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giovedì 6 agosto 2026

Il miglior film della quadrilogia Spiderman del MCU: Brand New Day

Il piazzale del cinema all'aperto del mio paese penso di non averlo visto così pieno dai tempi di Barbie (quando c'era una fila di persone vestite di rosa - me compresa, naturalmente, solo che per me è abbastanza usuale - che arrivava a metà della strada che lo ospita).

All'inizio il pensiero è stato "mettiamoci lontani da vecchiette e ragazzini", ma siamo stati circondati e la sorpresa è stata che tutta la visione del film è stata accompagnata dal silenzio.

Per inciso, detesto quando al cinema mi parlano nelle orecchie o vengo accecata dallo schermo di un telefono nelle file davanti, ma amo vedere le sale piene e sapere che al cinema questo fa bene (e questi botteghini di luglio sono una gioia per l'anima).

Ma veniamo a Spiderman: Brand New Day di Destin Daniel Cretton


Peter Parker è triste e solo (anche se ha un paio di alleanze, non del tutto stabili con la detective Jean DeWolff e con il Punitore Frank Castle), impegnato solo nel lavoro da supereroe (non si capisce se ne ha anche uno vero o di cosa sopravviva), sgominando cattivi senza sosta, e a guardare da lontano MJ e Ned che vivono la loro vita al college senza ricordarsi di lui, finché non accadono tre cose.

Un'entità misteriosa compare a New York, intenzionata a forzare il Dipartimento del Damage Control alla ricerca di qualcosa, e Peter comincia ad avvertire i sintomi di un cambiamento imminente e difficile (che proverà a fermare cercando aiuto da Bruce Banner), proprio mentre tornano a New York i suoi amici.

Questo film, rispetto ai precedenti di questo specifico Spiderman, cambia regista e impostazione: è più fisico, girato un po' più nella realtà e un po' meno davanti al Green Screen, e con una trama un po' più solida, anche se non torna tutta. Ho alcuni dubbi sul funzionamento dei poteri di ciascuno, specialmente quelli di un personaggio, sul perché a volte non sono usati al momento del bisogno e su certe scelte poco strategiche dei personaggi, soprattutto nel non voler comunicare, ovviamente però necessarie a tirare la trama in quella direzione. Inoltre chi è il cattivo è telefonatissimo (e ne manca uno più efficace).

Le scene d'azione mi sono piaciute un sacco e devo dire che gli effetti speciali e qualche movimento di macchina sono fighi.

Mi è piaciuto? Sì, abbastanza: trovo che sia stato un film carino, emozionante in qualche punto e soprattutto con dinamiche interessanti e divertenti fra i personaggi (è l'aspetto che ho preferito), soprattutto nei legami amicali di Spiderman con The Punisher, con Ned, con la poliziotta DeWolff. 

Non mi sono piaciute molto le interazioni con MJ, forse perché ci ho sofferto o perché quello che sembra succedere a un certo punto poi non mi viene dato (mi hai tolto la caramella di bocca) o anche perché ci visto una replica del nuovo rapporto Star Lord - Gamora (li sappiamo sviluppare anche in un altro modo i rapporti amorosi in casa Marvel oppure no?). In termini di varietà potremmo fare uno sforzo anche nel variare le situazioni di pericolo in cui si trova MJ, perché è la seconda volta in due film di seguito che ho un bruttissimo déjà vu.

In generale trasmette molta tristezza la situazione di Peter e ho partecipato emotivamente alle sue emozioni (dopo averlo visto in due film consecutivi sto rivalutando anche Tom Holland - o forse è migliorato come attore, con una crescita che è andata di pari passo con la maturazione del personaggio). Questa malinconia accompagna tutta la storia e tutti i personaggi, persino il finale è agrodolce, lasciandoci però uno zuccherino con l'ultimissima scena (che mi piace avvenga fra questi due specifici personaggi). Ci sono anche momenti che sdrammatizzano, soprattutto nel rapporto Peter-Frank. The Punisher è uno degli elementi più funzionanti del film, come personaggio e come attore (calza il ruolo come un guanto, molto più di come vestiva quello di Menelao).

Non mi è piaciuto l'arco narrativo di Bruce Banner in questa pellicola: non capisco perché gli Avengers della vecchia guardia debbano essere puniti, né capisco perché Peter instaura quel tipo di rapporto con lui (vi siete dimenticati le regole del gioco stabilite col finale di No way home?).

Non mi è piaciuta nemmeno la scusa con cui i Nuovi Avengers sono tenuti fuori dai giochi (facciamo come Eternals e Captain Marvel?). Non mi piace che il messaggio del film sia sempre lo stesso, l'ho trovato un po' ritrito.

In conclusione: è un film dolcino (da lacrimoni trattenuti in alcuni momenti), a tratti divertente, ma soprattutto malinconico, con una trama che scricchiola in diversi punti, ma delle ottime parti di azione ⭐⭐⭐

domenica 19 luglio 2026

Nolan ci svela il segreto per cui Ulisse ha tanto tardato a tornare a Itaca: Odissea

 Dalla notte dei tempi ci chiediamo perché Ulisse ci ha messo 10 anni a tornare a Itaca.

E Nolan ci dà la sua versione dei fatti.


Il film più atteso dell'anno (almeno da me), Odissea di Cristopher Nolan dura quasi tre ore e può essere raccontato da tanti punti di vista, perché di temi ne tratta molti.

Avete presente quando il racconto di una festa al mattino dopo è diverso a seconda di quale partecipante te la descrive?

Sarà così anche per questo film: ognuno te lo racconterà a suo modo, da chi ti parlerà della guerra e dei suoi effetti a chi si concentrerà sul linguaggio con cui i personaggi parlano tra sé o del loro mondo.

Così anche io ti racconterò qual è stata la mia esperienza con la mia prima visione di Odissea (perché non vedo l'ora di rivederlo in IMAX).

Dunque partiamo da qui, da uno dei motivi principali per cui il pubblico attendeva questa pellicola: la parte visiva, la spettacolarità dei paesaggi, delle riprese, della luce, degli effetti visivi esclusivamente pratici. Questa è la prima pellicola al mondo girata interamente su pellicola 70 mm (sappiamo che Nolan è amante dei sistemi analogici) e con la tecnologia IMAX, realizzando un'armatura che scherma il rumore della pellicola che ruota per permettere di registrare anche il sonoro, anche a costo di usare degli specchi perché gli attori si guardassero negli occhi mentre parlavano con la scatolona della macchina da presa in mezzo. Questo film è quello con la maggiore qualità delle immagini mai girato al mondo. In Italia non possiamo neanche vederlo "puro" perché non esistono sale cinematografiche che lo consentano (ce ne sono una manciata in Europa).

Ho visto il film in una sala modesta e con uno schermo non così grande, ma alcune immagini sono state bellissime da vedere anche così. Mi sto già pregustando la spiaggia di Calipso o le brume mattutine e quei cieli bellissimi che fanno da sfondo ad alcune scene o la spettacolare sequenza nel bosco dei Lestrigoni sullo schermo molto più grande e prestante della sala IMAX a Campi Bisenzio.

Se posso trovare un difettuccio: certe scene di combattimento non sono chiarissime, soprattutto quelle finali, ma potrei ricredermi con la seconda visione, chissà...

Oltre a questo, la lunghezza è tanta e anche se ogni scena è necessaria e il ritmo è giusto, mai lento anche nell'alternarsi di momenti di maggiore azione e di elaborazione, in alcuni punti ho sentito un po' di stanchezza. E, devo dire, a me la colonna sonora di Goransson non ha entusiasmato.


Per quanto riguarda la storia, la conosciamo tutti dai tempi della scuola (e lo darò per scontato, senza dire troppo, ma senza considerare che le avventure di Ulisse siano spoiler), ma come sceglie di raccontarla Nolan, che la storia la scrive oltre a dirigerla e produrla?

L'enorme poema di Omero è stato adattato senza troppi stravolgimenti, ma prestandosi per affrontare molti temi. I tagli alla storia sono stati necessari per forza di cose, ma ragionati e quello che resta è funzionale al racconto, che segue comunque la cronologia dei libri, pur con alcuni flashback, dosati per raccontarti la fine della guerra di Troia e il famoso inganno del Cavallo in un preciso modo. Anche le sequenze iconiche, come quella di Polifemo, sono adattate nella narrazione e nel design. Il ciclope così concepito è molto bello visivamente e ce lo rende mostruoso ma non cartoonesco, più drammatico e più adatto al tono del film che non nelle classiche sembianze e nel canonico scambio di battute. Non è una trasposizione pedissequa delle sequenze del poema quella che porta Nolan; è una reinterpretazione con un fine preciso, ma che non snatura l'opera.

Uno dei punti di forza del cinema del regista è l'ordine che sceglie per presentarci la storia e, anche in questo caso, è stata la cosa che ho in assoluto preferito, esattamente come in Oppenheimer. A questo scopo anche il montaggio è stato efficacissimo.

Ad aprire il film, è un cantore nero. 

(Apro la parentesi per dire ormai anche la mia sulla polemica relativa alla scelta degli attori. Come ormai siamo abituati a vedere e come è politicamente necessario per la partecipazione ai premi, il cast è multietnico e a me non ha cambiato molto, son sincera. Potreste darmi di ipocrita perché ho gridato allo scandalo quando hanno scelto Margot Robbie - che pur trovo bella e brava - per interpretare Catherine e stavolta accetto senza battere ciglio una Elena nera. Secondo me la differenza sta nel fatto che i personaggi omerici non avevano tratti fisici che riflettevano la loro essenza, salvo Aiace o magari Achille, mentre le forme esili e nervose di Catherine contribuiscono a definirla (nel carattere e nel suo destino; in Cime tempestose l'aspetto dei personaggi e dell'ambiente sono essi stessi mezzo del racconto, contribuiscono integralmente). Accetto, per esempio, un Cyrano che anziché un brutto naso ha un'altra cosiddetta deformità, perché non importa qual è che lo convince che non può meritare l'amore di Roxane; il nanismo di Peter Dinklage è funzionale tanto quanto il nasone originario. Così come potrei accettare un Aiace Telamonio nativo americano purché gigantesco, ma mai un fisico esile, ancorché bianco. Altra polemica è nata per l'Achille che doveva essere interpretato da Elliot Page. Ebbene è stata la più sterile delle polemiche poiché nel film Achille non c'è e l'attore interpreta tutto un altro ruolo in cui è stato molto bravo. Vi siete scannati anzitempo per niente insomma.)

Musa, quell'uom di multiforme ingegno
Dimmi, che molto errò, poich'ebbe a terra
Gittate d'Ilïon le sacre torri

Come nei primi libri dell'Odissea, la Telemachia, Nolan inquadra la situazione a Itaca: l'impotenza di Telemaco davanti ai pretendenti che invadono il palazzo e che chiedono che la moglie del re scelga un nuovo marito, lo sforzo di Penelope di resistere e prendere tempo, tanto Ulisse tornerà...Ulisse tornerà...ma Ulisse non torna e manca da casa da quasi vent'anni. Otto ne sono già passati da quando è finita la Guerra di Troia e giungono voci che gli altri eroi abbiano già fatto ritorno a casa. Non preso in considerazione nemmeno dalla madre, che nel figlio vede ancora un bambino da proteggere e senza la sua esperienza nel regnare, Telemaco parte per Sparta in cerca di notizie del padre.

Ma cosa trattiene Ulisse?

Ulisse tentenna in questo rientro. Lo vediamo alla partenza delle navi da Troia, dopo la vittoria, dopo che il trucco del Cavallo che lui ha escogitato ha consegnato ad Agamennone quello che voleva, ciò per cui partirono le armate achee.

Ah, Agamennone. Anche il suo elmo, il primo elemento rilasciato nella prima locandina condivisa di questo progetto, scatenò un putiferio per l'eccessiva modernità del design; eppure è un elemento azzeccatissimo e funzionale (ancora una volta uso questa parola per descrivere le scelte - spesso discusse - del regista). Le apparizioni del personaggio sono quasi esclusivamente con l'armatura. Il volto lo intravediamo appena. L'armatura è rimossa solo tra le mura domestiche, esponendo finalmente la fragile figura di uomo, che per tutto il resto del tempo, con addosso quell'elmo e quell'imponente armatura lucida, come un Darth Vader, incute terrore (lo stesso scopo del travestimento di Batman) e trasmette troneggiando la potenza, il comando, la minaccia, la vendetta a cui sarebbe andato incontro chiunque l'avesse ostacolato nei suoi piani di espansione che hanno preteso il sacrificio più grande.

Mi piace tutto della scrittura del film? No...

Ci sono scene in cui si spiega troppo: Eumeo che dice "scaltro" di Ulisse, Penelope commenta l'orrore del sacrificio di Ifigenia, ma non ne ho bisogno per capire queste informazioni; saranno sufficienti le gesta di Ulisse come lo è il volto pietrificato dall'orrore di Anne Hataway a farmi arrivare la furbizia del primo e la scelta drammatica e folle del gesto.

A queste si contrappongono tuttavia scene di pura sintesi visiva: Ulisse che fissa un'armatura vuota sulla spiaggia di Troia, tenendo in mano un piccolo oggetto mi comunica subito chi non ce l'ha fatta o l'effetto del canto delle sirene lo vediamo dal volto di Ulisse (in generale Matt Damon ha dato una buona prova, ma non la mia preferita tra quelle del cast), così come le espressioni sui volti dei suoi uomini mi restituiscono terrore o raccapriccio all'incontro con i mostri. Ancora, le cicatrici sul volto espressivissimo di Lupita Nyong'o e sul corpo di Elena, ricucita come il Mostro di Frankestein, sono più eloquenti di uno spiegone nel raccontarmi quale pena le è stata inferta per la sua infedeltà. Quanto è stata criticata la scelta di questa attrice, già premio Oscar dodici anni fa. Eppure le scene in cui compare Elena possono essere così sintetiche proprio per le capacità espressive di questa attrice, così intensa da trasmettere orrore, paura, rabbia o dolore con un solo sguardo. Pochi istanti a schermo in cui l'ho amata, per me da brivido (e da bis).

E non è la sola attrice stupenda in questa pellicola. Parliamo di attrici e dei loro ruoli (e forse di un certo riscatto di Nolan nello scrivere i personaggi femminili) e in generale di performance.

Il cast è di enorme livello e si dice che solo Pattinson abbia voluto leggere il copione prima di accettare, poiché il nome di Nolan è già sufficiente per convincere gli interpreti a firmare un contratto.

Anne Hataway è l'attrice con più minutaggio e il ruolo più importante fra quelli femminili: una donna matura, ancora innamorata del marito, resa dura dagli anni di solitudine e difficoltà da affrontare per tenere testa da sola a una società maschile che la sorveglia e vuole strapparle il potere. Come donna non potrà far fronte ai pericoli esterni: un pericolo che viene dal mare e a cui si accenna, seminando indizi, nel corso di tutto il film per svelarci in fondo di cosa si tratta. Hataway è stata maestosa, ma in certi momenti forse anche troppo calcata per me.

Penelope non cerca un marito. Vuole Ulisse.
Jean-Pierre Vernant

Tra gli attori maschili, devo dire che Robert Pattinson è quello che ho preferito e negli ultimi anni sta dando buone prove delle sue capacità; qui indossa un ruolo antitetico rispetto all'eroe lunare e muscoloso del Batman nel film di Matt Reeves. Antinoo è vile e ipocrita, il classico cattivo che sa di non avere grandi capacità o forza, ma è abbastanza furbo da agire nell'ombra per perseguire i suoi intenti. In generale questi proci sono dipinti con una spregevolezza abbastanza fine a sé stessa e mi dispiace un po' per questo appiattimento. Con Antinoo si scende un po' più nel dettaglio e apprezzo che Nolan ci sia riuscito con poche scene. Ad esempio, in una breve scena di caccia la scrittura economizza più informazioni: la bravura, il coraggio, ma anche il senso di giustizia di Ulisse, l'ammirazione che Antinoo ha per l'eroe, la lealtà di Argo (un po' trascurato secondo me nella costruzione del suo legame al padrone), la cicatrice sul piede che permetterà a Euriclea di riconoscere il padrone molti anni dopo. Il tempo è usato davvero bene.

Sicuramente nel ruolo più intenso e con l'interpretazione più riuscita in cui l'ho visto è anche Tom Holland, che finora non avevo mai apprezzato particolarmente. Telemaco, giustamente, non è rappresentato come un uomo maturo, ma neppure come un ragazzo: è un giovane uomo dibattuto fra la voglia di trovare il padre mai conosciuto e un latente desiderio di prendere il trono quello che parte per Sparta, tra speranze e preoccupazioni.

A Sparta trova un Menelao risoluto, energico, di nuovo a capo di un regno e di una casa, finalmente vendicatosi di Elena e di Paride, ma che sconta anche lui il prezzo di quella guerra e le conseguenze (come la morte del fratello, la vendetta di Clitemnestra per il sacrificio della figlia). Così come Elena porta il peso di essere stata la causa scatenante di una guerra a cui è sopravvissuta e chiede a Telemaco di scusarsi con sua madre per quanto avvenuto in suo nome e che ha consumato vite e anni. In suo nome, dice, perché è ben specificato fin da subito che il motivo vero era la convenienza economica e politica per Agamennone e che il motivo per cui hanno aderito gli altri Greci non era la necessità di pagare l'affronto nemico a Menelao o alla Grecia, ma la paura delle ripercussioni del fratello qualora non avessero preso parte alla spedizione.

Quella maledetta guerra...

Quel conflitto terribile e logorante che non ci è mostrato per i suoi dieci anni, né per gli eventi dell'Iliade, ma solo nel suo esito finale e nelle sue conseguenze soprattutto, i suoi lunghi strascichi, raccontati per tutto il film e su tutti i protagonisti sopravvissuti che ne sono stati toccati (c'è tanto di psicologico - e non solo - in questo film, ma non voglio dire di più perché a tale proposito c'è una sorpresa del regista, proprio alla fine) e che ne restano tormentati, anche ormai molto lontani dal luogo e dal tempo di una guerra che ha cambiato tutto per sempre.

Lo spettatore la vede dal solo punto di vista degli Achei: l'attesa sulla spiaggia, le gesta dei soldati, le navi che partono per fare ritorno. I protagonisti troaini (Paride, Ettore, Priamo, Adromaca, Astianatte) non sono né inquadrati, né nominati mai (nemmeno la maggior parte degli Achei è identificata, non ci sono i due Aiace, non ci sono Patroclo, Achille, Diomede, perché questo film non racconta né l'Iliade, né l'intera guerra e, soprattutto, questa non è la storia di chi è morto a Troia, ma di chi è sopravvissuto). Sono donne senza volto e soldati nascosti dietro anonime armature ed elmi bianchi quelli massacrati dopo l'ingresso dell'esercito nella città per mezzo del Cavallo. Non proviamo empatia per queste figure sconosciute, ma in generale il film ci dice che in guerra non c'è tempo di provare pena per i morti: questa è rimandata a un altro momento, alla fine del viaggio, l'elaborazione del lutto come mèta finale.

Ogni barbarie commessa dai greci (pur vedendo la storia dal loro punto di vista percepiamo come i cattivi e finiscono per capirlo persino loro) a Troia o tornando a casa è allusa più che mostrata. Nolan non fa sfoggio di violenza, ma la si percepisce. Allo stesso modo sono accennati anche alcuni elementi di horror, nelle sequenze di Polifemo, di Circe e dell'Ade.

Una delle scene che mi hanno molto colpita è quella in cui Calipso rivolge a Ulisse uno sguardo carico di dolore. Quello sguardo di Charlize Theron è sufficiente: sette anni di oblio, sotto l'effetto del loto per anestetizzare un dolore insopportabile, ma anche per sopire un amore che non è per lei. Calipso è parte della cura che permetterà a Ulisse di affrontare i propri demoni. Qualcosa lo tiene lontano da casa, un senso di colpa per il destino dei propri uomini, ma non solo.

Glielo dice già Circe, strega che vive sola e come tutte le donne, mai perfettamente padrone della propria vita, non ha potere di decidere di sé, al contrario degli uomini, che tuttavia devono fare i conti con le decisioni da prendere, spesso non in grado di valutarne il prezzo. Circe, però, ha delle visioni e il potere di difendersi; ha paura, come ogni donna sola, perfettamente in grado di leggere l'animo degli esseri davanti a lei e avverte Ulisse: gli uomini sono solo uomini. Lui per quegli uomini prova affetto, riconoscenza, soprattutto per Euriloco, e non è in grado di vedere quello che invece è chiaro alla maga o non vuole farlo.

Anche Tiresia lo avvertirà che non può salvare gli uomini da sé stessi. Ulisse non lo accetta, perché ha un grande senso di giustizia e soprattutto è un uomo che si illude di avere il controllo su tutto; è un overthinker. Ho letto e sentito che è stato rappresentato come un eroe grigio, ma a me non è sembrato; al contrario penso che sia sempre dalla parte del giusto e tormentato proprio per esserlo. Ulisse pensa piani, si sforza di prevedere, arriva a usare la psicologia inversa sui suoi stessi uomini per ottenere un certo effetto; si appella loro, li prega, sorveglia. I compagni di Ulisse più che in sé stessi si affidano alle divinità, esattamente al contrario del loro condottiero. Uomo di ragione, lui che nemmeno crede agli dèi, per tornare deve lasciare andare, smettere di controllare, affidarsi al volere degli dei, compiendo quindi l'impresa per lui più difficile, l'atto di fede.

Già, non crede agli dèi, eppure Atena gli appare in visione e anche lei gli rammenta che non può prendersi le colpe delle azioni degli altri uomini, la scelta di come sfruttare la sua idea brillante, il suo genio che è dono e allo stesso tempo condanna. Il senso di colpa rende Ulisse identico a Oppenheimer (e forse non è un caso che questi due film si susseguano uno dopo l'altro). Molto curioso che proprio lui che non crede abbia questo rapporto particolare con la divinità; infatti non è come sembra, ma Nolan, abbiamo detto, è bravo nella scrittura e lascia in sospeso il mistero di quelle apparizioni e la domanda su cosa tratteneva Ulisse dal tornare a casa per spiegare solo alla fine perché. 

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2

domenica 5 luglio 2026

Il secondo capitolo del nuovo DC Universe strappa la sufficienza: Supergirl

 Ve la ricordate la trama di Guardiani della Galassia vol. 3?

Molto ridotta all'osso: un cattivo colpisce Rocket e i Guardiani hanno 48 ore di tempo per salvarlo prima che sia troppo tardi; nel mentre scopriamo dettagli atroci del passato di Rocket, della sua genesi.

Supergirl di Craig Gillespie è una variazione della stessa identica trama.


Il cattivo di questa storia, il bandito Krem delle Colline Gialle (interpretato da Matthias Schoenaerts, che ero molto curiosa di vedere nei panni del cattivo per una volta, anche se il personaggio è abbastanza piatto), dopo aver spazzato via la famiglia della piccola, ma non priva di risorse, Ruthye, mentre questa sta chiedendo a Kara di aiutarla a vendicarsi, ruba l'astronave di Supergirl e ferisce con un dardo avvelenato Krypto (il cagnolino che abbiamo amato fin dalla prima scena che abbiamo visto lo scorso anno in Superman).

Kara (Milly Alcock) inizialmente non aveva nessuna intenzione di immischiarsi nelle disavventure di Ruthye, intenta solo a cercare di anestetizzare il dolore che si porta dietro da quando ha dovuto abbandonare Krypton e i suoi genitori, vagando da un pianeta illuminato da un sole rosso per sbronzarsi (perché i suoi superpoteri non le consentono di farlo, ma il sole rosso inibisce i poteri - questi soli sono un po' un semaforo al contrario...) a uno col sole giallo per riprendersi. Quando però Krypto rischia la vita e ha 72 ore di tempo per recuperare l'antidoto che i briganti si portano addosso, Supergirl parte per cercare Krem, seguita di nascosto da Ruthye e imbattendosi successivamente in Lobo (interpretato da Jason Mamoa), immortale e folle cacciatore di taglie messe sulla testa dei briganti.

C'è un problema (anzi, più di uno): "parte per cercare Krem" non è un'espressione del tutto corretta. Kara non dà la caccia; Kara si ritrova spinta, trascinata, prende passaggi, ma raramente è lei in prima battuta a compiere il viaggio (e non solo nel senso di percorso fisico), ma nel senso di punto di partenza dell'azione. Kara subisce più di fare perché le manca la motivazione, poi ne trova un po', ma poi puntualmente il ciclo riprende. Questo, secondo me, è ciò che non funziona del film.

Ok il viaggio dell'eroe, per cui la protagonista mi rifiuta una prima chiamata all'azione, ma la sceneggiatura procede in loop e l'eroina avanza senza piani, per inerzia: ogni volta occorre una nuova spinta e poi ancora una, un nuovo motivo viscerale per andare oltre, per superare l'ostacolo di turno in un continuo alternarsi di perdere i poteri (prima è ubriaca, poi avvelenata, poi c'è il sole verde che rischia di ucciderla, poi è di nuovo avvelenata...praticamente i poteri li ha per un quarto d'ora questa ragazza), perdere il fuoco propulsore, la volontà e poi ritrovarli. Kara "le busca", sembra decidersi ad affrontare la situazione, perché lei è Supergirl, ma poi non basta ancora e si ricomincia daccapo. La cosa poteva reggere se questo accadeva un paio di volte, ma è una ripetizione continua.

A questo si alternano i flashback che ci permettono di scoprire cosa è successo a Krypton, la genesi di Kara, il suo incontro con Krypto e quanto importante è il piccolo per lei che si è sempre sentita sola e apolide, il suo senso di appartenenza strappato e non compreso nemmeno dal cugino, pur con tutte le buone intenzioni (Clark sempre ingenuo). 

A me questa parte è piaciuta molto, anzi, penso che sia la parte del film da salvare perché mi fa percepire benissimo il senso di solitudine, di abbandono, estraneazione: un vuoto che non si riempie mai e fa così male da preferire cercare modi per ottunderlo, per non sentire più niente.

Il problema è che non si alterna a una buona parte di azione: il film non ha ritmo, è terribilmente ripetitivo, finisce per annoiarmi un po' ed è strano dirlo per un film che dura meno di due ore, ma non se ne vede la fine, spostata sempre un po' più in là con mille scene "quasi finali".

Le scene d'azione purtroppo sono contate e se ne sente la mancanza perché quando ci sono sono buone, ben illuminate e coreografate; ci sono tanti elementi ripresi dai film di James Gunn, dai Guardiani e da Superman e questi funzionano bene. Ve la ricordate la scena di Superman in cui Mister Terrific protegge Lois e nel frattempo si batte con robot, umani, etc con la musichina allegra di sottofondo? Ecco, in Supergirl c'è un'azione quasi identica.


Altro di buono? Sì, a me sono piaciuti i rapporti tra i personaggi, soprattutto fra Ruthye e Kara; l'opacità di Kara e Lobo, lei buona, ma non carina e perfettina (ed è il modo che preferisco per la rappresentazione femminile, che fa infuriare i maschietti perché disprezzano le eroine che hanno caratteristiche che vorrebbero attribuite solo a sé stessi); lui cinico (a me ha un po' ricordato Dante di Fast X, sempre interpretato da Mamoa), ma non così tanto (questo è un po' più cliché). Forse però il personaggio che ne esce meglio è Ruthye perché più sfaccettata: bambina in cui brucia il fuoco di fare quello che ritiene onorevole e dovuto alla sua famiglia, inesperta ma non ingenua e intelligente abbastanza da trovare nella scaltrezza quello che le manca in forza; desidera atteggiarsi ad adulta e in parte lo è, in parte è ancora pura e mi piace molto di più così.

Giudizio: in conclusione, è un film brutto? No, ha alcuni buoni elementi, ma ha abbastanza difetti perché non possa essere considerato un buon film d'azione (è un film pigro, che ricicla elementi di trama e di scene d'azione da altri prodotti di Gunn; purtroppo gli mancano le scene d'azione, ma soprattutto gli manca una sceneggiatura più lineare e meno ripetitiva).

⭐⭐ 1/2

sabato 20 giugno 2026

Una buona scrittura serve anche a Spielberg: non ci siamo con l'osannato Disclosure Day

 "Spielberg è tornato!"

L'avete sentito dire anche voi, vero? Perché qualche commento dei critici l'avevo letto e sono entrata in sala a vedere Discolsure Day con ottime aspettative. Sono anche uscita con una sensazione abbastanza positiva, quella di aver visto un discreto action movie (più per la prima parte devo dire, che per l'ultima, in cui stavo anche cominciando a guardare l'ora chiedendomi per quanto lunga ancora l'avrebbe tirata il buon Steven).

Però...però...però...però...

Però è vero che ho passato parte del tempo in sala con mia sorella a indicarci le scene che non avevano senso e a riderne (a bassa voce, ricordiamocelo che di commenti al cinema se ne scambiano pochi e si bisbigliano, sennò con me non ci venite!). Purtroppo secondo i piani produttivi quella non era la reazione che dovevano suscitare quelle scene...


Ma torniamo indietro e procediamo con ordine, per quanto ce lo permetta la pellicola stessa perché la storia inizia in medias res (e penso sia la sola cosa veramente bella di questa sceneggiatura di David Koepp):

Il film inizia e non sappiamo che sta succedendo (era la stessa reazione che ha suscitato in me il trailer "uh, ganzo...ma di che si sta parlando?"). C'è uno zaino con dentro dei file e uno strano oggetto misterioso e ci vorrà un bel pezzo del primo tempo per arrivare a capire che cosa è che ha tentato di prendere Colin Firth (Noah Scanlon) a Josh O'Connor (Daniel), addirittura rapendogli la fidanzata (Jane), e questa cosa mi è piaciuta. Siamo gettati direttamente nel mistero e un pezzetto alla volta ci verrà ricostruito. Mentre Jane e Daniel scappano da questi agenti cattivi di questa agenzia di sicurezza (di cui Scanlon è il capo) che coopera con la Difesa del governo degli USA per tenere nascosta la VERITÀ (come nel migliore dei complotti sugli UFO), a un paio di stati di distanza i comportamenti di una meteorologa stanno causando preoccupazioni. Di punto in bianco Margaret (Emily Blunt) inizia a parlare lingue sconosciute e a leggere la mente delle persone e anche sulle sue tracce si mettono gli uomini di Scanlon.

L'inseguimento, dunque, è doppio. Peccato che gli uomini di questa temutissima Wardex sono stati addestrati da Mr Bean perché non ne fanno una giusta: cercano le loro prende muovendosi tutti nella stessa direzione e senza guardare al di là dei paraocchi, anche quando arrivano con un treno di vetture e quindi sarebbero in schiacciante superiorità numerica; sono armati fino ai denti ma sparano ai bersagli solo quando sono abbastanza lontani da non poterli prendere; si accorgono che qualcuno li manipola mentalmente ma lo lasciano fare. Ce ne è solo uno, poverino, più serio degli altri che alla fine del film giustamente si dimette e va a cercare un altro impiego perché alla Wardex davvero non sono abbastanza seri.


Ora, se spengiamo il cervello e smettiamo di ridere dei goffi tentativi degli agenti della Wardex, il film è divertente nella prima parte; le scene action sono spettacolari (non funzionano bene per quello che ho appena descritto, però sono divertenti da guardare, sono abbastanza veloci, inquadrature e riprese sono fighe, ci sono mezzi di trasporto che si schiantano in vari modi, non è male). La parte retta da Emily Blunt è comica, lo è il rapporto col fidanzato, è la parte leggera del film, mentre il rapporto fra Daniel e Jane si contrappone perché è fatto di tensione per due distinti motivi. Uno dei motivi è legato al controllo mentale che Scanlon a un certo punto prende su Jane e che mi regala delle inquadrature che mi hanno fatto più paura (sinceramente) di Backrooms; l'altro è sul non accordo sui due su cosa si deve fare con la VERITÀ sugli alieni.

E qui si arriva al punto peggiore della scrittura secondo me, perché appena Jane ha pronunciato le sue obiezioni la mia unica reazione è stata "No, non torna". Le argomentazioni non poggiano su nessuna logica (o comunque su una logica molto ristretta e parziale). Il punto secondo Jane, che incarna la posizione della Fede, è che se diamo al mondo la verità, la gente non la reggerebbe. 


Questo potrebbe anche essere vero, se mi fosse stato esposto sotto plurimi punti di vista: terrore, perdita di una posizione geocentrica, etc...ma si è scelto di assumere solo un punto di vista teologico, che però fa acqua da tutte le parti, prima di tutto perché prende in considerazione solo e soltanto la fede cristiana e poi perché parte da un assunto sbagliato: se ci sono gli alieni, non c'è più un dio perché le entità extra-terrestri lo sostituiscono. Come prego?

A parte che me lo fai proprio vedere che sono mortali anche loro, ma se qualcuno crede in un creatore dell'universo, allora anche loro grigini (e fatti uguali a sempre, non li cambiamo mai, per carità, ma facciamoli con una cgi migliore per piacere, che loro e quegli animaletti contrastano malissimo con tutto il resto che hanno attorno, per non parlare di quei cervi inquietanti che ti tornano a cercare anche negli incubi) saranno figliol di dio, no?

No, per Jane rubano il posto a dio. Ora, ammettendo che siano divinità (creatori, dunque, e non creati), una religione politeista forse non si farebbe tanti problemi e aggiungerebbe posti a tavola; le religioni monoteiste sarebbero in maggiore difficoltà, ma, come fedele, potresti pensare di aver finalmente identificato la divinità e aver avuto tutte le risposte. Solo se segui il filo del ragionamento di Jane dall'inizio alla fine allora entra in crisi tutta la Fede, perché di punto in bianco, per forza di cose, scopri che non c'è più un unico dio. Anche in questo modo, tuttavia, la visione è parziale e valida solo per una parte di persone. L'affermazione che il mondo non è pronto esclude automaticamente un sacco di persone a cui dei ragionamenti di Jane non importa, banalmente agli atei.

Io ci ho speso due ragionamenti (parziali anche i miei, eh, finalizzati solo a scrivere questa recensione) in più di Koepp, ma credo sia sufficiente a dimostrare che forse questo focus non andava preso se poi non lo si approfondiva per niente e serviva solo a dare due linee di pensiero diverse a Jane e a Daniel (che invece rappresenta la Conoscenza/Scienza e vuole che il mondo abbia contezza di tutto, che non resti all'oscuro perché una piccola oligarchia statunitense ha deciso cosa hanno o meno il diritto di conoscere).

Se proprio vogliamo, una diversa forma di fede ce l'hanno anche le persone che a un certo punto decide di seguire Daniel, capeggiate da questo Hugo (Colman Domingo), che non è migliore di Mr Bean nell'addestrare i suoi ("Uscite tutti" e poi questi aprono la porta perché se ne sono dimenticati o non hanno capito).

L'ultima parte del film, tuttavia, è ingolfata da troppe cose che succedono: proprio quando ti sembra di arrivare finalmente al termine degli inseguimenti e alla Rivelazione, ecco che questa si allunga tantissimo (per fare contenti tutti i complottari di Roswell e nessun altro). Per fare un conto che faccio abitualmente quando un film supera le due ore (e questo lo supera di 25 minuti, ma a volte il conto lo faccio anche quando non le supera), si poteva tagliare qualcosa? La risposta, salvo rarissime eccezioni, è sempre sì.

Concludendo, cosa mi è piaciuto: la regia (son belle le scene action, non tornano uguale per la plot armor, ma son belle), il cast (su tutti Emily Blunt trovo sia stata particolarmente brava, ma in generale a me sono piaciute le recitazioni, del resto hanno preso un premio Oscar e tre pluri-candidati a svariati premi).

Cosa non mi è piaciuto: la scrittura è terrificante (e per me è la cosa più importante in assoluto nel 95% dei casi) e la cgi è brutta tanto che me ne sono accorta persino io.

Dirò una cosa che non piacerà a nessuno: io le musiche di John Williams a fine film non me le ricordavo e non me le ricordo nemmeno adesso, chiedo perdono. Non erano brutte, eh, solo che non mi sono rimaste impresse, quindi non riesco a metterle né nella prima, né nella seconda categoria.

Giudizio: secondo me alla sufficienza ci arriva, dai, in sostanza confermo quello che ho detto uscita dalla sala: discreto ⭐⭐⭐

domenica 3 maggio 2026

Unpopular opinion su I peccatori (Sinners): la scrittura è pessima, ma ha vinto il messaggio

Figliolo, se continui a danzare col diavolo un giorno lui ti seguirà a casa.

 Se un film ha il maggior numero di candidature agli Oscar di tutti i tempi (sedici! battendo di due nomination i precedenti guinness, Eva contro Eva, Titanic e La La Land - almeno per questo posso dire che erano troppe) e per di più si tratta di un horror, viene il dubbio che sia un po' sopravvalutato.


A quali premi Oscar è stato candidato: film, regia, attore protagonista, attrice non protagonista (Wunmi Mosaku), attore non protagonista (Lindo), sceneggiatura originale, fotografia, colonna sonora, scenografia, costumi, trucco-parrucco, effetti speciali, montaggio, sonoro, canzone (I Lied to You), casting.

In particolar modo, dopo aver visto I peccatori di Ryan Coogler, a me sembravano davvero fuori luogo le candidature a miglior film, migliore sceneggiatura originale e miglior attore protagonista. Su tutte le altre posso dire "ok, ci sta" oppure "ok, sorvolo". Delle quattro vittorie che poi ha riportato nel corso della notte del 15 marzo, la fotografia di Autumn Durald Arkapaw è sicuramente quella che mi ha colpito di più; posso capire la vittoria della colonna sonora di Ludwig Göransson (sì, è lui, quello che ha già vinto per Black Panther e Oppenheimer e che ha sostituito Hans Zimmer nel cuore di Nolan - oppure è meno impegnato - e che quindi ci ritroveremo ai prossimi premi per le musiche di Odissea, pronostico scontato). La scena centrale in cui Sammie "evoca" fin quasi a mescolare musica del passato e del futuro è molto interessante e divertente da guardare. Lo sarebbe anche la vampiresca versione di Rocky Road to Dublin, se non sembrasse così fuori luogo, totalmente avulsa dal contesto.

Diciamo che in qualche modo la vittoria di Michael B. Jordan "me l'accollo", non è la prima (e non sarà l'ultima) delle interpretazioni vincitrici che non mi hanno convinta, anche se davvero mi è sembrato abbastanza monoespressivo a questo giro - mi era piaciuto di più in Creed, se posso essere sincera - e in perenne posa da duro (sul finale diventa proprio una specie di Rambo, salvo poi concludere il suo arco narrativo come quello di Massimo Decimo Meridio).

Ma quello che proprio proprio proprio non mi va giù, è la sceneggiatura, scritta dallo stesso regista. E ora vi spiegherò perché. Andiamo per gradi.

Il film è un horror musicale (non ne avevo mai visto uno, ma non guardo il primo genere e guardo musical con grande parsimonia) che tratta la leggenda dei Griot, chiamati così in Africa Occidentale o Fili' in Irlanda (paese che torna anche nel principale antagonista) e Custodi del fuoco presso gli indiani Choctaw, spiriti richiamati dai cantori per guarire; ma il canto è così potente che può richiamare anche demoni.

Ci sono leggende su persone con il dono di suonare la musica in modo così vero da poter squarciare il velo tra la vita e la morte.

La storia si incentra su alcuni membri di una famiglia, schiavi in una piantagione di cotone: protagonisti sono questo giovane cantore, Sammie Moore, che suona la chitarra con enorme talento blues e i suoi cugini più grandi, gemelli, entrambi interpretati da Jordan (Stack e Smoke; per distinguerli, perché sono vestiti entrambi da gangster, uno ha gli accessori rossi, più leggero, e uno ha gli accessori blu, quello più cupo).

Smoke e Stack se ne sono andati dalla piantagione in Mississippi e sono diventati gangster a Chicago, dove hanno qualche guaio in sospeso, oltre che alcuni dolori che provengono dal passato. Tornano con, apparentemente, denaro illimitato in Mississippi per aprire un Juke Joint, un locale dove si suona, si balla, si gioca e si beve, radunano un gruppo di conoscenti perché lavorino con loro. Dovrebbe andare tutto per il meglio (circa), ma nella zona si aggirano delle entità vampiresche (fra cui l'irlandese Remmick) che gli renderanno la vita impossibile. La storia si ambienta tutta in un sabato, in meno di 24 ore, da quando iniziano a reclutare i lavoratori, fino all'alba della domenica.

Ma veniamo alla parte più divertente di questa recensione: l'elenco delle cose che non vanno nella scrittura.

1) Le battute non sono granché.

"Più passa il tempo e meno penso che voi ragazzetti facciate sul serio."

"Non c'è nessun ragazzetto qui."

"No, solo adulti. Con soldi da adulti."

"E proiettili da adulti."

Davvero? Questa era la sceneggiatura migliore? Questo dialogo sembra la caricatura dell'ispettore Callaghan. Più che da Jordan mi aspettavo di sentirlo dire da Jim Carrey.

Oppure, altro esempio: per mostrare che i fratelli si volevano bene era davvero necessario che si abbracciassero e se lo dicessero? Non lo so...potevamo capirlo da qualcos'altro magari, le dinamiche del film, aneddoti, gesti. No.

"Ti voglio bene."

"Anch'io."

Il discorsino dei vampiri prima dell'ultimo atto, annunciante il loro piano, è veramente brutto a livello di scrittura: ha lo stesso spessore di quello dei cattivi da manuale quando sfoderano il loro sorriso cinico e dichiarano che vogliono conquistare il mondo.

In molte occasioni il linguaggio è esplicitamente volgare.

2) La scrittura in generale. Avrei bisogno che qualcuno mi spiegasse l'utilità della scena del serpente dentro al carro nell'economia del film; in effetti di tutta la sequenza che precede l'inizio del reclutamento del gruppo di amici/lavoratori al Juke Joint, in considerazione del fatto che il film andrà a parare tutto da un'altra parte. A che mi serve questa parte lunghissima introduttiva? Per farmi vedere che i gemelli sono due duri? Ma mi hai appena mostrato la scena in cui minacciano con i proiettili il bianco che gli vende il capannone per il loro progetto. E mi hai anche messo nero su bianco che il tuo miglior modo di scrivere una scena di affetto fra fratelli è degna di un temino delle elementari.

I due sono duri, ma non senza scrupoli. Hanno lavorato per Al Capone, devono mantenere la faccia, ma poi invitano le ragazzine a cui chiedono di fare il palo a contrattare la paga e pagano le cure mediche agli stessi a cui sparano.

3) C'è troppa (troppa, troppa, ma proprio troppa) carne al fuoco: il blues, la maledizione della musica, religione vs dannazione derivante dal blues, la storia dei soprusi subiti dalle persone nere, il KKK, i gangster, i vampiri, figli persi, tragedie familiari, storie d'amore che non vanno, la questione dei meticci. Non è un pochino troppo per un horror? Per me finisce per andare molto fuori tema o in un senso o nell'altro: o porta troppe questioni morali in un film che vuol essere intrattenimento d'azione o esce dal focus sulla questione delle persone nere (perché parlarne attraverso un film sui vampiri? Ma che c'entra?). Troppi temi che allungano il film fino a due ore e un quarto, lo rallentano e distolgono dal punto principale: le abilità canore di Sammie, che attireranno il male.

Io penso francamente che il motivo per cui ha vinto la migliore sceneggiatura questa scrittura è che, rapidamente (perché ce ne sono troppe da trattare), tratta anche della questione razziale, il pericolo derivante dal KKK e dell'importanza del blues. All'Accademy fa ancora la differenza, come ogni tema sui diritti: è sempre la carta giusta con cui passare.

4) Le incongruenze:

I gemelli arrivano con una barca di soldi e spendono e spandono e, dopo mezza serata, stanno per andare in bancarotta. Fanno pagare troppo poco i drink? Sul serio? Neanche un bambino delle elementari farebbe un così pessimo uso delle proprie finanze.

Una delle scene più riuscite è l'introduzione del personaggio di Remmick, che si trascina presto con sé Bert e Joan. In questa scena, Remmick è inseguito da alcuni indiani Choctaw. Sembra che questa tribù conosca le entità a cui danno la caccia, ma si ritirano al tramonto e non si vedono più per tutto il film, quindi non capisco l'utilità di introdurli. Dare una veridicità alla leggenda? Farci capire che è solo accogliendo i vampiri esplicitamente che possono accedere a un luogo chiuso? Si capisce comunque dopo.

I vampiri, per farsi invitare a entrare, suonano le canzoncine. E noi li prendiamo anche sul serio. Ma il Diavolo si traveste da agnello, giusto?

Forse negli horror è prassi (si veda lo sketch di Panariello) ma i personaggi sono di un'ingenuità imbarazzante. Come è ovvio, la prima a fare il passo falso lo è più degli altri. Ci sono tre sconosciuti che ti fanno discorsi strani, mi dici che aspetti a scappare?

"Volevo vedere se foste brave persone."

"Lo siamo davvero."

Non devo stupirmene? Va bene, non me ne stupirò, ma anche a seguire, quando un personaggio si comporta in modo palesemente alterato, non desta il minimo sospetto malgrado si siano tutti appena accorti del problema vampiresco.

Avendo già trattato la sceneggiatura, resta da dire che il film entra nel vivo dopo un'ora e che nel frattempo mi ha annoiata non poco (e l'ho pure visto due volte...). Non è un horror spaventoso o splatter (o non lo avrei visto). Dal punto di vista tecnico è molto buono (musica, fotografia, sonoro...) e ha un bel cast, anche se l'interpretazione migliore, a mio avviso, non è quella dei protagonisti gemelli, ma quella di Delroy Lindo.

Giudizio: Ruffiano ⭐⭐

Nota bene: il film ha non una, ma ben due scene post credit!

martedì 27 gennaio 2026

Norimberga è un film sul più grande processo internazionale a crimini di guerra...molto americano

 Norimberga, scritto, diretto e prodotto da James Vanderbilt, alla seconda prova di regia, ma sceneggiatore di numerosi film (fra cui Zodiac o la serie di Amazing Spiderman) esce oltre un mese prima del Giorno della Memoria in Italia (e quasi tre mesi prima in America), ma è un film che ha molto a che tutto a che fare con la Shoah.

Adattando il romanzo Il nazista e lo psichiatra, il film ci racconta due filoni di vicende che vertono sulla figura di Hermann Göring, il cui arresto al termine della Seconda Guerra Mondiale apre il film.


Da un lato abbiamo le difficoltà del giudice americano Robert Houghwout Jackson (Michael Shannon) e del collega britannico David Maxwell Fyfe (Richard E. Grant), che propone di processare, da parte di un Tribunale militare internazionale che avessi membri di ogni nazione vincitrice, i gerarchi nazisti superstiti per crimini di guerra. Si tratta del primo processo di questo genere, considerando che il diritto internazionale non esisteva affatto.

Nel film, hanno la parte da leone i giudici americano e inglese, che ritengono che per vincere la causa sia indispensabile far crollare Göring, facendogli ammettere che era a conoscenza di quello che stava accadendo nei campi sotto il controllo della Germania.

Dall'altro lato abbiamo la sfida del protagonista, lo psichiatra di belle speranze e di modi freschi, nuovi, entusiasti, Douglas Kelley (Rami Malek), che ha il compito di analizzare il comportamento di (e tenere in vita) tutti i detenuti che dovranno affrontare il processo. L'ingrato compito è quello di entrare nella mente di persone apparentemente normali, con le loro paure, idiosincrasie, pregiudizi  radicati e di capire come sia stato possibile che nella banalità (per citare Hannah Arendt) di queste esistenze albergasse il consenso alle più atroci nefandezze che nei campi di sterminio furono perpretate.

E poi c'è lui. Göring. Il personaggio interpretato da Russell Crowe, che nulla ha di banale, giganteggia, divenendo il centro di tutta la storia, di tutti i personaggi che dipendono dalla sua figura (chi per un motivo, chi per l'altro) e verso cui convergono gli sforzi - inizialmente non congiunti - di Kelley e Jackson. Imperscrutabile, inaccessibile, dalla volontà indomabile ed estremamente scaltro, è la chiave d'accesso all'ideologia nazista, l'ultima rimasta per capire cosa è potuto succedere, silenziosamente, ma sotto la consapevolezza di tutti, in Germania. Non solo, è un personaggio estremamente carismatico, tanto da esercitare un potere silenzioso anche sui compagni di processo e da influenzare per sempre la vita di Douglas Kelley.

Il film (un po' lungo, ben 148 minuti), che non ha la grandezza di un La zona di interesse, che aveva un punto di vista originale (e agghiacciante), o la capacità di emozionare di uno Schindler's List, ha una struttura classica, un punto di vista incentrato sui personaggi americani (e una morale totalmente americana), non innova, non aggiunge, ma ci mostra l'interessante aspetto legale dietro il processo di Norimberga e anche alcune immagini orribili provenienti dai campi. Il tono, la messa in scena, le scenografie, anche le interpretazioni sono misurate; spiccano per brio Rami Malek e per intensità e convinzione Russel Crowe.

Giudizio: nel complesso un film interessante e fatto abbastanza bene ⭐⭐ 3/4

martedì 28 ottobre 2025

Un thriller psicologico alla Guadagnino: After the hunt

 Il terzo film che vedo di Luca Guadagnino è After the hunt, film di Amazon presentato fuori concorso alla mostra del cinema di Venezia.

Le precedenti esperienze che ho avuto col regista palermitano sono state infelici: di Bones and All e Challengers ho parlato in separata sede e non capisco perché abbia dato una terza chance a questo autore, ma ho fatto bene.

La locandina del film annuncia già una caratteristica che mi è piaciuta molto: la frammentarietà dei punti di vista. La complessità di una vicenda o di un'esistenza sta nel fatto che si compone di tante piccole facce, articolate, stratificate, molto spesso nascoste e su questo si sviluppa la narrazione di questo film.

All'apparenza c'è un fatto molto preciso: il professor Hank Gibson (Andrew Garfield in un ruolo molto diverso dai suoi soliti - piuttosto intenso, anche se non mi ha del tutto convinta) "oltrepassa il limite" con una delle studentesse di Yale (Ayo Edebiri), la ricca Maggie Price, che lo racconta alla professoressa con cui ha la tesi. E questo basterebbe per farci chiedere: chi mente dei due se una dice che l'ha fatto e l'altro nega recisamente? Ma c'è molto più di questo. La protagonista del film, infatti, non è la studentessa e non è il professore, ma una magnetica (e - vogliamo dirlo? - bellissima a 58 anni) Julia Roberts, ma quello che (forse) è accaduto - e, tranquilli, del tutto non lo sapremo mai nemmeno alla fine del film, anche se degli indizi ci sono - non è una vicenda collaterale, ma totalmente centrale e inglobante il suo personaggio.

La professoressa Alma Imhoff sta rivaleggiando proprio col collega e amico intimo Hank per la cattedra di filosofia e, come le spiega il marito Frederik (Michael Stuhlbarg che in Bones and all mi era piaciuto così tanto e che è favoloso anche in questa pellicola), psicanalista, sia Hank, sia la (apparentemente) brillante Maggie sono ammaliati (e forse di più) da Alma, ecco perché lei permette loro di avvicinarsi alla sua figura altrimenti algida e inarrivabile. 

"Tu tendi a scegliere le persone perché ti adorano, non perché abbiano reali meriti di qualche tipo."

Julia Roberts gestisce un personaggio sofferente (fisicamente, per dei dolori addominali che la perseguitano, e psicologicamente, tormentata dal suo passato, sotto stress e guidata solo dal desiderio e dall'ambizione). Solo? No, non solo.

Piano piano, perché Guadagnino non è cambiato, è lentissimo (sempre al limite dell'esasperante o già oltre), come un fiore che si schiude a rivelare, petalo dopo petalo, il suo contenuto, scorgiamo una nuova sfaccettatura del personaggio, un segreto nuovo, un nuovo bisogno, una nuova fragilità, nascosta dalla maschera di perfezione, autocontrollo e mondanità che Alma porta ogni giorno.

Trovo che il personaggio sia scritto benissimo, ma non solo il suo: il marito devoto e perfetto, ma non succube e che conosce sua moglie più di quanto lei creda e l'accetta com'è; il migliore amico, così spavaldo e brillante, ma che sotto sotto nasconde altri lati, intenzioni e desideri, eppure forse si era accorto lui di qualcosa che era sfuggita ad Alma (se poi le era sfuggito davvero); e poi Maggie Price. Un'altra donna scritta molto bene e anche recitata bene: una figura complessa, che mai si capisce quanto reale e quanto finta; quanto viziata figlia di papà e quanto autentica in quello che sente e che crede. Tutto rimane sempre tra apparenza, bugie, segreti ben nascosti e persino rubati e manipolazione, perché una cosa appare in modi diversi a seconda di come la si racconta. E forse stiamo tutti solo recitando una parte. Pirandello docet. Si aggiunge anche una componente di conflitto generazionale con una precisa denuncia della fragilità dei nuovi giovani adulti (di cui tra l'altro si sente parlare sempre più spesso).

"Non mi sento più a mio agio a parlare qui con te."

"Non tutto ha lo scopo di metterti a tuo agio."

Non sentite anche voi nell'aria profumo di candidature a qualche premio? Azzarderei quelle di Julia Robert, Ayo Edebiri e Nora Garrett per la sceneggiatura, ma penso che anche Michael Stuhlbarg ci potrebbe arrivare. 

E non sono da meno le scenografie (la casa di Alma e Frederick è un gioiello) e i costumi, mentre una delle cose che mi è risultata più fastidiosa, soprattutto a inizio film è un sonoro invasivo, che scava e contribuisce (sapientemente, è vero) ad accrescere la tensione, quel ticchettio terribile che dura per tutta la prima parte del film (che mostra la quotidianità della vita di Alma) fino al titolo.

Ma veniamo a quello che non mi è piaciuto, invece: Guadagnino. Tornano i primissimi piani nei momenti di intensità emotiva e alcune riprese molto "ondeggianti" che assecondano la confusione del personaggio che la sta vivendo. La macchina da presa "segue da vicino" i sentimenti dei personaggi e aiuta a narrarli. La conduzione è lenta e ripetitiva, anche inutilmente, poiché alcune dinamiche ripetute contribuivano tra poco e niente al racconto e questo, almeno per me, è un peccato capitale. Non c'è ragione di far durare un film un'ora e venti minuti, specialmente con un ritmo così lento e alcuni momenti che sono sfruttati sì per sottolineare un certo aspetto, un certo significato (ma forse ci arrivavamo lo stesso).

Cosa mi è piaciuto: sceneggiatura, cast, scenografie, costumi

Cosa non mi è piaciuto: regia, ritmo, durata

Giudizio: molto molto molto interessante e ben recitato, ottima scrittura dei personaggi e del disvelamento, ma lungo e lento ⭐⭐⭐

lunedì 16 settembre 2024

Maratona Beetlejuice

 Per qualche ragione non avevo mai visto il film di Tim Burton del 1988, così ho fatto un esperimento. In rapida successione ho visto il primo Beetlejuice il giovedì sera, gentilmente messo a disposizione da Prime Video, e sono andata al cinema il venerdì per vedere Beetlejuice  Beetlejuice. Com'è cambiato il cinema di Burton in trentasei anni? Ovviamente tanto, a partire dagli effetti speciali naturalmente, ed era proprio ciò che ero curiosa di scoprire.

Il primo film, proprio stile anni Novanta, è invecchiato un po', ma non esageratamente considerando i pupazzoni e le battute un pochino demodé. Protagonisti corali della storia sono sia i coniugi Maitland, sia la famiglia (abbastanza disfunzionale) dei Deetz. Dopo un assurdo incidente dei primi, Adam (Alec Baldwin) e Barbara Maitland (Geena Davis) si ritrovano da spettri a contendersi il dominio della casa con i secondi, mentre sono ancora alle prese con ambientarsi nel limbo tra vita e morte (con tanto di manuale dedicato del "recente deceduto"). I trapassati proprietari amavano la loro casa esattamente com'era, mentre Charles (Jeffrey Jones) e Delia (Catherine O'Hara) Deetz sono eccentrici e moderni e desiderano cambiarla radicalmente. Completamente diversa dal padre e dalla matrigna, invece, è Lydia Deetz (Winona Ryder), malinconica e gotica e capace di vedere le presenze dell'altro mondo e della casa, verso le quali è più bendisposta che verso i suoi parenti. Forse è proprio lei il personaggio che è rimasto più impresso negli anni, oltre, naturalmente, al protagonista negativo, ma divertente e irriverente, interpretato da Micheal Keaton.

Il demoniaco Beetlejuice entra in scena quando Adam e Barbara si rendono conto che nessuno dei loro tentativi di terrorizzare i Deetz funziona, mentre tutt'altro che ortodossi sono i metodi di colui che si fa chiamare "bioesorcista" e che può essere evocato solo pronunciando il suo nome tre volte.

Cos'ha di adorabile questo film, tanto che è diventato un cult?

La storia è frizzante ed eccentrica e ho adorato il modo in cui è raffigurato l'oltretomba, popolato di cadaveri immobilizzati nel momento del trapasso e spesso intenti a fare la coda per ricevere informazioni o vedere i propri "consulti" (come il personaggio interpretato da Sylvia Sidney) per ricevere aiuto. Probabilmente la cosa che ho preferito, però, sono i vermi delle sabbie in stop motion che omaggiano l'opera di Frank Herbert. Inoltre i personaggi sono, ognuno a suo modo, adorabili: totalmente sopra le righe i Deetz, teneri e pisseri (e anche bellissimi) i Maitland. Keaton poi è veramente straordinario, a suo agio nell'interpretare un personaggio istrionico e comico. Anche la colonna sonora di Danny Elfman è particolare (il tema dei titoli iniziali, per esempio, è molto caratteristica).

Cosa non ha superato la prova del tempo?

Sostanzialmente le battute ormai suonano stantie al nostro gusto attuale, così come alcune scene un po' grottesche, che tuttavia forse costituiscono uno tra i perché della fama del film: la scena del ballo a cena sulla canzone Day-O, ma anche il bioesorcismo di Beetlejuice.


Cambiando adolescente il risultato non cambia?

Un po' cambia. La storia della famiglia Deetz evolve: ritroviamo Lydia e Delia, la prima ha fatto carriera per le sue capacità medianiche, ma ha più di un problema di stabilità emotiva (come da adolescente, ma con meno grinta), la seconda continua a fare arte a modo suo. Non torna a far parte del cast, invece, Jeffrey Jones, ma hanno trovato un modo delizioso di mantenere nella storia il suo personaggio. Il nuovo acquisto della famiglia, invece, è l'adolescente Astrid (Jenna Ortega), orfana di un padre da cui Lydia si era comunque già separata. Astrid non crede che la madre possa vedere e parlare con le presenze dell'Aldilà ed è in conflitto con lei e con la sua relazione con Rory (Justin Theroux).

Per tutto il primo tempo non succede quasi niente, tranne la comparsa in scena di Jeremy (Arthur Conti), che fa provare qualche brivido ad Astrid, di una femme fatale interpretata da Monica Bellucci, che è sulle tracce di Beetlejuice, e del detective-ex-attore-cinematografico di Willem Dafoe, che invece cerca di rintracciare la Bellucci. La scena in cui quest'ultima si "rimonta" pezzo per pezzo è la mia preferita del film (anche se poi non serve a molto altro), mentre Dafoe regala risate a ogni apparizione in scena.

Il secondo tempo, per fortuna, parte e mi convince, anche se la scrittura che porta dalla prima noiosissima parte alla seconda, piena di intersezioni tra le storie e ritmo, procede un po' a scatti (e forse anche a caso). Rispetto al primo film Keaton è più presente e ha sempre la stessa ossessione del primo film.

Tutto sommato la storia e molte trovate mi sono piaciute, oltre agli omaggi al primo Beetlejuice (a partire dall'auto dei Maitland - che non sono più nella storia- sotto al ponte del plastico in soffitta), però la scrittura ha scricchiolato parecchio e non mi è piaciuto né il personaggio (l'adolescente musona studiosissima e impegnata, che però si rivela veramente troppo ingenuotta), né la recitazione di Jenna Ortega, molto monoespressione.

Giudizio: discreto intrattenimento, mi sono divertita, però molto pigra la scrittura nel far procedere la storia, con troppa distanza tra un primo tempo deserto e inutile e il secondo, che vale la pena.

N.B.: preparatevi al terzo...non penserete che il nome di Beetlejuice non debba essere evocato tre volte anche nel titolo, vero?

giovedì 27 giugno 2024

Inside Out 2: una bella visione dell'adolescenza e dintorni

 Ce la ricordiamo tutti l'adolescenza, vissuta in prima persona o "ripassata" attraverso le esperienze con figli o nipoti?

Pixar la porta una volta ancora sugli schermi, rendendo questo periodo della vita (tanto delicato e considerato solo come una scocciatura, eppure fondamentale per modellare la vita di un futuro adulto) protagonista del sequel di Inside Out (film che ho visto una sola volta, a causa del gigantesco trauma provocato da Bing Bong - chi ha visto, sa), diretto da Kelsey Mann. Era già successo con Red, che aveva come fulcro il menarca della protagonista. Questa tendenza devo dire che mi sta piacendo.

Questo sequel - a nove anni di distanza dall'originale - era particolarmente atteso (e il primo film molto amato) anche se non mi aspettavo che arrivando al cinema del mio paese nel pomeriggio sarei rimasta fuori per sold out! Ne sono stata felicissima (un pelo meno di fare due volte il viaggio, ma il segnale è positivo).


Torniamo dentro alla mente di Riley, che alla vigilia del liceo è alle prese con alcuni cambiamenti, non solo ormonali. L'adolescenza non porta con sé solo brufoli e cambi di scuola e situazioni, ma anche nuove emozioni, difficili da gestire, più complesse, meno controllabili e un generale caos.

Nel contesto del film questi cambiamenti si esasperano nel corso di un week end, quello durante il quale Riley e le sue inseparabili due amiche della scuola e della squadra di hokey sono invitate a un programma sportivo nella futura scuola superiore della protagonista. Si tratta di una sorta di breve campus per scoprire talenti. In questo arco di tempo, Riley scopre che la sua rete di amicizie potrebbe cambiare repentinamente. Che accadrà? 

Gioa, Rabbia, Tristezza, Paura e Disgusto, che hanno plasmato, in un certo senso, la Riley bambina e le sue convinzioni (qui lacrimuccia), sono costrette a lasciare il passo a (a essere represse da) Noia (in realtà, alla francese, Ennui), Imbarazzo, Invidia, ma soprattutto Ansia, che intende soppiantare Gioia al comando della vita emotiva di Riley. 

Ne esce fuori un quadro piuttosto verosimile di quel che è il nostro stato emotivo e intendo dire non solo degli adolescenti, ma anche degli adulti. Ci sono momenti in cui per molti di noi l'ansia monopolizza i nostri comandi operativi (a un certo punto assistiamo a questo anche in questo film ed è la seconda volta che un attacco di panico è portato in un film d'animazione, almeno fra quanti ne ho visti recentemente, dopo Il gatto con gli stivali 2 - che ho adorato). Quella paralisi con impossibilità di accesso a ogni altro pensiero è qualcosa che, credo, sia capitato a tutti qualche volta nella vita e la scena che raffigura tutto questo è non solo bellissima, ma anche efficace nella sua rappresentazione.

Il finale e la morale di questo film mi sono piaciuti molto. Anche riguardo al tema di accettare ogni lato di sé, anche quelli negativi, senza rinnegare o vergognarsi di nulla, poiché noi lo siamo in modo integrale, con tutto quel che ci è successo nella vita, la Pixar aveva già detto la sua con Red. C'è molto di psicologico in questo film, dalle emozioni represse all'evitamento, fino all'attacco di panico; giusto proseguo di quanto già affrontato col primo film, che si focalizzava nel mondo emotivo del bambino, quando accettare la propria tristezza e, in senso lato, ogni emozione era il messaggio.

Trovo che, rispetto alla tendenza Disney di mettere al primo posto il messaggio, penalizzando il divertimento, questo lavoro sia superiore. La sceneggiatura di Meg LeFauve (nel team anche del primo film) ha lavorato su una storia strutturata per portare un messaggio, ma è coerente e non forzata.

Non mancano comunque nel film momenti di dolcezza (io mi sono commossa un paio di volte), di risate e anche di avventure, poiché, come nel primo film, si compie un viaggio all'interno della mente di Riley, che esplora aree in parte conosciute e in parte modificate (persino in corso di modifica - sempre colpa dell'adolescenza) e che comporta alcuni ostacoli da superare.

Le nuove emozioni sono ben inserite e, anche se avversano le emozioni più ancestrali, di fatto non costituiscono un vero antagonista nel film, cosa piuttosto normale, poiché si tratta di una convivenza fra emozioni nella stessa mente e dunque fra parti di sé stessi, in fondo. Riguardo alle emozioni più vecchie, sono un po' trascurate Disgusto e Paura, mentre Rabbia ha un pochino più spazio e Tristezza, co-protagonista del primo film, persino qualche scena dedicata, molto divertenti.

Si intravede anche un'ulteriore emozione, Nostalgia, che è costantemente rimandata indietro dagli altri personaggi, poiché precorre troppo i tempi: un'emozione che ha l'aspetto di una fragile nonnina. Ci saranno altri capitoli di questa storia? Potenzialmente i capitoli sono infiniti, in primis perché potremmo vedere la vita da liceale di Riley, il suo approccio con l'amore e altre insicurezze nell'affacciarsi alla vita adulta; la stessa vita adulta, con sesso, maternità, lavoro, preoccupazioni; e via discorrendo, potremmo arrivare fino alla vecchiaia.

Riguardo l'aspetto tecnico del film, il livello delle immagini e dell'animazione è altissimo, come ci aspettiamo sempre da Pixar, con ogni particolare dell'ambiente curato e splendente di colori. A questo si aggiunge un bonus (colpa di Spider-Man: Across the Spider-Verse, che ha lanciato la moda della pluri-animazione nei film d'animazione?): in una certa sequenza ci sono personaggi che appartengono ai ricordi di Riley e che provengono dal mondo dei cartoni animati o dei videogiochi. Questi personaggi hanno disegni (2D) e animazioni propri e "staccati" dalla grafica del film stesso, che è in 3D. 

Attenzione! Andate al cinema a vedere il film, ma non scappate prima che siano finiti i titoli di coda, perché c'è una scena post-credit: niente di fondamentale, ma molto divertente.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2

giovedì 30 maggio 2024

La genesi di Furiosa

 Conosco la saga di Mad Max (opera di George Miller, che l'ha ideata, scritta e diretta per intero) solo per il film del 2015, Mad Max: Fury Road, pellicola durante la quale si incontrano il protagonista Max Rockatansky (con le sembianze di Tom Hardy) e Furiosa, personaggio interpretato da Charlize Theron. Il cattivo del film del 2015, inoltre, è Immortan Joe, ma questi ultimi due personaggi non compaiono nella trilogia che vede Mel Gibson interpretare il Guerriero della strada tra il 1979 e il 1985.

Fury Road mi era piaciuto (e ne scrissi nel blog che tenevo all'epoca), con qualche riserva sulla sua candidatura agli Oscar in qualche categoria (principalmente come miglior film, mentre trovavo calzanti le nomination e le vittorie ー sei ー del comparto tecnico).

Furiosa: a Mad Max Saga è il prequel del film Fury Road e, in senso assoluto, è uno spin off della saga principale, in quanto non compare Max Rockatansky. La protagonista è, infatti, Furiosa, imperatrice nel film del 2015, mentre in questo capitolo la vediamo bambina e assistiamo alla sua crescita, fino a diventare pretoriana. Il film è stato presentato fuori concorso al Festival di Cannes, circa una settimana prima della sua uscita mondiale, mostrando un esordio molto timido al box office del primo week end.


Ho apprezzato molto la struttura e la scrittura di questo film, vera origin story (non come quel troiaio di Cruella), del personaggio che porta adesso il volto di Anya Taylor-Joy.

Il film si divide in cinque capitoli, ognuno dei quali costituisce una pietra miliare della crescita della protagonista, rendendolo di fatto un film di formazione.

Inizia in modo molto dinamico, proiettandoci dapprima nel "Luogo Verde" di cui si parla incessantemente durante tutto Fury Road, in quanto motivo scatenante della dinamica centrale della pellicola, poi immediatamente in mezzo all'azione. Dei predoni scoprono il Luogo Verde, una delle poche oasi ricche di risorse in mezzo a un deserto dove scarseggiano acqua, cibo (insieme al carburante le principali merci di queste Terre Desolate), e rapiscono Furiosa, per portarla dal loro padrone, Dementus (Chris Hemsworth). Questo rapimento, le sue immediate conseguenze e il periodo trascorso prigioniera presso un leader violento, sadico, ma anche disorganizzato, tanto da pensare di sfidare Immortan Joe, comportano un traumatico cambiamento di vita per la ragazzina, interpretata da una giovane Alyla Browne. 

Se con Dementus apprenderà la violenza e gli stratagemmi del capo nomade, nel corso della sua crescita incontrerà altri personaggi, che le insegneranno la meccanica e il combattimento su strada, rendendola la macchina da guerra che ci ha affascinato nel 2015. Scopriremo l'origine delle sue scelte: il potente desiderio di vendetta, che la indurrà a ritardare il ritorno al Luogo Verde e a unirsi a Immortan Joe, leader carismatico e capace, a cui i Figli della Guerra sono fanaticamente votati.

Il film mi è piaciuto molto, a partire da ciò che, a suo tempo, avevo gradito meno in Mad Max: Fury Road, ossia la sceneggiatura. La storia mi è sembrata ben strutturata e coerente: semplice, ma efficace nel raccontare, mostrandoci ogni passaggio del lungo cammino di trasformazione di Furiosa, da bambina innocente, per quanto ben addestrata e fiera, a guerriera determinata e intelligente.

Mi è piaciuta la scrittura dei personaggi: in primis Furiosa, che partiva già da una solida base, ma non era così scontato costruirgli un background credibile e non melenso. Il personaggio è forte e non presenta la classica "crisi alla Rey" che spesso addossano alla protagonista femminile, la comunissima sequenza del mi-hanno-abbandonata-non-so-chi-sono. Furiosa non viene abbandonata, per lei la madre combatte e pianta nella figlia il seme che porterà sempre dentro di sé: il ricordo del luogo da cui proviene, a cui appartiene e che la definisce come essere vivente. La sua educazione iniziale la predispone a essere un soldato; ciò che le capita lungo la via consolidano questa inclinazione, sia naturale, sia acquisita, e la rendono sempre più forte, aggiungendo strati di corteccia a un legno già resistente. Raggiunto l'apice di dolore, il personaggio non si abbandona alla disperazione, bensì al desiderio di vendetta. Mi sono piaciute le due attrici che hanno recitato la parte di Furiosa: Taylor-Joy impeccabile, ma anche l'attrice bambina ha avuto un discreto minutaggio, che ha gestito molto bene.

Mi è piaciuto Dementus, pazzo, lunatico, affabulatore, ipocrita, sconclusionato e crudele. Contribuisce più di chiunque altro a rendere Furiosa ciò che è, involontariamente, però le è anche, in qualche modo, affezionato, rivedendosi in lei. Mi è piaciuta anche la recitazione di Hemsworth, imbruttito dal trucco, ma anche convinto del personaggio, diametralmente opposto al Thor a cui ci ha abituato Casa Marvel (anche se non del tutto, dopo la deriva presa da Taika Waititi).

Mi è piaciuto Jack (Tom Burke), unico personaggio maschile positivo del film, e mi è piaciuto il suo rapporto con Furiosa, in particolare il modo non didascalico, ma estremamente efficace con cui è stato raccontato dal regista.

La regia mi è piaciuta molto: il film è pulito nel racconto e nella messa in scena; è essenziale. Quasi ogni minuto è indispensabile, accresce la pellicola, aggiunge qualcosa alla storia o ai personaggi e questo non era scontato in un'opera di due ore e mezza ー durata che temevo, ma che non si è fatta sentire. Le scene d'azione sono ordinate, quasi troppo poco concitate, con sequenze quasi coreografate, come avevo osservato in Fury Road. Tornano i combattimenti su strada, i saltellanti Figli di Dio e mezzi di trasporto che si rivelano armi mortali: emozionante.

Il comparto visivo dà spettacolo, con una fotografia luminosa e brillante, trucco e costumi validi; mi è sembrato più sottotono il sonoro, ma potrebbe essere dovuto alla piccola sala in cui l'ho visto...la prima volta. In effetti meriterebbe una seconda visione in una sala IMAX.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2

mercoledì 1 maggio 2024

Addio, Luca: the Challengers

 Non ho ancora visto l'acclamato Chiamami col tuo nome, ma dopo Bones and All e, adesso, The Challengers, penso di poter chiudere col regista siciliano.

Perché? Perché The Challengers è uno dei film più noiosi che abbia visto negli ultimi tempi (o forse nella mia vita).


La storia, a dirla tutta, sarebbe stata molto interessante, come sembrava dai trailer e dalle interviste (per esempio quella di Fabio Fazio ai tre protagonisti del film): un triangolo amoroso, dove il tennis è metafora di dinamiche relazionali. Gli stessi personaggi, in particolare Patrick, che del trio è quello più bilanciato, se lo dicono fra di sé in battute come

"Ma voi parlate sempre di tennis." (voce della verità, in risposta alla battuta di Zendaya "Adesso stiamo parlando di tennis").

oppure

"Stiamo parlando di tennis?"

Succede, infatti, che i due giovanissimi amici e compagni di accademia tennistica, Patrick (Josh O'Connor) e Art (Mike Faist) vincono in coppia un torneo juniores, al quale incontrano anche la carismatica, talentuosa e bellissima Tashi (Zendaya). Qua si incastra la famosa scena del trailer, col bacio a tre, metafora di tutto ciò che sarà con la ragazza e tra di sé. Entrambi pazzi di lei, alla partita che li vede avversari il giorno successivo si sfidano per averne il numero e uscirci insieme.

Da qui partono relazioni, gelosie, invidie sportive e non, ripicche, scorrettezze di vario genere, scontri fuori e dentro ai campi che durano anni, fino a che Patrick e Art si ritrovano di nuovo, tredici anni dopo, uno di fronte all'altro, in un challengers, un torneo di bassa categoria (così ho capito). Al primo servono i soldi che ricaverebbe dalla vincita, al secondo un'iniezione di fiducia perché, ormai a fine carriera come professionista, ma senza aver vinto l'US Open (non che io sappia cosa sia, più di quanto sapevo cosa fosse il challenger). Anche in questo caso, non è solo una partita di tennis.

Ho trovato la costruzione della trama francamente interessante, col montaggio che salta dal presente a flashback situati in anni diversi, aggiungendo sempre un pezzettino di storia, svelandoci i retroscena un po' alla volta.

L'altro aspetto che ho trovato riuscito sono i personaggi, molto ben definiti e sfaccettati, anche loro da scoprire strato per strato (la similitudine rimanda alla cipolla di Shrek), via via che il triangolo ci viene rivelato da tutte le angolazioni. Tashi, dopo l'infortunio che le ha distrutto la carriera, diviene allenatrice e continua a vivere di tennis; è una macchina, che vede solo l'obbiettivo davanti a sé, a costo di passare su qualunque cosa. Ma è completamente senza sentimenti fino in fondo? Sicuramente è il suo personaggio la vera protagonista, il perno su cui ruota il triangolo, ma anche il film stesso.

Patrick è scanzonato, pieno di risorse, sembra il più sincero fra gli elementi della triade, anche se, caro Guadagnino, quindici scene in meno in cui far fare a O'Connor il suo adorabile mezzo sorriso, secondo me si potevano girare. Art, anche lui apparentemente un robot sul campo di tennis, è il personaggio più difficile da inquadrare (almeno per me) e che forse subisce maggiormente il passaggio dalla fine dell'adolescenza all'età adulta: lo spettatore resta indeciso se sia mai stato manipolatore o se, invece, sia sempre stato fragile.

Finiti gli aspetti del film che ho trovato positivi, oltre al glamour di abiti e acconciature, principalmente di Zendaya, resta da spiegare perché non mi sia piaciuto.

La prima cosa che ho da osservare è che usare un lunghissimo rallenty per lo spostamento dei personaggi che escono dallo spogliatoio o che si allontanano dopo una discussione non lo trovo per niente sensato. Su cosa dovremmo soffermare l'attenzione? Sulle graziose movenze degli abiti di Tashi? In nessuno dei due casi che ho in mente mi serve per sottolineare delle emozioni o qualsiasi altra cosa e, dunque, è superfluo esercizio di stile (naturalmente, per me).

In generale, poi, le scene sono inutilmente lente nelle partite di tennis, che, per me, risultano la parte peggiore del film. Potrei essere di parte, perché non mi piace il tennis, ma in Una famiglia vincente (per fare un altro esempio) gli scontri mi erano sembrati emozionanti. Il tennis a rallentatore, invece, mi è parsa proprio una pessima idea, così come inquadrare per interi minuti gli spettatori che muovono la testa a destra e sinistra nel seguire il match: carino e coreografico, la prima volta che lo fai, nella partita ambientata nel "presente", ma quando scene intere sono dedicate a Art e Patrick che guardano Tashi, mentre questa è inquadrata unicamente in modo frontale mentre tira avanti a sé la racchetta, la cosa si fa pesantuccia. Meglio il cambio di piani sui protagonisti, che arrivano a essere quasi primissimi, alla Sergio Leone. Di buono, in effetti, c'è stato il gran numero di angolazioni da cui si poteva vedere il gioco nelle partite.

Ma gli incontri non sono la sola cosa noiosa: altre scene sono così tanto prolisse, come quella della festa in cui i nostri eroi si incontrano. In generale ho avvertito una certa claustrofobia da "quand'è che posso fuggire da questa sala" durante la visione. Il film, di due ore e undici (quindi, già parecchio per un film del genere, ossia, di fatto, su una love story) non dico che poteva durare un'ora in meno (dentro di me lo penso), ma almeno 40 minuti sicuramente.

In conclusione,

Cosa mi è piaciuto: trama, personaggi, recitazione, montaggio

Cosa non mi è piaciuto: regia, noioso per la gran parte, lunghissimo

Giudizio: ⭐⭐

mercoledì 27 marzo 2024

I sequel non andrebbero fatti solo per guadagnarci su: Kong Fu Panda 4

 Naturalmente l'idea che suggerisco nel titolo è una priorità per il pubblico, ma un'azienda come la Dreamworks mi risponderebbe che, invece, è proprio quello lo scopo con cui si fanno i film. I sequel, in particolare, servono proprio per fare soldi facili (Kong Fu Panda 4, poi, ha avuto un budget pure modesto, 85 milioni di dollari), trainati dal successo dei capitoli precedenti e con la prospettiva di una larga vendita di merchandise.

Basta il nome per portare al botteghino il pubblico. In questo caso c'era persino qualcosa di più, perché la trilogia di film che era arrivata in sala tra il 2008 e il 2016 era perfetta, azzeccatissima in ogni capitolo, studiata nei particolari e di altissimo livello per storia e animazione.

Vero è che il budget era maggiore di 45, 65 e 60 milioni, rispettivamente, per il primo, secondo e penultimo capitolo. Non era, tuttavia, questo a intimorirmi; avrebbe dovuto. Brutti segnali giungevano dalla casa di produzione, fin dall'ottobre 2023, quando si diffuse la notizia che Dreamworks licenziava il 4% del proprio personale (e a oggi news anticipano che stiano per licenziare un altro centinaio di dipendenti). Non aver investito (verosimilmente) in animatori e doppiatori ha, per esempio, portato a eliminare dalla storia i Cinque Cicloni, che compaiono nei titoli di coda, esclusivamente senza parlare. Questo è un altro gran brutto segno.

Io un po' di timore lo avevo soprattutto perché la storia di Po mi pareva già conclusa e mi domandavo come avrebbero potuto fare di più, giustificando una nuova pellicola. Ci poteva stare la ricerca di un successore, anche se prematuro: obiettivamente era la sola cosa che poteva seguire ai risultati raggiunti dal panda nei precedenti episodi. Il fatto che fossi restia a questa idea, come il Guerriero Dragone del resto, non era una motivazione sufficiente, però, per aspettarmi poco dal nuovo prodotto. Il budget avrebbe dovuto farmi capire che non c'era nessuna intenzione di dare lustro alla storia del protagonista e che non era per un'esigenza di completezza che si giungeva a produrre un quarto film.

Foto "di repertorio" da Gardaland, dove eravamo stati ad Halloween 2020

Che dire? Avrete già capito da questa introduzione che non sono soddisfatta di questo sequel (regia di Mike Mitchell e Stephanie Ma Stin.) e non solo per il minimo sforzo nell'animazione (ci sono pochi combattimenti, messi lì come compitino, per niente esaltanti e anche poco importanti - sono più da serie animata).

La storia, al solito, però è il punto più critico. Quando si devono ritirare fuori i cattivi dei capitoli precedenti già significa che le idee sono poche. Stavolta non solo solo poche, ma anche parecchio tirate per i capelli.

Maestro Shifu (che dispiacere che Eros Pagni, probabilmente a causa dell'età -84 anni-, abbia rinunciato a doppiarlo) comunica a un riluttantissimo Po che deve nominare il prossimo Guerriero Dragone. Nel mentre giunge la notizia del ritorno del primo cattivo della saga, Tai Lung. Ad avvertire Po che si tratta solo di una messa in scena è una piccola volpe, una ladra che si intrufola nel Palazzo di Giada, Zhen. Le sembianze dell'antico nemico sono, infatti, state assunte da una nuova cattiva, la Camaleonte. Zhen viene proprio da Juniper City, dove opera la Camaleonte ed è disposta ad accompagnare Po alla ricerca della nemica, senza sapere che sarà seguito dai suoi due papà, elementi comici della vicenda e anche aiutanti (fanno le veci dei Cicloni, insomma).

Shifu, invece, non segue Po e compare al panda solo nella sua mente, nella forma di consigliere (le classiche voci sulle spalle, sotto forma di angelo e demone).

Eliminando di fatto i compagni di lotta dei precedenti capitoli, l'animazione può concentrarsi su Po, Zhen, i papà -panda e oca- e la cattiva (oltre a una serie di comparse, tra cui un bradipo, doppiato da Ke Huy Quan). Si vedono i cattivi dei precedenti film, ma solo Tai Lung è doppiato.

Oltre alla pigrizia nella creazione del cattivo, che di fatto ricicla aspetti e mosse da quanto già creato nei precedenti capitoli (col classico entusiasmo di Po davanti a tutto quello che riconosce come Kong Fu - ma questo espediente l'hanno già usato negli altri film, quindi continua a mancare l'originalità), c'è un problema di credibilità, un enorme problema di credibilità. La Camaleonte vuole rubare il kong fu agli altri, perché non ha trovato nessuno disposto a insegnarglielo, perché era troppo piccola. In compenso è esperta di magia. Inoltre, tiene in scacco i cattivi della città con la minaccia di buttarli di sotto dalle scale.

1) Maestro Pollo e Mantide sono piccoli quanto e più di lei, eppure qualcuno gli ha insegnato il kong fu o, comunque, lo hanno imparato;

2) che razza di minaccia sarebbe? ma, soprattutto, se riesce a fare del male e a tenere il potere senza conoscere il kong fu, perché ci tiene tanto a ottenerlo - prenderlo, badiamo bene, non impararlo-?

A questo si aggiunge che Zhen sa il kong fu, o per lo meno sa battersi, senza maestri, tenendo testa a Po...allora non serve assolutamente a nulla padroneggiare tali tecniche?

Non c'è coerenza ed è un film trascurato, questo. C'è poco di tutto: la sceneggiatura si limita a inserire gli elementi necessari un po' alla Boris, ma senza che abbiano senso. Po, per esempio, dovrebbe diventare il Guardiano della Valle e sembra che accetti il suo nuovo status, ma la sua crescita non è molto costruita. Il plot twist che dovrebbe esserci, inoltre, è riciclato anch'esso e non sorprende.

L'unica cosa che resta di positivo sono le situazioni comiche, che, malgrado tutto, risultano divertenti, ma non è abbastanza.

Giudizio: ⭐⭐Questo film manca di cuore e non è la prima volta che viene detto di un prodotto di una major.