mercoledì 14 giugno 2023

Recuperare la saga dei robot prima del settimo film: Transformers

Per la nuova rubrica Lo recupero a casa, ho deciso di vedermi i primi quattro film della saga di Transformers e il primo prequel, Bumblebee, prima di andare al cinema a vedere il settimo, l'ultimo in uscita. Non ho sbagliato a contare, purtroppo il quinto, L'ultimo cavaliere, l'ho già visto al cinema quando uscì nel 2017, trascinata dal fidanzato contro la mia volontà. Anche Il risveglio vado a vederlo per concedere una grazia al pover'uomo che è stato a sua volta condotto innumerevoli volte a vedere film che non gli interessavano, quindi, non ho scuse.

Ho detestato e trovato una boiata pazzesca (cit) L'ultimo cavaliere. Credevo fosse il problema del quinto capitolo: saga ormai stanca, niente più idee fresche, niente più da dire e ci si aggrappa a una serie interminabile di cliché. Invece è un'americanata anche il primo film.


Molto americanata: ci sono i pezzi grossi del governo statunitense (tra cui il ministro della Difesa, interpretato da Jon Voight) che al Pentagono ingaggiano una squadra di analisti per capire quale strano attacco ha colpito un commando dell'esercito in Qatar (mi sembrava di rivedere certi momenti noiosissimi di Avatar, scegliete pure quale dei due). Ci sono delle liceali, palesemente delle modelle, che sono le uniche genie nel loro campo (meccanica o informatica che sia). Ci sono un sacco di aerei che sparano dall'alto su obiettivi vari e un sacco di armi incredibili. Ci sono scene orribilmente imbarazzanti. C'è una sezione segreta del governo che studia cose segrete come gli alieni, comandata da tale Simmons (John Turturro). C'è una storiella young adult piena degli stereotipi del genere tra il compagno di classe sfigato e mai notato e letteralmente "la concubina" del bullo della scuola (citazione nello stesso film di un personaggio che compare in circa due-tre scene e poi scompare, ennesimo inutile spreco di spazio nella sceneggiatura). C'è un pietoso tentativo di inserire una morale ("c'è più di quel che si vede") nel mezzo del niente.

E poi ci sono i "robottoni", che sono l'unica cosa decente del film, ma in questo capitolo si vedono pochino: se avessero tagliato tutte le scene che non contengono robot, pestaggi fra robot, o riferimenti assolutamente necessari ad essi, per una durata complessiva non superiore ai 90 minuti, forse il tutto avrebbe avuto senso. 

In soldoni (e forse sto uccidendo moralmente tutti i bambini, ormai adulti, degli anni Ottanta che guardavano la serie anime) ci sono dei grandi e scintillanti robot che provengono da un altro pianeta: alcuni sono buoni, gli Autobots, altri cattivi, i Decepticons. Il protagonista, l'adolescente Sam (Shia LaBeouf), si ritrova il mezzo alle due fazioni, dopo che acquista un'auto gialla, che si rivela essere l'autobot Bumblebee. Il vero motivo dell'entrata in gioco di Sam è che possiede qualcosa che è ricercato dai robot (buoni e cattivi) per arrivare al loro cubo magico chiamato AllSpark.

Il film è ingiustamente lungo: nella prima lentissima mezz'ora non succede assolutamente nulla. La prima scena di scontro fra robot arriva verso il cinquantesimo minuto, dal quale il film (grazie al cielo) comincia, sebbene con numerose, inutili, noiose interruzioni con scene sul governo e sui genitori del protagonista o su informatici schizzati che strillano. Aberrante. Nei primi 50 minuti non accade nulla, tranne un paio di attacchi alla squadra americana nel deserto, la scoperta che i robot cattivi rubano i dati al governo e molte lunghe scene in cui il ragazzo sbava dietro alla bellona (Megan Fox). Non so quanto si sarebbe potuto tagliare di preciso, ma direi comodamente un'oretta, snellendolo da un sacco di aggiunte puramente in stile USA.

Da amante del genere action, speravo molto che Micheal Bay (che ha diretto tutta le serie) mi regalasse delle grandi sequenze d'azione, ma le ho francamente trovate caotiche, non sempre chiare, molto concitate. Il montaggio mi mostra non so quante volte scene di aerei o elicotteri che passano per pochi secondi e che non mi significano nulla. Il dispiego di risorse è costato 150 milioni di dollari, quindi capisco che era necessario mostrarmi ogni singolo giocattolino comprato.

La storia si compone di troppi personaggi mal caratterizzati (assolutamente niente più che meri ruoli) e questo rende ancora più convulse le sequenze, perché devono restituire l'azione di un numero elevatissimo di soggetti: ci sono i robot buoni e quelli cattivi che si scontrano, ci sono i soldati, ci sono i passanti da salvare e numerosi palazzi e auto da devastare, ci sono quelli del governo, quelli dell'anti-governo, ci sono gli analisti, ci sono i due protagonisti. Il montaggio è pertanto serrato e frenetico. Per me era un pochino troppo. Inoltre il film è del 2007 e sedici anni sugli effetti speciali (che all'epoca furono candidati i Premi Oscar -battuti da La bussola d'oro- insieme al sonoro e al montaggio sonoro, che non superarono quelli di The Bourne Ultimatum) nelle scene d'azione si fanno abbastanza sentire: il confronto con prodotti più recenti e puliti credo abbia pesato sulla mia percezione. 

Mi rendo conto che mi lamento in continuazione della sceneggiatura dei film contemporanei, ma in effetti le cose non andavano tanto meglio negli anni Duemila.

Devo salvare, però, il comparto fotografico: la pulizia e nitidezza di alcune inquadrature e anche la loro composizione le ho notevolmente apprezzate.

In conclusione per me è stata una serata noiosa, spesso, anzi spessissimo cringe, durante la quale non ho nemmeno apprezzato le parti più action, tanto frenetiche, ma soprattutto sepolte da un cumulo di spazzatura inutile, da scene di contorno che non servivano ad altro che ad allungare il brodo e a snocciolare ogni possibile cliché americano che vi può venire in mente. Bocciato

giovedì 8 giugno 2023

La fine di un'era: il terzo e ultimo volume di Jams Gunn per i Guardiani della Galassia

 I primi due film della trilogia dei Guardiani mi sono piaciuti mediamente più degli altri film della Marvel per il loro brio, la loro buona scrittura e regia, anche se avrei dovuto fare un piccolo rewatch prima di tornare in sala perché non ho ricordi così nitidi di tutte le scene.

In questo terzo capitolo i fatti riprendono dal post Avengers End Game e da dopo lo speciale natalizio uscito solo su Disney Plus e che ancora non ho visto. Per coloro che sono fan del franchise nulla di strano: sono tutti al corrente di qual è la posizione del film nella storia e anche che questa pellicola rappresenta l'addio del regista della trilogia, James Gunn, al progetto, per essere stato cacciato dalla Disney ed essere diventato nel frattempo il direttore creativo della casa concorrente DC.


Per tutti coloro che non conoscono le dinamiche, invece, e che magari si erano visti solo Guardiani della Galassia e Guardiani della Galassia Volume 2 (questo lo do per scontato, poiché è sensato vedere la conclusione di una trilogia se si sono apprezzati i primi due capitoli, ma su questo tema è bene che non predichi nulla dopo quel che ho fatto con Fast X), potrebbe essere più complesso orientarsi e proverò a introdurre dei raccordi con gli altri prodotti che ho visto (che non esauriscono in realtà l'ampio catalogo cinematografico della casa fumettistica).

Questo cosiddetto "universo cinematografico condiviso" potrebbe far impazzire, in un senso o nell'altro: ha sicuramente i suoi detrattori, che odiano dover vedere ogni singolo prodotto saltando da film dedicati ai singoli o congiunti e serie-tv o dover fare dei "ripassi" per prepararsi alla visione delle nuove uscite, mentre per altri la condivisione potrebbe proprio essere il "sugo" del progetto creato dalla Marvel.

Io mi colloco un po' fuori dalle due fazioni e sulla inter-relazione faccio abbastanza spallucce: il mio ordine di visione dei prodotti MCU è stato sostanzialmente Iron Man, Iron Man 2 (visti a casa come maratona per andare al cinema a vedere il terzo nel 2013, cosa che poi non ho fatto), Avengers Infinity War (2018), gli altri senza nessun ordine preciso, compreso vedere Captain America e Spiderman 2 prima di Captain America e Spiderman 1 e così via. Seguo molto il mio umore nella scelta di cosa guardare. Certo, non sono in grado di comprendere tutti i collegamenti, le citazioni e gli antefatti, ma, generalmente, la trama si riesce sempre a seguire sufficientemente e valuto ogni singolo film in modo indipendente. Confesso, inoltre, che è stato Infinity War a farmi un po' appassionare alla serie e forse non avrei visto molto altro se avessi dovuto diligentemente seguire l'ordine cronologico, oppure se come terzo film avessi beccato qualche prodotto meno avvincente o scritto in modo peggiore. I prodotti che sono seguiti successivamente, in effetti, non mi sono piaciuti tanto quanto Infinity War, a partire dal suo sequel, che mi ha lasciata abbastanza fredda e delusa. A tutt'oggi non ho ancora mai visto il terzo Iron Man o i primi due Thor, per non parlare di Civil War o del primo Black Panther (che dopo il sequel non ho tutta questa tentazione di recuperare) e nemmeno un Antman, per non parlare di quasi tutte le serie tv a eccezione di WandaVision, Loki e Moon Knight (e metà She-Hulk che non credo porterò mai a termine).

Questa digressione per rassicurare che si può anche saltare qualche passaggio senza sciuparsi la visione del film successivo (seguite la mia filosofia e non ve ne pentirete), ma anche per avvertire chiunque mai approcci questo articolo senza aver visto tutto quanto uscito precedentemente in casa Marvel che se si vuol essere sicuri di capire tutto quello che succede in Guardiani della Galassia Volume 3, o anche solo la trama spiegata da me medesima, si dovrebbe aver visto almeno i due film precedenti dei Guardiani e i due ultimi Avengers (per vedere i quali occorrerebbe aver visto i due precedenti e -credo- Captain America: Civil War, per i quali probabilmente sarebbe stato utile vedere anche i film sui singoli personaggi, quindi in buona sostanza tutto quello che è uscito al cinema). 

Aver perso la visione di Avengers Infinity War Avengers End Game, infatti, significherebbe comunque non capire come mai la ragazza verde, Gamora, innamoratissima del protagonista, Peter Quill (in arte Star-Lord) in Guardiani della Galassia Volume 2 ora sia ostile, non più nella squadra e anche piuttosto diversa dal personaggio precedentemente incontrato; né capire perché Peter sia inconsolabile o perché invece Nebula ora faccia parte della comitiva. Invero, Peter in una scena racconta a mo' di telenovela gli antefatti a un altro personaggio, ma dalla spiegazione artefattissima non mi è sembrato che si potesse davvero cogliere il dramma di cosa aveva significato per lui perdere l'amore della sua vita per mano di Thanos (il cattivo supremo dietro alle trame dei primi dieci anni del MCU) e poi ritrovarsi davanti una sua "variante multiversale" (un'altra Gamora proveniente da un universo parallelo nel quale è alleata del padre putativo), in quanto riportata indietro da un'altra variante di Thanos stesso.

Dopo le vicende della "Saga dell'infinito", Thor si era unito ai Guardiani per poi separarsene in Thor: Love and Thunder. Questa parentesi passeggera, però, è abbastanza isolata e irrilevante, dunque quasi "saltabile", salvo non capire dove si è nascosto Thor se lo spettatore aveva fatto almeno la fatica di vedere Avengers End Game.

Non basterebbe comunque essersi presentati puntuali in sala per ogni uscita: servirebbe anche essersi abbonati a Disney Plus per vedere il mediometraggio natalizio dei Guardiani, poiché credo che il "nuovo" personaggio del cane (Cosmo) salti fuori in quel prodotto lì. 

Diciamo che almeno i primi quattro film elencati (quelli in grassetto) servirebbero davvero, poi sul resto ci si può arrangiare, come me, che sono rimasta cinque minuti a chiedermi come avessi fatto a dimenticare l'esistenza di una Laika parlante e telecinetica (sempre Cosmo, che se non si fosse capito mi aveva lasciata spiazzata).

Compresi tutti i collegamenti con le puntate precedenti, ritroviamo i nostri (Peter, Rocket, Groot, Drax, Mantis, Kraglin, Nebula e -devo farmene una ragione- pure Cosmo) in una fase di relativo relax (come già detto Peter è disperato e passa il tempo a ubriacarsi) presso il loro quartier generale di Knowhere, quando all'improvviso subiscono un attacco di un personaggio dorato e misterioso che vuole rapire Rocket. Questo personaggio, Adam Warlock, è estremamente forte e mette in seria difficoltà il gruppo, finendo per ferire mortalmente proprio il procione. Credo sia bene avvertire subito che il trailer del film ha innescato un gioco perverso con lo spettatore: l'aspettativa per tutto il film è che uno o più personaggi della squadra ci lascino le penne. E il film minaccia di continuo di far accadere quanto il pubblico teme, facendolo restare in tensione quasi costante per due ore e mezza.

Adam infine viene fermato e, a sua volta, ferito da Nebula, ma riesce a fuggire. Scopriremo in seguito che lui e sua "madre" avevano ricevuto il mandato di catturare Rocket per riportarlo dal sadico Alto Evoluzionario, creatore, in una serie di esperimenti, del loro popolo e dell'evolutissimo Rocket, di cui vuole studiare lo sviluppato cervello per lo scopo ultimo suo e della sua fondazione, l'Orgocorp: creare la razza perfetta.

Rocket è così grave da richiedere un intervento d'urgenza, ma non può essere operato perché, all'epoca degli esperimenti che lo trasformarono da cucciolo di procione a essere più intelligente dell'universo, gli fu anche impiantato un dispositivo che l'avrebbe ucciso in caso di "manipolazione" da chiunque non possedesse la password per sbloccare il congegno. Parte dunque la missione di salvataggio di Rocket dalle grinfie della morte, andando a recuperare il codice di sblocco alla sede della Orgocorp.

Questa è la trama del film, lineare e pulita, salvo la defaiance poco credibile di Gamora e quanto può essere stata naïve, proprio lei, a farsi tracciare dagli inseguitori dei Guardiani. Già, perché il contatto (telefonatissimo) di Nebula per infiltrarsi alla Orgocorp non è altro che la scusa per riportare in gioco la ragazza in verde, che ha, stavolta, delle caratteristiche di contrasto che sono abbastanza interessanti. Anche il ruolo di Adam Warlock alla fine del film è piuttosto telefonato, ma la sua evoluzione è simpatica, così come sono discretamente condivisibili, anche se con un po' di dispiacere, le scelte che Gunn opera per far concludere le vicende dei personaggi del team. Da dire che qualche finestra lasciata aperta c'è, anche se, senza il suo regista al timone, non so quanto senso avrebbe andare avanti. Forse anche James Gunn spera, tutto sommato, di tornare un giorno a dirigere questi personaggi?

Ho trovato il film molto apprezzabile. Ha molte delle caratteristiche che avevano i precedenti film: belle scene da guardare (per esempio quella in cui sono nelle tutine da power-rangers e volano nello spazio), scelte registiche sempre di alto livello visivo, fantastiche scene di combattimento, sempre chiare e ben coreografate, discreta scrittura, con un occhio di riguardo per i personaggi, davvero curati nelle loro caratteristiche emotive. Durando, però, due ore e mezza (ovvero un quarto d'ora in più del precedente e mezz'ora più del primo) ci sono, ogni tanto, delle lungaggini (il fatto che sia l'addio te lo fanno proprio sentire), che un pochino mi hanno pesato. Dal punto di vista del ritmo non regge, per me, quello del film originale. Mi sentirei, comunque, di rivedermeli tutti e tre insieme, non appena anche l'ultimo arriverà sulla piattaforma a cui m'è toccato abbonarmi, prima di dare un giudizio definitivo sul mio ordine di preferenza di questi capitoli (soprattutto perché questo film credo vada rivisto senza l'ansia di sapere cosa toccherà in sorte ai protagonisti).

Di sicuro questa saga ha un quid in più rispetto a tutto il resto: è mediamente scritta in modo migliore, molto più accurata, con meno giustificazioni tirate per i capelli sul perché quel determinato potere/oggetto/personaggio di cui erano già a conoscenza è stato tirato fuori solo in quel momento in cui, per l'appunto, tornava bene per la trama o andava introdotto un elemento di novità (si veda Captain Marvel, che Nick Fury conosceva già, ma che ha chiamato solo mentre si stava dissolvendo, o l'assurdità degli Eterni che non mi vanno né in su né in giù, o Thor, che non aveva mai pensato di chiamare altre divinità o di utilizzare il norreno Bifrǫst fino a Love and Thunder, eppure li doveva conoscere anche prima). I personaggi sono originali, coerenti con sé stessi, approfonditi, in evoluzione. L'azione c'è ed è divertente. Le battute sono presenti, alleggeriscono certi momenti senza mai essere volgari, esagerate o fuori luogo, anche perché fanno parte della stravaganza dei personaggi, mentre mal si addicono ai supereroi possenti e seriosi (si sta sempre parlando di Thor, che nei due film di Taika Waititi sembra snaturato rispetto al personaggio che avevo visto negli Avengers, dove trovavo assolutamente sensato si comportasse in modo degno della sua casata e del fatto di essere una divinità e non uno scaricatore di porto).

Le vicende in questi film sono interessanti, anche divertenti e più sopra le righe rispetto ai classici film di supereroi, anzi i Guardiani sono più anti-eroi, un po' arrangiati, ma molto umani (il che li fa entrare subito in sintonia con lo spettatore). Il legame che li unisce, la loro simbiosi, l'unicità dei loro poteri, che fa sì che si possano amalgamare in una vera squadra, rende il team altamente affezionabile. Traspare molto amore nelle loro dinamiche e forse è proprio quello che il regista ha nutrito per loro.

In conclusione: consiglio sinceramente la visione della saga e anche di quest'ultimo capitolo (pure se non siete in pari con la cronologia Marvel), che giudico non il migliore dei tre, ma comunque di grande livello ⭐⭐⭐⭐

lunedì 15 maggio 2023

Il capolavoro di Tollywood premiato agli Oscar per la migliore canzone: RRR

RRR è molto più di una coinvolgente canzone (che, anzi, forse è l'unica cosa del film che non merita al punto di strappare l'Oscar e il Golden Globe a Lady Gaga). Il mastodontico (3 ore) kolossal (72 milioni di dollari) telugu, scritto e diretto dall'acclamato S. S. Rajamouli, candidato come miglior film straniero ai Golden Globes, è una straordinaria storia di amicizia che si sviluppa in condizioni avverse, nell'India ancora colonizzata dall'Inghilterra.

Le prime scene ci descrivono gli antefatti e il carattere dei due protagonisti, ma la storia solo del primo; quella del secondo sarà riservata per la seconda metà del film (e per un buon motivo). La loro caratterizzazione è mostrata, non spiegata e questo fa tutta la differenza del mondo.

Bheem fa parte di un villaggio della tribù dei Gond, brava gente -spiegherà un interprete agli inglesi- ma che sente così forte il legame di comunità che non può permettere che membri della tribù si disperdano. Così, quando il governatore e la sua consorte si portano via una delle bambine del villaggio, Bheem, guardiano della tribù, non si fermerà davanti a niente per riportare la ragazza a casa. Raju, invece, è un soldato indiano dell'impero britannico, dalla volontà indomabile e dalla disciplina ferrea, che dà costante prova di valore e obbedienza per salire di grado.

Due scene bastano a presentarci la loro forza e la loro tenacia, entrambe molto superiori a quelle di qualunque altro uomo. I due si conoscono in una scena di grande impatto e goduria visivi e stringono una salda amicizia. Ma i governatori mettono Raju alla caccia di Bheem ed è proprio il caso di tirare fuori una citazione:

Ecco cosa succede quando una forza irrefrenabile incontra un oggetto inamovibile.

Finirà bene?


Questo film è stato sorprendente. 

La storia è stupenda, si basa su un presupposto intrigante e in grado di alimentare suspense, ovvero quello di mettere due amici in contrapposizione, ma dotando entrambi di valide e profonde motivazioni, e la scrittura svolge un grande lavoro di narrazione e di caratterizzazione dei protagonisti. Inoltre costruisce solide basi su cui risulta ben credibile l'amicizia dei due ragazzi e la fa davvero percepire come autentica. Per me è stata sufficiente la primissima scena del loro incontro, che evidenzia come i due si sono riconosciuti e capiti all'istante. Non tutti i personaggi sono così ben caratterizzati come Bheem e Raju, tendendo a dividersi in "molto buoni" e "molto cattivi", categorie che coincidono con indiani e inglesi rispettivamente, ma sono comunque ben riusciti: ispirano simpatia o antipatia con pochi minuti di scena.

Rajamouli ha svolto un grande lavoro: ogni scena è funzionale allo scorrere della storia, alla caratterizzazione dei personaggi e riesce a mantenere un ottimo ritmo per tre ore, anche perché si resta avvinti dalla storia.

Ha anche buone interpretazioni. Ma soprattutto ha una fotografia spettacolare, pulita e che esalta al meglio la luce, sul volto dei personaggi, filtrante dagli alberi, nelle imponenti scenografie di interni ed esterni e, persino, (udite, udite) nelle scene d'azione. Piuttosto straordinario al confronto con i film di supereroi come quelli della Sony. Le mosse sono chiare e si comprende sempre chi colpisce cosa.

Le scene di combattimento sono orchestrate molto bene, sono coreografiche e, in qualche caso, divertenti, a tratti tarantiniane. L'utilizzo del rallenty (Snyder scansate proprio) per me ha avuto senso. Nei momenti lievi del film, l'action e le parti dance sono molto piacevoli. Del resto la sequenza di Naatu Naatu (la canzone che si è aggiudicata la vittoria ai Golden Globes e agli Oscar) ha fatto il giro del mondo, grazie al ritmo coinvolgente e i passi scatenati del ballo. Le altre canzoni possono essere più trash, ma servono allo scopo, rispecchiano l'origine culturale della produzione e non sono sgradevoli.

È una storia romantica e sincera, come ne ha prodotte anche il cinema occidentale nel corso del tempo. Dopo Everything Everywhere all at Once e RRR, sembra che si debba guardare a oriente per poterne vedere ancora. Amicizia, amore, patriottismo, valori, nobili sentimenti, voglia di rivincita e libertà, scene epiche.

Giudizio: ho trovato il film coinvolgente, emozionante, molto ben scritto e diretto e con scene action entusiasmanti; un'epopea eroica da film d'altri tempi. Anche se non è perfetto, di pancia è uno dei migliori film che ho visto da tempo ⭐⭐⭐⭐⭐

Inoue conclude al cinema l'anime di Slam Dunk iniziato trent'anni fa

 Sono una fan di Slam Dunk. Lo guardavo la sera su 7 Gold quando ero adolescente e il giorno successivo io e la mia amica commentavamo insieme gli episodi. Si tratta della trasposizione in 101 episodi del manga a tema sportivo (spokon), creato da Takehiko Inoue negli anni Novanta. Il protagonista è il liceale Hanamichi Sakuragi, un teppista, che si getta però con ardore nel basket per amore di Haruko Akagi, sorella del capitano del team della scuola, lo Shohoku. La narrazione diventa molto presto corale e anche gli altri quattro membri della rosa titolare saranno co-protagonisti nelle epiche imprese di questa squadra su cui nessuno è disposto a scommettere: Takenori Akagi, Hisashi Mitsui, Ryota Miyagi, Kaede Rukawa.

L'opera si riconosce per i tratti del disegno di Inoue, per i valori di passione, determinazione, gioco di squadra, fiducia, seconde occasioni. Questa saga ha fatto innamorare molti fruitori del manga e dell'anime.

Sono passati tanti anni, ormai è un bel pezzo che non passano in televisione gli episodi, che non si riescono a recuperare nemmeno sulle piattaforme di streaming. Nel frattempo mi ero comprata tutta la ristampa Panini del manga, ma senza aver avuto il tempo di leggerla, consigliandola invece a mia nipote, che l'ha apprezzata.

Troppo tardi ho scoperto che li avevano rilasciati sul canale You Tube della casa di produzione, la Toei Animation, dal 10 agosto al 19 novembre 2022, in previsione del rilascio del film The First Slam Dunk in Giappone, il 3 dicembre 2022.


Il film, che sono andata a vedere ieri sera con l'amica del liceo che me l'aveva fatto scoprire, è stato sceneggiato e diretto nientemeno che dallo stesso Inoue, che ha colto le richieste dei fan di completare l'opera lasciata incompiuta con la serie anime negli anni Novanta, per divergenze tra produttore e autore, secondo il quale non coglieva appieno lo spirito del manga. Infatti se il fumetto copre anche il campionato nazionale interscolastico, la serie si ferma invece alla qualificazione dello Shohoku per questa competizione. 

Inoue riprende la narrazione da una delle partite del campionato nazionale, quella contro l'imbattibile Sannoh, che sarà combattuta con le unghie e con i denti da parte di entrambe le squadre fino all'ultimo secondo. Lo scontro è bellissimo, emozionante, soprattutto negli istanti finali quando sono rimasta col fiato sospeso per tutta la sequenza, ma si frammezza con i flashback che mettono a fuoco alcuni giocatori e, soprattutto, Ryota Miyagi, il playmaker dello Shohoku, sul cui passato non era stato detto molto nell'anime.

Il film dura due ore (e cinque minuti) e si prende tutto il tempo per raccontare, anzi, direi che è piuttosto lento, sia nella parte iniziale della partita, che non mi ha fatto sentire trascinata e partecipe, sia per tutto il racconto della storia di Miyagi, ma, quando la partita entra nel vivo, il ritmo cambia marcia e si fa più sostenuto. C'è tutto il tempo per approfondire i personaggi e le loro emozioni, la loro fatica, le loro ragioni: una delle cose stupende che ha sempre caratterizzato Slam Dunk. Con poche espressioni, uno sguardo, un'inquadratura, Inoue ha saputo rendere stati d'animo, sentimenti, sensazioni.

I disegni sono bellissimi come sempre, il tratto è leggero, l'attenzione al dettaglio tanta. Si vede nella realizzazione di una delle prime sequenze in cui da una pagina (o uno schermo se vogliamo) bianca emergono i contorni e poi i dettagli dei giocatori dello Shohoku. Uno a uno sono disegnati e si animano, unendosi poi insieme mentre avanzano: ancora una volta un team, una narrazione con più co-protagonisti.

L'animazione è una sperimentazione che fonde 2D e CGI (con la tecnica della performance capture su cestisti professionisti le cui movenze sono state usate per le scene). Alcune scene del match sono strepitose, come la prima inquadratura che da aerea scende a inquadrare tutto il campo da basket, come la sequenza dell'ultimo minuto di partita in cui la colonna sonora ammutolisce e resta in apnea come lo spettatore.

Non c'è solo una vena di nostalgia nell'apprezzamento per questo prodotto: si tratta di un'opera ben studiata, pensata per oltre dieci anni, ricercata nella messa in scena, nella tecnica, nella storia (che ha alcune parti originali, scritte appositamente per il film). Fedele all'anima della creatura originaria, mi ha emozionata, coinvolta, stupita e ringiovanita di diciotto anni. Merita di essere vista, anche se non è rimasto molto tempo: è uscito in Italia il 10 maggio in giapponese e poi è stato rilasciato in italiano dall' 11 al 17 maggio. Forse non è per tutti: le dinamiche tra i personaggi restano oscure a chi non ha mai letto il manga o visto l'anime, anche se un pochino trapelano, ma resta comunque appassionante almeno nella partita.

In ogni caso mi trovo in buona compagnia nell'apprezzamento, avendo il film incassato alla data odierna quasi 145 milioni di dollari.

Cosa mi è piaciuto: passione, adrenalina, i personaggi e le storie che ho amato, una partita bella ed emozionante 

Cosa non mi è piaciuto: ha stentato un pochino in fase d'avvio, godibile maggiormente dai fan (racconta di fatto l'ultima fase dell'opera)

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

mercoledì 26 aprile 2023

Super Mario Bros. a metà tra film e videogioco con molto cuore

 Sono stata Super felice di trovare la sala del cinema di paese abbastanza gremita per trattarsi di una domenica pomeriggio alle 15.30, per di più nella seconda settimana di cartellone, quado la prima era stata quella di Pasqua, con molti giorni di proiezione. Di più, anche allo spettacolo delle 17.30 c'erano diverse persone in fila per entrare.


Super Mario Bros. della Illumination Entertaiment (quella di Cattivissimo Me) aveva ricevuto una bella campagna promozionale e, nonostante non fossi interessata al prodotto a priori, non avendo mai giocato a Super Mario (proprio mai, neppure una volta nella vita), non sono riuscita a evitare una clip mentre guardavo altro in tv. Clip così carina che mi ha convinto ad andare al cinema.

Pur non avendo mai giocato al videogioco, avevo visto qualcuno giocarci, dal vivo o in tv, come credo chiunque, almeno in Occidente. Le dinamiche del gioco sono note: Mario ha dei percorsi da affrontare, ricchi di incognite, ostacoli, potenziamenti, con vari boss da sconfiggere (una formula vincente che ha garantito alla serie un successo senza tempo).

Su questa riga si basa anche il film, disseminato di brevi percorsi e piccole quest da portare a termine in un piano un po' più grande. Il ritmo è rapido, in un susseguirsi di missioni e azione. La trama è semplice, ma funziona ed è adatta al tipo di film (adattamento di un videogioco in animazione, destinato a un pubblico universale: colori, forme e divertimento per i bimbi, riferimenti ai videogiochi -che io sicuramente ho colto solo in infinitesima parte- per il fandom del videogioco. Malgrado non appartenga né al primo, né al secondo target, il film è così delizioso che ha conquistato anche me, rimasta a bocca aperta per l'intera durata come, credo, i bambini della sala, che hanno guardato tutta la proiezione, seduti accanto ai genitori, in religioso silenzio (cosa decisamente insolita), probabilmente rapiti dal flusso. 

In una realtà parallela, il cattivone di turno, Bowser, intende conquistare il mondo col suo esercito di tartarughe. Riesce a conquistare la "super stella", il potenziamento massimo che lo renderebbe invincibile e intende servirsene per convincere la principessa Peach, del Regno dei Funghi, a sposarlo, poiché è segretamente (ma neanche troppo) innamorato di lei. Nel frattempo, nel nostro mondo, a Brooklyn, Mario e Luigi stanno aprendo la loro attività di idraulici, anche se non hanno il supporto della famiglia e stentano a ingranare. Quando un allagamento rischia di sommergere la città, i due fratelli si recano nelle fognature per cercare il problema, sperando, risolvendolo, di farsi pubblicità quali ottimi idraulici. Da qui, però, finiscono in un varco dimensionale che fa perdere la memoria alla sceneggiatura (non è così importante, ma nessuno ci spiegherà mai come si risolve la storia dell'allagamento) e trasporta prima Luigi nelle Terre Oscure, regno di Bowser, e poi Mario nel Regno dei Funghi, dove incontrerà Peach, con cui si alleerà contro Bowser e con cui andrà a cercare rinforzi anche presso i gorilla del Regno dei Kong.

Personalmente ho adorato questo film: per me funziona molto bene e quel piccolissimo buco di trama, poco significativo, non mi ha pesato nel bilancio con tutti i pregi di questo prodotto.

Il suo principale valore credo stia nel fatto che è un prodotto fatto più col cuore che con la testa. Credo che abbiano voluto restituire l'anima di un prodotto videoludico (anche se solo i fan di Mario possono giudicare se lo spirito del videogioco più famoso di sempre è stato colto). Il film è essenziale nella struttura (cattivo che vuole conquistare il mondo vs buoni che cercano di riunire le forze per impedirlo) e dinamico, dando importanza al divertimento e all'azione. Aiuta anche la durata perfetta di un'ora e mezza.

Ultimamente ho visto molti pochi film d'animazione che davano più importanza a un sano divertimento di pancia che al cercare di rispettare tutti i canoni del politicamente corretto (penso ai flop di Lightyear e Un mondo misterioso, ma anche a Il mostro dei mari). Ho trovato Super Mario Bros. più sincero di questi ultimi esempi.

Dal punto di vista del targert, trovo che possa soddisfare sia i bambini, sia gli adulti. Anche dal punto di vista del divertimento è universale, puntando a una comicità soprattutto fisica e meno verbale, quasi da slapstick comedy alla Tom & Jerry. Ne sono esempi la sequenza col cane o il rapporto Mario-Donkey Kong, il figlio del re dei Gorilla. I loro dispetti costituiscono parte del lato comico nel film. Anche Bowser, a sorpresa, è non solo il cattivo, ma anche uno degli elementi più divertenti, proprio col suo sentimento, che ci possiamo concedere di prendere in giro (una rarità al giorno d'oggi) quando fa le prove della dichiarazione d'amore, da solo o al mago travestito da principessa dei Funghetti, o quando si lancia in un'esibizione appassionata al pianoforte del suo singolo, "Peach" per l'appunto.

I personaggi sono semplici, ma non scontati. In particolare il rapporto Mario-Luigi viene tratteggiato con poche semplici scene: Luigi è sempre gentile e un po' ingenuo e, per questo carattere remissivo, rischia di farsi sopraffare da chi fa il gradasso con lui, mentre Mario, anche se piccolo di statura è coraggioso, un po' paladino delle cause perse e non si lascia scoraggiare né da avversari molto più grandi di lui, né da missioni che sembrano impossibili, né dai colpi presi. Mario è molto affezionato al fratello e sempre pronto ad aiutarlo (mi ha fatto quasi commuovere).

Peach probabilmente rischia di non piacere a tutti coloro che ritengono che le donne debbano essere gentili e sorridenti, esattamente come è successo al personaggio di Captain Marvel, che invece a me era piaciuta esattamente com'era. Iron Man piaceva anche perché arrogante, ma la stessa caratteristica volta al femminile ha fatto storcere il naso. In questo caso il rischio è lo stesso: Peach è impavida, abile, fortissima e si fa guidare solo da quello che crede giusto. Peach è la leader e l'insegnante. Non è rappresentata con difetti (e questo è sempre un problema), ma a differenza di Rey nella saga di Star Wars, che per questa mancanza risultava finta -e a tratti insopportabile-, Peach resta credibile e io l'ho apprezzata. Forse il mondo non è pronto per la raffigurazione del femminile che non si piange addosso, ma io ne ho abbastanza, invece, di donne che vacillano senza un appoggio. In sintesi, per me è "più Peach per tutti".

Una delle cose più straordinarie del film, però, sono i disegni, brillanti nei colori e curatissimi nei dettagli: le ombre che si allungano sul terreno, il chiaroscuro sui volti dei personaggi, i riflessi sul pianoforte, estremamente realistici, la luce del tramonto. L'animazione è fluida, il ritmo è altissimo. Questo è un film che non annoia e che mi ha completamente conquistata. Alcune scene, come quella sulla pista arcobaleno o lo Scontro Finale sono esaltanti. Alcuni momenti sono emozionati, come quando assistiamo allo scontro Mario-Kong in cui il nostro eroe le busca pesantemente, ma non si arrende, accendendo il nostro cuore; o quando il piccolo Toad non vuole abbandonare la sua principessa; o ancora quando Mario sembra perdere ogni speranza, ma i suoi amici stanno ancora combattendo e persino Luigi si lancia nella mischia; o quando i due fratelli si ritrovano perché niente può andare male quando sono assieme e questa è l'unica cosa importante.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2

martedì 11 aprile 2023

Educazione Fisica di Stefano Cipriani: teatro al cinema

Educazione Fisica, presentato alla Festa del Cinema di Roma, è un film di Stefano Cipriani per il quale i fratelli D'Innocenzo hanno adattato lo spettacolo teatrale scritto da Giorgio Scianna, La palestra


E in effetti l'impostazione è profondamente teatrale, per via dell'ambientazione ristretta alla fatiscente palestra di un grande istituto comprensivo e per i dialoghi, il numero, la mimica e gli spostamenti molto limitati dei personaggi nello spazio.

La trama presenta subito alcuni problemi e la motivazione da cui origina il dramma è così debole e così mal funzionante che sembra solo un pretesto per portare in scena le emozioni e le reazioni dei protagonisti, che diventano preponderanti. In effetti si tratta proprio di questo, un semplice dare il là, senza aver pensato troppo alla plausibilità degli antefatti.

La preside dell'istituto comprensivo convoca i genitori di tre ragazzini tredicenni: si presentano quattro genitori, una madre, un padre e una coppia, tutti spaesati e perplessi riguardo la motivazione di quella richiesta. Quando la preside si presenta nella palestra è sola (senza uno straccio di collaboratore che gli faccia da testimone) ed espone ai genitori un grave fatto che sarebbe stato compiuto dai loro tre figli. L'intreccio è solo questo: una convocazione, un colloquio e le reazioni che ne derivano. Al centro del riflettore vie è solo il modo in cui queste persone ricevono la notizia, la elaborano e rispondono alla preside e alla destabilizzazione del loro mondo, quasi in una elaborazione del lutto: negazione che sia stato il loro figlio o che sia proprio sua la colpa, rabbia verso chi accusa -ingiustamente- e in parte contro sé stessi, patteggiamento con la propria coscienza e con la preside, depressione e, infine, almeno in parte accettazione.

La parte che riguarda i genitori, quello che provano e come agiscono funziona abbastanza: è una rappresentazione esagerata e grottesca della leonina caparbietà con cui i genitori giustificano e coprono i figli davanti a tutto e tutti, cercando di scaricare la responsabilità su altri (la preside, il sistema, le vittime...) o di diminuirla ai propri occhi prima che a quelli del mondo. Si tratta anche di allontanare dalla coscienza le proprie mancanze e propri sbagli nel crescerli. Il senso della pellicola è provocatorio, chiedendo a personaggi e pubblico fin dove può spingersi un genitore per parare le colpe dei figli.

Se quest'aspetto resta in piedi, anche per via di un'ottima recitazione degli interpreti (in primis Sergio Rubini, ma anche gli altri tre, Angela Finocchiaro, Raffaella Rea e Claudio Santamaria, che fa la parte del leone per numero di battute e carattere del personaggio, se di carattere si può parlare, trattandosi puramente di ruoli tagliati con l'accetta), tutto quello che riguarda la struttura della storia, riassumibile nel personaggio della preside (nelle sue azioni e motivazioni) è un buco nero. 

Non si comprende perché convochi i genitori in una palestra e non in presidenza e lo faccia nel tardo pomeriggio, senza avvertire nessuno delle sue intenzioni e senza essere affiancata dalle figure necessarie per una comunicazione del genere. Non si comprende perché li metta a conoscenza in anteprima di fatti non ancora divulgati né perché prima non li abbia comunicati a chi di dovere (forze dell'ordine e diretti interessati). Non si capisce perché si ritenga autorizzata a farlo e quale scopo, soprattutto, abbia per farlo, mettendo a rischio gli interessi delle vittime e i procedimenti che dovevano seguire all'accaduto. Lascia, di fatto, i genitori liberi di alterare delle prove. Nel corso del colloquio, inoltre, sembra schierarsi in una determinata posizione, ma il suo ruolo forse le imporrebbe di restare super partes e, soprattutto, di non prendere iniziative personali.

Chi scrive (non so precisare se anche il testo originale o solo l'adattamento) sembra ignorare il funzionamento di una scuola e i ruoli dei suoi dipendenti, forse volutamente. La preside assurge a una posizione di potere del tutto immaginaria e non verosimile. Inoltre la equipaggiano di una parlata affettata, che persino il personaggio di Santamaria canzona nel corso del film, e che rende l'interpretazione di Giovanna Mezzogiorno la meno riuscita dell'esiguo cast.

In conclusione...

Cosa salvo: interpretazioni di quasi tutto il cast, intento di portare il tema "protezione dei figli al pari di una leonessa" che è stato grottesco, ma interessante

Cosa non salvo: il film manca di una struttura che abbia senso

Giudizio: ⭐⭐

lunedì 10 aprile 2023

Tutti film d'animazione candidati agli Oscar 2023 (e il vincitore)

 Quest'anno sono riuscita a vedere entro la data della cerimonia tutti i cinque film d'animazione candidati agli Oscar.

💗 Il secondo film d'animazione che ho visto in sala è stato Marcel the Shell (with Shoes On), della casa di produzione A24. Si tratta di un mocumentary, un finto documentario, in tecnica mista, che vanta un'animazione così innovativa da non riuscire quasi a distinguere realtà e finzione. Marcel e la sua nonna sono conchiglie e vivono in una bella casa che prima apparteneva a una coppia. Quando la coppia abitava lì, Marcel e la nonna condividevano le loro vite con tutti gli altri membri della loro grande comunità, ma adesso sono rimasti da soli e devono arrangiarsi a cavarsela per procurarsi il cibo e tenersi impegnati. La casa è affittata da un documentarista, che comincia a riprendere la vita quotidiana di Marcel e a pubblicarla su Youtube, regalando al mollusco un'inaspettata e improvvisa celebrità.


 Marcel è timido, ma deciso: è una piccola conchiglia molto educata che soffre molto per la perdita della famiglia e ha tante premure per la sua nonna. La storia è molto dolce: col suo ritmo lento ci conduce a scoprire le emozioni e la tenacia con cui affronta la vita il piccolo protagonista, attraverso dolori, speranze, scoperte, lutti, amicizie, nuove conoscenze e ripartenze, perché la vita è in continuo cambiamento, ma non deve per questo spaventarci. L'ultima scena in cui compare nonna Connie è pura poesia.

Giudizio: Il film mi è piaciuto e mi ha commosso, ma non non mi ha travolta nell'emozione come mi sarei aspettata, rimanendo comunque carino e piacevole, anche se piuttosto lento. ⭐⭐⭐ 1/2


🤎 Del primo film Il gatto con gli stivali 2 - L'ultimo desiderio ho già parlato. L'avevo visto al cinema sul finire dello scorso anno e l'avevo veramente apprezzato, soprattutto per la tecnica d'animazione rivoluzionaria, temi non proprio semplici affrontati con efficacia e, soprattutto, uno degli antagonisti introdotto davvero bene e terrificante.


Tutti gli altri film d'animazione sono disponibili sulle piattaforme di Disney Plus e Netflix.

🟥 Red è l'unico film Disney candidato, ma è un film di Pixar. Il 61° classico, Un mondo misterioso, l'unica uscita tutta Disney del 2022, è passata sotto silenzio, inosservata e dimenticata dopo poche polemiche sulla eccessiva inclusione, tolta la quale non restava più molto altro nel film. Quindi solo il film Pixar rappresenterà agli Oscar la major Topoliniana.



Red è un film un po' più divertente e giocoso di Un mondo misterioso, ma non è un granché e, dal mio punto di vista, il lato più debole è l'età delle protagoniste: l'adolescenza. Se è vero che mancava un film animato per quel target di età, al quale di solito sono più indirizzati i telefilm e i film live action, è anche molto difficile identificarsi nella protagonista se si è più grandi o più piccoli.

La storia è infatti quella di Meilin, questa ragazzina di tredici anni cinese che vive con la sua famiglia a Toronto, dove gestisce un tempio dedicato al culto del Panda Rosso, che da sempre protegge la famiglia Lee. Meilin è una bambina di rara antipatia. Completamente sottomessa alla madre, è Miss Perfettini, tutta scuola e tempio: ottimi voti e pomeriggi passati a pulire e a lavorare con la madre nel tempio - davvero il tipo di bambina più comune da incontrare e con cui identificarsi, insomma. Coltivando i suoi rapporti umani solo a scuola, ha tre amiche del cuore che sono macchiette monodimensionali. L'estetica della sua amica vestita di rosa è orripilante, sembra un mostriciattolo. E colgo così l'occasione per parlare dei disegni; veramente brutti, ma tanto proprio.

La storia si sviluppa intorno al menarca di Meilin, che è un'ottima idea, non solo perché parlare di mestruazioni, cercando di rompere un tabù, è buono e giusto (anche se non è così esplicitato -il momento più chiaro è quello in cui la madre piomba a scuola gridando che la figlia ha dimenticato a casa il pacchetto di assorbenti che sta sventolando di fronte alla scolaresca, segno che invece di essere argomento segreto, è diventato un argomento comico-), ma perché dà il là al cardine della storia. Tutte le donne di quella famiglia, infatti, al menarca si trasformano in giganteschi Panda Rossi. Nell'omissione della madre, terribilmente castrante, che temeva di affrontare l'argomento con Meilin, oltre che nelle sceneggiate (come quella degli assorbenti), in cui, senza rendersene conto, mette in imbarazzo la figlia, abbiamo il ritratto perfetto di questa donna, che è riuscita a chiudere il suo passionale panda per sempre. Ma Meilin è di un'altra pasta e di un'altra generazione e forse non vuole rinunciare del tutto a quella componente di sé stessa.

Giudizio: il tema dell'accettare i lati di sé che non sono quelli amabili e ben voluti dalla società mi è piaciuto molto ed è un po' più movimentato dell'ultimo film Disney che avevo visto, ma non mi è parso granché. Bene provare a parlare dei cambiamenti che l'adolescenza porta, affrontandoli sia dalla parte dei ragazzi che da quella dei genitori, ma non è un tema universalistico. Disegni tra i più brutti che ricordi. ⭐⭐

🔴 Il mostro dei mari era un titolo che mi lasciava ben sperare: avventure su navi pirata, navigatori rozzi ed esperti del combattimento corpo a corpo con gigantesche piovre od orribili kraken, cuore in gola e cieli cupi di tempeste marine.


Macché. Questo lungometraggio (due ore!) di Netflix e Sony Pictures è un prodotto dei nostri tempi e non poteva neanche lontanamente avvicinarsi alla mia immaginazione: inclusione e scrittura di infimo livello, non è altro. 

La presentazione dei personaggi non c'entra niente con la trama successiva. I pirati (no, questi marinai non sono fuorilegge, ma bravi dipendenti della Corona, anche se l'aspetto richiama i protagonisti di Pirates of the Caribbean) cacciatori di mostri, varianti dei balenieri, hanno una bella estetica con uncini, gambe di legno, nasoni, bende sugli occhi e sono gagliardi e dall'aspetto minaccioso, ma sono scritti malissimo. Il capitano Achab non è coerente con sé stesso; prima uomo comprensivo, che dimostra affetto nei confronti del ragazzino salvato da un naufragio anni prima, simpatia per l'orfanella che si imbuca a bordo, poi prevale il far rispettare gli ordini, infine è avvolto da un cieco desiderio di vendetta, che non ha redenzione. Lo stesso l'ufficiale Sarah Sharp, che sembra molto rigida, poi non lo è. La protagonista, Maisie, è mostrata per la prima volta in un orfanotrofio, mentre racconta le storie dei feroci e valorosi pirati agli altri orfanelli (una sequenza piuttosto abbondante per non avere quasi alcuno scopo nelle vicende), prima di fuggire per imbarcarsi a bordo della Inevitabile.

E qui possiamo cominciare a parlare di inclusione: nel giro di pochi secondi a bordo della nave cacciatrice abbiamo ben due donne di colore, più un'altra ufficiale che ha l'incarico di far eseguire i comandi del capitano. Ma questa è una società in cui non ci sono neppure i bucanieri, quindi è una società molto avanti a livello di diritti sociali. Mi sono, dopo poco, domandata come mai una società così sviluppata non fosse anche animalista e cacciasse le creature del mare, belle o brutte che fossero. E infatti il tema del film è proprio questo: i mostri non sono cattivi. La pellicola si incentra sulla caccia alla Furia Rossa, un mostro orribile, ma non in quanto spaventoso, bensì per il design ridicolo, come se Nessie (di un rosso monocolore, senza nemmeno una sfumatura) avesse inghiottito una gigantesca tavola da surf; occhi e naso sono molto simili a quelli di Sdentato, ma l'effetto non è comunque positivo. Ma il peggior momento della scrittura è il finale: a un tratto si interrompe, non ha conclusione, lascia il destino dei personaggi a sé stessi. Non è specificato cosa ne sarà della bambina e del protagonista; non è ben chiaro il costo del patto con la strega; non sappiamo che destino attende i cacciatori di mostri, l'Inevitabile, Sarah, il capitano, che non si merita (ingiustificatamente) un contatto con i protagonisti, né una possibilità di cambiare idea, di redimersi.

Giudizio: va bene che essere animalisti è una bella cosa, ma un tema simile merita una scrittura migliore, non basta solo l'idea; inoltre i film d'animazione dovrebbero anche essere divertenti da vedere. Se un film ha un nome che promette avventure in mezzo al mare, mi aspetto che ci siano, che sia movimentato. L'animazione iniziale del mare era anche interessante, ma si perde nei disegni e nella scrittura. ⭐

❤ Infine l'attesissimo Pinocchio di Guillermo del Toro, vincitore del Premio Oscar, ennesimo adattamento della fiaba di Collodi. Diciamolo subito, della storia originale non ha praticamente nulla, sono rimasti Pinocchio, il Grillo, Geppetto e il pesce cane, ma servono a una causa superiore, quella antifascista.


Durante la Grande Guerra Geppetto perde il figlio Carlo sotto un bombardamento. Accanto alla tomba del figlio pianta un pino, da cui una sera, ubriaco, ricaverà il pezzo di legno che sarà Pinocchio. In un buco nella corteccia si era appena trasferito il grillo Sebastian, che continuerà a vivere in quel buco, adesso in mezzo al petto del burattino, a cui uno strano mostro e strani spiriti daranno la vita. Pinocchio sorprende il suo ignaro neo-babbo e si dimostra indisciplinato e naive nei confronti del mondo esterno. Oltre a non conoscere niente della vita, è spinto a obbedire solo ai suoi istinti del momento e attirerà presto le attenzioni di molta gente problematica, in grado di raggirarlo a proprio piacere: il Conte Volpe lo vuole come attrazione principale del suo circo, per cogliere il favore di Mussolini, e il padre di Lucignolo lo vuole per renderlo il perfetto soldato per la Giovane Italia Fascista, poiché non può morire. In mezzo a queste peripezie Pinocchio maturerà molto e comprenderà il valore delle vite che lo circondano.

Giudizio: dal punto di vista della storia, sono rimasta spiazzata. Ha tinte velatamente horror, ma non è brutta. Solo che, essendo così diversa dall'originale, del Toro avrebbe potuto semplicemente crearne una propria. La parte straordinaria del film è l'animazione in stop motion e l'estetica molto caratteristica e coerente. Riguardo alle canzoni, mi pongo su una via di mezzo rispetto a quanto si legge in giro: ci stanno, anche se forse si stava meglio senza (mica è la Disney!) ⭐⭐⭐ 1/2

L'animazione non è un genere, è una tecnica.

Guillermo del Toro