domenica 3 maggio 2026

Unpopular opinion su I peccatori (Sinners): la scrittura è pessima, ma ha vinto il messaggio

Figliolo, se continui a danzare col diavolo un giorno lui ti seguirà a casa.

 Se un film ha il maggior numero di candidature agli Oscar di tutti i tempi (sedici! battendo di due nomination i precedenti guinness, Eva contro Eva, Titanic e La La Land - almeno per questo posso dire che erano troppe) e per di più si tratta di un horror, viene il dubbio che sia un po' sopravvalutato.


A quali premi Oscar è stato candidato: film, regia, attore protagonista, attrice non protagonista (Wunmi Mosaku), attore non protagonista (Lindo), sceneggiatura originale, fotografia, colonna sonora, scenografia, costumi, trucco-parrucco, effetti speciali, montaggio, sonoro, canzone (I Lied to You), casting.

In particolar modo, dopo aver visto I peccatori di Ryan Coogler, a me sembravano davvero fuori luogo le candidature a miglior film, migliore sceneggiatura originale e miglior attore protagonista. Su tutte le altre posso dire "ok, ci sta" oppure "ok, sorvolo". Delle quattro vittorie che poi ha riportato nel corso della notte del 15 marzo, la fotografia di Autumn Durald Arkapaw è sicuramente quella che mi ha colpito di più; posso capire la vittoria della colonna sonora di Ludwig Göransson (sì, è lui, quello che ha già vinto per Black Panther e Oppenheimer e che ha sostituito Hans Zimmer nel cuore di Nolan - oppure è meno impegnato - e che quindi ci ritroveremo ai prossimi premi per le musiche di Odissea, pronostico scontato). La scena centrale in cui Sammie "evoca" fin quasi a mescolare musica del passato e del futuro è molto interessante e divertente da guardare. Lo sarebbe anche la vampiresca versione di Rocky Road to Dublin, se non sembrasse così fuori luogo, totalmente avulsa dal contesto.

Diciamo che in qualche modo la vittoria di Michael B. Jordan "me l'accollo", non è la prima (e non sarà l'ultima) delle interpretazioni vincitrici che non mi hanno convinta, anche se davvero mi è sembrato abbastanza monoespressivo a questo giro - mi era piaciuto di più in Creed, se posso essere sincera - e in perenne posa da duro (sul finale diventa proprio una specie di Rambo, salvo poi concludere il suo arco narrativo come quello di Massimo Decimo Meridio).

Ma quello che proprio proprio proprio non mi va giù, è la sceneggiatura, scritta dallo stesso regista. E ora vi spiegherò perché. Andiamo per gradi.

Il film è un horror musicale (non ne avevo mai visto uno, ma non guardo il primo genere e guardo musical con grande parsimonia) che tratta la leggenda dei Griot, chiamati così in Africa Occidentale o Fili' in Irlanda (paese che torna anche nel principale antagonista) e Custodi del fuoco presso gli indiani Choctaw, spiriti richiamati dai cantori per guarire; ma il canto è così potente che può richiamare anche demoni.

Ci sono leggende su persone con il dono di suonare la musica in modo così vero da poter squarciare il velo tra la vita e la morte.

La storia si incentra su alcuni membri di una famiglia, schiavi in una piantagione di cotone: protagonisti sono questo giovane cantore, Sammie Moore, che suona la chitarra con enorme talento blues e i suoi cugini più grandi, gemelli, entrambi interpretati da Jordan (Stack e Smoke; per distinguerli, perché sono vestiti entrambi da gangster, uno ha gli accessori rossi, più leggero, e uno ha gli accessori blu, quello più cupo).

Smoke e Stack se ne sono andati dalla piantagione in Mississippi e sono diventati gangster a Chicago, dove hanno qualche guaio in sospeso, oltre che alcuni dolori che provengono dal passato. Tornano con, apparentemente, denaro illimitato in Mississippi per aprire un Juke Joint, un locale dove si suona, si balla, si gioca e si beve, radunano un gruppo di conoscenti perché lavorino con loro. Dovrebbe andare tutto per il meglio (circa), ma nella zona si aggirano delle entità vampiresche (fra cui l'irlandese Remmick) che gli renderanno la vita impossibile. La storia si ambienta tutta in un sabato, in meno di 24 ore, da quando iniziano a reclutare i lavoratori, fino all'alba della domenica.

Ma veniamo alla parte più divertente di questa recensione: l'elenco delle cose che non vanno nella scrittura.

1) Le battute non sono granché.

"Più passa il tempo e meno penso che voi ragazzetti facciate sul serio."

"Non c'è nessun ragazzetto qui."

"No, solo adulti. Con soldi da adulti."

"E proiettili da adulti."

Davvero? Questa era la sceneggiatura migliore? Questo dialogo sembra la caricatura dell'ispettore Callaghan. Più che da Jordan mi aspettavo di sentirlo dire da Jim Carrey.

Oppure, altro esempio: per mostrare che i fratelli si volevano bene era davvero necessario che si abbracciassero e se lo dicessero? Non lo so...potevamo capirlo da qualcos'altro magari, le dinamiche del film, aneddoti, gesti. No.

"Ti voglio bene."

"Anch'io."

Il discorsino dei vampiri prima dell'ultimo atto, annunciante il loro piano, è veramente brutto a livello di scrittura: ha lo stesso spessore di quello dei cattivi da manuale quando sfoderano il loro sorriso cinico e dichiarano che vogliono conquistare il mondo.

In molte occasioni il linguaggio è esplicitamente volgare.

2) La scrittura in generale. Avrei bisogno che qualcuno mi spiegasse l'utilità della scena del serpente dentro al carro nell'economia del film; in effetti di tutta la sequenza che precede l'inizio del reclutamento del gruppo di amici/lavoratori al Juke Joint, in considerazione del fatto che il film andrà a parare tutto da un'altra parte. A che mi serve questa parte lunghissima introduttiva? Per farmi vedere che i gemelli sono due duri? Ma mi hai appena mostrato la scena in cui minacciano con i proiettili il bianco che gli vende il capannone per il loro progetto. E mi hai anche messo nero su bianco che il tuo miglior modo di scrivere una scena di affetto fra fratelli è degna di un temino delle elementari.

I due sono duri, ma non senza scrupoli. Hanno lavorato per Al Capone, devono mantenere la faccia, ma poi invitano le ragazzine a cui chiedono di fare il palo a contrattare la paga e pagano le cure mediche agli stessi a cui sparano.

3) C'è troppa (troppa, troppa, ma proprio troppa) carne al fuoco: il blues, la maledizione della musica, religione vs dannazione derivante dal blues, la storia dei soprusi subiti dalle persone nere, il KKK, i gangster, i vampiri, figli persi, tragedie familiari, storie d'amore che non vanno, la questione dei meticci. Non è un pochino troppo per un horror? Per me finisce per andare molto fuori tema o in un senso o nell'altro: o porta troppe questioni morali in un film che vuol essere intrattenimento d'azione o esce dal focus sulla questione delle persone nere (perché parlarne attraverso un film sui vampiri? Ma che c'entra?). Troppi temi che allungano il film fino a due ore e un quarto, lo rallentano e distolgono dal punto principale: le abilità canore di Sammie, che attireranno il male.

Io penso francamente che il motivo per cui ha vinto la migliore sceneggiatura questa scrittura è che, rapidamente (perché ce ne sono troppe da trattare), tratta anche della questione razziale, il pericolo derivante dal KKK e dell'importanza del blues. All'Accademy fa ancora la differenza, come ogni tema sui diritti: è sempre la carta giusta con cui passare.

4) Le incongruenze:

I gemelli arrivano con una barca di soldi e spendono e spandono e, dopo mezza serata, stanno per andare in bancarotta. Fanno pagare troppo poco i drink? Sul serio? Neanche un bambino delle elementari farebbe un così pessimo uso delle proprie finanze.

Una delle scene più riuscite è l'introduzione del personaggio di Remmick, che si trascina presto con sé Bert e Joan. In questa scena, Remmick è inseguito da alcuni indiani Choctaw. Sembra che questa tribù conosca le entità a cui danno la caccia, ma si ritirano al tramonto e non si vedono più per tutto il film, quindi non capisco l'utilità di introdurli. Dare una veridicità alla leggenda? Farci capire che è solo accogliendo i vampiri esplicitamente che possono accedere a un luogo chiuso? Si capisce comunque dopo.

I vampiri, per farsi invitare a entrare, suonano le canzoncine. E noi li prendiamo anche sul serio. Ma il Diavolo si traveste da agnello, giusto?

Forse negli horror è prassi (si veda lo sketch di Panariello) ma i personaggi sono di un'ingenuità imbarazzante. Come è ovvio, la prima a fare il passo falso lo è più degli altri. Ci sono tre sconosciuti che ti fanno discorsi strani, mi dici che aspetti a scappare?

"Volevo vedere se foste brave persone."

"Lo siamo davvero."

Non devo stupirmene? Va bene, non me ne stupirò, ma anche a seguire, quando un personaggio si comporta in modo palesemente alterato, non desta il minimo sospetto malgrado si siano tutti appena accorti del problema vampiresco.

Avendo già trattato la sceneggiatura, resta da dire che il film entra nel vivo dopo un'ora e che nel frattempo mi ha annoiata non poco (e l'ho pure visto due volte...). Non è un horror spaventoso o splatter (o non lo avrei visto). Dal punto di vista tecnico è molto buono (musica, fotografia, sonoro...) e ha un bel cast, anche se l'interpretazione migliore, a mio avviso, non è quella dei protagonisti gemelli, ma quella di Delroy Lindo.

Giudizio: Ruffiano ⭐⭐

Nota bene: il film ha non una, ma ben due scene post credit!

venerdì 13 marzo 2026

Joachim Trier mi piace molto alla sceneggiatura, ma non alla regia: Sentimental Value

 Sentimental Value, già miglior film in lingua straniera ai BAFTA e Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes, di Joachim Trier era uno dei film che attendevo di più in questa stagione di premi. Avevo già visto l'accoppiata norvegese regista-attrice protagonista (Renate Reinsve) in La persona peggiore del mondo, che mi era piaciuto, malgrado la spiccata antipatia del personaggio scritto per la Reinsve. 

Come nel 2022 la sceneggiatura originale è scritta a quattro mani dal regista e da Eskil Vogt e, nuovamente, è candidata al premio Oscar. Se La persona peggiore del mondo era candidato anche a miglior film straniero, quest'anno Sentimental Value è in lizza anche per miglior film, regista, montaggio e interpreti, sia protagonista (Reinsve), sia non protagonisti (Stellan Skarsgard, Elle Fanning, Ibsdotter Lilleaas), per un totale di 9 candidature.


La storia è quella di una famiglia, intesa come padre, figlie e anche casa. È proprio con la metafora della casa, che ha una crepa, che viene introdotto questo nucleo familiare (ma principalmente la figura della figlia maggiore) in cui Nora e Agnes (Lilleaas) attraversano la separazione dei genitori, l'abbandono del padre, regista acclamato e impegnato, e infine il lutto per la madre. A seguito di questa perdita, si riaffaccia nelle vite delle due giovani donne proprio Gustav (Skarsgard), che ha scritto per la figlia Nora, attrice di teatro, una sceneggiatura e che la vorrebbe protagonista del proprio film. 

Il padre antepone il lavoro (e forse anche la propria identità culturale, poiché è svedese e lascia le figlie in Norvegia con la madre) al rapporto con le figlie e non è in grado di comunicare con loro le proprie emozioni e il proprio affetto. L'unico linguaggio di quest'uomo è quello artistico, quello del proprio lavoro: il cinema. Riesce a entrare in connessione con le figlie o il nipote solo attraverso questo mezzo.

Nora, che è stata in grado di proteggere la sorella dai traumi familiari restando una figura di riferimento e certezza per Agnes, ma che invece non è riuscita a sanare la propria di crepa, rifiuta anche di leggere la sceneggiatura. Capiremo solo alla fine del film qual era forse l'intento di Gustav nel scrivere quella storia e lo capirà anche lui, probabilmente, solo dopo aver cercato una sostituta della figlia nella giovane attrice americana interpretata da Elle Fanning.

Parallelamente alla storia della famiglia, la casa è anche il fulcro del film che Gustav cerca di girare e ci permette di compiere una riflessione anche sul mondo delle arti visive: Nora si alterna fra teatro e televisione, Gustav concepisce come forma di espressione solo il cinema, che tuttavia nel mondo moderno deve piegarsi ad altre logiche rispetto a quelle che conosceva quando era all'apice della fama.

Al di là di essermi totalmente riconosciuta in Nora, che pure è abbastanza antipatica come (o un po' meno) lo era Julie in La persona peggiore del mondo, la storia mi è piaciuta moltissimo e affronta il tema degli abbandoni, del prendersi cura e dei modi in cui si può concepire la famiglia e le relazioni familiari da molteplici punti di vista.

Il cast è molto bravo, soprattutto, a mio modo di vedere, Stellan Skarsgard, che in effetti ha già vinto il Golden Globes come miglior attore non protagonista (ai Globes il film aveva le stesse candidature che ha agli Oscar, a eccezione del montaggio). Mi è piaciuta anche Fanning, che in un primo momento mi aveva ricordato tantissimo il personaggio di Ashleigh in Un giorno di pioggia a New York e che poi invece, grazie a un ottimo lavoro di scrittura, lascia intravedere una professionista sensibile, man mano che entra nel personaggio creato da Gustav e approfondisce anche il rapporto col regista.

La scrittura mi è piaciuta per il modo in cui sbuccia lentamente i personaggi e ce li fa focalizzare un po' alla volta, da uno sguardo superficiale alla loro interezza. Quello che non mi è piaciuto, per gusto personale, è la regia: comprendo assecondi questa progressiva intimità coi personaggi, con un linguaggio che segue il disvelarsi graduale degli indizi e che si soffermi, proprio per indagare la psicologia dei personaggi, ma per me rimane molto lenta nel ritmo (il film dura 133 minuti, che per me sono già troppi a prescindere, ma ne ho percepiti pure di più), con scene lunghe, primissimi piani e una macchina spesso in movimento, che esteticamente non mi piace.

Giudizio: storia bella, ma scritta ancora meglio ⭐⭐⭐

domenica 1 marzo 2026

Elaborare il lutto scrivendo la più grande tragedia di tutti i tempi: Hemnet

Disclaimer: Non ritengo di fare spoiler se parlo del nucleo centrale di questo film, siamo d'accordo? Si comprende perfettamente dal trailer quale tragedia colpisce William (Paul Mescal) e Agnes (Jessey Buckey). In ogni caso, vi ho avvisato. Secondo me, anzi, è un po' un peccato che il trailer sia stato tanto rivelatore, perché nel film ci sono tante scene che sono premonitrici di quello che deve accadere che perdono senso nel momento in cui lo spettatore lo sa già in partenza.


Che cos'è il lutto?

Come lo rappresenti al cinema?

Ma soprattutto, come si elabora? Come si supera?

In realtà non sempre si supera, soprattutto quando la perdita è quella di un figlio, anche se vivi in un tempo in cui la mortalità infantile è altissima e circola periodicamente la peste.

Che cos'è Hemnet? È l'adattamento, co-scritto proprio con l'autrice e diretto da Chloé Zhao, de Nel nome del figlio. Hemnet di Maggie O'Farrell.

L'idea originale e romanzata (e lo chiarisce subito modificando il nome storicamente conosciuto di Anne Hathaway in Agnes) dell'autrice è che la nascita della tragedia di Amleto sia da ricercarsi in una vicenda familiare proprio del poeta. Di più: la scrittura e la messa in scena diventa per Shakespeare (e persino per sua moglie) il solo modo di elaborare la perdita, permettere a quel lutto, a quel fantasma in attesa dentro la propria mente di trovare una collocazione, una fisicità, una rappresentazione. 

Questo è tanto più necessario per il personaggio di William Shakespeare, che è estremamente chiuso in sé stesso. Tuttavia anche Agnes, che nelle storie trova la lettura dell'esistenza (di fatto il rapporto col marito inizia così e lei stessa le usa per spiegare la morte ai figli), la rappresentazione diventa cruciale.

Il film parte dall'inizio della storia della coppia e contestualizza la tragedia che verrà illustrandoci da dove vengono i due protagonisti, chi sono le loro famiglie di origine e chi sono loro come persone.

William veniva picchiato dal padre, Agnes perde da piccola la madre da cui aveva imparato tutto quello che sa in fatto di rimedi naturali. La connessione della donna con la Natura, con la terra soprattutto, è molto intensa e, di fatto, ci viene rappresentata come una strega.

Mi è piaciuto come sono stati usati i colori anche dei loro costumi per distinguerli come caratteri e come mondi di appartenenza (anche se probabilmente in epoca Tudor il rosso sarebbe stato un po' troppo costoso per Agnes. I costumisti dovevano saperlo, quindi solo pochi elementi sono davvero rossi, sfumando verso arancio o marrone e virando completamente con il lutto).

Il film non mi ha convinta del tutto per quel che riguarda le scelte registiche di Zhao (non capisco la necessità di alcune scene, che finiscono per darmi informazioni ridondanti, non capisco le interruzioni brusche delle scene che mi hanno dato più volte la sensazione "fine primo tempo"); d'altro canto ha alcune inquadrature (quelle fisse) che ho trovato molto belle.

Esteticamente è curato, con una buona fotografia e una colonna sonora stupenda, e il ritmo è abbastanza tenuto, forse un pochino lento all'inizio, ma giustificabile con la necessità di farmi entrare in quel tempo e, soprattutto, nel mondo di Agnes.

La parte centrale, della malattia della figlia più piccola, col fratello Hemnet che si offre al suo posto per lasciarla vivere, e la successiva parte in cui i genitori devono affrontare questa perdita, troppo più grande di loro, sono molto intense. Non è stato così straziante come avevo letto in giro, ma toccante e soprattutto raccontata in modo poetico, bello.

Per me l'ultima parte del film, quella ambientata in un piccolo Globe ricostruito, è il nucleo vero del film, risoluzione e chiave di lettura, chiusura (rispetto all'inizio della storia di Will e Agnes) e forse quadratura di un cerchio (nel cercare un modo di affrontare l'impossibile).

Relativamente ai personaggi, in buona sostanza esistono solo i due protagonisti. Tanto è curata la descrizione dei loro caratteri, tanto poco lo sono i personaggi secondari, che svolgono ruoli precisi e nient'altro. Entrano ed escono dalla scena e dai dialoghi in base alla funzione da svolgere. Fanno eccezione, almeno in parte, Hemnet, il cui modo di essere, inclinazioni e sentimenti sono mostrati, anche per spiegare cosa sta per succedere, e la madre di William (interpretata da una brava Emily Watson).

Jessie Buckley è stata molto brava (ed è candidata all'Oscar come miglior attrice protagonista; il film in effetti di candidature ne ha 8 totali, andandosi ad aggiungere quelle per film, regia, sceneggiatura non originale, casting, fotografia, colonna sonora, costumi), ma a me devo dire che è piaciuto soprattutto Paul Mescal, che in una scena in particolare riesce a mostrare davvero l'anima tormentata di un introverso e di un poeta, che soffre nel non riuscire a far uscire quello che ha dentro.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

martedì 27 gennaio 2026

Norimberga è un film sul più grande processo internazionale a crimini di guerra...molto americano

 Norimberga, scritto, diretto e prodotto da James Vanderbilt, alla seconda prova di regia, ma sceneggiatore di numerosi film (fra cui Zodiac o la serie di Amazing Spiderman) esce oltre un mese prima del Giorno della Memoria in Italia (e quasi tre mesi prima in America), ma è un film che ha molto a che tutto a che fare con la Shoah.

Adattando il romanzo Il nazista e lo psichiatra, il film ci racconta due filoni di vicende che vertono sulla figura di Hermann Göring, il cui arresto al termine della Seconda Guerra Mondiale apre il film.


Da un lato abbiamo le difficoltà del giudice americano Robert Houghwout Jackson (Michael Shannon) e del collega britannico David Maxwell Fyfe (Richard E. Grant), che propone di processare, da parte di un Tribunale militare internazionale che avessi membri di ogni nazione vincitrice, i gerarchi nazisti superstiti per crimini di guerra. Si tratta del primo processo di questo genere, considerando che il diritto internazionale non esisteva affatto.

Nel film, hanno la parte da leone i giudici americano e inglese, che ritengono che per vincere la causa sia indispensabile far crollare Göring, facendogli ammettere che era a conoscenza di quello che stava accadendo nei campi sotto il controllo della Germania.

Dall'altro lato abbiamo la sfida del protagonista, lo psichiatra di belle speranze e di modi freschi, nuovi, entusiasti, Douglas Kelley (Rami Malek), che ha il compito di analizzare il comportamento di (e tenere in vita) tutti i detenuti che dovranno affrontare il processo. L'ingrato compito è quello di entrare nella mente di persone apparentemente normali, con le loro paure, idiosincrasie, pregiudizi  radicati e di capire come sia stato possibile che nella banalità (per citare Hannah Arendt) di queste esistenze albergasse il consenso alle più atroci nefandezze che nei campi di sterminio furono perpretate.

E poi c'è lui. Göring. Il personaggio interpretato da Russell Crowe, che nulla ha di banale, giganteggia, divenendo il centro di tutta la storia, di tutti i personaggi che dipendono dalla sua figura (chi per un motivo, chi per l'altro) e verso cui convergono gli sforzi - inizialmente non congiunti - di Kelley e Jackson. Imperscrutabile, inaccessibile, dalla volontà indomabile ed estremamente scaltro, è la chiave d'accesso all'ideologia nazista, l'ultima rimasta per capire cosa è potuto succedere, silenziosamente, ma sotto la consapevolezza di tutti, in Germania. Non solo, è un personaggio estremamente carismatico, tanto da esercitare un potere silenzioso anche sui compagni di processo e da influenzare per sempre la vita di Douglas Kelley.

Il film (un po' lungo, ben 148 minuti), che non ha la grandezza di un La zona di interesse, che aveva un punto di vista originale (e agghiacciante), o la capacità di emozionare di uno Schindler's List, ha una struttura classica, un punto di vista incentrato sui personaggi americani (e una morale totalmente americana), non innova, non aggiunge, ma ci mostra l'interessante aspetto legale dietro il processo di Norimberga e anche alcune immagini orribili provenienti dai campi. Il tono, la messa in scena, le scenografie, anche le interpretazioni sono misurate; spiccano per brio Rami Malek e per intensità e convinzione Russel Crowe.

Giudizio: nel complesso un film interessante e fatto abbastanza bene ⭐⭐ 3/4

venerdì 16 gennaio 2026

La dolcezza e le lezioni di vita della metafisica dei tubi

Amélie Nothomb è una scrittrice belga di cui avevo letto ogni tanto nel Bookstagram, ma la trama dei suoi libri non mi aveva mai incuriosita abbastanza da spingermi a prenderne uno.

Non sapevo che il film d'animazione uscito in Italia col nome La Piccola Amélie fosse tratto dal suo romanzo La metafisica dei tubi finché non ho visto in sala il titolo originale del film, Amélie et la Métaphysique des Tubes, all'inizio della proiezione.

In effetti, come sempre, non sapevo cosa stavo andando a guardare. Non avevo visto trailer, ma avevo intravisto qualche immagine sui social, accompagnata da quel genere di frasi sdolcinate che di solito non mi spingono a vedere proprio un bel niente, ma soprattutto (unico motivo per cui stavo andando a cercarlo in una sala di Palermo) sapevo che era candidato come lungometraggio d'animazione ai Golden Globes 2026.


La storia racconta i primissimi anni della vita di Amélie ed è, immagino, autobiografico o parzialmente autobiografico.

La bambina del film nasce in Giappone (dove il padre è console per il Belgio) e trascorre i primi due anni di vita in uno stato "vegetale", senza contatti con il mondo, nemmeno con la famiglia, finché non giunge un terremoto. Sentiamo il racconto con la sua voce, che ci spiega che la sua è la genesi di Dio (perfetta sintesi del punto di vista di un bambino). A quel punto Amélie si "risveglia" e prende contatti con la realtà, sebbene in un modo animalesco e aggressivo, fino a che nel quadro familiare, composto dai genitori e dal fratello e la sorella maggiori, non giungono due figure nuove: la nonna (da parte di padre) e la collaboratrice domestica, Nishio-san. A poco a poco si struttura la vita e la personalità di una bambina molto speciale, ma che dovrà fare i conti con alcune perdite e difficoltà nel suo mondo emotivo. Il rapporto che struttura con gli altri membri della famiglia, in particolare con la nonna, ma soprattutto con Nishio-san, è il focus della storia.

Amélie et la Métaphysique des Tubes è un film più complesso di quello che sembra dai colori sgargianti, saturi e quasi improbabili dei disegni, dal loro richiamare un anime, dal target apparentemente infantile. Il pubblico della sala in cui mi trovavo era misto, fatto di famiglie con bambini piccoli e adulti; alla fine della proiezione i bambini si erano divertiti, avevano riso per gli elementi giocosi e buffi che un film con protagonista una bambina porta, ma noi adulti eravamo in lacrime. Il testo del film si presta a più livelli di lettura, alcuni da far sedimentare prima di capire del tutto il loro messaggio.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

martedì 16 dicembre 2025

Un salto nel cuore nero del regime iraniano: Un semplice incidente di Jafar Panahi

 Il film che ha vinto la Palma d'Oro a Cannes quest'anno è Un semplice incidente, scritto, diretto e prodotto da Jafar Panahi, regista iraniano diventato famoso per Taxi Teheran, ma soprattutto per la sua storia nel paese. L'unico film che avevo visto in precedenza del regista e che avevo molto apprezzato è Gli orsi non esistono.

Panahi è un dissidente del governo iraniano, che non concordava con i temi del regista neanche quando gli veniva riconosciuto il permesso di girarli, e dal 2010 entra ed esce dal carcere. Tutti i suoi film dal 2011 non hanno il permesso ufficiale governativo, compreso Un semplice incidente. Quando nel 2022 Gli orsi non esistono usciva nelle sale cinematografiche e veniva promosso a Venezia, Panahi era in carcere e sul red carpet il mondo del cinema chiedeva a gran voce il suo rilascio.

Scarcerato nel 2023, il Tribunale rivoluzionario aveva fatto decadere i divieti di realizzare film e di uscire dal Paese, tanto che per la prima volta da quindici anni aveva potuto partecipare al Festival di Cannes, ma è di pochi giorni fa la notizia che, mentre era a New York a ritirare il Best International Feature ai Gotham Awards, Panahi veniva di nuovo condannato, in absentia, a un anno di carcere e un nuovo divieto di lasciare l'Iran.

Rispetto a Gli orsi non esistono, la storia che si sviluppa in Un semplice incidente è molto più forte, molto più difficile, anche da raccontare. E, rispetto alla pellicola del 2022 o ad altri film del regista, non compare il regista, quasi a voler rendere più universale una storia, che, in parte, in realtà parla proprio di lui.


Tutto inizia proprio con un semplice incidente. Pianosequenza, una famiglia in auto, il padre guidando nella notte non vede un ostacolo, che dà origine a un piccolissimo intoppo, le cui conseguenze sono però imprevedibili: la fermata a un meccanico di strada e un piccolo mistero che intriga lo spettatore, ma che si risolve poco dopo. Il protagonista, Vahid, dall'interno dell'officina ha riconosciuto il passo zoppicante e la voce dell'uomo che lo ha picchiato e torturato in carcere. Riesce a rapirlo, allo scopo di vendicarsi, ma proprio al momento della resa dei conti, esita. Non è sicuro che quell'uomo sia il suo aguzzino. Parte allora un'avventura molto particolare, tra tragedia e paradosso. Vahid, un po' guidato, un po' per caso, si mette alla ricerca di altri ex prigionieri che possano aiutarlo a confermare l'identità del prigioniero: una fotografa, la sposa di cui stava tenendo il servizio fotografico, un operaio. Le loro vite sono di nuovo messe a soqquadro dalla comparsa di questo imprevisto, di nuovo faccia a faccia col doloroso ricordo di quanto subito nel periodo in cui erano stati incarcerati per essersi opposti al regime, anche solo con uno sciopero. Un problema è che per tutta la durata della detenzione erano stati bendati e dunque possono appigliarsi solo agli altri sensi, tatto, odorato, udito, per stabilirne l'identità. Un secondo e più sostanziale problema è cosa fare una volta deciso se quello è proprio Eghbal: vendicarsi per tutto il male subito e così rispondere a offesa con offesa, abbassandosi al loro stesso livello di violenza e di indifferenza per la vita?

Il finale del film è piuttosto forte e perfetto, con la costruzione dell'ultima scena in crescendo. Non è un finale del tutto definito e non è un finale felice, ma traccia una linea di confine fra chi appartiene al regime e chi no.

Rispetto a Gli orsi non esistono, che probabilmente è più sofisticato nella scrittura, Un semplice incidente è piuttosto lineare nella struttura della storia e caratterizzato da inquadrature lunghe e insistite e qualche piano sequenza. Il valore principale del film, però, non è nell'aver saputo creare un ottimo livello di cinema con scarso budget, ma sta soprattutto nel racconto delle storie degli ex prigionieri, piccolo catalogo, probabilmente edulcorato, delle brutture a cui ogni giorno il regime sottopone tutti coloro che gli si oppongono e nella riflessione che il semplice incidente ci porta: le conseguenze nell'anima di chi subisce torture e orrori e tuttavia cerca di vincere la guerra contro coloro che desiderano disumanizzarli.

Il film è stato candidato al Golden Globes sia come film drammatico che come film in lingua straniera, ma anche per la regia e la sceneggiatura di Panahi.

Giudizio: ⭐⭐⭐

martedì 28 ottobre 2025

Un thriller psicologico alla Guadagnino: After the hunt

 Il terzo film che vedo di Luca Guadagnino è After the hunt, film di Amazon presentato fuori concorso alla mostra del cinema di Venezia.

Le precedenti esperienze che ho avuto col regista palermitano sono state infelici: di Bones and All e Challengers ho parlato in separata sede e non capisco perché abbia dato una terza chance a questo autore, ma ho fatto bene.

La locandina del film annuncia già una caratteristica che mi è piaciuta molto: la frammentarietà dei punti di vista. La complessità di una vicenda o di un'esistenza sta nel fatto che si compone di tante piccole facce, articolate, stratificate, molto spesso nascoste e su questo si sviluppa la narrazione di questo film.

All'apparenza c'è un fatto molto preciso: il professor Hank Gibson (Andrew Garfield in un ruolo molto diverso dai suoi soliti - piuttosto intenso, anche se non mi ha del tutto convinta) "oltrepassa il limite" con una delle studentesse di Yale (Ayo Edebiri), la ricca Maggie Price, che lo racconta alla professoressa con cui ha la tesi. E questo basterebbe per farci chiedere: chi mente dei due se una dice che l'ha fatto e l'altro nega recisamente? Ma c'è molto più di questo. La protagonista del film, infatti, non è la studentessa e non è il professore, ma una magnetica (e - vogliamo dirlo? - bellissima a 58 anni) Julia Roberts, ma quello che (forse) è accaduto - e, tranquilli, del tutto non lo sapremo mai nemmeno alla fine del film, anche se degli indizi ci sono - non è una vicenda collaterale, ma totalmente centrale e inglobante il suo personaggio.

La professoressa Alma Imhoff sta rivaleggiando proprio col collega e amico intimo Hank per la cattedra di filosofia e, come le spiega il marito Frederik (Michael Stuhlbarg che in Bones and all mi era piaciuto così tanto e che è favoloso anche in questa pellicola), psicanalista, sia Hank, sia la (apparentemente) brillante Maggie sono ammaliati (e forse di più) da Alma, ecco perché lei permette loro di avvicinarsi alla sua figura altrimenti algida e inarrivabile. 

"Tu tendi a scegliere le persone perché ti adorano, non perché abbiano reali meriti di qualche tipo."

Julia Roberts gestisce un personaggio sofferente (fisicamente, per dei dolori addominali che la perseguitano, e psicologicamente, tormentata dal suo passato, sotto stress e guidata solo dal desiderio e dall'ambizione). Solo? No, non solo.

Piano piano, perché Guadagnino non è cambiato, è lentissimo (sempre al limite dell'esasperante o già oltre), come un fiore che si schiude a rivelare, petalo dopo petalo, il suo contenuto, scorgiamo una nuova sfaccettatura del personaggio, un segreto nuovo, un nuovo bisogno, una nuova fragilità, nascosta dalla maschera di perfezione, autocontrollo e mondanità che Alma porta ogni giorno.

Trovo che il personaggio sia scritto benissimo, ma non solo il suo: il marito devoto e perfetto, ma non succube e che conosce sua moglie più di quanto lei creda e l'accetta com'è; il migliore amico, così spavaldo e brillante, ma che sotto sotto nasconde altri lati, intenzioni e desideri, eppure forse si era accorto lui di qualcosa che era sfuggita ad Alma (se poi le era sfuggito davvero); e poi Maggie Price. Un'altra donna scritta molto bene e anche recitata bene: una figura complessa, che mai si capisce quanto reale e quanto finta; quanto viziata figlia di papà e quanto autentica in quello che sente e che crede. Tutto rimane sempre tra apparenza, bugie, segreti ben nascosti e persino rubati e manipolazione, perché una cosa appare in modi diversi a seconda di come la si racconta. E forse stiamo tutti solo recitando una parte. Pirandello docet. Si aggiunge anche una componente di conflitto generazionale con una precisa denuncia della fragilità dei nuovi giovani adulti (di cui tra l'altro si sente parlare sempre più spesso).

"Non mi sento più a mio agio a parlare qui con te."

"Non tutto ha lo scopo di metterti a tuo agio."

Non sentite anche voi nell'aria profumo di candidature a qualche premio? Azzarderei quelle di Julia Robert, Ayo Edebiri e Nora Garrett per la sceneggiatura, ma penso che anche Michael Stuhlbarg ci potrebbe arrivare. 

E non sono da meno le scenografie (la casa di Alma e Frederick è un gioiello) e i costumi, mentre una delle cose che mi è risultata più fastidiosa, soprattutto a inizio film è un sonoro invasivo, che scava e contribuisce (sapientemente, è vero) ad accrescere la tensione, quel ticchettio terribile che dura per tutta la prima parte del film (che mostra la quotidianità della vita di Alma) fino al titolo.

Ma veniamo a quello che non mi è piaciuto, invece: Guadagnino. Tornano i primissimi piani nei momenti di intensità emotiva e alcune riprese molto "ondeggianti" che assecondano la confusione del personaggio che la sta vivendo. La macchina da presa "segue da vicino" i sentimenti dei personaggi e aiuta a narrarli. La conduzione è lenta e ripetitiva, anche inutilmente, poiché alcune dinamiche ripetute contribuivano tra poco e niente al racconto e questo, almeno per me, è un peccato capitale. Non c'è ragione di far durare un film un'ora e venti minuti, specialmente con un ritmo così lento e alcuni momenti che sono sfruttati sì per sottolineare un certo aspetto, un certo significato (ma forse ci arrivavamo lo stesso).

Cosa mi è piaciuto: sceneggiatura, cast, scenografie, costumi

Cosa non mi è piaciuto: regia, ritmo, durata

Giudizio: molto molto molto interessante e ben recitato, ottima scrittura dei personaggi e del disvelamento, ma lungo e lento ⭐⭐⭐

lunedì 6 ottobre 2025

Andate a vedere La voce di Hind Rajab

 A un anno (e poco più) dall'ultima recensione di questo blog, torno con un film che mi ha chiesto prepotentemente di diffondere il verbo. 

Volevo già tornare, perché mi mancava raccontare, anche, di cinema, dire la mia su quello che guardo, dopo una stagione che ho passato a vedere film, ma tenendomi tutto dentro. Ecco, già mi mancava qualcosa, ma stanotte proprio non ho chiuso occhio dopo aver visto La voce di Hind Rajab di Kawthar ibn Haniyya (già Leone d'argento per la giuria a Venezia e che tra i produttori ha anche Brad Pitt e tra gli esecutivi  Alfonso Cuarón, Joaquin Phoenix e Roney Mara).


Premetto che sapevo perfettamente cosa stavo per andare a vedere (una delle rarissime volte), essendo un fatto di cronaca del gennaio 2024 (non mi preoccuperò di fare spoiler infatti) e sapendo che il film sarebbe stato in arabo per mantenere i file audio originale delle telefonate tra vittime e centro di coordinamento della Mezzaluna Rossa Palestinese.

Sì, lo sapevo che sarebbe stata la voce di quella bambina di cinque anni che chiedeva aiuto mentre le sparavano addosso, nascosta dentro la macchina degli zii e dei cugini con intorno i cadaveri dei sei parenti morti e appena fuori i carri armati israeliani, ma non ero veramente pronta a sentire la voce minuta di una bambina dell'asilo chiedere:

"Vienimi a prendere."

"Ho paura."

"Morirò presto."

"Mi sparano."

"Venitemi a prendere."

"Sono sola."

"Ho paura del buio."

Non è un'attrice, è proprio la voce di Hind e per noi sono solo un'ora e un quarto di audio su 90 minuti totali di pellicola, ma gli operatori del centro di Ramallah della Mezzaluna Rossa (loro sì, interpretati da attori, salvo nei momenti in cui si vedono o si sentono le registrazioni di quella folle giornata del 29 gennaio 2025) passano tre ore al telefono con la bambina, tentando di rassicurarla e nella paradossale situazione di non poter inviare soccorsi perché nelle aree sotto assedio sparano anche sulle ambulanze.

Oltre alla straziante conversazione fra la bambina terrorizzata e gli operatori telefonici, frustrati dall'impotenza, annichiliti da una tragedia più grande di loro e che non sanno come non far trasparire la loro disperazione affinché Hind resti calma, c'è un interessante punto di vista sviscerato in ogni dettaglio dal film, che riesce a scrivere ogni passaggio molto bene, non didascalico, ma chiaro: i soccorsi della Mezzaluna Rossa sono schiacciati dalla burocrazia militare e in grave pericolo.

Gli operatori che tengono impegnata la bambina al telefono implorano, urlano, si arrabbiano, litigano furiosamente e crollano, emotivamente sfiniti, perché i soccorsi non possono partire, altrimenti finirebbero uccisi come altri colleghi prima di loro, se non viene concordato un percorso sicuro e non è ricevuto un via libera (green light). Il percorso sicuro deve essere ottenuto attraverso la mediazione di un intermediario (uno alla volta o Croce Rossa o Ministero della Salute) e poi di un ulteriore intermediario con l'esercito che risponde al secondo intermediario, che risponde al primo, che comunica alla Mezzaluna. Folle? Certo. E se si interrompe per qualche ragione questa catena? Si ricomincia daccapo. E se la bambina non risponde per dieci minuti? Si ferma tutto. E se nel frattempo le strade intorno sono crollate? Va aggiustato l'itinerario chiedendo nuovi consensi. E come si risponde a una madre o a uno zio che urlano al telefono perché ovviamente non capisce per quale motivo non si può inviare un'ambulanza? No, nelle altre zone le mandiamo, ma a Gaza non si può fare, ci sparano addosso.

Non è un segreto come finisce questa storia: ha fatto il giro del mondo, ripresa proprio perché fosse mostrata sui social, così da spingere l'opinione pubblica e ottenere il percorso sicuro per mandare un'ambulanza dalla bambina. 

Il cinema (tunisino, ma in coproduzione con Francia, Regno Unito e USA,) apre la porta al documentario quando nello schermo del telefono che riprende la scena compaiono proprio i personaggi ripresi in quel 29 gennaio al telefono con Hind: le riprese reali si sovrappongono agli attori palestinesi che recitano, con le stesse movenze dei veri Umar, Rana, Mahdi, Nisrin, gli stessi abiti e volti molto somiglianti. Sono bravissimi gli attori e partecipiamo al dolore e alla rabbia dei protagonisti, che non sanno come affrontare né le difficoltà organizzative, né lo stress psicologico proprio e il loro terribile compito di mentire per tre ore a una bambina di cinque anni sul fatto che l'avrebbero portata via da lì molto presto. La regista tunisina (il film è il candidato della Tunisia per il miglior film internazionale agli Oscar del 2026) ha cercato di rimanere esterna e asciutta, affinché protagonisti fossero quei file audio e quella voce.

Vuoi una definizione di bambino? Ecco: è quella creatura che ti chiede mentre le sparano perché non puoi chiedere a tuo marito se ti accompagna a prenderla per portarla via. 

Vuoi una definizione di guerra? Ecco: è quella situazione in cui morirai se vorrai andare a salvare la bambina; è il finale di questo film (te lo spoilero anche se non lo vai a vedere, quindi, ti prego, vai al cinema perché lo dovrebbe vedere tutto il mondo questo film, anche se non sei pronto, come non lo ero io), ovvero dei soldati che hanno visto benissimo agli infrarossi che in quella macchina è rimasto un corpicino vivo, forse hanno pure visto gli appelli social, ma aspettano l'arrivo dei soccorsi, faticosamente inviati richiedendo un percorso sicuro che è stato burocraticamente avvilente da ottenere, per sparare, così se ne possono uccidere altri due, mentre per tre ore hai psicologicamente torturato la bambina di cinque anni che hai comunque deciso di uccidere.

Questo è più spietato e più potente di un Diario di Anna Frank, perché di Anne avevamo solo le parole, ma di Hind abbiamo anche quella vocina spaventata che ho risentito per tutta la notte.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐⭐

lunedì 16 settembre 2024

Maratona Beetlejuice

 Per qualche ragione non avevo mai visto il film di Tim Burton del 1988, così ho fatto un esperimento. In rapida successione ho visto il primo Beetlejuice il giovedì sera, gentilmente messo a disposizione da Prime Video, e sono andata al cinema il venerdì per vedere Beetlejuice  Beetlejuice. Com'è cambiato il cinema di Burton in trentasei anni? Ovviamente tanto, a partire dagli effetti speciali naturalmente, ed era proprio ciò che ero curiosa di scoprire.

Il primo film, proprio stile anni Novanta, è invecchiato un po', ma non esageratamente considerando i pupazzoni e le battute un pochino demodé. Protagonisti corali della storia sono sia i coniugi Maitland, sia la famiglia (abbastanza disfunzionale) dei Deetz. Dopo un assurdo incidente dei primi, Adam (Alec Baldwin) e Barbara Maitland (Geena Davis) si ritrovano da spettri a contendersi il dominio della casa con i secondi, mentre sono ancora alle prese con ambientarsi nel limbo tra vita e morte (con tanto di manuale dedicato del "recente deceduto"). I trapassati proprietari amavano la loro casa esattamente com'era, mentre Charles (Jeffrey Jones) e Delia (Catherine O'Hara) Deetz sono eccentrici e moderni e desiderano cambiarla radicalmente. Completamente diversa dal padre e dalla matrigna, invece, è Lydia Deetz (Winona Ryder), malinconica e gotica e capace di vedere le presenze dell'altro mondo e della casa, verso le quali è più bendisposta che verso i suoi parenti. Forse è proprio lei il personaggio che è rimasto più impresso negli anni, oltre, naturalmente, al protagonista negativo, ma divertente e irriverente, interpretato da Micheal Keaton.

Il demoniaco Beetlejuice entra in scena quando Adam e Barbara si rendono conto che nessuno dei loro tentativi di terrorizzare i Deetz funziona, mentre tutt'altro che ortodossi sono i metodi di colui che si fa chiamare "bioesorcista" e che può essere evocato solo pronunciando il suo nome tre volte.

Cos'ha di adorabile questo film, tanto che è diventato un cult?

La storia è frizzante ed eccentrica e ho adorato il modo in cui è raffigurato l'oltretomba, popolato di cadaveri immobilizzati nel momento del trapasso e spesso intenti a fare la coda per ricevere informazioni o vedere i propri "consulti" (come il personaggio interpretato da Sylvia Sidney) per ricevere aiuto. Probabilmente la cosa che ho preferito, però, sono i vermi delle sabbie in stop motion che omaggiano l'opera di Frank Herbert. Inoltre i personaggi sono, ognuno a suo modo, adorabili: totalmente sopra le righe i Deetz, teneri e pisseri (e anche bellissimi) i Maitland. Keaton poi è veramente straordinario, a suo agio nell'interpretare un personaggio istrionico e comico. Anche la colonna sonora di Danny Elfman è particolare (il tema dei titoli iniziali, per esempio, è molto caratteristica).

Cosa non ha superato la prova del tempo?

Sostanzialmente le battute ormai suonano stantie al nostro gusto attuale, così come alcune scene un po' grottesche, che tuttavia forse costituiscono uno tra i perché della fama del film: la scena del ballo a cena sulla canzone Day-O, ma anche il bioesorcismo di Beetlejuice.


Cambiando adolescente il risultato non cambia?

Un po' cambia. La storia della famiglia Deetz evolve: ritroviamo Lydia e Delia, la prima ha fatto carriera per le sue capacità medianiche, ma ha più di un problema di stabilità emotiva (come da adolescente, ma con meno grinta), la seconda continua a fare arte a modo suo. Non torna a far parte del cast, invece, Jeffrey Jones, ma hanno trovato un modo delizioso di mantenere nella storia il suo personaggio. Il nuovo acquisto della famiglia, invece, è l'adolescente Astrid (Jenna Ortega), orfana di un padre da cui Lydia si era comunque già separata. Astrid non crede che la madre possa vedere e parlare con le presenze dell'Aldilà ed è in conflitto con lei e con la sua relazione con Rory (Justin Theroux).

Per tutto il primo tempo non succede quasi niente, tranne la comparsa in scena di Jeremy (Arthur Conti), che fa provare qualche brivido ad Astrid, di una femme fatale interpretata da Monica Bellucci, che è sulle tracce di Beetlejuice, e del detective-ex-attore-cinematografico di Willem Dafoe, che invece cerca di rintracciare la Bellucci. La scena in cui quest'ultima si "rimonta" pezzo per pezzo è la mia preferita del film (anche se poi non serve a molto altro), mentre Dafoe regala risate a ogni apparizione in scena.

Il secondo tempo, per fortuna, parte e mi convince, anche se la scrittura che porta dalla prima noiosissima parte alla seconda, piena di intersezioni tra le storie e ritmo, procede un po' a scatti (e forse anche a caso). Rispetto al primo film Keaton è più presente e ha sempre la stessa ossessione del primo film.

Tutto sommato la storia e molte trovate mi sono piaciute, oltre agli omaggi al primo Beetlejuice (a partire dall'auto dei Maitland - che non sono più nella storia- sotto al ponte del plastico in soffitta), però la scrittura ha scricchiolato parecchio e non mi è piaciuto né il personaggio (l'adolescente musona studiosissima e impegnata, che però si rivela veramente troppo ingenuotta), né la recitazione di Jenna Ortega, molto monoespressione.

Giudizio: discreto intrattenimento, mi sono divertita, però molto pigra la scrittura nel far procedere la storia, con troppa distanza tra un primo tempo deserto e inutile e il secondo, che vale la pena.

N.B.: preparatevi al terzo...non penserete che il nome di Beetlejuice non debba essere evocato tre volte anche nel titolo, vero?

giovedì 27 giugno 2024

Inside Out 2: una bella visione dell'adolescenza e dintorni

 Ce la ricordiamo tutti l'adolescenza, vissuta in prima persona o "ripassata" attraverso le esperienze con figli o nipoti?

Pixar la porta una volta ancora sugli schermi, rendendo questo periodo della vita (tanto delicato e considerato solo come una scocciatura, eppure fondamentale per modellare la vita di un futuro adulto) protagonista del sequel di Inside Out (film che ho visto una sola volta, a causa del gigantesco trauma provocato da Bing Bong - chi ha visto, sa), diretto da Kelsey Mann. Era già successo con Red, che aveva come fulcro il menarca della protagonista. Questa tendenza devo dire che mi sta piacendo.

Questo sequel - a nove anni di distanza dall'originale - era particolarmente atteso (e il primo film molto amato) anche se non mi aspettavo che arrivando al cinema del mio paese nel pomeriggio sarei rimasta fuori per sold out! Ne sono stata felicissima (un pelo meno di fare due volte il viaggio, ma il segnale è positivo).


Torniamo dentro alla mente di Riley, che alla vigilia del liceo è alle prese con alcuni cambiamenti, non solo ormonali. L'adolescenza non porta con sé solo brufoli e cambi di scuola e situazioni, ma anche nuove emozioni, difficili da gestire, più complesse, meno controllabili e un generale caos.

Nel contesto del film questi cambiamenti si esasperano nel corso di un week end, quello durante il quale Riley e le sue inseparabili due amiche della scuola e della squadra di hokey sono invitate a un programma sportivo nella futura scuola superiore della protagonista. Si tratta di una sorta di breve campus per scoprire talenti. In questo arco di tempo, Riley scopre che la sua rete di amicizie potrebbe cambiare repentinamente. Che accadrà? 

Gioa, Rabbia, Tristezza, Paura e Disgusto, che hanno plasmato, in un certo senso, la Riley bambina e le sue convinzioni (qui lacrimuccia), sono costrette a lasciare il passo a (a essere represse da) Noia (in realtà, alla francese, Ennui), Imbarazzo, Invidia, ma soprattutto Ansia, che intende soppiantare Gioia al comando della vita emotiva di Riley. 

Ne esce fuori un quadro piuttosto verosimile di quel che è il nostro stato emotivo e intendo dire non solo degli adolescenti, ma anche degli adulti. Ci sono momenti in cui per molti di noi l'ansia monopolizza i nostri comandi operativi (a un certo punto assistiamo a questo anche in questo film ed è la seconda volta che un attacco di panico è portato in un film d'animazione, almeno fra quanti ne ho visti recentemente, dopo Il gatto con gli stivali 2 - che ho adorato). Quella paralisi con impossibilità di accesso a ogni altro pensiero è qualcosa che, credo, sia capitato a tutti qualche volta nella vita e la scena che raffigura tutto questo è non solo bellissima, ma anche efficace nella sua rappresentazione.

Il finale e la morale di questo film mi sono piaciuti molto. Anche riguardo al tema di accettare ogni lato di sé, anche quelli negativi, senza rinnegare o vergognarsi di nulla, poiché noi lo siamo in modo integrale, con tutto quel che ci è successo nella vita, la Pixar aveva già detto la sua con Red. C'è molto di psicologico in questo film, dalle emozioni represse all'evitamento, fino all'attacco di panico; giusto proseguo di quanto già affrontato col primo film, che si focalizzava nel mondo emotivo del bambino, quando accettare la propria tristezza e, in senso lato, ogni emozione era il messaggio.

Trovo che, rispetto alla tendenza Disney di mettere al primo posto il messaggio, penalizzando il divertimento, questo lavoro sia superiore. La sceneggiatura di Meg LeFauve (nel team anche del primo film) ha lavorato su una storia strutturata per portare un messaggio, ma è coerente e non forzata.

Non mancano comunque nel film momenti di dolcezza (io mi sono commossa un paio di volte), di risate e anche di avventure, poiché, come nel primo film, si compie un viaggio all'interno della mente di Riley, che esplora aree in parte conosciute e in parte modificate (persino in corso di modifica - sempre colpa dell'adolescenza) e che comporta alcuni ostacoli da superare.

Le nuove emozioni sono ben inserite e, anche se avversano le emozioni più ancestrali, di fatto non costituiscono un vero antagonista nel film, cosa piuttosto normale, poiché si tratta di una convivenza fra emozioni nella stessa mente e dunque fra parti di sé stessi, in fondo. Riguardo alle emozioni più vecchie, sono un po' trascurate Disgusto e Paura, mentre Rabbia ha un pochino più spazio e Tristezza, co-protagonista del primo film, persino qualche scena dedicata, molto divertenti.

Si intravede anche un'ulteriore emozione, Nostalgia, che è costantemente rimandata indietro dagli altri personaggi, poiché precorre troppo i tempi: un'emozione che ha l'aspetto di una fragile nonnina. Ci saranno altri capitoli di questa storia? Potenzialmente i capitoli sono infiniti, in primis perché potremmo vedere la vita da liceale di Riley, il suo approccio con l'amore e altre insicurezze nell'affacciarsi alla vita adulta; la stessa vita adulta, con sesso, maternità, lavoro, preoccupazioni; e via discorrendo, potremmo arrivare fino alla vecchiaia.

Riguardo l'aspetto tecnico del film, il livello delle immagini e dell'animazione è altissimo, come ci aspettiamo sempre da Pixar, con ogni particolare dell'ambiente curato e splendente di colori. A questo si aggiunge un bonus (colpa di Spider-Man: Across the Spider-Verse, che ha lanciato la moda della pluri-animazione nei film d'animazione?): in una certa sequenza ci sono personaggi che appartengono ai ricordi di Riley e che provengono dal mondo dei cartoni animati o dei videogiochi. Questi personaggi hanno disegni (2D) e animazioni propri e "staccati" dalla grafica del film stesso, che è in 3D. 

Attenzione! Andate al cinema a vedere il film, ma non scappate prima che siano finiti i titoli di coda, perché c'è una scena post-credit: niente di fondamentale, ma molto divertente.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2

giovedì 30 maggio 2024

La genesi di Furiosa

 Conosco la saga di Mad Max (opera di George Miller, che l'ha ideata, scritta e diretta per intero) solo per il film del 2015, Mad Max: Fury Road, pellicola durante la quale si incontrano il protagonista Max Rockatansky (con le sembianze di Tom Hardy) e Furiosa, personaggio interpretato da Charlize Theron. Il cattivo del film del 2015, inoltre, è Immortan Joe, ma questi ultimi due personaggi non compaiono nella trilogia che vede Mel Gibson interpretare il Guerriero della strada tra il 1979 e il 1985.

Fury Road mi era piaciuto (e ne scrissi nel blog che tenevo all'epoca), con qualche riserva sulla sua candidatura agli Oscar in qualche categoria (principalmente come miglior film, mentre trovavo calzanti le nomination e le vittorie ー sei ー del comparto tecnico).

Furiosa: a Mad Max Saga è il prequel del film Fury Road e, in senso assoluto, è uno spin off della saga principale, in quanto non compare Max Rockatansky. La protagonista è, infatti, Furiosa, imperatrice nel film del 2015, mentre in questo capitolo la vediamo bambina e assistiamo alla sua crescita, fino a diventare pretoriana. Il film è stato presentato fuori concorso al Festival di Cannes, circa una settimana prima della sua uscita mondiale, mostrando un esordio molto timido al box office del primo week end.


Ho apprezzato molto la struttura e la scrittura di questo film, vera origin story (non come quel troiaio di Cruella), del personaggio che porta adesso il volto di Anya Taylor-Joy.

Il film si divide in cinque capitoli, ognuno dei quali costituisce una pietra miliare della crescita della protagonista, rendendolo di fatto un film di formazione.

Inizia in modo molto dinamico, proiettandoci dapprima nel "Luogo Verde" di cui si parla incessantemente durante tutto Fury Road, in quanto motivo scatenante della dinamica centrale della pellicola, poi immediatamente in mezzo all'azione. Dei predoni scoprono il Luogo Verde, una delle poche oasi ricche di risorse in mezzo a un deserto dove scarseggiano acqua, cibo (insieme al carburante le principali merci di queste Terre Desolate), e rapiscono Furiosa, per portarla dal loro padrone, Dementus (Chris Hemsworth). Questo rapimento, le sue immediate conseguenze e il periodo trascorso prigioniera presso un leader violento, sadico, ma anche disorganizzato, tanto da pensare di sfidare Immortan Joe, comportano un traumatico cambiamento di vita per la ragazzina, interpretata da una giovane Alyla Browne. 

Se con Dementus apprenderà la violenza e gli stratagemmi del capo nomade, nel corso della sua crescita incontrerà altri personaggi, che le insegneranno la meccanica e il combattimento su strada, rendendola la macchina da guerra che ci ha affascinato nel 2015. Scopriremo l'origine delle sue scelte: il potente desiderio di vendetta, che la indurrà a ritardare il ritorno al Luogo Verde e a unirsi a Immortan Joe, leader carismatico e capace, a cui i Figli della Guerra sono fanaticamente votati.

Il film mi è piaciuto molto, a partire da ciò che, a suo tempo, avevo gradito meno in Mad Max: Fury Road, ossia la sceneggiatura. La storia mi è sembrata ben strutturata e coerente: semplice, ma efficace nel raccontare, mostrandoci ogni passaggio del lungo cammino di trasformazione di Furiosa, da bambina innocente, per quanto ben addestrata e fiera, a guerriera determinata e intelligente.

Mi è piaciuta la scrittura dei personaggi: in primis Furiosa, che partiva già da una solida base, ma non era così scontato costruirgli un background credibile e non melenso. Il personaggio è forte e non presenta la classica "crisi alla Rey" che spesso addossano alla protagonista femminile, la comunissima sequenza del mi-hanno-abbandonata-non-so-chi-sono. Furiosa non viene abbandonata, per lei la madre combatte e pianta nella figlia il seme che porterà sempre dentro di sé: il ricordo del luogo da cui proviene, a cui appartiene e che la definisce come essere vivente. La sua educazione iniziale la predispone a essere un soldato; ciò che le capita lungo la via consolidano questa inclinazione, sia naturale, sia acquisita, e la rendono sempre più forte, aggiungendo strati di corteccia a un legno già resistente. Raggiunto l'apice di dolore, il personaggio non si abbandona alla disperazione, bensì al desiderio di vendetta. Mi sono piaciute le due attrici che hanno recitato la parte di Furiosa: Taylor-Joy impeccabile, ma anche l'attrice bambina ha avuto un discreto minutaggio, che ha gestito molto bene.

Mi è piaciuto Dementus, pazzo, lunatico, affabulatore, ipocrita, sconclusionato e crudele. Contribuisce più di chiunque altro a rendere Furiosa ciò che è, involontariamente, però le è anche, in qualche modo, affezionato, rivedendosi in lei. Mi è piaciuta anche la recitazione di Hemsworth, imbruttito dal trucco, ma anche convinto del personaggio, diametralmente opposto al Thor a cui ci ha abituato Casa Marvel (anche se non del tutto, dopo la deriva presa da Taika Waititi).

Mi è piaciuto Jack (Tom Burke), unico personaggio maschile positivo del film, e mi è piaciuto il suo rapporto con Furiosa, in particolare il modo non didascalico, ma estremamente efficace con cui è stato raccontato dal regista.

La regia mi è piaciuta molto: il film è pulito nel racconto e nella messa in scena; è essenziale. Quasi ogni minuto è indispensabile, accresce la pellicola, aggiunge qualcosa alla storia o ai personaggi e questo non era scontato in un'opera di due ore e mezza ー durata che temevo, ma che non si è fatta sentire. Le scene d'azione sono ordinate, quasi troppo poco concitate, con sequenze quasi coreografate, come avevo osservato in Fury Road. Tornano i combattimenti su strada, i saltellanti Figli di Dio e mezzi di trasporto che si rivelano armi mortali: emozionante.

Il comparto visivo dà spettacolo, con una fotografia luminosa e brillante, trucco e costumi validi; mi è sembrato più sottotono il sonoro, ma potrebbe essere dovuto alla piccola sala in cui l'ho visto...la prima volta. In effetti meriterebbe una seconda visione in una sala IMAX.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2

giovedì 16 maggio 2024

Cattiverie a domicilio: una commedia deliziosa

 Un film delizioso e tratto da una storia vera (un caso di cronaca relativamente noto, capitato in Inghilterra negli anni Venti del secolo scorso) è Cattiverie a domicilio di Thea Sharrock, sceneggiato da Jonny Sweet.


A Littlehampton iniziano ad arrivare una serie di lettere infamanti a Edith Swan (una spettacolare Olivia Colman) e la colpa è assegnata immediatamente all'unica donna del paese che non vive di timorati principi. Rose Gooding (Jessie Buckley), infatti, è forestiera (irlandese), vive con la figlia e un uomo (Malachi Kirby) che non è suo marito e ha un linguaggio sboccato e franco che le valgono subito dei nemici nel periodo e nel quartiere in cui vive.

Rose è arrestata e la polizia non nutre dubbi sulla sua colpevolezza, malgrado le incongruenze che tenta di far rilevare la "donna poliziotto" (naturalmente vista con sospetto e non ancora accettata come figura di livello pari al poliziotto uomo nel 1922) Gladys Moss (Anjana Vasan). Una prova a favore di Rose sarebbe la calligrafia, che sfortunatamente al tempo non era accettata nei tribunali; tuttavia questa e altre particolarità del caso valgono affinché un gruppo di donne del paese, compresa Gladys, credano a Rose.

Rose esce su cauzione e in quel momento un numero molto maggiore di missive piove su Littlehampton, che sale alla ribalta della cronaca nazionale. Si scoprirà chi è a mandare le lettere?

Io la soluzione l'avevo indovinata abbastanza rapidamente; è stato così anche per voi?

La commedia è molto carina, resa interessante dal punto di vista psicologico sui vari personaggi, soprattutto su Edith, la zitella eroica che sopporta stoicamente le parole cattive che riceve, sopraffatta dalla religione e da un padre padrone (Timothy Spall). Anche Rose ha una sua storia alle spalle, che non sarà mai del tutto chiarita. E le storie di entrambe riveleranno segreti nascosti.

Attraverso l'opera di Gladys, l'indagine prenderà le pieghe del giallo, ma non solo. Il suo arco narrativo non approfondisce solo la storia familiare della donna (figlia di poliziotto e dunque desiderosa di dimostrarsene all'altezza) ma consente anche di parlare di stereotipi di genere. Questo aspetto, in effetti, è analizzato anche grazie a Rose, a Edith e ad altre delle donne che compaiono nella storia, per esempio Ann, che spesso è giudicata solo per come appare.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 3/4 una commedia leggera, ma non troppo e molto divertente nella sua risoluzione

mercoledì 1 maggio 2024

Addio, Luca: the Challengers

 Non ho ancora visto l'acclamato Chiamami col tuo nome, ma dopo Bones and All e, adesso, The Challengers, penso di poter chiudere col regista siciliano.

Perché? Perché The Challengers è uno dei film più noiosi che abbia visto negli ultimi tempi (o forse nella mia vita).


La storia, a dirla tutta, sarebbe stata molto interessante, come sembrava dai trailer e dalle interviste (per esempio quella di Fabio Fazio ai tre protagonisti del film): un triangolo amoroso, dove il tennis è metafora di dinamiche relazionali. Gli stessi personaggi, in particolare Patrick, che del trio è quello più bilanciato, se lo dicono fra di sé in battute come

"Ma voi parlate sempre di tennis." (voce della verità, in risposta alla battuta di Zendaya "Adesso stiamo parlando di tennis").

oppure

"Stiamo parlando di tennis?"

Succede, infatti, che i due giovanissimi amici e compagni di accademia tennistica, Patrick (Josh O'Connor) e Art (Mike Faist) vincono in coppia un torneo juniores, al quale incontrano anche la carismatica, talentuosa e bellissima Tashi (Zendaya). Qua si incastra la famosa scena del trailer, col bacio a tre, metafora di tutto ciò che sarà con la ragazza e tra di sé. Entrambi pazzi di lei, alla partita che li vede avversari il giorno successivo si sfidano per averne il numero e uscirci insieme.

Da qui partono relazioni, gelosie, invidie sportive e non, ripicche, scorrettezze di vario genere, scontri fuori e dentro ai campi che durano anni, fino a che Patrick e Art si ritrovano di nuovo, tredici anni dopo, uno di fronte all'altro, in un challengers, un torneo di bassa categoria (così ho capito). Al primo servono i soldi che ricaverebbe dalla vincita, al secondo un'iniezione di fiducia perché, ormai a fine carriera come professionista, ma senza aver vinto l'US Open (non che io sappia cosa sia, più di quanto sapevo cosa fosse il challenger). Anche in questo caso, non è solo una partita di tennis.

Ho trovato la costruzione della trama francamente interessante, col montaggio che salta dal presente a flashback situati in anni diversi, aggiungendo sempre un pezzettino di storia, svelandoci i retroscena un po' alla volta.

L'altro aspetto che ho trovato riuscito sono i personaggi, molto ben definiti e sfaccettati, anche loro da scoprire strato per strato (la similitudine rimanda alla cipolla di Shrek), via via che il triangolo ci viene rivelato da tutte le angolazioni. Tashi, dopo l'infortunio che le ha distrutto la carriera, diviene allenatrice e continua a vivere di tennis; è una macchina, che vede solo l'obbiettivo davanti a sé, a costo di passare su qualunque cosa. Ma è completamente senza sentimenti fino in fondo? Sicuramente è il suo personaggio la vera protagonista, il perno su cui ruota il triangolo, ma anche il film stesso.

Patrick è scanzonato, pieno di risorse, sembra il più sincero fra gli elementi della triade, anche se, caro Guadagnino, quindici scene in meno in cui far fare a O'Connor il suo adorabile mezzo sorriso, secondo me si potevano girare. Art, anche lui apparentemente un robot sul campo di tennis, è il personaggio più difficile da inquadrare (almeno per me) e che forse subisce maggiormente il passaggio dalla fine dell'adolescenza all'età adulta: lo spettatore resta indeciso se sia mai stato manipolatore o se, invece, sia sempre stato fragile.

Finiti gli aspetti del film che ho trovato positivi, oltre al glamour di abiti e acconciature, principalmente di Zendaya, resta da spiegare perché non mi sia piaciuto.

La prima cosa che ho da osservare è che usare un lunghissimo rallenty per lo spostamento dei personaggi che escono dallo spogliatoio o che si allontanano dopo una discussione non lo trovo per niente sensato. Su cosa dovremmo soffermare l'attenzione? Sulle graziose movenze degli abiti di Tashi? In nessuno dei due casi che ho in mente mi serve per sottolineare delle emozioni o qualsiasi altra cosa e, dunque, è superfluo esercizio di stile (naturalmente, per me).

In generale, poi, le scene sono inutilmente lente nelle partite di tennis, che, per me, risultano la parte peggiore del film. Potrei essere di parte, perché non mi piace il tennis, ma in Una famiglia vincente (per fare un altro esempio) gli scontri mi erano sembrati emozionanti. Il tennis a rallentatore, invece, mi è parsa proprio una pessima idea, così come inquadrare per interi minuti gli spettatori che muovono la testa a destra e sinistra nel seguire il match: carino e coreografico, la prima volta che lo fai, nella partita ambientata nel "presente", ma quando scene intere sono dedicate a Art e Patrick che guardano Tashi, mentre questa è inquadrata unicamente in modo frontale mentre tira avanti a sé la racchetta, la cosa si fa pesantuccia. Meglio il cambio di piani sui protagonisti, che arrivano a essere quasi primissimi, alla Sergio Leone. Di buono, in effetti, c'è stato il gran numero di angolazioni da cui si poteva vedere il gioco nelle partite.

Ma gli incontri non sono la sola cosa noiosa: altre scene sono così tanto prolisse, come quella della festa in cui i nostri eroi si incontrano. In generale ho avvertito una certa claustrofobia da "quand'è che posso fuggire da questa sala" durante la visione. Il film, di due ore e undici (quindi, già parecchio per un film del genere, ossia, di fatto, su una love story) non dico che poteva durare un'ora in meno (dentro di me lo penso), ma almeno 40 minuti sicuramente.

In conclusione,

Cosa mi è piaciuto: trama, personaggi, recitazione, montaggio

Cosa non mi è piaciuto: regia, noioso per la gran parte, lunghissimo

Giudizio: ⭐⭐

mercoledì 27 marzo 2024

I sequel non andrebbero fatti solo per guadagnarci su: Kong Fu Panda 4

 Naturalmente l'idea che suggerisco nel titolo è una priorità per il pubblico, ma un'azienda come la Dreamworks mi risponderebbe che, invece, è proprio quello lo scopo con cui si fanno i film. I sequel, in particolare, servono proprio per fare soldi facili (Kong Fu Panda 4, poi, ha avuto un budget pure modesto, 85 milioni di dollari), trainati dal successo dei capitoli precedenti e con la prospettiva di una larga vendita di merchandise.

Basta il nome per portare al botteghino il pubblico. In questo caso c'era persino qualcosa di più, perché la trilogia di film che era arrivata in sala tra il 2008 e il 2016 era perfetta, azzeccatissima in ogni capitolo, studiata nei particolari e di altissimo livello per storia e animazione.

Vero è che il budget era maggiore di 45, 65 e 60 milioni, rispettivamente, per il primo, secondo e penultimo capitolo. Non era, tuttavia, questo a intimorirmi; avrebbe dovuto. Brutti segnali giungevano dalla casa di produzione, fin dall'ottobre 2023, quando si diffuse la notizia che Dreamworks licenziava il 4% del proprio personale (e a oggi news anticipano che stiano per licenziare un altro centinaio di dipendenti). Non aver investito (verosimilmente) in animatori e doppiatori ha, per esempio, portato a eliminare dalla storia i Cinque Cicloni, che compaiono nei titoli di coda, esclusivamente senza parlare. Questo è un altro gran brutto segno.

Io un po' di timore lo avevo soprattutto perché la storia di Po mi pareva già conclusa e mi domandavo come avrebbero potuto fare di più, giustificando una nuova pellicola. Ci poteva stare la ricerca di un successore, anche se prematuro: obiettivamente era la sola cosa che poteva seguire ai risultati raggiunti dal panda nei precedenti episodi. Il fatto che fossi restia a questa idea, come il Guerriero Dragone del resto, non era una motivazione sufficiente, però, per aspettarmi poco dal nuovo prodotto. Il budget avrebbe dovuto farmi capire che non c'era nessuna intenzione di dare lustro alla storia del protagonista e che non era per un'esigenza di completezza che si giungeva a produrre un quarto film.

Foto "di repertorio" da Gardaland, dove eravamo stati ad Halloween 2020

Che dire? Avrete già capito da questa introduzione che non sono soddisfatta di questo sequel (regia di Mike Mitchell e Stephanie Ma Stin.) e non solo per il minimo sforzo nell'animazione (ci sono pochi combattimenti, messi lì come compitino, per niente esaltanti e anche poco importanti - sono più da serie animata).

La storia, al solito, però è il punto più critico. Quando si devono ritirare fuori i cattivi dei capitoli precedenti già significa che le idee sono poche. Stavolta non solo solo poche, ma anche parecchio tirate per i capelli.

Maestro Shifu (che dispiacere che Eros Pagni, probabilmente a causa dell'età -84 anni-, abbia rinunciato a doppiarlo) comunica a un riluttantissimo Po che deve nominare il prossimo Guerriero Dragone. Nel mentre giunge la notizia del ritorno del primo cattivo della saga, Tai Lung. Ad avvertire Po che si tratta solo di una messa in scena è una piccola volpe, una ladra che si intrufola nel Palazzo di Giada, Zhen. Le sembianze dell'antico nemico sono, infatti, state assunte da una nuova cattiva, la Camaleonte. Zhen viene proprio da Juniper City, dove opera la Camaleonte ed è disposta ad accompagnare Po alla ricerca della nemica, senza sapere che sarà seguito dai suoi due papà, elementi comici della vicenda e anche aiutanti (fanno le veci dei Cicloni, insomma).

Shifu, invece, non segue Po e compare al panda solo nella sua mente, nella forma di consigliere (le classiche voci sulle spalle, sotto forma di angelo e demone).

Eliminando di fatto i compagni di lotta dei precedenti capitoli, l'animazione può concentrarsi su Po, Zhen, i papà -panda e oca- e la cattiva (oltre a una serie di comparse, tra cui un bradipo, doppiato da Ke Huy Quan). Si vedono i cattivi dei precedenti film, ma solo Tai Lung è doppiato.

Oltre alla pigrizia nella creazione del cattivo, che di fatto ricicla aspetti e mosse da quanto già creato nei precedenti capitoli (col classico entusiasmo di Po davanti a tutto quello che riconosce come Kong Fu - ma questo espediente l'hanno già usato negli altri film, quindi continua a mancare l'originalità), c'è un problema di credibilità, un enorme problema di credibilità. La Camaleonte vuole rubare il kong fu agli altri, perché non ha trovato nessuno disposto a insegnarglielo, perché era troppo piccola. In compenso è esperta di magia. Inoltre, tiene in scacco i cattivi della città con la minaccia di buttarli di sotto dalle scale.

1) Maestro Pollo e Mantide sono piccoli quanto e più di lei, eppure qualcuno gli ha insegnato il kong fu o, comunque, lo hanno imparato;

2) che razza di minaccia sarebbe? ma, soprattutto, se riesce a fare del male e a tenere il potere senza conoscere il kong fu, perché ci tiene tanto a ottenerlo - prenderlo, badiamo bene, non impararlo-?

A questo si aggiunge che Zhen sa il kong fu, o per lo meno sa battersi, senza maestri, tenendo testa a Po...allora non serve assolutamente a nulla padroneggiare tali tecniche?

Non c'è coerenza ed è un film trascurato, questo. C'è poco di tutto: la sceneggiatura si limita a inserire gli elementi necessari un po' alla Boris, ma senza che abbiano senso. Po, per esempio, dovrebbe diventare il Guardiano della Valle e sembra che accetti il suo nuovo status, ma la sua crescita non è molto costruita. Il plot twist che dovrebbe esserci, inoltre, è riciclato anch'esso e non sorprende.

L'unica cosa che resta di positivo sono le situazioni comiche, che, malgrado tutto, risultano divertenti, ma non è abbastanza.

Giudizio: ⭐⭐Questo film manca di cuore e non è la prima volta che viene detto di un prodotto di una major.

lunedì 18 marzo 2024

Il secondo capitolo di Dune è un film bellissimo

 Torna al cinema Denis Villeneuve e ci porta di nuovo ad Arrakis in Dune: parte due. Come il primo film, è co-scritto e diretto dal regista canadese. La storia è basata sulla saga di Frank Herbert, che si compone di sei libri.


Quando ho visto Dune: parte uno ancora non avevo (ri)aperto il blog, quindi non ho parlato del primo film, che, tutto sommato, mi era piaciuto. L'avevo trovato un filo lento, ma molto godibile e spettacolare. Il mio genere non è sicuramente la fantascienza, ma la storia mi aveva abbastanza intrigata.

Avevamo lasciato, al termine di questa prima parte, Paul Atreides (Timothée Chalamet) e sua madre, Lady Jessica (Rebecca Ferguson), nel deserto, privati della protezione della loro famiglia d'adozione e dei loro amici (sterminati) e affidati al benvolere dei Fremen, il popolo del deserto.

Li ritroviamo esattamente qui, in marcia per raggiungere il rifugio di questo popolo di guerrieri semi-nomadi, e bisognosi di trovare il proprio posto nel nuovo gruppo di cui stanno per entrare a far parte: Jessica, in quanto Bene Gesserit, come Reverenda Madre della comunità, mentre Paul si addestra a diventare un loro guerriero, un Fedaykin. Presto, il capo Stilgar (Javier Bardem) e chi crede nelle profezie delle Bene Gesserit vedrà in Paul il Lisan al-Gaib, destinato a rendere libero il popolo Fremen; mentre la guerriera Chani (Zendaya) si innamorerà di Paul.

A questo filone formativo e di rivelazioni del nucleo madre-figlio, si intrecciano i piani degli avversari di Paul. Da un lato il barone Harkonnen (Stellan Skarsgard) e i suoi nipoti, Rabban (Dave Bautista) e Feyd-Rautha (Austin Butler) hanno il loro da fare a gestire Arrakis e la produzione di spezia (meno centrale in questa narrazione, rispetto al precedente film, in cui era stata introdotta); da un altro l'Imperatore (che emozione rivedere Christopher Walken in una pellicola a ottant'anni) e sua figlia (Florence Pugh) devono fronteggiare le conseguenze di aver appoggiato gli Harkonnen nella distruzione del casato Atreides; infine, altre Bene Gesserit, che ormai da millenni hanno i loro piani per il destino dell'universo, portano avanti i propri interessi.

Paul subisce notevoli trasformazioni in questa seconda parte. L'abbiamo lasciato nel deserto, orfano di padre, senza i suoi uomini e maestri, deprivato delle sue certezze, del suo status, ricercato dalla famiglia Harkonnen. Deve farsi amici degli stranieri e dovrà prendere in mano il proprio destino di successore degli Atreides e persino di qualcosa di più (il Kwisatz Haderach creato dal potere e dalle arti delle Bene Gesserit). Ribalterà dunque la sua condizione, costruirà la sua via e la sua figura, proprio mentre la casata rivale completerà il proprio ciclo in modo del tutto diverso. Il protagonista si ritrova dunque non solo a imparare nuovi usi, costumi, linguaggio e modi di combattere, ma, soprattutto, è dentre di sé che dovrà operare importanti riflessioni, battaglie e cambiamenti.

Partiamo subito con una considerazione sulla produzione. Dopo aver realizzato un prodotto visivamente eccellente, che ai precedenti premi Oscar si era portato a casa sei statuette (fotografia, colonna sonora, sonoro, montaggio, scenografie ed effetti speciali) su undici nomination, il livello è stato confermato se non superato. La possibilità di riprendersi, al prossimo giro, le stesse vittorie (e forse di più) sono altissime.

Per esempio la regia è stata molto bella, con inquadrature veramente suggestive. Ancora è prematuro esprimere favoritismi, ma Villeneuve è già stato candidato in passato alla regia per Arrival, mentre per Dune: part one fu candidato alla sceneggiatura e per la produzione del film.

Greig Fraser restituisce nuovamente una fotografia sbalorditiva, a cui si prestano benissimo i paesaggi del deserto sabbioso; Hans Zimmer dà vita a una colonna sonora potentissima, che esalta ogni fotogramma della narrazione e anche il sonoro è notevole. Visivamente e a livello di spettacolo d'intrattenimento si tratta di un opera imponente, con scene magniloquenti ed epiche. La visione in sala IMAX è stata quanto mai necessaria e il prezzo del biglietto è stato ben speso (malgrado abbia ricevuto due pareri sul fatto che esaltasse immagine e suono pure troppo, ma era un po' questo lo scopo...).

Anche il cast è stato importante, anche se l'aggettivo corale per descrivere questa narrazione non mi convince: ci sono molti attori, sì, ma non altrettanti punti di vista, secondo me. Molti nomi erano già presenti nella prima pellicola, ma ci sono state aggiunte (la famiglia imperiale, il secondo nipote Harkonnen, Léa Seydoux e Anya Taylor-Joy) e defezioni (Oscar Isaac, Jason Mamoa). Ho trovato gli attori veramente bravissimi, con speciale plauso - per me - a Ferguson (una certezza), Pugh (molto precisa), Bardem (veramente tanto nella parte), Bautista (che non nasce attore, ma che negli anni si è molto perfezionato) e Butler (già con Elvis aveva fatto un bel lavoro, ma qua mi è piaciuto e mi ha convinta di più).

La storia copre un arco narrativo molto lungo, narra svariati eventi e mutamenti, anche politici, e lo fa in un tempo piccolo - meno di una gestazione -, forse troppo corto perché sia solidamente credibile. Questo, però, è vero se ci fermiamo a pensare solo in termini di mesi. La costruzione delle vicende per me ha funzionato e i tempi cinematografici c'erano. Il ritmo, in particolare, è cauto e dà ampio respiro alla narrazione: è lento (e questo è il solo difetto che trovo a questo film, per quanto importante), ma non mi ha mai annoiata. Nondimeno, questa lentezza si è fatta sentire, rendendomi la visione un po' claustrofobica (a un'oretta ancora dalla fine, una sbirciatina all'orologio l'ho data). Non è propriamente grave, ma non è un film che scorre senza che ce ne si accorga; del resto due ore e quarantacinque sono pur sempre tante e posso affermare di averle percepite tutte.

Sostanzialmente il film ha gli stessi pregi e difetti del primo (che infatti misurava solo dieci minuti meno del sequel), con una maggiore maestosità, se possibile, dovuta al proiettarsi della vicenda in un'altra prospettiva cosmica e al ribaltamento di poteri, con il protagonista che da fuggiasco e schiacciato assurge a messia e leader.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ Un gran bel film