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martedì 16 dicembre 2025

Un salto nel cuore nero del regime iraniano: Un semplice incidente di Jafar Panahi

 Il film che ha vinto la Palma d'Oro a Cannes quest'anno è Un semplice incidente, scritto, diretto e prodotto da Jafar Panahi, regista iraniano diventato famoso per Taxi Teheran, ma soprattutto per la sua storia nel paese. L'unico film che avevo visto in precedenza del regista e che avevo molto apprezzato è Gli orsi non esistono.

Panahi è un dissidente del governo iraniano, che non concordava con i temi del regista neanche quando gli veniva riconosciuto il permesso di girarli, e dal 2010 entra ed esce dal carcere. Tutti i suoi film dal 2011 non hanno il permesso ufficiale governativo, compreso Un semplice incidente. Quando nel 2022 Gli orsi non esistono usciva nelle sale cinematografiche e veniva promosso a Venezia, Panahi era in carcere e sul red carpet il mondo del cinema chiedeva a gran voce il suo rilascio.

Scarcerato nel 2023, il Tribunale rivoluzionario aveva fatto decadere i divieti di realizzare film e di uscire dal Paese, tanto che per la prima volta da quindici anni aveva potuto partecipare al Festival di Cannes, ma è di pochi giorni fa la notizia che, mentre era a New York a ritirare il Best International Feature ai Gotham Awards, Panahi veniva di nuovo condannato, in absentia, a un anno di carcere e un nuovo divieto di lasciare l'Iran.

Rispetto a Gli orsi non esistono, la storia che si sviluppa in Un semplice incidente è molto più forte, molto più difficile, anche da raccontare. E, rispetto alla pellicola del 2022 o ad altri film del regista, non compare il regista, quasi a voler rendere più universale una storia, che, in parte, in realtà parla proprio di lui.


Tutto inizia proprio con un semplice incidente. Pianosequenza, una famiglia in auto, il padre guidando nella notte non vede un ostacolo, che dà origine a un piccolissimo intoppo, le cui conseguenze sono però imprevedibili: la fermata a un meccanico di strada e un piccolo mistero che intriga lo spettatore, ma che si risolve poco dopo. Il protagonista, Vahid, dall'interno dell'officina ha riconosciuto il passo zoppicante e la voce dell'uomo che lo ha picchiato e torturato in carcere. Riesce a rapirlo, allo scopo di vendicarsi, ma proprio al momento della resa dei conti, esita. Non è sicuro che quell'uomo sia il suo aguzzino. Parte allora un'avventura molto particolare, tra tragedia e paradosso. Vahid, un po' guidato, un po' per caso, si mette alla ricerca di altri ex prigionieri che possano aiutarlo a confermare l'identità del prigioniero: una fotografa, la sposa di cui stava tenendo il servizio fotografico, un operaio. Le loro vite sono di nuovo messe a soqquadro dalla comparsa di questo imprevisto, di nuovo faccia a faccia col doloroso ricordo di quanto subito nel periodo in cui erano stati incarcerati per essersi opposti al regime, anche solo con uno sciopero. Un problema è che per tutta la durata della detenzione erano stati bendati e dunque possono appigliarsi solo agli altri sensi, tatto, odorato, udito, per stabilirne l'identità. Un secondo e più sostanziale problema è cosa fare una volta deciso se quello è proprio Eghbal: vendicarsi per tutto il male subito e così rispondere a offesa con offesa, abbassandosi al loro stesso livello di violenza e di indifferenza per la vita?

Il finale del film è piuttosto forte e perfetto, con la costruzione dell'ultima scena in crescendo. Non è un finale del tutto definito e non è un finale felice, ma traccia una linea di confine fra chi appartiene al regime e chi no.

Rispetto a Gli orsi non esistono, che probabilmente è più sofisticato nella scrittura, Un semplice incidente è piuttosto lineare nella struttura della storia e caratterizzato da inquadrature lunghe e insistite e qualche piano sequenza. Il valore principale del film, però, non è nell'aver saputo creare un ottimo livello di cinema con scarso budget, ma sta soprattutto nel racconto delle storie degli ex prigionieri, piccolo catalogo, probabilmente edulcorato, delle brutture a cui ogni giorno il regime sottopone tutti coloro che gli si oppongono e nella riflessione che il semplice incidente ci porta: le conseguenze nell'anima di chi subisce torture e orrori e tuttavia cerca di vincere la guerra contro coloro che desiderano disumanizzarli.

Il film è stato candidato al Golden Globes sia come film drammatico che come film in lingua straniera, ma anche per la regia e la sceneggiatura di Panahi.

Giudizio: ⭐⭐⭐

sabato 15 ottobre 2022

Orsi che non esistono e registi incarcerati

 Ieri sera sono stata al cinema d'essai del mio territorio (il cinema Garibaldi di Scarperia) a vedere il nuovo film del regista iraniano Jafar Panahi, attualmente incarcerato in Iran, di cui avevo sentito parlare, ma del quale (ammetto le mie lacune) non conoscevo la filmografia.

Dopo questa serata penso però di andarmi a recuperare altre sue opere, perché è davvero un maestro, come lo chiamano nel film.

Il film era stato insignito del premio speciale della giuria a Venezia circa un mese fa e c'era chi si era lamentato che non avesse ottenuto di più.



Cosa ne penso io, che non sono un critico ed esprimo pareri più di pancia che di sostanza?

Premettendo che non è il genere che preferisco (amo più il film d'intrattenimento che il film di riflessione), l'ho trovato molto interessante e pure geniale in molti modi. Sì, è un pochino lento, ma lento nel raccontare più che nel ritmo (che in realtà è abbastanza coinvolgente): ci sono scene molto lunghe e statiche, movimenti di macchina al minimo, qualche campo lungo, più di un piano sequenza, poco montaggio, un po' di più verso la fine quando si intensificano un po' gli eventi. Questo per valorizzare i dialoghi, che sono la narrazione stessa. I movimenti della camera coincidono col cambio di scena quasi come una struttura teatrale. Ogni scena ha senso nell'economia della storia e questo lo apprezzo tantissimo.

Anche da profana riconosco la mano autoriale di un regista di grande esperienza, che vuole raccontare a parole sue (col cinema suo) la sua storia che si intreccia ad altre storie di un paese così lontano dal nostro e costretto, come sappiamo, in un regime cieco, tirannico e molto anacronistico, di cui peraltro si parla molto in queste settimane.

Il film si apre con un piano sequenza, che dopo pochi minuti si rivela essere un film nel film.

Panahi, nei panni di sé stesso, sta infatti dirigendo un film, quello della scena che ci viene mostrata, ma a distanza. Lui si trova infatti in un villaggio al confine turco, dove ha preso in affitto un alloggio. Ed è in questo villaggio che il suo aver (o forse non aver) scattato una fotografia a una coppia di giovani sarà pietra di uno scandalo sentimentale, che metterà a soqquadro la calma superficiale di questo luogo sperduto in cui tradizioni antiche, miopi e, ammettiamolo, misogine (come il regime del paese natio di Panahi) si ripetono immutate negli anni.

C'è un incastro complesso e ingegnosamente architettato di storie di ambiguità, che vertono sulla foto (Panahi l'ha scattata o no quella fotografia?), sul confine (vuole o non vuole varcare il confine e fuggire infrangendo il divieto di lasciare l'Iran?) e sul film stesso, che è sì film nel film, ma in realtà in un articolata giostra di scambi è invece realtà nel film - che è dentro il film- (e questo è puro genio secondo me).

I personaggi sono molto credibili, tramite loro c'è una descrizione di un mondo intero (la facciata di tradizione e gentilezza che nascondono il vero animo che c'è sotto), e c'è questo mescolarsi straordinario di personaggi reali e di fiction che in realtà sono reali che io ho adorato.

Cosa mi è piaciuto: il film dentro il film che in realtà non è film, la regia

Cosa non mi è piaciuto: è un genere fuori dalla mia confort zone, ma ne sono uscita volentieri e ne è valsa la pena; ma gli orsi chi sono?

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2