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giovedì 11 gennaio 2024

Dopo cent'anni la Disney non è più la stessa: Wish

 Nessuno nega che Walt Disney nel 1923 avesse fondato un'azienda e che questa dovesse fatturare per mantenersi. Però probabilmente il signor Disney un sogno ce l'aveva e l'azienda che a tutt'oggi porta il suo nome, invece, no.

I disegni, i cortometraggi, i film che sono usciti da quella fabbrica erano leggeri, divertenti, magici. Avevano sempre una morale, c'erano dei buoni che dovevano avere la meglio sui cattivi, sulle forze del male, caratterizzati sempre al meglio, perfino più dei protagonisti. C'erano aiutanti colorati e buffi che alleggerivano i momenti più difficili e davano una mano ai protagonisti. I prodotti erano godibili per tutti, adulti e piccini, con piani diversi di comprensione delle battute e di quanto accadeva a schermo. I bambini si divertivano con l'avventura e la slapstick comedy, gli adulti si commuovevano riconoscendo situazioni e sentimenti veri, anche se mascherati e coglievano il sarcasmo e l'ironia più fine.

Qualcosa è cambiato, cent'anni dopo. E io un sospetto ce l'ho di cos'è cambiato. Non c'è nessun sogno che esce più da quella fabbrica di cartoni colorati. A guidarlo c'è solo il dio Soldo, il dio Business: buttiamo sulla piattaforma digitale un prodotto appena un paio di mesi dopo che è uscito in sala, perché ci rendono di più gli abbonamenti mensili, dei biglietti al cinema; riempiamo i prodotti di quello che vuole la gente. Cos'è che vuole la gente? Il politically correct, le citazioni del passato? Vai, vai, sceneggiatore scrivimi una cosa che abbia questa, questa e questa caratteristica. La costruiamo al tavolino come una costruzione della Lego la storia, non ci interessa che sia ispirata. Mettici tanti Easter egg delle storie che aveva fatto uscire il vecchio tizio coi baffetti e l'aria paciona. Al pubblico era piaciuto Oceania? Vai, vai, la protagonista disegnala come Vaiana. Vi piacevano, eh, i disegni degli Anni Novanta? Vai, vai, facciamoli 2D anche noi, ma non tutti, però, perché la gente non vuole vecchiume, vuole la modernità. Facciamo un gigantesco appiccicume di un po' di tutto, ma scritto male. Diamo l'illusione al pubblico che stia vedendo il 62° classico della casa di produzione, perché alla gente piacciono quelli, i vecchi classici. Sì. E infatti è meglio guardarsi quelli. In VHS. Il nuovo decennio è cominciato male parecchio.

Volete sapere com'è Wish, il film del centenario? Così.


La scrittura è orrenda e ho passato la prima metà del film a chiedermi perché. Chi l'ha scritta questa stortura? Non è servito avere alla regia Chris Buck, che aveva lavorato su alcuni dei film più belli, come Tarzan e Frozen; anche la sceneggiatrice Jennifer Lee ha lavorato a fianco di Buck ai due Frozen e Zootropolis, ma è inutile prendere firme certe, se poi le vincoli a determinate condizioni.

La storia, costellata da alcune tra le più brutte e poco orecchiabili canzoni di un film Disney (io tuttora mi chiedo perché non abbiano pensato a una cover di When You Wish Upon a Star, visto che cadeva a fagiolo), ci presenta subito (proprio facendo il verso alla prima canzone di Oceania) subito l'origine di questo paese, fondato da Magnifico (unico nome che ricordo di tutti gli altri personaggi, solo perché l'hanno coniato ad aggettivo come Malefica), un re con un DSPT, che desidera costruire un paese al sicuro da tutto quanto di cattivo c'è là fuori nel mondo. Questo re si fa dare, al raggiungimento dell'età adulta, un desiderio da ciascuno dei suoi sudditi e promette di proteggerli tutti e, una volta al mese, di esaudirne uno. Il re e sua moglie sono bellissimi, bravissimi, fantastici; tutto il regno ama il suo meraviglioso sovrano...per meno di mezz'ora. Poi che è cattivo lo sgama subito la più imbranata delle eroine disneyane, Asha. Nella più brutta scena di cui abbia memoria in un cartone animato, Asha ha un colloquio di lavoro col re. E ha l'ansia per il suo colloquio di lavoro. Seguono scenette su come superare ansia e prova. 

Qua bisogna che mi fermi per lamentarmi di questa cosa. Nel 1937, quando è uscito Biancaneve e i sette nani, i castelli dei re e delle principesse in stile medievale erano lontani dalla realtà tanto quanto lo sono oggi. Questo non impediva che nel lungometraggio animato ci fossero le ambientazioni medievali, le streghe, i nanetti minatori, aggraziati personaggi del bosco e la magia. A nessuno (nessuno!) sarebbe venuto in mente di mettere in scena una sequenza che viene direttamente dalle nostre vite quotidiane, quale fare un colloquio, un esame all'università, andare dal dentista, o fare la spesa alla Coop la domenica dopo che è stata chiusa per la Befana, come una prova da superare in una storia di fantasia. Perché? Perché sarebbe noioso da morire e niente affatto magico. Mi si infrange la sospensione della realtà.

Inoltre, non me la fai durare venti minuti l'illusione che il re sia la migliore creatura della terra. Non glielo fai ammettere con la prima tizia che passa durante un colloquio di lavoro, perché il personaggio non lo sa che quella è la protagonista e quindi che le serve quell'informazione cruciale, subito, perché siete troppo pigri perché lo scopra da sola mentre lavora per il re (cosa che avrebbe anche risolto il problema di intrufolarsi nel castello di nascosto, ma sennò non c'era da scomodare i sette nani reincarnati).

A questo punto, ero già disgustata e me ne sarei andata, se fossi stata da sola. Il primo tempo è agghiacciante da quanto è brutto. Per non farsi mancare nulla, c'è anche una scena terribile, scritta male da morire, in cui Asha racconta ai familiari la sua scoperta e giocano a chi comunica peggio le informazioni: parlano lingue diverse, non si ascoltano, solo allo scopo di far scappare il personaggio e farle cantare la canzoncina che invocherà la coprotagonista/aiutante.

La storia è, infatti, quella dell'origine della stella in grado di esaudire i desideri delle persone. Personaggio, che, stavolta lo possiamo dire, è delizioso. L'hanno disegnato tenerello e buffo e si sono salvati. Si salva a pelo, con un po' più di alti e bassi, l'altro aiutante/spalla comica della storia, la capretta Valentino, che alterna battute banalotte e scialbe e altre più divertenti e riuscite.

Comunque, per far proseguire la storia, poiché per ora il cattivo era poco caratterizzato (di fatto era solo traumatizzato e intimorito che qualcosa potesse compromettere la sua idilliaca città), gli fanno fare un salto a caso, rendendolo cattivissimo, così Asha e i suoi numerosi aiutanti dovranno salvare la situazione, in mezzo a citazioni di molti classici della Disney (Bambi, La spada nella roccia, La bella e la Bestia, La Sirenetta, Robin Hood, etc...). Le versioni 3D di conigli, topi, orsi e scoiattoli sono così orride che penso torneranno a tormentarmi nei miei incubi ancora per mesi. Ancora peggio, inutile e cringe, la scena delle galline. Per chi l'avete scritta, per i bambini? Ma nemmeno se fossero cerebrolesi l'apprezzerebbero! Sono piccoli, mica scemi!

Le canzoni mi hanno esasperata, ho provato noia e impulso di fuggire ogni volta che mi accorgevo che stava per partirne un'altra. Non hanno aggiunto nulla, non hanno mai svolto una funzione narrativa, tranne la prima. Non mi ricordo nemmeno quella principale che è nel trailer e ha pure una ripresa sul finale (quindi l'ho sentita due volte, ma non è bastato). Da Encanto hanno preso una brutta china con le canzoni.

Il doppiaggio è stato a tratti agghiacciante, soprattutto quello di Asha (Gaia), che in alcuni punti si è pure mangiata le parole, ma non è che sia andata tanto meglio con Magnifico (Michele Riondino) o Valentino (Amadeus).

Il secondo tempo, comunque, è migliorato abbastanza e alla fine sono riusciti a dargli un finale decente, prevedibile, ma apprezzabile. La morale della storia è sicuramente carina. Vogliamo dire che era scontata anche questa fin dal primo dialogo e forse pure dal trailer? Sottintendiamolo, dai.

Nel complesso, tuttavia, la storia strappa a malapena la sufficienza. Non è abbastanza per celebrare il primo (e ultimo?) secolo di questa casa di produzione. Non c'è magia solo perché c'è un po' di polverina magica. Me l'hai sbriciolata la magia quando mi hai mostrato la scena del colloquio. La scrittura è pigra, scontata, poco originale e forzata e trascurata al tempo stesso.

Giudizio: ⭐⭐L'impressione generale è che questo film sia finto: un progetto assemblato a tavolino perché rispondesse a certe esigenze, ma totalmente senz'anima.

lunedì 3 luglio 2023

Il quadrante del destino: il ritorno del settantenne Indiana Jones sugli schermi

 Diciamolo subito, partendo dalla conclusione, così ci togliamo tutti il pensiero: non è un brutto film, ma la sceneggiatura è un colabrodo.


Il quinto film di Indiana Jones era in programma per Lucas già dal 2008, ovvero ai tempi de Il regno del teschio di cristallo, il contestatissimo (e rinnegato dai più) quarto film della saga, anche da me dimenticato e mai più rivisto. Di acqua sotto i ponti ne è passata da allora e la Lucasfilm è stata acquisita dalla Disney, che però è stata impegnata a rovinare la saga di Star Wars nei primi sette anni e non aveva modo di mettere mano su quella di Indi. A produrre un quinto film Disney non ci ha pensato realmente prima del 2015. Una serie infinita di vicissitudini ha poi caratterizzato la genesi del film, fra cui l'abdicazione di Spielberg alla regia, che è passata a James Mangold, conosciuto per un buon numero di film di successo (Ragazze interrotte, Kate & Leopold, Quando l'amore brucia l'anima 💖, il remake di Quel treno per Yuma, i due film stand alone di Wolverine, Le Mans '66). Steven Spielberg e George Lucas sono invece diventati produttori esecutivi.

Quando finalmente i motori si sono messi in moto e la pellicola è uscita, tra il quarto al quinto film erano passati quindici anni e nella storia ne passano invece dodici. Nel 1969, nel giorno del ritorno dell'Apollo 11 dalla luna, un Indiana Jones che si sta separando da Marion Ravenwood sta anche per andare in pensione. Nel suo ultimo giorno da professore universitario succedono però due cose: va a trovarlo la figlia di un suo vecchio amico e collaboratore, Basil Shaw, che studia, come il padre, il quadrante del destino, l'orologio dai magici poteri di Archimede, e, al contempo, la CIA e degli scagnozzi nazisti che lavorano per un tale Professor Schidmt, si mettono a darle la caccia perché vogliono il meccanismo.

Il film inizia, però, con una scena ambientata nel passato, al termine della Seconda Guerra Mondiale, con un Harrison Ford ringiovanito di oltre trent'anni (in teoria ne sono passati solo 24, Ford ha dieci anni più del suo personaggio, anche se a volte ce lo fa dimenticare), che insieme al collega Basil sta cercando di impedire ai nazisti di impadronirsi di una serie di manufatti storici e artistici. In questo momento scoprono per la prima volta metà del quadrante, l'Antykytera, che diventerà l'oggetto principale delle ricerche, da parte di buoni e cattivi, nel film.

Il soggetto del film è buono e interessante e ha il sapore della ricerca proprio della saga di Indiana Jones. Anche alcune sequenze sono molto riuscite da questo punto di vista, in particolare la prima, quella svolta nel passato, anche perché la tecnologia ha permesso quello che l'età anagrafica di Ford non consente più: inseguimenti, corse, botte da orbi, peripezie. Mi è dispiaciuto che debba essere l'elemento nostalgia a piacere di più, ma mentirei se dicessi che non ho apprezzato e, per me, ha funzionato anche dal punto di vista tecnico del ringiovanimento. Anche l'inseguimento a Tangeri, per quanto inutile, mi è piaciuto molto e così la sequenza col cavallo e tutta la parte archeologica. In generale ho percepito le sensazioni che avevano dato i primi tre film della saga: c'era la colonna sonora di Williams, c'era il senso dello humor onnipresente di Indi e, in generale, il tono leggero e scanzonato, le scene slapstick, la violenza velata, i continui capovolgimenti delle situazioni, avere la peggio fino alla fine coi cattivi. Insomma, le scene in sé per sé mi sono piaciute e anche il gusto complessivo del film, i sentimenti che lo reggono e che lo inquadrano. Mi è piaciuto anche il finale, che sembra andare verso una direzione e un certo picco di pathos, ma poi lo risolvono in modo divertente e opposto, il che mi è sembrato un colpo di genio, anche se potrebbe sembrare piuttosto che gli sceneggiatori non sapessero come trarsi dagli impicci o che si fossero accorti dell'ora che si era fatta nel frattempo.

Perché lungo lo è stato certamente: non finiva più e non è sempre passato bene il tempo. Ci sono stati alcuni momenti un po' lunghi, un po' lenti, soprattutto all'inizio, e hanno messo sul fuoco decisamente troppa roba. Ci sono troppi personaggi, molti dei quali inutili (il tizio dell'aeroplano, anche se è splendido nella sua totale illogicità e e nel suo non avere perplessità riguardo quanto gli sta accadendo oppure il tizio con le stampelle, ma anche il buon Sallah, anche se questo è semplice fan service) o quasi (per esempio Banderas o la tizia della CIA, che si perde un certo tempo a introdurre per poi non farsene molto); ci sono troppe ambientazioni, troppe scene e molte di queste sono lunghe e di dubbia utilità, anche se capisco perché abbiano tenuto l'inseguimento di Tangeri, visto che è una delle cose più riuscite del film.

Il problema più grosso, però, sono i buchi mastodontici nella sceneggiatura. Alcune motivazioni dei personaggi per fare quello che fanno sono quanto mai dubbie: Indi a un certo punto sarebbe accusato di omicidio, ma non si capisce perché mai, cosa lo inchiodi, perché trovare il quadrante lo scagionerebbe, né soprattutto come diamine fa a prendere un aereo col suo passaporto se è ricercato per omicidio! Del resto è qualcosa di assolutamente inutile perché dopo se lo dimenticano e non se ne parla più. Perché i cattivi se lo portano appresso a un certo punto se non sanno nemmeno chi è. Come fanno a non sapere chi è!? 

Per non parlare degli errori di traduzione che hanno quasi fatto venire una sincope a mia sorella classicista, come definire un codice invece che un alfabeto la lineare B o far coincidere la biblioteca e il museo di Alessandria. Dobbiamo farcene una ragione: sono americani (anche se alla sceneggiatura ci sono pure due inglesi su quattro, ma avranno contato come il due a briscola). Non è una giustificazione, solo un dato di fatto.

Al termine del film ci sono quasi più dubbi che risposte per quanto riguarda l'Antykytera, anche perché si era fatta una certa e non c'era più tempo di chiarire il funzionamento dei varchi spazio-temporali e il loro collegamento con le scoperte precedenti di Shaw. Il finale sembra un po' "veloce", forse proprio per l'abbondanza di altro materiale prima. Non si conclude nemmeno lo scontro con l'antagonista, che è stato buono, ma non buonissimo. Forse Mads Mikkelsen è stato scelto più per il physique du rôle che per le sue doti di performer, perché è stato credibile, ma non mi sembra si sia sforzato troppo.

Eppure, dal trailer, dal soggetto, dallo scopo del film quel momento probabilmente sarebbe dovuto essere la parte principale del film, ma pure io ci sono arrivata stanca, quindi mi immagino gli sceneggiatori, stremati poverini, che han tirato via per forza di cose.

Devo inoltre trattare un'altra spinosa faccenda: la spalla femminile, Helena Shaw, interpretata da Phoebe Waller-Bridge, che dalla regia mi dicono sia notissima per Fleabag, che non conosco perché non seguo molte serie tv. Ho trovato il personaggio assolutamente odioso e per tutto il tempo a Tangeri ho sperato finisse molto male. Ho precedentemente affermato che apprezzo i personaggi femminili forti che non si curano di essere sociopatici o antipatici, come Captain Marvel, ma qua si tratta di un'antipatia completamente diversa: qualunque personaggio, maschile o femminile, così presuntuoso e approfittatore risulterebbe solo detestabile. E non è che il personaggio di Teddy sia proprio adorabile: la sua scena culmine era telefonatissima, da quando Indi entra nell'Hotel L'Atlantique; gli riescono un po' troppo bene al volo le cose, anche se non le ha mai fatte. L'unica scena che gli lasciano per caratterizzarlo un minimo è una di quelle parti del tutto inutili per la storia, pur non riuscendo a conferirgli questo grande spessore. lo stesso. La sua caratteristica principe è "sono un sacco in gamba". Fine.

Concludendo...

Cosa mi è piaciuto: vibes alla Indiana Jones, scene d'azione molto belle, colonna sonora di John Williams,  finale geniale e un po' dolcino

Cosa non mi è piaciuto: sceneggiatura colabrodo, Helena, finale tirato di furia, troppo materiale, personaggi inutili a bizzeffe, costumi

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ -

domenica 2 luglio 2023

Elemental: un recupero della Pixar buono, ma non buonissimo

 Il 27° film di Pixar Animation Studios, Elemental, diretto da Peter Sohn (regista de Il viaggio di Arlo), ha esordito malissimo al botteghino, con un incasso di meno di 30 milioni di dollari, pur recuperando un po', arrivando, a due settimane esatte dall'uscita, a 131 milioni, ma è un film che mi è piaciuto molto e assolutamente non da buttare.


È la storia di due opposti che si attraggono: a Elemental City vivono in armonia persone appartenenti agli elementi dell'acqua, della terra e dell'aria. I "Fuocherelli", invece, hanno più problemi a integrarsi in città e vivono nel loro quartiere (l'idea è quella del ghetto, ma rappresentato in modo molto più allegro). Non sono davvero discriminati, perché ormai è una cosa di cui "fa brutto" parlare apertamente, tuttavia non si amalgamano bene con gli altri elementi, che li guardano un po' male, perché l'aria e l'acqua potrebbero spegnere il fuoco e questo potrebbe bruciare gli elementi di terra-erba o far evaporare l'acqua.

In questo quadro si situa Ember, figlia di due immigrati che hanno aperto una "fuocheria", che vende cibo e articoli ad hoc per i Fuocherelli. Fin da bambina Ember sogna di prendere un giorno il posto del padre nella gestione del negozio di famiglia, che ritiene essere "tutta la vita" del padre. Per tutta la prima metà del film fa a gara con lui a chi è più bravo nelle consegne e nella preparazione delle specialità e non vede l'ora che l'uomo passi il testimone, salvo poi virare abbastanza bruscamente obiettivi nella seconda metà. Durante una delle sostituzioni in negozio, si rompono dei tubi nelle cantine e, prima che Ember riesca a riparare la perdita, dalle tubature esce Wade, un ispettore comunale "Acquatico". Il rapporto tra i due è inizialmente teso, poiché Wade multa il negozio dei genitori di Ember e la ragazza cerca di impedirglielo. Scopriranno insieme successivamente qual è la falla che determina il problema degli allagamenti nella fuocheria e nel quartiere dei Fuocherelli e anche l'attrazione per l'elemento opposto.

I temi del film riconducono chiaramente a tematiche politiche, anche se mascherate da elementi naturali: una sorta di Aparthaid edulcorata, l'incompatibilità tra elementi diversi (che possono simboleggiare le etnie) e l'inaccettabilità delle unioni tra appartenenti a esponenti di diverse etnie/elementi. Cosa potrà mai succedere se ci tocchiamo? È sbagliato? Ci accetteranno? Inoltre rispetto agli attribuiti canonici del gender, nella caratterizzazione della coppia protagonista si è scelto di operare all'opposto: è Ember che è peperina, è allo stesso tempo mente e braccio, si arrabbia facilmente, ha un carattere forte, mentre Wade è sensibile e sempre prossimo alla commozione e al supporto emotivo. Per questo aspetto devo dire Alleluja, anche se scivolare nello "stabilito d'ordinanza" ormai in casa Disney è questione di un istante.

A questo si aggiunge, secondo me un po' forzato, il concetto di voler seguire i propri desideri, anziché quelli proiettati dai propri genitori per il futuro dei figli. Poiché, come accennato, per metà film sembra che si vada in una direzione diversa, l'ho percepito quasi come un elemento aggiunto in corsa nella sceneggiatura, un rimaneggiamento in buona sostanza. Inoltre c'è almeno un buco di trama grosso come una montagna: Ember a un certo punto si reca ad Elemental City, scende dal motorino apparentemente in un punto casuale e, per l'appunto, esce da un palazzo Wade, che la invita ad aspettare con lui una telefonata, mentre lei chiede "oh, ma vivi qui?". Dovrei credere che è stata una super casualità che lei senza saperlo si sia fermata sotto casa sua e lui sia uscito proprio nel mentre? No, credo che gli sceneggiatori non si siano applicati abbastanza.

Pur essendo, quelli che ho elencato, tutti nobili temi da affrontare, si torna al problema che i film Disney e Pixar stanno affrontando in questi ultimi anni, ovvero mettere nelle loro storie troppo cervello e poco cuore. In questo particolare caso di cuore ce ne ho visto tanto, a essere onesta, ma è comunque un film taaaaanto psicologico, tanto cervellotico: cosa provi tu, cosa provo io, perché lo provo, cosa voglio realmente, cosa penseranno i miei genitori, ho troppo peso sulle spalle e così via. Non andrebbero male singolarmente, ma diventa un pochino troppo nel suo insieme, anche perché porta via tantiiiiissimo tempo ad altro. Per esempio, Elemental City è bellissima! È disegnata da favola, i creatori Pixar hanno fatto un lavoro altissimo e raffinato, ma non ho abbastanza tempo per vedere tutte le cose meravigliose della città e dei loro abitanti (soprattutto quelli di terra che non esistono quasi, essendo meno utili alle dinamiche del film), perché mi psicanalizzano i personaggi in continuazione. Disney-Pixar continua a dimenticare che si va al cinema per emozionarsi, soprattutto se non è un film drammatico, ma è un film d'animazione che ha per target anche dei bambini e degli adulti sognatori.

Ultimissima cosa e la smetto con le critiche, che poi si fermano solo a cercare qual è il motivo per cui il film forse non è stato attenzionato, almeno all'apertura, anche perché da adulta razionale ho riconosciuto anch'io l'universalità dei temi affrontati, anche se troppi per un solo film da cento minuti: la pubblicità. Non mi sembra che questo film ne abbia avuta così tanta, esattamente come non ne aveva avuta Un mondo misterioso, anzi, poverino, lui pure meno. Sapevo del suo arrivo perché seguo canali dedicati al cinema, ma altrimenti me ne sarei accorta? È uscito poco dopo, anzi diciamo pure troppo a ridosso de La Sirenetta, che mi sono ben guardata dall'andare a vedere. Devo dedurre che la casa madre punta più sui live action? Punta più al pubblico degli adulti, relegando l'animazione a un pubblico di bambini che dunque non meritano nessuna attenzione? Non sarebbe vero nemmeno questo, perché non potete farmi credere che Elemental sia una storia per bambini. Il target è più quello degli psicologi clinici. Come non mi farete mai credere che ci fosse bisogno di inserire un consenso verbale da parte di Ariel a ricevere un bacio di Eric, considerato il fatto che anche un treenne sapeva che la sirena si era fatta togliere la coda e mandare sulla terra al solo scopo di farsi baciare entro tre giorni, pena la morte.

Bando alle ciance. Adesso arriva la parte che mi è piaciuta: io ho trovate sviluppate molto bene le relazioni tra i personaggi, con passione genuina e grande attenzione ai sentimenti. È un film che mi ha commosso più di una volta. La relazione tra Ember e Wade è molto bella, anche se costruita col solito cliché di tutti i film romance americani per cui la coppia a tre quarti della storia deve litigare per forza per un qualunque motivo, anche se prima non sembravano essercene. Alcune scene sono veramente molto toccanti. Stesso identico discorso del cliché a mezza corsa anche nel rapporto padre-figlia, ma anche in questo caso è un rapporto bellissimo e che emoziona fortissimamente nella parte finale. Il tutto ammantato di colori e luci assolutamente splendidi, che riempiono gli occhi, insieme ai disegni che ho già elogiato. Quindi, in conclusione...

Cosa mi è piaciuto: il cuore. 💓💙 Ho riso e pianto con gusto. Disegni meravigliosi, animazioni fluide. Storie toccanti.

Cosa non mi è piaciuto: il cervello. 🧠 Basta psicanalisi o comunque diminuiamola nei film d'animazione. Più avventura, più città e mondi bellissimi, approfondimento di un numero maggiore dei personaggi a discapito delle elucubrazioni junghiane dei protagonisti.

Giudizio: non vedo l'ora di rivederlo ⭐⭐⭐⭐ 1/2

lunedì 10 aprile 2023

Tutti film d'animazione candidati agli Oscar 2023 (e il vincitore)

 Quest'anno sono riuscita a vedere entro la data della cerimonia tutti i cinque film d'animazione candidati agli Oscar.

💗 Il secondo film d'animazione che ho visto in sala è stato Marcel the Shell (with Shoes On), della casa di produzione A24. Si tratta di un mocumentary, un finto documentario, in tecnica mista, che vanta un'animazione così innovativa da non riuscire quasi a distinguere realtà e finzione. Marcel e la sua nonna sono conchiglie e vivono in una bella casa che prima apparteneva a una coppia. Quando la coppia abitava lì, Marcel e la nonna condividevano le loro vite con tutti gli altri membri della loro grande comunità, ma adesso sono rimasti da soli e devono arrangiarsi a cavarsela per procurarsi il cibo e tenersi impegnati. La casa è affittata da un documentarista, che comincia a riprendere la vita quotidiana di Marcel e a pubblicarla su Youtube, regalando al mollusco un'inaspettata e improvvisa celebrità.


 Marcel è timido, ma deciso: è una piccola conchiglia molto educata che soffre molto per la perdita della famiglia e ha tante premure per la sua nonna. La storia è molto dolce: col suo ritmo lento ci conduce a scoprire le emozioni e la tenacia con cui affronta la vita il piccolo protagonista, attraverso dolori, speranze, scoperte, lutti, amicizie, nuove conoscenze e ripartenze, perché la vita è in continuo cambiamento, ma non deve per questo spaventarci. L'ultima scena in cui compare nonna Connie è pura poesia.

Giudizio: Il film mi è piaciuto e mi ha commosso, ma non non mi ha travolta nell'emozione come mi sarei aspettata, rimanendo comunque carino e piacevole, anche se piuttosto lento. ⭐⭐⭐ 1/2


🤎 Del primo film Il gatto con gli stivali 2 - L'ultimo desiderio ho già parlato. L'avevo visto al cinema sul finire dello scorso anno e l'avevo veramente apprezzato, soprattutto per la tecnica d'animazione rivoluzionaria, temi non proprio semplici affrontati con efficacia e, soprattutto, uno degli antagonisti introdotto davvero bene e terrificante.


Tutti gli altri film d'animazione sono disponibili sulle piattaforme di Disney Plus e Netflix.

🟥 Red è l'unico film Disney candidato, ma è un film di Pixar. Il 61° classico, Un mondo misterioso, l'unica uscita tutta Disney del 2022, è passata sotto silenzio, inosservata e dimenticata dopo poche polemiche sulla eccessiva inclusione, tolta la quale non restava più molto altro nel film. Quindi solo il film Pixar rappresenterà agli Oscar la major Topoliniana.



Red è un film un po' più divertente e giocoso di Un mondo misterioso, ma non è un granché e, dal mio punto di vista, il lato più debole è l'età delle protagoniste: l'adolescenza. Se è vero che mancava un film animato per quel target di età, al quale di solito sono più indirizzati i telefilm e i film live action, è anche molto difficile identificarsi nella protagonista se si è più grandi o più piccoli.

La storia è infatti quella di Meilin, questa ragazzina di tredici anni cinese che vive con la sua famiglia a Toronto, dove gestisce un tempio dedicato al culto del Panda Rosso, che da sempre protegge la famiglia Lee. Meilin è una bambina di rara antipatia. Completamente sottomessa alla madre, è Miss Perfettini, tutta scuola e tempio: ottimi voti e pomeriggi passati a pulire e a lavorare con la madre nel tempio - davvero il tipo di bambina più comune da incontrare e con cui identificarsi, insomma. Coltivando i suoi rapporti umani solo a scuola, ha tre amiche del cuore che sono macchiette monodimensionali. L'estetica della sua amica vestita di rosa è orripilante, sembra un mostriciattolo. E colgo così l'occasione per parlare dei disegni; veramente brutti, ma tanto proprio.

La storia si sviluppa intorno al menarca di Meilin, che è un'ottima idea, non solo perché parlare di mestruazioni, cercando di rompere un tabù, è buono e giusto (anche se non è così esplicitato -il momento più chiaro è quello in cui la madre piomba a scuola gridando che la figlia ha dimenticato a casa il pacchetto di assorbenti che sta sventolando di fronte alla scolaresca, segno che invece di essere argomento segreto, è diventato un argomento comico-), ma perché dà il là al cardine della storia. Tutte le donne di quella famiglia, infatti, al menarca si trasformano in giganteschi Panda Rossi. Nell'omissione della madre, terribilmente castrante, che temeva di affrontare l'argomento con Meilin, oltre che nelle sceneggiate (come quella degli assorbenti), in cui, senza rendersene conto, mette in imbarazzo la figlia, abbiamo il ritratto perfetto di questa donna, che è riuscita a chiudere il suo passionale panda per sempre. Ma Meilin è di un'altra pasta e di un'altra generazione e forse non vuole rinunciare del tutto a quella componente di sé stessa.

Giudizio: il tema dell'accettare i lati di sé che non sono quelli amabili e ben voluti dalla società mi è piaciuto molto ed è un po' più movimentato dell'ultimo film Disney che avevo visto, ma non mi è parso granché. Bene provare a parlare dei cambiamenti che l'adolescenza porta, affrontandoli sia dalla parte dei ragazzi che da quella dei genitori, ma non è un tema universalistico. Disegni tra i più brutti che ricordi. ⭐⭐

🔴 Il mostro dei mari era un titolo che mi lasciava ben sperare: avventure su navi pirata, navigatori rozzi ed esperti del combattimento corpo a corpo con gigantesche piovre od orribili kraken, cuore in gola e cieli cupi di tempeste marine.


Macché. Questo lungometraggio (due ore!) di Netflix e Sony Pictures è un prodotto dei nostri tempi e non poteva neanche lontanamente avvicinarsi alla mia immaginazione: inclusione e scrittura di infimo livello, non è altro. 

La presentazione dei personaggi non c'entra niente con la trama successiva. I pirati (no, questi marinai non sono fuorilegge, ma bravi dipendenti della Corona, anche se l'aspetto richiama i protagonisti di Pirates of the Caribbean) cacciatori di mostri, varianti dei balenieri, hanno una bella estetica con uncini, gambe di legno, nasoni, bende sugli occhi e sono gagliardi e dall'aspetto minaccioso, ma sono scritti malissimo. Il capitano Achab non è coerente con sé stesso; prima uomo comprensivo, che dimostra affetto nei confronti del ragazzino salvato da un naufragio anni prima, simpatia per l'orfanella che si imbuca a bordo, poi prevale il far rispettare gli ordini, infine è avvolto da un cieco desiderio di vendetta, che non ha redenzione. Lo stesso l'ufficiale Sarah Sharp, che sembra molto rigida, poi non lo è. La protagonista, Maisie, è mostrata per la prima volta in un orfanotrofio, mentre racconta le storie dei feroci e valorosi pirati agli altri orfanelli (una sequenza piuttosto abbondante per non avere quasi alcuno scopo nelle vicende), prima di fuggire per imbarcarsi a bordo della Inevitabile.

E qui possiamo cominciare a parlare di inclusione: nel giro di pochi secondi a bordo della nave cacciatrice abbiamo ben due donne di colore, più un'altra ufficiale che ha l'incarico di far eseguire i comandi del capitano. Ma questa è una società in cui non ci sono neppure i bucanieri, quindi è una società molto avanti a livello di diritti sociali. Mi sono, dopo poco, domandata come mai una società così sviluppata non fosse anche animalista e cacciasse le creature del mare, belle o brutte che fossero. E infatti il tema del film è proprio questo: i mostri non sono cattivi. La pellicola si incentra sulla caccia alla Furia Rossa, un mostro orribile, ma non in quanto spaventoso, bensì per il design ridicolo, come se Nessie (di un rosso monocolore, senza nemmeno una sfumatura) avesse inghiottito una gigantesca tavola da surf; occhi e naso sono molto simili a quelli di Sdentato, ma l'effetto non è comunque positivo. Ma il peggior momento della scrittura è il finale: a un tratto si interrompe, non ha conclusione, lascia il destino dei personaggi a sé stessi. Non è specificato cosa ne sarà della bambina e del protagonista; non è ben chiaro il costo del patto con la strega; non sappiamo che destino attende i cacciatori di mostri, l'Inevitabile, Sarah, il capitano, che non si merita (ingiustificatamente) un contatto con i protagonisti, né una possibilità di cambiare idea, di redimersi.

Giudizio: va bene che essere animalisti è una bella cosa, ma un tema simile merita una scrittura migliore, non basta solo l'idea; inoltre i film d'animazione dovrebbero anche essere divertenti da vedere. Se un film ha un nome che promette avventure in mezzo al mare, mi aspetto che ci siano, che sia movimentato. L'animazione iniziale del mare era anche interessante, ma si perde nei disegni e nella scrittura. ⭐

❤ Infine l'attesissimo Pinocchio di Guillermo del Toro, vincitore del Premio Oscar, ennesimo adattamento della fiaba di Collodi. Diciamolo subito, della storia originale non ha praticamente nulla, sono rimasti Pinocchio, il Grillo, Geppetto e il pesce cane, ma servono a una causa superiore, quella antifascista.


Durante la Grande Guerra Geppetto perde il figlio Carlo sotto un bombardamento. Accanto alla tomba del figlio pianta un pino, da cui una sera, ubriaco, ricaverà il pezzo di legno che sarà Pinocchio. In un buco nella corteccia si era appena trasferito il grillo Sebastian, che continuerà a vivere in quel buco, adesso in mezzo al petto del burattino, a cui uno strano mostro e strani spiriti daranno la vita. Pinocchio sorprende il suo ignaro neo-babbo e si dimostra indisciplinato e naive nei confronti del mondo esterno. Oltre a non conoscere niente della vita, è spinto a obbedire solo ai suoi istinti del momento e attirerà presto le attenzioni di molta gente problematica, in grado di raggirarlo a proprio piacere: il Conte Volpe lo vuole come attrazione principale del suo circo, per cogliere il favore di Mussolini, e il padre di Lucignolo lo vuole per renderlo il perfetto soldato per la Giovane Italia Fascista, poiché non può morire. In mezzo a queste peripezie Pinocchio maturerà molto e comprenderà il valore delle vite che lo circondano.

Giudizio: dal punto di vista della storia, sono rimasta spiazzata. Ha tinte velatamente horror, ma non è brutta. Solo che, essendo così diversa dall'originale, del Toro avrebbe potuto semplicemente crearne una propria. La parte straordinaria del film è l'animazione in stop motion e l'estetica molto caratteristica e coerente. Riguardo alle canzoni, mi pongo su una via di mezzo rispetto a quanto si legge in giro: ci stanno, anche se forse si stava meglio senza (mica è la Disney!) ⭐⭐⭐ 1/2

L'animazione non è un genere, è una tecnica.

Guillermo del Toro

mercoledì 28 dicembre 2022

Un mondo misterioso: la Disney ha bisogno di tornare alle avventure

 Dal trailer, il 61° classico Disney a me sembrava brutto.

Mi parevano brutti i disegni, i soliti brutti nasi a patata, le facce gommose e le forme o troppo tonde o troppo squadrate, ma irrealistiche (ma solo io ho nostalgia dei disegni bellissimi de Il Re Leone o de La Bella e la Bestia con le forme realistiche, i movimenti fluidi e sinuosi?). La primissima cosa che avevo pensato, per onestà, era che il personaggio protagonista era proprio identico nell'aspetto al personaggio di Mo (nome che ho dovuto ricercare perché non lo ricordavo nemmeno mentre stavo guardando il film) in LightyearE non avevo capito niente della storia, tranne che sarebbe stata ambientata in un mondo da esplorare molto originale, ma non aveva nulla di attrattivo.

Qualcosa deve essere fallito per forza nel marketing, perché all'indomani del week end di uscita si parlava di guadagni molto bassi al botteghino. Io ero comunque curiosa di vederlo, oltre al fatto che lo davano in uno dei cinema del mio paese, ma quante persone, oltre a me, andrebbero a vedere un film che dal trailer non ispira molto? Considerando che, esattamente un mese dopo l'uscita, il 23 dicembre, lo possono vedere comodamente a casa, se mai ne avranno sentito parlare bene.

Ed è proprio un peccato, perché il film era pure carino. A me, per esempio, è piaciuto più di Encanto, che, secondo me, è tranquillamente il più brutto di sempre della Disney.

La cosa che mi è piaciuta di più è senz'altro l'introduzione dei due personaggi di padre e figlio all'inizio del film: l'esploratore fortissimo e coraggioso, Jaeger Clade, e suo figlio, più interessato alla botanica (e dopo all'agricoltura) Searcher. In una spedizione per cercare un futuro per Avalonia, la terra da cui provengono, minacciata non ho capito da cosa, i due hanno un confronto sui loro differenti approcci al modo di risolvere il problema: Jaeger, come un instancabile Ulisse (la moglie si chiama -guarda caso- Penelope) crede che il futuro sia oltre la montagna, mentre Searcher vuole studiare le proprietà di una pianta appena scoperta, fosforescente e produttrice di energia. Padre e figlio si dividono: Jaeger continua, deciso a oltrepassare la montagna, Searcher resta col resto dell'equipaggio, tra cui Callisto. Venticinque anni dopo, la pianta misteriosa, ribattezzata Pando, è diventata la fonte di energia che manda avanti l'intera Avalonia e viene coltivata in molte piantagioni, tra cui quella di Searcher, ormai agricoltore felice, che ha sposato Meridian, da cui ha avuto Ethan. La famiglia vive felice col cane Legend, quando Callisto, divenuta sindaco di Avalonia, giunge un giorno a informarli che il Pando, collegato attraverso le radici in un essere solo (oddio, sembra un Mindflyer), sta morendo in tutto il paese. Callisto chiede l'aiuto di Searcher, che era un valido esploratore, per cercare e risolvere il problema del Pando, seguendo a ritroso il percorso delle radici. Col classico espediente del "mi nascondo a bordo" anche Ethan si unisce alla spedizione, seguito a ruota dalla madre che lo stava cercando e che assume il ruolo di pilota della missione. Le radici conducono a un mondo sotterraneo popolato da misteriose creature gommose e carine.


La trama, e in particolare il risvolto che prenderà la vicenda, mi è piaciuta e ha un bel messaggio ecologista. Le creature del mondo misterioso sono molto molto carine, gommose, colorate e simpatiche (ottimi gadget per bimbi). I disegni degli umani sono davvero brutti però. Di contro, l'animazione è avanzatissima, tanto da rendere l'espressività dei personaggi straordinaria, sembrano volti veri quando si emozionano.

Riguardo i personaggi dobbiamo parlare di un problema che ha attualmente la Disney un po' in tutti i prodotti (vedi la seconda stagione di Only murders in the building col personaggio di Mabel). Non è un problema grave, anzi, direi che stiamo molto migliorando, ma la Disney è passata da un quasi rifiuto, o perlomeno una totale indifferenza, ai temi dell'inclusione delle etnie, degli orientamenti sessuali e di tutte le possibili diversità alla necessità di dimostrare che non è né insensibile, né contraria. E, anche se è una cosa positiva e attesa da tempo, affronta la questione in modo goffo. Quello che si percepisce è un'ostentazione della bravura della casa di produzione. Non riesce a rappresentare queste tematiche in modo naturale, come se semplicemente facessero parte della nostra società e ci fossimo tutti abituati, che sarebbe appunto il modo di far abituare tutti. Insomma, non è spontaneità, è un dovere da assolvere! Prima o poi ci arriveranno, senza dover dimostrare che possono e vogliono rappresentare ciascuna di queste realtà. Al momento, invece, l'urgenza di sfoggiare la propria inclusività spinge gli sceneggiatori a concentrare in una manciata di personaggi tutte le caratteristiche che Disney doveva dimostrare di accettare: il matrimonio misto, donne non bianche in ruoli di potere, anche militari (wow!), il cucciolo con una menomazione, il figlio omosessuale che è accettato senza conflitto sia dai genitori, sia dal nonno (che per venticinque anni è stato lontano dalla società, ma evidentemente era una società già inclusiva da sempre, non come la nostra). E tutti i personaggi dicono costantemente la cosa giusta. Mi fa impazzire che litigano in modo così garbato! Sarebbe una cosa fantastica non avere problemi di dialogo, essere maestri della comunicazione consapevole di cui parla Marshall Rosenberg, ma a parte l'essere assolutamente inverosimile, non è funzionale alla trama e alla morale di una storia. E infatti un briciolo di conflitto sono costretti a inserirlo per forza, controvoglia. Come fai a far riflettere sul conflitto generazionale, sull'errore che si ripete di volere che i figli seguano la strada dei padri, se non li metti in contrasto, se si capiscono alla perfezione? Come fai a ottenere un ostacolo alla riuscita dell'impresa se non inserisci un malinteso o una differenza di vedute tra personaggi, che, anche quando sono in disaccordo, si parlano sempre con squisito garbo? Non c'è nemmeno un cattivo! Ma cosa sono le fiabe Disney senza un cattivo degno? Molti classici sono stati resi memorabili dai cattivi: Crudelia Demon (oddio, che scempio hanno fatto nel live action), Ursola, Scar, Malefica, il Principe Giovanni, Capitan Uncino, Gaston, Ade...ci hanno fatto anche un gioco da tavolo! Di più, le imperfezioni dei cattivi, la nevrosi di Paperino, gli scatti di Ade, i fallimenti del lupacchiotto spelacchiato de La spada nella roccia sono tratti che, oltre a essere simpatici, ci permettono di riconoscerci, di immedesimarci. Noi non siamo i tizi perfetti che la società vorremmo che fossimo senza veramente permetterci di esserlo (equilibrati e in meditazione ma in una corsa costante ai compiti da fare entro fine giornata). Non possiamo riconoscerci in questi personaggi finti, che non evolvono e quindi a noi non danno margine di miglioramento perché sono già perfetti. Non c'è sugo, non c'è avventura.

 Così non è progressismo, è una political correctness che fa più male che bene, a mio giudizio, e non solo perché scatena le polemiche dei conservatori, ma perché toglie il focus dalla storia. Un film d'animazione deve essere avventuroso, contenere personaggi affascinanti che non rivestano un semplice ruolo di rappresentanza. Tranne nella scena iniziale, il film non contiene nemmeno canzoni. Ma da cosa dovrebbero essere attratti i bambini? Persino il titolo non ha senso, non è accattivante, continuo a dimenticarlo, è aspecifico, brutto. Questo non è un film pensato per intrattenere, questo è un manifesto.

La mia critica non è dunque quella di contenere troppi riferimenti all'inclusione (obiettivamente sono tanti per un film solo), ma di non averli saputi gestire, renderli sensati per lo svolgimento della storia, inglobati in essa oppure al contrario il centro della vicenda, e soprattutto aver perso di vista lo scopo per cui nasce un film d'animazione: divertire, intrattenere, stupire, tenere i bambini (me compresa) incollati allo schermo a bocca aperta.

Cosa mi è piaciuto: trama, animazione, nuove bestiole coloratissime

Cosa non mi è piaciuto: inclusività non spontanea, ma politically corret fine a sé stessa, nasi a patata ovunque, assenza del cattivo

Giudizio: ⭐⭐⭐

domenica 7 agosto 2022

Lightyear: la storia che non poteva essere di Buzz

Da grande amante della saga di Toy Story (i primi tre capitoli perlomeno...riguardo al quarto sono ancora in fase di negazione) e attenta coltivatrice della mia fanciulla interiore, non potevo assolutamente perdere il nuovo film Disney-Pixar, 26° lungometraggio della Pixar Animation Studios.

La visione è stata resa ancora più piacevole dal fatto che mi trovassi nell'arena estiva del cinema del mio paese, sotto le stelle, con una temperatura fresca e piacevole e un'atmosfera familiare. Ero dunque immersa in quel clima anni Novanta (proprio della mia infanzia -nel 1995 avevo 5 anni-) che il film ti chiede di richiamare nei primi minuti.

Il film me lo sono molto goduto, forse per l'atmosfera di cui sopra: serena, di realtà piccola e alla buona. Ho riso di gusto, come mia nipote adolescente seduta di fianco a me (e non era stata lei a trascinarmi al cinema, ma io che glielo avevo proposto).

Si vede l'aria divertita?

La prima sequenza del film è puro fan service e, pertanto, la parte che ho apprezzato maggiormente, perché rievoca molte battute e situazioni dei primi Toy Story.

Poi però la situazione passa da action a stallo e Buzz si slega dal giocattolo che abbiamo conosciuto 27 anni fa. Infatti i personaggi si trovano bloccati sul pianeta in cui Buzz e il resto dell'equipaggio sono atterrati. Inizia a questo punto una dinamica un po' ripetitiva che farà da leitmotiv della storia: Buzz si sente in colpa per non essere riuscito a riportare l'equipaggio indietro, persegue tentativi infiniti per risolvere il problema, si sente in colpa per non riuscirci, etc. Nei suoi tentativi di arrivare alla velocità della luce ed essere così in grado di lasciare il pianeta, la sua vita scorre a un tempo diverso da quello della compagna di avventure spaziali e sua superiore Alisha Hawthorne e di tutte le altre persone che si insediano e iniziano a vivere sul nuovo pianeta. Per gli approfondimenti astrofisici sulla relatività del tempo si rimanda a Interstellar, ma in buona sostanza tanto più Buzz si avvicina alla velocità della luce, tanto più la sua vita scorre lentamente rispetto a quella dei compagni, perché loro si muovono più lentamente. Certo è interessante vedere questi due mondi paralleli di Buzz e Alisha (di cui apprendiamo per fotogrammi le vicende, senza avere però tempo sufficiente e il giusto approfondimento per affezionarcisi -a mio avviso è troppo accennato solo in superficie il rapporto Buzz-Alisha e non lo "sento" davvero-). Però avrei preferito che non si creasse questo scarto tra i personaggi inizialmente presentati nelle prime sequenze e la storia di Buzz, che sarà poi raccontata nel seguito del film. Questa prima parte di fatto è un interludio -fin troppo lungo per il ruolo che doveva svolgere- e una premessa in cui lo spettatore avrebbe dovuto cogliere le radici del dramma di Buzz e delle sue conseguenze successive nel suo comportamento -troppo corto e male approfondito allora-.

La storia vera e propria inizierà con personaggi che vivono oltre 60 anni dopo quell'atterraggio sul pianeta sconosciuto. E non saranno personaggi molto riusciti, tra l'altro: la nipote di Alisha, prevedibile e "già vista" e altri due reietti e sconclusionati aiutanti, che fungono anche da spalle comiche, ma che di fatto sono macchiette. Non si capisce veramente bene perché inserire nella squadra di Buzz tre personaggi  meno caratterizzati e meno simpatici persino dell'ingegnere aerospaziale che fa tre apparizioni nella prima parte del film. Ma si capisce meno ancora, e qui si arriva alla ragione del perché il film comunque sia stato piacevole, perché ci sia stato bisogno di altre due parti semi-comiche (comico in senso un po' demenziale e di quella comicità che ha annoiato e di cui non si sentiva il bisogno) quando Pixar aveva già creato per il film il più riuscito dei personaggi da Olaf a questa parte. Il cyber-gatto Sox non solo è il personaggio migliore del film, coerente col suo ruolo e che non ha mai momenti bassi ma solo picchi, ma è anche LA spalla comica che bastava al film e che avrebbe consentito agli altri personaggi di avere sviluppi completamente diversi, magari più complessi. Invece questi tre sono piatti, non hanno caratteristiche degne di nota, hanno pochissima profondità emotiva, che in realtà è stereotipata, sono personaggi sinceramente brutti, di cui addirittura non ricordo il nome. Forse non servono nemmeno per mandare avanti la trama, ma come puro riempitivo per avere qualche momento di azione o comico in più.

L'altro grosso problema, almeno per me, è come evolve la trama. Senza fare troppi spoiler oltre quelli già fatti -ma altrimenti era impossibile parlare del film e non mi sono discostata eccessivamente dal trailer- è Sox, questo pet da compagnia multifunzione, che anima prima la parte iniziale del film, con le sue gag, e poi la trama, fornendo a Buzz quello che serviva per raggiungere il suo obiettivo e al film la spinta per progredire, introducendo ciò che stavo sperando arrivasse: il cattivo. 

Il cattivo era quello che pensavo sarebbe stato (il malvagio imperatore Zurg), ma non come mi aspettavo che fosse. 😢

La verità è che io sono giunta in sala aspettandomi un particolare "sapore" che credevo avrebbe avuto il film (quello anni Novanta che accennavo prima). Ero convinta che avrei visto il film a cui si ispirava il videogioco che compare all'inizio di Toy Story 2: azione, inseguimenti, sparatorie, un cattivo classico che è il costante ostacolo da battere dall'inizio alla fine, con una trama abbastanza lineare che porta allo scontro finale. Anche l'introduzione e la prima scena illudono che stia per accadere qualcosa di simile: questo infatti dovrebbe essere il film che Andy vide al cinema nel 1995, poco prima che gli regalassero la riproduzione del famoso Space Ranger. Ciò che mi attendevo molto probabilmente non è stato mostrato per creare una scissione netta con il secondo film della saga originale, senza creare spoiler o ripetere le dinamiche. Ma il punto è che negli anni Novanta i film d'azione (o fantascienza per pochi che ne abbia visti in genere e di quel periodo) non avrebbero potuto avere questa trama moscia! Non è credibile che sia questo il film che ha visto Andy!

Le sceneggiature scritte negli ultimi anni hanno sempre gli stessi punti deboli, ma soprattutto sono riflessive come non lo sarebbero state 30 anni fa. La storia tornava circolarmente sulle stesse crisi di identità dei personaggi, che non sono mai abbastanza, poi ci credono un po', poi si riabbattono. Questo ripetersi della stessa situazione è barboso. Un'altra tematica inflazionata (e a questo punto noiosa) è anche il concetto dell'eroe solitario contrapposto al gruppo, il duro che si crede solo e non riesce nelle imprese fino a che non si identifica nella squadra, diventando allora imbattibile (a qualcuno ricorda le dinamiche di Lego Batman?). L'ostacolo dunque non è il cattivo, che diventa un'aggiunta, ma imparare a credere in sé stessi, a fare squadra e a imparare dai propri sbagli. Tutto questo non lo trovo originale. In un film d'animazione, dove certo deve esserci una morale, l'azione e il divertimento non possono essere superate da questa introspezione continua, completamente fuori luogo perché il target del prodotto non permette di approfondire eccessivamente.

Passiamo però alle cose positive del film, poiché, ribadisco, la serata fu molto piacevole.

  1. La tecnica animata è straodinaria: i disegni sono bellissimi, la mimica e la gestualità sviluppatissimi, il lavoro dietro pazzesco! Mi sono guardata anche il making of disponibile su Disney Plus, Oltre l'infinito, che mostra tutto il percorso di realizzazione del vecchio e del nuovo Buzz, sottolineando proprio come abbiano puntato a differenziare l'uomo di cui un film narra la storia dal giocattolo che lo incarna, ammettendo che sarebbe stato un rischio reinventare un personaggio così amato e di successo.
  2. L'inclusività, che sta entrando, gradualmente, nei prodotti rivolti al pubblico dei piccoli, per rendere familiari e naturali a tutti i vari orientamenti sessuali.
  3. Sox ♥. Sox è stato senza ombra di dubbio ciò che ha portato avanti il film. Anche il suo doppiaggio è stato buono. Ho riso con sincero divertimento a ogni battuta, ogni onomatopea pronunciata, ogni intonazione, ogni movimento del personaggio. Sempre sensato, centrato e realmente divertente senza essere sciocco.

Cosa mi è e non mi è piaciuto: In estrema sintesi, anche se trovo che il film sia stato scritto coi piedi, lo trovo al contempo anche molto divertente. Non mi è piaciuto, ma mi ha fatto ridere.

Giudizio: ⭐⭐⭐