. Per chi l'avete scritta, per i bambini? Ma nemmeno se fossero cerebrolesi l'apprezzerebbero! Sono piccoli, mica scemi!

Le canzoni mi hanno esasperata, ho provato noia e impulso di fuggire ogni volta che mi accorgevo che stava per partirne un'altra. Non hanno aggiunto nulla, non hanno mai svolto una funzione narrativa, tranne la prima. Non mi ricordo nemmeno quella principale che è nel trailer e ha pure una ripresa sul finale (quindi l'ho sentita due volte, ma non è bastato). Da Encanto hanno preso una brutta china con le canzoni.

Il doppiaggio è stato a tratti agghiacciante, soprattutto quello di Asha (Gaia), che in alcuni punti si è pure mangiata le parole, ma non è che sia andata tanto meglio con Magnifico (Michele Riondino) o Valentino (Amadeus).

Il secondo tempo, comunque, è migliorato abbastanza e alla fine sono riusciti a dargli un finale decente, prevedibile, ma apprezzabile. La morale della storia è sicuramente carina. Vogliamo dire che era scontata anche questa fin dal primo dialogo e forse pure dal trailer? Sottintendiamolo, dai.

Nel complesso, tuttavia, la storia strappa a malapena la sufficienza. Non è abbastanza per celebrare il primo (e ultimo?) secolo di questa casa di produzione. Non c'è magia solo perché c'è un po' di polverina magica. Me l'hai sbriciolata la magia quando mi hai mostrato la scena del colloquio. La scrittura è pigra, scontata, poco originale e forzata e trascurata al tempo stesso.

Giudizio: ⭐⭐L'impressione generale è che questo film sia finto: un progetto assemblato a tavolino perché rispondesse a certe esigenze, ma totalmente senz'anima.

domenica 2 luglio 2023

Elemental: un recupero della Pixar buono, ma non buonissimo

 Il 27° film di Pixar Animation Studios, Elemental, diretto da Peter Sohn (regista de Il viaggio di Arlo), ha esordito malissimo al botteghino, con un incasso di meno di 30 milioni di dollari, pur recuperando un po', arrivando, a due settimane esatte dall'uscita, a 131 milioni, ma è un film che mi è piaciuto molto e assolutamente non da buttare.


È la storia di due opposti che si attraggono: a Elemental City vivono in armonia persone appartenenti agli elementi dell'acqua, della terra e dell'aria. I "Fuocherelli", invece, hanno più problemi a integrarsi in città e vivono nel loro quartiere (l'idea è quella del ghetto, ma rappresentato in modo molto più allegro). Non sono davvero discriminati, perché ormai è una cosa di cui "fa brutto" parlare apertamente, tuttavia non si amalgamano bene con gli altri elementi, che li guardano un po' male, perché l'aria e l'acqua potrebbero spegnere il fuoco e questo potrebbe bruciare gli elementi di terra-erba o far evaporare l'acqua.

In questo quadro si situa Ember, figlia di due immigrati che hanno aperto una "fuocheria", che vende cibo e articoli ad hoc per i Fuocherelli. Fin da bambina Ember sogna di prendere un giorno il posto del padre nella gestione del negozio di famiglia, che ritiene essere "tutta la vita" del padre. Per tutta la prima metà del film fa a gara con lui a chi è più bravo nelle consegne e nella preparazione delle specialità e non vede l'ora che l'uomo passi il testimone, salvo poi virare abbastanza bruscamente obiettivi nella seconda metà. Durante una delle sostituzioni in negozio, si rompono dei tubi nelle cantine e, prima che Ember riesca a riparare la perdita, dalle tubature esce Wade, un ispettore comunale "Acquatico". Il rapporto tra i due è inizialmente teso, poiché Wade multa il negozio dei genitori di Ember e la ragazza cerca di impedirglielo. Scopriranno insieme successivamente qual è la falla che determina il problema degli allagamenti nella fuocheria e nel quartiere dei Fuocherelli e anche l'attrazione per l'elemento opposto.

I temi del film riconducono chiaramente a tematiche politiche, anche se mascherate da elementi naturali: una sorta di Aparthaid edulcorata, l'incompatibilità tra elementi diversi (che possono simboleggiare le etnie) e l'inaccettabilità delle unioni tra appartenenti a esponenti di diverse etnie/elementi. Cosa potrà mai succedere se ci tocchiamo? È sbagliato? Ci accetteranno? Inoltre rispetto agli attribuiti canonici del gender, nella caratterizzazione della coppia protagonista si è scelto di operare all'opposto: è Ember che è peperina, è allo stesso tempo mente e braccio, si arrabbia facilmente, ha un carattere forte, mentre Wade è sensibile e sempre prossimo alla commozione e al supporto emotivo. Per questo aspetto devo dire Alleluja, anche se scivolare nello "stabilito d'ordinanza" ormai in casa Disney è questione di un istante.

A questo si aggiunge, secondo me un po' forzato, il concetto di voler seguire i propri desideri, anziché quelli proiettati dai propri genitori per il futuro dei figli. Poiché, come accennato, per metà film sembra che si vada in una direzione diversa, l'ho percepito quasi come un elemento aggiunto in corsa nella sceneggiatura, un rimaneggiamento in buona sostanza. Inoltre c'è almeno un buco di trama grosso come una montagna: Ember a un certo punto si reca ad Elemental City, scende dal motorino apparentemente in un punto casuale e, per l'appunto, esce da un palazzo Wade, che la invita ad aspettare con lui una telefonata, mentre lei chiede "oh, ma vivi qui?". Dovrei credere che è stata una super casualità che lei senza saperlo si sia fermata sotto casa sua e lui sia uscito proprio nel mentre? No, credo che gli sceneggiatori non si siano applicati abbastanza.

Pur essendo, quelli che ho elencato, tutti nobili temi da affrontare, si torna al problema che i film Disney e Pixar stanno affrontando in questi ultimi anni, ovvero mettere nelle loro storie troppo cervello e poco cuore. In questo particolare caso di cuore ce ne ho visto tanto, a essere onesta, ma è comunque un film taaaaanto psicologico, tanto cervellotico: cosa provi tu, cosa provo io, perché lo provo, cosa voglio realmente, cosa penseranno i miei genitori, ho troppo peso sulle spalle e così via. Non andrebbero male singolarmente, ma diventa un pochino troppo nel suo insieme, anche perché porta via tantiiiiissimo tempo ad altro. Per esempio, Elemental City è bellissima! È disegnata da favola, i creatori Pixar hanno fatto un lavoro altissimo e raffinato, ma non ho abbastanza tempo per vedere tutte le cose meravigliose della città e dei loro abitanti (soprattutto quelli di terra che non esistono quasi, essendo meno utili alle dinamiche del film), perché mi psicanalizzano i personaggi in continuazione. Disney-Pixar continua a dimenticare che si va al cinema per emozionarsi, soprattutto se non è un film drammatico, ma è un film d'animazione che ha per target anche dei bambini e degli adulti sognatori.

Ultimissima cosa e la smetto con le critiche, che poi si fermano solo a cercare qual è il motivo per cui il film forse non è stato attenzionato, almeno all'apertura, anche perché da adulta razionale ho riconosciuto anch'io l'universalità dei temi affrontati, anche se troppi per un solo film da cento minuti: la pubblicità. Non mi sembra che questo film ne abbia avuta così tanta, esattamente come non ne aveva avuta Un mondo misterioso, anzi, poverino, lui pure meno. Sapevo del suo arrivo perché seguo canali dedicati al cinema, ma altrimenti me ne sarei accorta? È uscito poco dopo, anzi diciamo pure troppo a ridosso de La Sirenetta, che mi sono ben guardata dall'andare a vedere. Devo dedurre che la casa madre punta più sui live action? Punta più al pubblico degli adulti, relegando l'animazione a un pubblico di bambini che dunque non meritano nessuna attenzione? Non sarebbe vero nemmeno questo, perché non potete farmi credere che Elemental sia una storia per bambini. Il target è più quello degli psicologi clinici. Come non mi farete mai credere che ci fosse bisogno di inserire un consenso verbale da parte di Ariel a ricevere un bacio di Eric, considerato il fatto che anche un treenne sapeva che la sirena si era fatta togliere la coda e mandare sulla terra al solo scopo di farsi baciare entro tre giorni, pena la morte.

Bando alle ciance. Adesso arriva la parte che mi è piaciuta: io ho trovate sviluppate molto bene le relazioni tra i personaggi, con passione genuina e grande attenzione ai sentimenti. È un film che mi ha commosso più di una volta. La relazione tra Ember e Wade è molto bella, anche se costruita col solito cliché di tutti i film romance americani per cui la coppia a tre quarti della storia deve litigare per forza per un qualunque motivo, anche se prima non sembravano essercene. Alcune scene sono veramente molto toccanti. Stesso identico discorso del cliché a mezza corsa anche nel rapporto padre-figlia, ma anche in questo caso è un rapporto bellissimo e che emoziona fortissimamente nella parte finale. Il tutto ammantato di colori e luci assolutamente splendidi, che riempiono gli occhi, insieme ai disegni che ho già elogiato. Quindi, in conclusione...

Cosa mi è piaciuto: il cuore. 💓💙 Ho riso e pianto con gusto. Disegni meravigliosi, animazioni fluide. Storie toccanti.

Cosa non mi è piaciuto: il cervello. 🧠 Basta psicanalisi o comunque diminuiamola nei film d'animazione. Più avventura, più città e mondi bellissimi, approfondimento di un numero maggiore dei personaggi a discapito delle elucubrazioni junghiane dei protagonisti.

Giudizio: non vedo l'ora di rivederlo ⭐⭐⭐⭐ 1/2

martedì 20 giugno 2023

Gli Spiderman di Miles Morales: la mia maratona domenicale nel multiverso

Ancora non avevo fatto in tempo a vedere il primo film, Spider-man - un nuovo universo, uscito ormai nel 2018 (era tra le priorità, ma a casa faccio veramente fatica a ritagliarmi lo spazio per i lungometraggi, specie se non polizieschi), che mi esce il sequel, Spider-man: across the Spider-verse. Entrambi si preannunciano come rivoluzionari per l'animazione e il concetto stesso di multiverso, che ormai sembra essere l'unico topos narrativo in molti franchise.


Ieri mattina mi sono dunque proposta di recuperare su Disney Plus il primo film di questa saga di Sony associata Marvel e nel pomeriggio sono andata al cinema a vedere il secondo.

Mi sono accorta subito di una cosa: la visione in sala per me rappresenta ancora la migliore esperienza di fruire il medium cinematografico, malgrado i bambini urlanti e scorrazzanti (sì, le madri non sanno più fare il loro mestiere, cioè tenere un bambino seduto al suo posto e parlante a un volume inferiore a quello delle aquile) e altri membri del comparto genitoriale, chiaramente boomer, che forniscono spiegazioni immaginarie ai figli (urlando molto più dei bambini), del tipo "non lo so chi è spiderwoman" in una scena in cui c'è una tizia con un costume bianco da spider-(wo)man. Ho infatti mantenuto l'immersione nella visione comunque molto di più che sul divano di casa, dove la famiglia interrompe o io mi distraggo anche per altre ragioni.

Forse è per questa ragione che il primo capitolo mi è piaciuto, ma non tanto quanto mi è piaciuto il secondo, proprio per il diverso grado di immersione e anche per la grandezza e la vividezza dei colori sul grande schermo (che pure era quello di un cinema di paese e non una sala di alto livello di un multisala). Le storie sono molto carine in entrambi i film, ma il livello di trascinamento nella storia per me è stato superiore nel secondo episodio.

Spider-man un nuovo universo

In questa origin-story del personaggio di Miles Morales, a New York questo giovane portoricano sta cercando di ambientarsi nella nuova scuola privata a cui i suoi esigentissimi genitori lo hanno iscritto e affrontando l'adolescenza ricercando la compagnia dello zio artista (così diverso dal padre che invece è poliziotto), quando viene morso dal classico ragno velenoso. Ma, attraverso un simpatico gioco di presentazioni, che si ripresenterà costante in tutti i 257 minuti che compongono la dilogia finora prodotta, dovuto alla natura stessa di un film ambientato in un multiverso, scopriamo che prima di Miles in realtà c'era già un Peter Parker che era lo Spider-man ufficiale di questo mondo.

Poco dopo aver scoperto i propri super poteri, Miles si ritrova faccia a faccia con Peter-spiderman, che ne riconosce i poteri-ragno e gli promette di aiutarlo a gestirli, mentre è intento a cercare di bloccare un acceleratore di particelle che Kingpin vuole usare per entrare in altri universi paralleli. Nello scontro con gli scagnozzi di Kingpin, tra cui Prowler e Goblin, quest'ultimo spinge Peter nel flusso di particelle dell'acceleratore acceso, provocando tre effetti: si genera un'esplosione durante la quale Spider-man viene ferito, si sono generati dei buchi spazio-temporali che porteranno in questo universo alcune spider-persone provenienti da altri mondi, Peter-spiderman chiede a Miles di finire il lavoro di distruzione del progetto di Kingpin poco prima che quest'ultimo lo finisca.

Miles si ritrova così solo a imparare a gestire i suoi poteri e a portare a termine la missione affidatagli da Peter, finché non incontra gli altri Spider- arrivati dalle altre dimensioni.

E questi Spider-personaggi sono una bomba! Riprendono vari stili di fumetto (dal manga ai Looney Tunes passando per il noir) e hanno caratterizzazioni, storia pregressa e poteri unici, anche se non c'è troppo tempo per approfondirli tutti. Il focus è su Miles e Peter B. Parker.

L'animazione è favolosa come era stato profetizzato: ha molti tratti fumettistici e psichedelici, che sono freschi e originali. Mi sono piaciute moltissimo le apparizioni in certi momenti specifici dei classici riquadri di testo dei fumetti per mostrare il sovraffollamento dei pensieri di Miles oppure delle onomatopee.

La storia è carina: è sia una storia delle origini, quindi parecchio incentrata sull'introdurre i personaggi e su mostrare Miles alle prese con il classico apprendere come si gestiscono i poteri, sia un pochino racconto di formazione, perché si parla di un adolescente che evolve, ma non è il solo personaggio a maturare. Il tutto è affrontato con grande leggerezza, con una comicità efficace ma moderata e condita di abbastanza azione: quando Miles è pronto a "sentirsi" uno spider-man, la dimostrazione dei suoi poteri è visivamente bellissima.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

Spider-man: across the spider-verse

La storia prosegue 18 mesi dopo la risoluzione della prima avventura: Miles ora è il solo spider-man del suo universo e deve orientare la sua futura carriera scolastica tra i mille impegni da super eroe. Il film però parte da un'altra protagonista-ragno, ovvero Gwen Stacy, incontrata nel primo capitolo, che viene reclutata da una squadra di spider-eroi provenienti da innumerevoli mondi paralleli, che sembrano proteggere le trame di questo enorme multiverso. Senza addentrarci di più nella trama, anche Miles sarà coinvolto nelle vicende, avendo l'opportunità di visitare altri universi e di incontrare altri eroi dotati di poteri simili ai suoi.

Rispetto al primo episodio non sono dunque personaggi di altre terre ad arrivare in quella di Miles, ma piuttosto il contrario. Cambia leggermente anche il tono, soprattutto in alcuni momenti del film, divenendo leggermente più cupo. Intendiamoci: le risate sono assicurate, ma le tematiche diventano più gravi a mano a mano che si progredisce nella trama, entrando in gioco il futuro dei cari che fanno parte della vita delle spider-persone e anche la stabilità stessa dei mondi.

Assistiamo anche a un maggior approfondimento di alcuni personaggi, ma non di tutti (il film, del resto, è molto più lungo del primo, ma non abbastanza per scendere nei dettagli con tutti i numerosi eroi): Miles e i suoi genitori, Gwen. I nuovi spider-eroi sono solo introdotti o accennati. Anche stavolta si sono sbizzarriti a creare personaggi originali e persino molto divertenti, ponendo l'accento quasi sempre su caratteristiche da caricatura. Ero stata informata prima della visione dell'esistenza di un personaggio che avevano impiegato tre anni ad animare completamente, per via del suo essere fatto "della stessa materia di cui sono fatti i graffiti", con ogni graffito animato in maniera autonoma: un risultato visivamente molto riuscito e bello da vedere. Anche il primo piccolo avversario che si incontra all'inizio del film, un avvoltoio disegnato come se fosse un modello leonardesco, ha una grafica e un'animazione che mi hanno fatto impazzire dalla contentezza.

L'animazione supera quella del primo film. C'è stato tanto lavoro dietro questo progetto e si vede sia nella tecnica animata, sia nella sceneggiatura, che è coerente, ben scritta, evolve verso un climax di tensione emotiva, avvincendo completamente lo spettatore e poi lasciandolo sospeso con aspettative altissime: infatti sono rimasta interdetta quando la vicenda si interrompe a metà. In teoria lo sapevo, dovevo averlo letto o sentito da qualche parte, perché l'annuncio al termine dei titoli di coda del prossimo capitolo, intitolato Beyond the Spider-verse, mi è suonato familiare. Non di meno, sono rimasta spiazzata e ne avrei voluto ancora, ne avrei voluto di più.

Il film dura due ore e un quarto (35 minuti oltre la durata del primo film), che, con onestà, devo dire di non aver sentito, arrivando alla conclusione pensando "ma come? è già finito?", tranne che in una parte: il discorso di Rio, la madre di Miles, al figlio. Sia per la lunghezza del discorso, sia per un paio di pause che si sentivano (insolito in un film d'animazione), anche se capisco che questo dialogo e l'analogo col padre servissero a enfatizzare il rapporto coi genitori ai fini proprio dell'evolversi della trama, è stato il solo momento in cui invece ho pensato "ma quanto ci mette? quando finisce questa scena?". Inoltre la mia mente continua a cogliere collegamenti sia con Beau ha paura, sia con Lo faccio per me, anche se per fortuna la sfumatura "madre castrante" è stata presto spiazzata da "madre comprensiva, sebbene un filo ansiosa e attaccata al figlio". A me sembra in atto una rivoluzione nel modo di rappresentare gli affetti: costruire figure genitoriali che siano al tempo stesso centrate ed equilibrate, ma anche in grado di mostrare le difficoltà che si trovano davanti i genitori a crescere dei figli, cosa che giustifica eventuali eccessi, prendendo anche un pelo in giro i loro difetti, che è normale e più che accettabile che abbiano, poiché esseri imperfetti come siamo tutti, ma pieni di buona volontà e spesso di precetti. Chapeau. Questo è un modo realistico e non affettato (sì, sto lanciando una frecciatina a Un mondo misterioso), ma neppure tossico per forza, di gestire il rapporto figli-genitori, una strada che possa anche essere un esempio, perché insegna qualcosa che le vecchie generazioni non erano in grado di fare: dialogare con gli altri esseri umani per spiegare come si sentono.

Riguardo al cattivo, questo passa da essere una macchietta (era doveroso dirlo così) a un villain piuttosto complesso da gestire: il suo evolversi si rispecchia anche nell'aspetto fisico. Non ha però un minutaggio molto alto, anche se viene tratteggiato chi era prima, come diventa quel che è e quali sono i suoi propositi e le sue motivazioni.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐

In conclusione di tratta di due prodotti estremamente ben fatti, molto al di sopra dei film supereroistici che escono abitualmente da qualche anno a questa parte: sono ben scritti, hanno trame avvincenti (nel secondo film più ancora che nel primo) e fresche, sfruttano tecniche ultra moderne di animazione (e sempre di più mi viene da domandarmi perché la Disney si ostini a fare reboot in live-action quando ormai le tecniche animate offrono la possibilità di fare molte più cose rispetto alla CGI, con risultati molto più gradevoli in termini estetici e anche di credibilità). I personaggi sono piacevoli, le loro storie mi hanno appassionata e non vedo l'ora di tornare al cinema a vedere Spider-man: Beyond the Spider-verse.

lunedì 15 maggio 2023

Inoue conclude al cinema l'anime di Slam Dunk iniziato trent'anni fa

 Sono una fan di Slam Dunk. Lo guardavo la sera su 7 Gold quando ero adolescente e il giorno successivo io e la mia amica commentavamo insieme gli episodi. Si tratta della trasposizione in 101 episodi del manga a tema sportivo (spokon), creato da Takehiko Inoue negli anni Novanta. Il protagonista è il liceale Hanamichi Sakuragi, un teppista, che si getta però con ardore nel basket per amore di Haruko Akagi, sorella del capitano del team della scuola, lo Shohoku. La narrazione diventa molto presto corale e anche gli altri quattro membri della rosa titolare saranno co-protagonisti nelle epiche imprese di questa squadra su cui nessuno è disposto a scommettere: Takenori Akagi, Hisashi Mitsui, Ryota Miyagi, Kaede Rukawa.

L'opera si riconosce per i tratti del disegno di Inoue, per i valori di passione, determinazione, gioco di squadra, fiducia, seconde occasioni. Questa saga ha fatto innamorare molti fruitori del manga e dell'anime.

Sono passati tanti anni, ormai è un bel pezzo che non passano in televisione gli episodi, che non si riescono a recuperare nemmeno sulle piattaforme di streaming. Nel frattempo mi ero comprata tutta la ristampa Panini del manga, ma senza aver avuto il tempo di leggerla, consigliandola invece a mia nipote, che l'ha apprezzata.

Troppo tardi ho scoperto che li avevano rilasciati sul canale You Tube della casa di produzione, la Toei Animation, dal 10 agosto al 19 novembre 2022, in previsione del rilascio del film The First Slam Dunk in Giappone, il 3 dicembre 2022.


Il film, che sono andata a vedere ieri sera con l'amica del liceo che me l'aveva fatto scoprire, è stato sceneggiato e diretto nientemeno che dallo stesso Inoue, che ha colto le richieste dei fan di completare l'opera lasciata incompiuta con la serie anime negli anni Novanta, per divergenze tra produttore e autore, secondo il quale non coglieva appieno lo spirito del manga. Infatti se il fumetto copre anche il campionato nazionale interscolastico, la serie si ferma invece alla qualificazione dello Shohoku per questa competizione. 

Inoue riprende la narrazione da una delle partite del campionato nazionale, quella contro l'imbattibile Sannoh, che sarà combattuta con le unghie e con i denti da parte di entrambe le squadre fino all'ultimo secondo. Lo scontro è bellissimo, emozionante, soprattutto negli istanti finali quando sono rimasta col fiato sospeso per tutta la sequenza, ma si frammezza con i flashback che mettono a fuoco alcuni giocatori e, soprattutto, Ryota Miyagi, il playmaker dello Shohoku, sul cui passato non era stato detto molto nell'anime.

Il film dura due ore (e cinque minuti) e si prende tutto il tempo per raccontare, anzi, direi che è piuttosto lento, sia nella parte iniziale della partita, che non mi ha fatto sentire trascinata e partecipe, sia per tutto il racconto della storia di Miyagi, ma, quando la partita entra nel vivo, il ritmo cambia marcia e si fa più sostenuto. C'è tutto il tempo per approfondire i personaggi e le loro emozioni, la loro fatica, le loro ragioni: una delle cose stupende che ha sempre caratterizzato Slam Dunk. Con poche espressioni, uno sguardo, un'inquadratura, Inoue ha saputo rendere stati d'animo, sentimenti, sensazioni.

I disegni sono bellissimi come sempre, il tratto è leggero, l'attenzione al dettaglio tanta. Si vede nella realizzazione di una delle prime sequenze in cui da una pagina (o uno schermo se vogliamo) bianca emergono i contorni e poi i dettagli dei giocatori dello Shohoku. Uno a uno sono disegnati e si animano, unendosi poi insieme mentre avanzano: ancora una volta un team, una narrazione con più co-protagonisti.

L'animazione è una sperimentazione che fonde 2D e CGI (con la tecnica della performance capture su cestisti professionisti le cui movenze sono state usate per le scene). Alcune scene del match sono strepitose, come la prima inquadratura che da aerea scende a inquadrare tutto il campo da basket, come la sequenza dell'ultimo minuto di partita in cui la colonna sonora ammutolisce e resta in apnea come lo spettatore.

Non c'è solo una vena di nostalgia nell'apprezzamento per questo prodotto: si tratta di un'opera ben studiata, pensata per oltre dieci anni, ricercata nella messa in scena, nella tecnica, nella storia (che ha alcune parti originali, scritte appositamente per il film). Fedele all'anima della creatura originaria, mi ha emozionata, coinvolta, stupita e ringiovanita di diciotto anni. Merita di essere vista, anche se non è rimasto molto tempo: è uscito in Italia il 10 maggio in giapponese e poi è stato rilasciato in italiano dall' 11 al 17 maggio. Forse non è per tutti: le dinamiche tra i personaggi restano oscure a chi non ha mai letto il manga o visto l'anime, anche se un pochino trapelano, ma resta comunque appassionante almeno nella partita.

In ogni caso mi trovo in buona compagnia nell'apprezzamento, avendo il film incassato alla data odierna quasi 145 milioni di dollari.

Cosa mi è piaciuto: passione, adrenalina, i personaggi e le storie che ho amato, una partita bella ed emozionante 

Cosa non mi è piaciuto: ha stentato un pochino in fase d'avvio, godibile maggiormente dai fan (racconta di fatto l'ultima fase dell'opera)

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

mercoledì 26 aprile 2023

Super Mario Bros. a metà tra film e videogioco con molto cuore

 Sono stata Super felice di trovare la sala del cinema di paese abbastanza gremita per trattarsi di una domenica pomeriggio alle 15.30, per di più nella seconda settimana di cartellone, quado la prima era stata quella di Pasqua, con molti giorni di proiezione. Di più, anche allo spettacolo delle 17.30 c'erano diverse persone in fila per entrare.


Super Mario Bros. della Illumination Entertaiment (quella di Cattivissimo Me) aveva ricevuto una bella campagna promozionale e, nonostante non fossi interessata al prodotto a priori, non avendo mai giocato a Super Mario (proprio mai, neppure una volta nella vita), non sono riuscita a evitare una clip mentre guardavo altro in tv. Clip così carina che mi ha convinto ad andare al cinema.

Pur non avendo mai giocato al videogioco, avevo visto qualcuno giocarci, dal vivo o in tv, come credo chiunque, almeno in Occidente. Le dinamiche del gioco sono note: Mario ha dei percorsi da affrontare, ricchi di incognite, ostacoli, potenziamenti, con vari boss da sconfiggere (una formula vincente che ha garantito alla serie un successo senza tempo).

Su questa riga si basa anche il film, disseminato di brevi percorsi e piccole quest da portare a termine in un piano un po' più grande. Il ritmo è rapido, in un susseguirsi di missioni e azione. La trama è semplice, ma funziona ed è adatta al tipo di film (adattamento di un videogioco in animazione, destinato a un pubblico universale: colori, forme e divertimento per i bimbi, riferimenti ai videogiochi -che io sicuramente ho colto solo in infinitesima parte- per il fandom del videogioco. Malgrado non appartenga né al primo, né al secondo target, il film è così delizioso che ha conquistato anche me, rimasta a bocca aperta per l'intera durata come, credo, i bambini della sala, che hanno guardato tutta la proiezione, seduti accanto ai genitori, in religioso silenzio (cosa decisamente insolita), probabilmente rapiti dal flusso. 

In una realtà parallela, il cattivone di turno, Bowser, intende conquistare il mondo col suo esercito di tartarughe. Riesce a conquistare la "super stella", il potenziamento massimo che lo renderebbe invincibile e intende servirsene per convincere la principessa Peach, del Regno dei Funghi, a sposarlo, poiché è segretamente (ma neanche troppo) innamorato di lei. Nel frattempo, nel nostro mondo, a Brooklyn, Mario e Luigi stanno aprendo la loro attività di idraulici, anche se non hanno il supporto della famiglia e stentano a ingranare. Quando un allagamento rischia di sommergere la città, i due fratelli si recano nelle fognature per cercare il problema, sperando, risolvendolo, di farsi pubblicità quali ottimi idraulici. Da qui, però, finiscono in un varco dimensionale che fa perdere la memoria alla sceneggiatura (non è così importante, ma nessuno ci spiegherà mai come si risolve la storia dell'allagamento) e trasporta prima Luigi nelle Terre Oscure, regno di Bowser, e poi Mario nel Regno dei Funghi, dove incontrerà Peach, con cui si alleerà contro Bowser e con cui andrà a cercare rinforzi anche presso i gorilla del Regno dei Kong.

Personalmente ho adorato questo film: per me funziona molto bene e quel piccolissimo buco di trama, poco significativo, non mi ha pesato nel bilancio con tutti i pregi di questo prodotto.

Il suo principale valore credo stia nel fatto che è un prodotto fatto più col cuore che con la testa. Credo che abbiano voluto restituire l'anima di un prodotto videoludico (anche se solo i fan di Mario possono giudicare se lo spirito del videogioco più famoso di sempre è stato colto). Il film è essenziale nella struttura (cattivo che vuole conquistare il mondo vs buoni che cercano di riunire le forze per impedirlo) e dinamico, dando importanza al divertimento e all'azione. Aiuta anche la durata perfetta di un'ora e mezza.

Ultimamente ho visto molti pochi film d'animazione che davano più importanza a un sano divertimento di pancia che al cercare di rispettare tutti i canoni del politicamente corretto (penso ai flop di Lightyear e Un mondo misterioso, ma anche a Il mostro dei mari). Ho trovato Super Mario Bros. più sincero di questi ultimi esempi.

Dal punto di vista del targert, trovo che possa soddisfare sia i bambini, sia gli adulti. Anche dal punto di vista del divertimento è universale, puntando a una comicità soprattutto fisica e meno verbale, quasi da slapstick comedy alla Tom & Jerry. Ne sono esempi la sequenza col cane o il rapporto Mario-Donkey Kong, il figlio del re dei Gorilla. I loro dispetti costituiscono parte del lato comico nel film. Anche Bowser, a sorpresa, è non solo il cattivo, ma anche uno degli elementi più divertenti, proprio col suo sentimento, che ci possiamo concedere di prendere in giro (una rarità al giorno d'oggi) quando fa le prove della dichiarazione d'amore, da solo o al mago travestito da principessa dei Funghetti, o quando si lancia in un'esibizione appassionata al pianoforte del suo singolo, "Peach" per l'appunto.

I personaggi sono semplici, ma non scontati. In particolare il rapporto Mario-Luigi viene tratteggiato con poche semplici scene: Luigi è sempre gentile e un po' ingenuo e, per questo carattere remissivo, rischia di farsi sopraffare da chi fa il gradasso con lui, mentre Mario, anche se piccolo di statura è coraggioso, un po' paladino delle cause perse e non si lascia scoraggiare né da avversari molto più grandi di lui, né da missioni che sembrano impossibili, né dai colpi presi. Mario è molto affezionato al fratello e sempre pronto ad aiutarlo (mi ha fatto quasi commuovere).

Peach probabilmente rischia di non piacere a tutti coloro che ritengono che le donne debbano essere gentili e sorridenti, esattamente come è successo al personaggio di Captain Marvel, che invece a me era piaciuta esattamente com'era. Iron Man piaceva anche perché arrogante, ma la stessa caratteristica volta al femminile ha fatto storcere il naso. In questo caso il rischio è lo stesso: Peach è impavida, abile, fortissima e si fa guidare solo da quello che crede giusto. Peach è la leader e l'insegnante. Non è rappresentata con difetti (e questo è sempre un problema), ma a differenza di Rey nella saga di Star Wars, che per questa mancanza risultava finta -e a tratti insopportabile-, Peach resta credibile e io l'ho apprezzata. Forse il mondo non è pronto per la raffigurazione del femminile che non si piange addosso, ma io ne ho abbastanza, invece, di donne che vacillano senza un appoggio. In sintesi, per me è "più Peach per tutti".

Una delle cose più straordinarie del film, però, sono i disegni, brillanti nei colori e curatissimi nei dettagli: le ombre che si allungano sul terreno, il chiaroscuro sui volti dei personaggi, i riflessi sul pianoforte, estremamente realistici, la luce del tramonto. L'animazione è fluida, il ritmo è altissimo. Questo è un film che non annoia e che mi ha completamente conquistata. Alcune scene, come quella sulla pista arcobaleno o lo Scontro Finale sono esaltanti. Alcuni momenti sono emozionati, come quando assistiamo allo scontro Mario-Kong in cui il nostro eroe le busca pesantemente, ma non si arrende, accendendo il nostro cuore; o quando il piccolo Toad non vuole abbandonare la sua principessa; o ancora quando Mario sembra perdere ogni speranza, ma i suoi amici stanno ancora combattendo e persino Luigi si lancia nella mischia; o quando i due fratelli si ritrovano perché niente può andare male quando sono assieme e questa è l'unica cosa importante.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2

lunedì 10 aprile 2023

Tutti film d'animazione candidati agli Oscar 2023 (e il vincitore)

 Quest'anno sono riuscita a vedere entro la data della cerimonia tutti i cinque film d'animazione candidati agli Oscar.

💗 Il secondo film d'animazione che ho visto in sala è stato Marcel the Shell (with Shoes On), della casa di produzione A24. Si tratta di un mocumentary, un finto documentario, in tecnica mista, che vanta un'animazione così innovativa da non riuscire quasi a distinguere realtà e finzione. Marcel e la sua nonna sono conchiglie e vivono in una bella casa che prima apparteneva a una coppia. Quando la coppia abitava lì, Marcel e la nonna condividevano le loro vite con tutti gli altri membri della loro grande comunità, ma adesso sono rimasti da soli e devono arrangiarsi a cavarsela per procurarsi il cibo e tenersi impegnati. La casa è affittata da un documentarista, che comincia a riprendere la vita quotidiana di Marcel e a pubblicarla su Youtube, regalando al mollusco un'inaspettata e improvvisa celebrità.


 Marcel è timido, ma deciso: è una piccola conchiglia molto educata che soffre molto per la perdita della famiglia e ha tante premure per la sua nonna. La storia è molto dolce: col suo ritmo lento ci conduce a scoprire le emozioni e la tenacia con cui affronta la vita il piccolo protagonista, attraverso dolori, speranze, scoperte, lutti, amicizie, nuove conoscenze e ripartenze, perché la vita è in continuo cambiamento, ma non deve per questo spaventarci. L'ultima scena in cui compare nonna Connie è pura poesia.

Giudizio: Il film mi è piaciuto e mi ha commosso, ma non non mi ha travolta nell'emozione come mi sarei aspettata, rimanendo comunque carino e piacevole, anche se piuttosto lento. ⭐⭐⭐ 1/2


🤎 Del primo film Il gatto con gli stivali 2 - L'ultimo desiderio ho già parlato. L'avevo visto al cinema sul finire dello scorso anno e l'avevo veramente apprezzato, soprattutto per la tecnica d'animazione rivoluzionaria, temi non proprio semplici affrontati con efficacia e, soprattutto, uno degli antagonisti introdotto davvero bene e terrificante.


Tutti gli altri film d'animazione sono disponibili sulle piattaforme di Disney Plus e Netflix.

🟥 Red è l'unico film Disney candidato, ma è un film di Pixar. Il 61° classico, Un mondo misterioso, l'unica uscita tutta Disney del 2022, è passata sotto silenzio, inosservata e dimenticata dopo poche polemiche sulla eccessiva inclusione, tolta la quale non restava più molto altro nel film. Quindi solo il film Pixar rappresenterà agli Oscar la major Topoliniana.



Red è un film un po' più divertente e giocoso di Un mondo misterioso, ma non è un granché e, dal mio punto di vista, il lato più debole è l'età delle protagoniste: l'adolescenza. Se è vero che mancava un film animato per quel target di età, al quale di solito sono più indirizzati i telefilm e i film live action, è anche molto difficile identificarsi nella protagonista se si è più grandi o più piccoli.

La storia è infatti quella di Meilin, questa ragazzina di tredici anni cinese che vive con la sua famiglia a Toronto, dove gestisce un tempio dedicato al culto del Panda Rosso, che da sempre protegge la famiglia Lee. Meilin è una bambina di rara antipatia. Completamente sottomessa alla madre, è Miss Perfettini, tutta scuola e tempio: ottimi voti e pomeriggi passati a pulire e a lavorare con la madre nel tempio - davvero il tipo di bambina più comune da incontrare e con cui identificarsi, insomma. Coltivando i suoi rapporti umani solo a scuola, ha tre amiche del cuore che sono macchiette monodimensionali. L'estetica della sua amica vestita di rosa è orripilante, sembra un mostriciattolo. E colgo così l'occasione per parlare dei disegni; veramente brutti, ma tanto proprio.

La storia si sviluppa intorno al menarca di Meilin, che è un'ottima idea, non solo perché parlare di mestruazioni, cercando di rompere un tabù, è buono e giusto (anche se non è così esplicitato -il momento più chiaro è quello in cui la madre piomba a scuola gridando che la figlia ha dimenticato a casa il pacchetto di assorbenti che sta sventolando di fronte alla scolaresca, segno che invece di essere argomento segreto, è diventato un argomento comico-), ma perché dà il là al cardine della storia. Tutte le donne di quella famiglia, infatti, al menarca si trasformano in giganteschi Panda Rossi. Nell'omissione della madre, terribilmente castrante, che temeva di affrontare l'argomento con Meilin, oltre che nelle sceneggiate (come quella degli assorbenti), in cui, senza rendersene conto, mette in imbarazzo la figlia, abbiamo il ritratto perfetto di questa donna, che è riuscita a chiudere il suo passionale panda per sempre. Ma Meilin è di un'altra pasta e di un'altra generazione e forse non vuole rinunciare del tutto a quella componente di sé stessa.

Giudizio: il tema dell'accettare i lati di sé che non sono quelli amabili e ben voluti dalla società mi è piaciuto molto ed è un po' più movimentato dell'ultimo film Disney che avevo visto, ma non mi è parso granché. Bene provare a parlare dei cambiamenti che l'adolescenza porta, affrontandoli sia dalla parte dei ragazzi che da quella dei genitori, ma non è un tema universalistico. Disegni tra i più brutti che ricordi. ⭐⭐

🔴 Il mostro dei mari era un titolo che mi lasciava ben sperare: avventure su navi pirata, navigatori rozzi ed esperti del combattimento corpo a corpo con gigantesche piovre od orribili kraken, cuore in gola e cieli cupi di tempeste marine.


Macché. Questo lungometraggio (due ore!) di Netflix e Sony Pictures è un prodotto dei nostri tempi e non poteva neanche lontanamente avvicinarsi alla mia immaginazione: inclusione e scrittura di infimo livello, non è altro. 

La presentazione dei personaggi non c'entra niente con la trama successiva. I pirati (no, questi marinai non sono fuorilegge, ma bravi dipendenti della Corona, anche se l'aspetto richiama i protagonisti di Pirates of the Caribbean) cacciatori di mostri, varianti dei balenieri, hanno una bella estetica con uncini, gambe di legno, nasoni, bende sugli occhi e sono gagliardi e dall'aspetto minaccioso, ma sono scritti malissimo. Il capitano Achab non è coerente con sé stesso; prima uomo comprensivo, che dimostra affetto nei confronti del ragazzino salvato da un naufragio anni prima, simpatia per l'orfanella che si imbuca a bordo, poi prevale il far rispettare gli ordini, infine è avvolto da un cieco desiderio di vendetta, che non ha redenzione. Lo stesso l'ufficiale Sarah Sharp, che sembra molto rigida, poi non lo è. La protagonista, Maisie, è mostrata per la prima volta in un orfanotrofio, mentre racconta le storie dei feroci e valorosi pirati agli altri orfanelli (una sequenza piuttosto abbondante per non avere quasi alcuno scopo nelle vicende), prima di fuggire per imbarcarsi a bordo della Inevitabile.

E qui possiamo cominciare a parlare di inclusione: nel giro di pochi secondi a bordo della nave cacciatrice abbiamo ben due donne di colore, più un'altra ufficiale che ha l'incarico di far eseguire i comandi del capitano. Ma questa è una società in cui non ci sono neppure i bucanieri, quindi è una società molto avanti a livello di diritti sociali. Mi sono, dopo poco, domandata come mai una società così sviluppata non fosse anche animalista e cacciasse le creature del mare, belle o brutte che fossero. E infatti il tema del film è proprio questo: i mostri non sono cattivi. La pellicola si incentra sulla caccia alla Furia Rossa, un mostro orribile, ma non in quanto spaventoso, bensì per il design ridicolo, come se Nessie (di un rosso monocolore, senza nemmeno una sfumatura) avesse inghiottito una gigantesca tavola da surf; occhi e naso sono molto simili a quelli di Sdentato, ma l'effetto non è comunque positivo. Ma il peggior momento della scrittura è il finale: a un tratto si interrompe, non ha conclusione, lascia il destino dei personaggi a sé stessi. Non è specificato cosa ne sarà della bambina e del protagonista; non è ben chiaro il costo del patto con la strega; non sappiamo che destino attende i cacciatori di mostri, l'Inevitabile, Sarah, il capitano, che non si merita (ingiustificatamente) un contatto con i protagonisti, né una possibilità di cambiare idea, di redimersi.

Giudizio: va bene che essere animalisti è una bella cosa, ma un tema simile merita una scrittura migliore, non basta solo l'idea; inoltre i film d'animazione dovrebbero anche essere divertenti da vedere. Se un film ha un nome che promette avventure in mezzo al mare, mi aspetto che ci siano, che sia movimentato. L'animazione iniziale del mare era anche interessante, ma si perde nei disegni e nella scrittura. ⭐

❤ Infine l'attesissimo Pinocchio di Guillermo del Toro, vincitore del Premio Oscar, ennesimo adattamento della fiaba di Collodi. Diciamolo subito, della storia originale non ha praticamente nulla, sono rimasti Pinocchio, il Grillo, Geppetto e il pesce cane, ma servono a una causa superiore, quella antifascista.


Durante la Grande Guerra Geppetto perde il figlio Carlo sotto un bombardamento. Accanto alla tomba del figlio pianta un pino, da cui una sera, ubriaco, ricaverà il pezzo di legno che sarà Pinocchio. In un buco nella corteccia si era appena trasferito il grillo Sebastian, che continuerà a vivere in quel buco, adesso in mezzo al petto del burattino, a cui uno strano mostro e strani spiriti daranno la vita. Pinocchio sorprende il suo ignaro neo-babbo e si dimostra indisciplinato e naive nei confronti del mondo esterno. Oltre a non conoscere niente della vita, è spinto a obbedire solo ai suoi istinti del momento e attirerà presto le attenzioni di molta gente problematica, in grado di raggirarlo a proprio piacere: il Conte Volpe lo vuole come attrazione principale del suo circo, per cogliere il favore di Mussolini, e il padre di Lucignolo lo vuole per renderlo il perfetto soldato per la Giovane Italia Fascista, poiché non può morire. In mezzo a queste peripezie Pinocchio maturerà molto e comprenderà il valore delle vite che lo circondano.

Giudizio: dal punto di vista della storia, sono rimasta spiazzata. Ha tinte velatamente horror, ma non è brutta. Solo che, essendo così diversa dall'originale, del Toro avrebbe potuto semplicemente crearne una propria. La parte straordinaria del film è l'animazione in stop motion e l'estetica molto caratteristica e coerente. Riguardo alle canzoni, mi pongo su una via di mezzo rispetto a quanto si legge in giro: ci stanno, anche se forse si stava meglio senza (mica è la Disney!) ⭐⭐⭐ 1/2

L'animazione non è un genere, è una tecnica.

Guillermo del Toro

mercoledì 18 gennaio 2023

Ernest e Celestine e l'avventura delle sette note: una fiaba ad acquarelli

 Dieci anni fa, nel dicembre del 2012, uscì per la prima volta al cinema un adattamento (di Daniel Pennac, con la regia dei belgi Stéphane Aubier, Vincent Patar e del francese Benjamin Renner) dei personaggi di Ernest e Celestine, protagonisti delle storie per bambini dell'illustratrice Gabrielle Vincent, le cui tavole sono dipinte ad acquerello e hanno una grazia straordinaria. Il film fu candidato anche agli Oscar del 2014 come miglior film d'animazione, ma vinse Frozen. Successivamente fu realizzata una serie animata di 26 episodi, trasmessa in Francia nel 2017, per la regia di Julien Chheng e Jean-Christophe Roger, che hanno realizzato anche il sequel uscito nelle sale italiane il 22 dicembre scorso, Ernest e Celestine - L'avventura delle 7 note. In questo secondo capitolo della storia tornano al doppiaggio Claudio Bisio e Alba Rohrwacher, di nuovo nei panni dell'orso e della topolina.


La storia prende le mosse dal risveglio dell'orso Ernest, che abita con la sua amica Celestine, dal letargo, ritrovandosi affamato ma senza cibo né soldi per acquistarlo. La topolina Celestine corre dunque a prendere al piano di sopra il violino (un prezioso Stradivorso) di Ernest, affinché possano andare a esibirsi in strada per guadagnare qualcosa. Scendendo, però, inciampa nella pantofola che ha perso Ernest e ruzzola dalle scale, senza farsi male, ma distruggendo il violino. La topina si scusa e domanda se sia possibile ripararlo e un arrabbiatissimo Ernest le risponde che solo nella sua terra di origine, l'Ostrogallia, dove perennemente gli abitanti suonano musica, vive il liutaio che può aggiustarlo, ma che non intende tornarci mai più. "Così è e sempre sarà" le dice l'orso, citando il motto della sua gente, che si riferisce anche alle tradizioni che resistono immutate in Ostrogallia, come quella che vuole che i figli svolgano sempre il lavoro dei genitori. Celestine insiste, ma non gli fa cambiare idea e, mentre l'orso cade in depressione per la perdita dello strumento, la topolina studia il modo per raggiungere l'Ostrogallia da sola e parte di nascosto, portando con sé lo Stradivorso. Quando Ernest se ne accorge, la raggiunge e i due arrivano infine nel paese natale di Ernest, che è molto diverso da come lo ricordava: è infatti diventato proibito suonare qualsiasi nota diversa dal Do e la polizia arresta chiunque infranga la norma. Sconvolto da questa novità, che lo riguarda da più vicino di quanto non sappia, Ernest, insieme a Celestine, si unisce alla resistenza musicale.

La storia è molto simpatica e consente agli autori di rappresentare anche temi piuttosto complessi per un pubblico infantile. L'Ostrogallia che trovano i protagonisti al loro arrivo è infatti dipinta (è il caso di dirlo) come un paese grigio in cui è stata instaurata una dittatura: una legge iniqua, che sottrae una libertà preziosa e, per gli orsi, essenziale (chiara metafora di libertà fondamentali come quella di espressione) e la cui trasgressione è duramente perseguita, giungendo a gettare acqua sugli uccellini che cinguettano; una situazione tanto ostile da essere insorta una resistenza vera e propria, con paladini mascherati e alcove carbonare in cui riunirsi segretamente per fare e ascoltare musica; un'altra libertà, quella di scelta, di autoaffermazione, vittima dalle consuetudini desuete di questo popolo. All'inizio il clima è tanto cupo da avermi quasi trasmesso angoscia, poi per fortuna (considerando il target) si stempera e subentrano dinamiche completamente a sorpresa, ma che ancora stimolano la riflessione nello spettatore. Nel finale il clima si rasserena e tutto finisce bene (e con un tono adeguato a un'opera per l'infanzia).

La storia è molto bella e i disegni sono poesia, anche se l'animazione non è fluidissima. L'Ostrogallia è rappresentata in modo originale, con funivie che vengono usate come tram, cartelli stradali stranissimi e semafori folli.

Cosa mi è piaciuto: storia, disegni

Cosa non mi è piaciuto: senso di angoscia, animazione, un pochino lento in alcuni momenti

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

mercoledì 28 dicembre 2022

Un sequel superiore all'originale: il nuovo Gatto con gli stivali

 Appena terminata la visione de Il gatto con gli stivali 2 - L'ultimo desiderio di Joel Crawford, sono piuttosto entusiasta. I ricordi del primo spin-off di Shrek sono lontani, ma rammento distintamente di aver storto il naso all'epoca, quando lo vidi in sala. Il paragone è quindi presto fatto, ma sfrutterò i prossimi giorni di feste per rivedere anche il primo.

Oltre al Gatto (in italiano non più, ahimè, doppiato da Banderas, mentre in originale sì e a me è sembrato di aver visto anche una Rosita - ahimé solo per una questione affettiva, perché il nuovo doppiatore gli somiglia nella voce, oltre a essere bravo). torna in questo sequel Kitti Zampe di Velluto. Entrambi, insieme ai nuovi personaggi Big Jack Horner, Riccioli d'Oro coi tre orsi della fiaba e a un cagnolino bisognoso di amicizia che si incolla ai due felini, sono alla ricerca della Stella del desiderio. Al Gatto con gli stivali serve esprimere quell'unico desiderio per recuperare le sue nove vite: ha infatti perso l'ottava e gliene è rimasta dunque solo una, quando un cacciatore di taglie dall'aria sinistra si è messo sulle sue tracce, spaventandolo per la prima volta nella sue vite, inducendolo a nascondersi e ad abbandonare la sua vita da Leggenda che ride in faccia alla morte. 


Questo Lupo-cacciatore è una delle cose migliori del film: la sua introduzione spaventosa, l'aspetto, gli occhi, il fischiettare, le sue apparizioni a sorpresa sono state magistrali. 

Ho trovato un taglio molto maturo nell'esposizione delle vicende e dei sentimenti dei personaggi, specialmente nei sentimenti della famiglia di orsi e nel vissuto del Gatto, che si trova faccia a faccia con la paura, affrontando anche un aspetto psicologico in un modo interessante e presentabile con facilità a un pubblico di bambini. Invece, onestamente, non sono entusiasta di Perrito, anche se apprezzo la sua visione del mondo ottimista e la sua scena con Gatto spaventato, forse la più bella del film insieme a quella di Mamma Orsa con Riccioli. Mi son quasi commossa in questi momenti.

La trama mi è piaciuta, semplice, ma funzionale e non del tutto lineare, nel suo classico itinerario di avventure e ostacoli da affrontare per arrivare alla mèta. Ho apprezzato il finale, che dà anche il là a uno Shrek 5, e le morali e sotto-morali fornite dai vari personaggi con le loro sotto-trame.

L'umorismo è stato ben bilanciato e i dialoghi in generale sono piacevoli e non beceri.

Ma la cosa che mi è piaciuta di più è l'animazione, completamente diversa da quella classica usata finora dalla Dreamworks, perché alterna alle sequenze 3D scene d'azione in 2D, dando un effetto fumettistico. Le scene d'azione in genere, ma soprattutto la sequenza iniziale mi è piaciuta da impazzire (un'intro proprio perfetta).

Cosa mi è piaciuto: animazione, Lupo, trama, personaggi

Cosa non mi è piaciuto: Perrito

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐