giovedì 7 dicembre 2023

La Chimera di Alice Rohrwacher: ancora film italiani a Cannes

Quarto lungometraggio della regista Alice Rohrwacher, La chimera (che ha nel cast anche la sorella Alba) è una storia che parla dei ladri di tombe etrusche nell'Italia degli anni Ottanta.


Il titolo si riferisce, infatti, alle visioni che il protagonista Arthur (il bravissimo Josh O'Connor - Carlo nella serie tv The Crown, che non ho visto), mancato archeologo inglese, ha nei pressi di una sepoltura etrusca. Nel paesino dove vive ha messo su una banda di tombaroli, che si basano sulle sue epifanie per far quattrini, rivendendoli a un ricettatore misterioso. Arthur ha anche l'appoggio di una gentildonna decaduta, Flora (Isabella Rossellini), la cui nipote scomparsa era fidanzata proprio con l'inglese. Presso Flora prende lezioni di canto Italia (Carol Duarte), immigrata brasiliana, che nasconde segreti e ideali diversi da quelli di Arthur.

Gente ignorante e violenta, che vive di espedienti e imbrogli, ben al di là della legge, ho detestato con tutta me stessa i protagonisti di questo film, Arthur compreso, scostante, taciturno, lunatico e pure manesco. In una certa scena mi sono quasi fisicamente sentita male al pensiero di cosa non avranno portato via, privandoci di immensi tesori da ammirare, questi criminali.

Come ci ha spiegato la regista, ospitata alla prima del film al cinema Fiorella di Firenze, il fenomeno, sul quale ha condotto un'inchiesta per la realizzazione di quest'opera, è stato molto diffuso fra gli anni Settanta-Ottanta del secolo appena passato, specialmente in Toscana, anche se questo film sembra ambientato piuttosto nel Lazio. Ancorché esecrabile, spiega ancora Rohrwacher, era ben difficile poter spiegare a gente povera e rozza, che stentava nelle campagne ma che vedeva pienamente compiersi il consumismo, che rubare nelle tombe etrusche era sbagliato, poiché il mondo che li circondava era già profanato. La regista inquadra infatti una spiaggia inquinata e la centrale a carbone di Civitavecchia, sui sottostanti resti romani.

A livello tecnico, il film è senza dubbio interessante: girato in pellicola e in diversi formati; i movimenti della macchina da presa sono studiati per rendere determinati effetti. Inoltre i riferimenti all'archeologia, al mondo etrusco e al filo di Arianna, che ritorna nel film più volte, sono molto interessanti.

Tuttavia la storia non ha suscitato in me interesse, salvo la scena con Alba Rohrwacher, parte della storia narrata dai cantastorie, la svolta nella storia di Italia e il finale. Il film è anche troppo lungo e in un preciso momento mi è parsa interminabile.

Giudizio: ⭐⭐

domenica 3 dicembre 2023

Ma come gli è venuta a Ridley Scott di fare Napoleon?

 Non lo so. Non lo so cosa aveva nella testa quando ha pensato di mettersi su questo progetto, che poi ha scritto David Scarpa.


Napoleone è una figura estremamente complessa da inquadrare, questo lo sappiamo tutti: è stato il più grande stratega militare di sempre o assetato di battaglie e di conquiste ha passato tutto il suo governo a muovere guerra al prossimo? Era un dittatore assolutista che ha preso il potere con un golpe militare o il più liberale dei sovrani, che faceva votare tutto il suo popolo per plebiscito (salvo far sparire i risultati più scomodi)? Ha portato la rivoluzione francese in tutta Europa oppure ne ha distrutto i valori? 
Era cattolico, mussulmano o ateo (o quel che preferivi sentire)? Ha portato via opere d'arte dall'Italia, eppure ha dato vita al primo Regno d'Italia. Sognava anche un'Europa unita, purché la Francia la guidasse.

Un uomo contraddittorio, forse il più grande di tutti, tanto che anche i nemici lo lodavano, oppure semplicemente l'ennesimo ambizioso assetato di potere. Visto dai francesi come uno straniero (era un corso -e non basso come lo dipingevano gli inglesi- che sicuramente parlava meglio l'italiano del francese, al contrario per esempio di Cavour che nacque a Torino proprio sotto il regno napoleonico e dunque parlava meglio il francese che l'italiano), fu sempre acclamato e protetto dai militari, dai suoi soldati.

Immaginando un film su questa figura, la prima cosa che viene in mente sono proprio le battaglie napoleoniche: centinaia di migliaia di soldati sui campi di battaglia e decine di migliaia di morti (oggettivamente il finale del film riassume proprio questi numeri: 61 battaglie e un totale di 3 milioni di caduti). 

La seconda cosa che viene in mente è la politica interna che Napoleone condusse in Francia da console e imperatore, seguendo anche personalmente la redazione delle costituzioni.

Ecco, in Napoleon se si vede qualcosina del primo aspetto (sarebbe ben stato difficile fare un film senza Austerlitz e Waterloo o senza la campagna di Russia), il secondo è proprio completamente assente, a eccezione del colpo di stato.

Delle battaglie se ne vedono poche, tutte molto accorciate (durano una notte - Tolone - o un pomeriggio, - Austerlitz - anziché giorni) e "sguarnite" di soldati. Non si può neppure dire che siano visivamente maestose (accurate sì, spettacolari forse) perché sono liquidate in cinque-dieci minuti. Non ho il tempo di godermi la scena diciamo. Del resto non era la priorità del regista, che forse a questo punto avrebbe potuto anche risparmiare qualcosa.

La campagna di Russia ha una messa in scena totale di otto minuti cronometrati (veramente, mi stavo annoiando e scrivevo a mia sorella quando accadeva qualcosa), a fronte di due minuti in cui il condottiero apre un sarcofago. Come si fa a rendere in così poco il rigore dell'inverno, gli stenti a cui erano sottoposti i soldati e il malumore che accompagnò le numerose morti e la disfatta della spedizione?

Il film dura in totale due ore e quaranta minuti, quindi se non sono stati spesi nelle battaglie (la campagna italiana non esiste, tanto per dire, ma fu con quella che Napoleone divenne celebre) e non sono stati spesi nella politica napoleonica e nemmeno nel descrivere tutta la vita del condottiero interpretato da Joaquin Phoenix (infanzia, adolescenza, etc), poiché il film parte dall'assedio di Tolone (o precisamente dallo sdoppiamento della sua presenza a Tolone e a Parigi, perché in realtà Scott lo voleva nello stesso momento anche ad assistere alla decapitazione di Maria Antonietta), allora come sono stati utilizzati tutti quei minuti di pellicola?

Certo questo non è il film giusto per sostituire il manuale scolastico, ma si potrebbe contestare che ci sono talmente tanti altri prodotti su Napoleone che non occorreva una nuova biografia dettagliata su pellicola. E un singolo film non può rappresentare integralmente una figura, quindi occorre trovare un punto di vista.

Il focus di tutta la narrazione di Scott, il nuovo punto di vista, è Giuseppina (Vanessa Kirby), rappresentata in modo chiaramente moderno, perché ormai non è di moda fare altrimenti, attendibilità storica o meno.

La trama è dunque così riassumibile: Napoleone fa cose, Giuseppina fa cose. I due sono ossessionati l'uno dall'altra. Fine.

Oltretutto il loro rapporto sembra girare solo su un'ossessione puramente sessuale: una noia terribile dopo la seconda scena. I due interpreti mi sono anche sembrati parecchio inteccheriti, non concedendomi neppure soddisfazione sotto l'aspetto recitativo.

Sicuramente il focus che sceglie Scott potremmo considerarlo meno importante ai nostri occhi. La vita privata di Napoleone ha avuto un impatto minore delle guerre e della politica interna sui destini europei, che sono quelli che contano di più per le nostre vite. Ma l'ipotesi di Scott è contraria a questa prima impressione: forse l'amore (anche se quella che ho visto sullo schermo mi è parsa più un'ossessione reciproca) ha condizionato l'uomo in ogni sua decisione? Forse non è stato Nelson, ma Giuseppina a far abbandonare a Napoleone la campagna d'Egitto. Forse non è stata l'idea dell'impero, ma della sua ex moglie a farlo fuggire dall'Elba. Perché se la sua vita privata ci riguardava così poco, per quell'uomo era invece la cosa più importante del mondo (come lo è per ciascuno di noi).

Del resto le ultime parole di Napoleone (vere o romanzate) si dice che siano state: "Francia, esercito, Giuseppina".

La colpa di questo film è dunque di aver gingillato troppo (e in modo troppo noioso) sulla terza delle ossessioni di Napoleone, trascurando le altre due, tanto da aver fatto capire a stento alcuni passaggi cruciali di cosa era successo nel ventennio napoleonico in Francia. Il problema non è neppure la poca verità storica (anche se la domanda che sorge sempre in questi casi è "cosa c'era di così brutto in com'era andata davvero"? oppure "ma che senso aveva cannoneggiare le piramidi a fini strategici?"), ma saltano alcuni passaggi logici incomprensibili per chi non conosce già o non ricorda cos'ha studiato a scuola. Per esempio non si vede niente dopo il colpo di stato: che fine fanno gli altri due consoli? Gli propongono di fare il re...allora come giunge all'idea di impero (repubblicano)?

Giudizio: In sostanza questo film non ha senso di esistere (a prescindere dalle numerose inesattezze e sbavature storiche, sulle quali si poteva chiudere un occhio), offre un punto narrativo quasi esclusivo e con un'interpretazione piuttosto personale del regista della quale forse sentiva solo lui l'esigenza⭐⭐

lunedì 27 novembre 2023

Palma d'oro 2023: Anatomia di una caduta

 Quando accade un incidente e una morte non precisamente classificabile, si apre un'inchiesta per capire cosa è accaduto. Ecco, Anatomia di una caduta di Justine Triet fa questo: analizza ogni momento, dinamica e circostanza intorno a quell'incidente da ogni punto di vista.


Qua siamo sulle Alpi francesi e l'incidente è un caduta da una finestra di un uomo, Samuel, che sta ristrutturando quel preciso piano di questa baita, dove si è trasferito con la sua famiglia da qualche tempo. Le circostanze sono abbastanza sospette: quando l'uomo cade in casa c'è solo sua moglie, Sandra, con la quale i rapporti sono ambigui (ha appena interrotto una sua intervista da parte di una studentessa a sua moglie, che fa la scrittrice, mettendo la musica altissima).

Sono una coppia felice o litigano continuamente addossandosi le responsabilità dei loro fallimenti e della cecità del figlio, Daniel? Quella caduta è un incidente, un suicidio oppure Sandra l'ha ucciso?

Ognuna delle perizie sulla scena del crimine e sugli elementi che emergono nel corso delle indagini è interpretabile in ciascuna delle tre possibilità. Questo è un giallo giudiziario e Sandra è costretta a chiamare il suo amico avvocato, Vincent Renzi, per difendersi al processo contro di lei.

Le dinamiche sono molto interessanti: mi è piaciuta moltissimo la speculazione in ogni possibile senso dello stesso elemento (macchie di sangue, una registrazione, una conversazione, un'altra ancora, una perizia psichiatrica, i ricordi di ciascuno) che diventa prova d'accusa o di difesa a seconda di chi la descrive, di chi l'imbraccia. 

Tuttavia non ho compreso alcuni meccanismi del processo e non so se questo dipende dal fatto che in Francia la procedura giudiziaria è diversa da quella che finora ho percepito da libri e film su processi principalmente italiani o americani. Quel che non mi è tornato è che i testimoni non erano tenuti solo a esporre i fatti per come li ricordavano o per come li avevano appresi, ma erano invitati a specularci su, a ricavarne delle ipotesi o finanche delle fantasie che avrebbero potuto spiegare i fatti. L'accusa principalmente specula e immagina, utilizza brani dei romanzi dell'autrice per trovarci le tracce di un omicidio contemplato già molto prima di compierlo, mescolando costantemente realtà e fantasia. Non risparmia inoltre frecciatine, battute, anche cattive, cercando di sminuire l'accusata.

La difesa tenta dunque continuamente di distinguere fatti e ipotesi e di contestualizzare elementi che presi singolarmente ed estrapolati dal loro contorno appaiono colpevolizzanti, mentre Sandra continua a spiegare che sono una parte e non il quadro complessivo.

Mi è piaciuto tantissimo anche il ruolo di Daniel, che è molto difficile: il dibattito verte sulla sua disabilità, sul suo diritto a sapere, a capire cosa è successo a suo padre, ma anche a testimoniare a favore o contro sua madre, ma senza che i suoi ricordi vengano sminuiti perché bambino o perché ipovedente o perché affettivamente legato alla madre. 

Le figure che ruotano intorno a Daniel cercano di proteggerlo: la madre lo esorta a dire la verità perché non potrà nuocerle, mentre la giudice nomina una garante della sua testimonianza, col compito di vigilare che la madre non influenzi il bambino, ma dialoga anche con lui per invitarlo a non assistere a fasi dure del processo. Daniel dovrà infatti venire a conoscenza di fatti crudi relativi alla morte del padre e ai rapporti tra i suoi genitori. L'altra figura cruciale per tanti aspetti che vigila su Daniel è il cane Snoop, che si è anche vinto meritatamente il Dog Palm (io continuo a domandarmi una certa scena come l'abbiano realizzata e se si tratti di addestramento -e allora chapeau- o di altro, ma sarebbe crudeltà sugli animali e nel 2023 credo che non sia più possibile).

Riguardo la regia, ci sono molti movimenti di macchina che seguono le azioni, seguono l'attenzione dello spettatore che si sposta come nelle partite a tennis da un performer all'altro, persino con un singolare movimento avanti-indietro in una precisa scena.

Il film dura due ore e mezza, ma è raccontato così bene, gli eventi si succedono in modo così incalzante, che il ritmo non cala mai e così l'attenzione. Non annoia, anzi si resta rapiti e interessati all'andamento del processo. Ci facciamo le nostre teorie nel corso del dibattito e vogliamo sapere come va a finire e dove sta la verità: a un certo punto le prove convergono verso un certo punto e lasciano pochi dubbi.

Giudizio: piacevole, ben scritto, molto interessante, convincente ⭐⭐⭐ 3/4

mercoledì 22 novembre 2023

EO: il mio trauma animalista

 Ho aspettato molto a parlare di questo film, visto durante l'estate, perché dovevo riprendermi dal formidabile shock della sua visione che è stata potente e penosa (e uso entrambi gli aggettivi in senso positivo).


Il regista polacco Jerzy Skolimowski frequenta le kermesse europee dagli anni Sessanta e al Festival di Cannes 2022 ha presentato lo straziante EO, che gli è valso il premio della giuria. Il film è stato anche selezionato nella cinquina di film che ha concorso all'Oscar 2023 nella sezione film internazionali.

La sceneggiatura adatta il film di Robert Bresson del 1966, Au hasard Balthazar, che all'epoca fu presentato alla Mostra del cinema di Venezia.

In entrambe le storie l'asinello protagonista subisce ogni possibile disavventura e crudeltà e, in particolare, nell'adattamento di Skolimowski la storia inizia da una condizione di temporanea serenità. EO è l'asinello di un circo polacco, coccolato e benvoluto dalla sua compagna di performance, finché il circo non viene chiuso e gli animali sono smistati in altre sistemazioni. Paradossalmente è un'associazione animalista che fa allontanare le bestie, accusando i circensi di crudeltà sugli animali, ma le destinazioni di EO (forse anche degli altri?) restano sempre utilitaristiche e raramente benefiche per il povero animale. Iniziano dunque le peripezie della bestiola, sballottata da un rifugio a un luogo di lavoro, da una sistemazione a un'altra. A volte è lo stesso EO che scappa da situazioni più o meno negative: romanticamente si direbbe che cerchi di tornare dalla sua padroncina, le cui attenzioni forse rimpiange (continuano a salirmi le lacrime anche a scriverne).

Il regista sembra dirci proprio questo e lo fa esclusivamente attraverso le immagini. I personaggi umani dialogano tra loro o parlano a EO, ma molte scene non prevedono affatto la loro presenza e il punto di vista sembra essere sempre quello dell'asinello. La scelta delle inquadrature e delle immagini vogliono dirci cosa pensa EO, cosa vede e il linguaggio elaborato da Skolimowski mi ha incantata: è essenziale, è preciso, l'immagine è potente, perché riesce a raccontare sequenze narrative, ma anche sentimenti e pensieri senza necessità della parola. La durata del film è contenuta (meno di un'ora e mezza), ma sufficiente a raccontare molti episodi e ad arrivare al cuore dello spettatore (e distruggerlo).

Sono tornata a casa molto turbata dalla visione (alcune scene sono crude, anche solo facendo intendere, senza mostrare) e rattristata dalla storia, ma anche entusiasta di aver visto una prestazione registica così raffinata, un linguaggio così pulito e conciso e allo stesso tempo perfettamente capace di generare emozioni fortissime.

Il regista centra in pieno il suo intento, giacché ha messo in scena questa storia mosso da ideali animalisti e desideroso di denunciare la crudeltà sugli animali.

Giudizio: crudo ma perfetto ⭐⭐⭐⭐⭐

La mia seconda volta col cinema coreano: Decision to leave

 Undicesimo lungometraggio del regista coreano Park Chan-wook, che ho conosciuto per la prima volta con questa pellicola, Decision to leave è un thriller e una drammatica storia d'amore.


Qualcosa turba la vita e, soprattutto, il sonno del detective coreano Jang Hae-jun. Il detective vive in un'altra città rispetto a sua moglie e torna a casa solo nel week end, mentre durante la settimana si impone turni massacranti e spesso notturni.

In questa atmosfera di irrequietezza e dalle tinte cupe Jang si imbatte in un caso molto strano: la morte di un uomo che sembra un incidente in montagna. La moglie cinese, Song, vittima di violenza domestica da parte del marito, però risulta sospetta e Jang indaga su di lei per capire se in realtà non si tratti di un omicidio mascherato da incidente. La donna incuriosisce e attrae il detective, già stremato dal poco sonno, rendendolo ancora meno lucido nelle indagini.

Cosa si nasconde dietro le storie di Jang e Song? La trama si infittirà sempre di più e vale la pena di seguirla per arrivare al bandolo della matassa. 

Il regista piazza anche un paio di colpi di scena imprevisti e un finale abbastanza spiazzante.

Non mi ero mai confrontata con il cinema di Park Chan-wook e, in generale, conosco a malapena il cinema coreano, eccettuato Parasite. Si tratta sicuramente un modo di fare cinema molto attento a cosa mettere in scena per passare determinate informazioni, indizi, emozioni.

Decision to leave è un film psicologico, che analizza le emozioni e i pensieri dei personaggi (soprattutto di Jang, mentre Song è più criptica e lo sarà fino in fondo), essenziali nella dinamica della storia, nel meccanismo del thriller. Persino gli oggetti in questa messa in scena non sono casuali e aiutano a costruire il racconto o a delineare i personaggi. Il ritmo risente un po' di questo aspetto e in alcuni momenti, soprattutto a metà/tre quarti della storia, mi ha un pochino annoiata, complice anche la durata di due ore e un quarto di film.

Tuttavia il film è comunque interessante e per me ha rappresentato una novità: ha una storia originale, interessante, anche intrigante. Mi sono molto piaciuti i personaggi, soprattutto Song, così indecifrabile e incantevole, sulla quale sicuramente è stato fatto un attento lavoro di scrittura. Anche le recitazioni sono notevoli e piuttosto diverse da quelle occidentali. Non a caso Tang Wei è un'attrice molto nota a oriente ed è stata voluta per questo film dal regista e dallo sceneggiatore (Jeong Seo Gyeong), che forse già pensavano a lei quando hanno scritto il personaggio. 

Probabilmente una seconda visione e una più approfondita cultura dei film orientali in generale (e coreani in particolare) mi permetterebbe di apprezzare meglio questa pellicola, per la quale la mia opinione è comunque favorevole, ma, al momento, tiepida.

Il film è stato presentato al Festival di Cannes 2022, dove il regista ha vinto il Prix de la mise en scène, ed è stato candidato come miglior film straniero ai Golden Globes e ai BAFTA 2023.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

martedì 14 novembre 2023

Un noir gotico nel 2023 che convince: the Pale Blue Eye

 All'inizio dell'anno, proprio per la Befana, su Netflix è approdato un prodotto molto interessante e abbastanza raro da trovare: un mistery, una detective story, dalle tinte cupe e gotiche. Si tratta di The Pale Blue Eye - I delitti di West Point (come è stato aggiunto al titolo italiano) di Scott Cooper.


Il protagonista è Christian Bale, che con Cooper aveva già fatto altri due film, Out of the FurnaceHostiles. Stavolta Bale interpreta un solitario detective vedovo, August Landor, stroncato dalla fuga della figlia anni prima, che è chiamato a indagare sulla morte di un cadetto dell'Accademia militare di West Point, che -guarda caso- è l'Accademia in cui Edgar Allan Poe si arruolò nel 1830, sebbene per restarvi pochi mesi, a causa di liti col patrigno. Poe (interpretato da un bravissimo Harry Melling), in effetti, partecipa con Landor alle indagini sulla morte del primo cadetto, che ovviamente sembra un omicidio e che non sarà l'ultima.

Il film mi è piaciuto: ha una bella estetica gotica, costumi e scenografie molto curate, atmosfere cupe. Ambientato tra nebbie, neve e scene notturne, presenta molti elementi anche del gotico. Inoltre la presenza di Poe e i riferimenti alla sua vita e alla sua poetica lo rendono un regalo per i fan dello scrittore.

La storia gialla funziona e poggia anch'essa sul gotico. Ha alcuni interessanti colpi di scena, di cui uno inaspettato, almeno per me.

Giudizio: Giallo godibile, leggero, dalle atmosfere perfette per una bella serata autunnale o invernale, magari nella spooky season. Ottime interpretazioni. ⭐⭐⭐⭐

martedì 7 novembre 2023

Esordio alla regia di Paola Cortellesi: C'è ancora domani

 Alla seconda domenica di proiezioni sono rimasta non poco stupita di vedere un discreto (considerando il periodo) numero di persone in sala per assistere al primo film diretto da Paola Cortellesi: C'è ancora domani. Il motivo mi è stato chiaro ben prima della fine del primo tempo: passaparola positivo, senza dubbio.


Se Bisio ha scelto la Seconda Guerra Mondiale (e un argomento molto sensibile da trattare) per ambientare il suo primo film a Roma, la Cortellesi sceglie un periodo di poco successivo e la stessa città: il secondo dopoguerra e, in particolare, la vigilia del referendum monarchia vs repubblica e delle elezioni per l'assemblea costituente del 2-3 giugno 1946, le prime dopo il fascismo e la guerra e le prime aperte alle donne.

Anche Paola Cortellesi parte col piede sull'acceleratore, trattando della condizione femminile sotto multipli punti di vista, a partire dal diritto di voto: la storia della famiglia di Delia (Cortellesi protagonista, oltre a regista) dà l'occasione per passarli in rassegna.

Delia si è infatti sposata con un uomo violento (Valerio Mastrandea), che, come il padre Ottorino (Giorgio Colangeli), ne pretende i servigi e il silenzio. La donna all'epoca (e non solo) era reputata infatti solamente una nullità, da tenere sotto sorveglianza perché poteva comportarsi sempre in modo sconveniente e lascivo, e da malmenare per "istruirla". Inoltre l'educazione, indipendentemente da inclinazioni e merito, era riservato solo ai figli maschi: alle figlie femmine toccava trovarsi un lavoro per aiutare a mantenere la famiglia e, possibilmente, portare il prima possibile la propria bocca da sfamare a un marito in grado di mantenerle. Così è per Marcella (Romana Maggiora Vergano, che mi è molto piaciuta), la figlia più grande di Delia e Ivano, che spera, col matrimonio con Giulio, di allontanarsi presto dalla miseria e meschinità della sua famiglia. Anche Delia desidera che la figlia si emancipi, si salvi: desidera per lei una condizione migliore e spera che la trovi nel ragazzo che sembra volerle così bene (ma sarà così?). Per questo fa la cresta sui suoi guadagni, così da metterle da parte i soldi per acquistare uno splendido abito da sposa.

Già, perché i soldi guadagnati da una donna non appartenevano certo a lei, bensì al padre o al marito, che li spendeva a propria discrezione. Nel caso del marito di Delia nel gioco e nelle donne, oltre che nelle spese di casa. Inoltre lo stipendio delle donne era sempre inferiore a quello di un uomo, indipendentemente dall'esperienza e dall'anzianità lavorativa. Nelle classi più agiate, invece, la donna non doveva affatto lavorare, bensì farsi mantenere, per non far sfigurare il marito: in ogni caso l'indipendenza economica femminile non era contemplata per nessuna classe sociale.

Nel buio di questa situazione, l'unica cosa a cui aspira Delia è proprio tutelare la figlia (e nel corso del film capirà il modo migliore per farlo, in una soluzione che ho adorato), finché non scopre che il suo amore di un tempo, Nino (Vinicio Marchioni, eccezionale come sempre, anche se per poco più di un cameo), sta per lasciare Roma, offrendole una possibilità di vita diversa.

Venendo alla regia di Paola Cortellesi, sono rimasta molto favorevolmente colpita, a partire dai tempi comici, orchestrati alla perfezione, a volte anche a tempo con la musica, che spesso gioca grande parte nella scena, fino a essere parte stessa della narrazione (cose che ho adorato), come nel delizioso finale, parzialmente aperto. La principale scena di violenza di Ivano è infatti mascherato da ballo, riuscendo al contempo a edulcorarla per portarla al tono della commedia, sia a far comprendere comunque la gravità di quanto accade, rafforzata anche dalle reazioni degli altri personaggi che vi assistono o che notano i segni su Delia.

Inoltre ho apprezzato che il contesto della rappresentazione non rimanesse mero sfondo delle vicende: già nei titoli di testa scorrono infatti immagini della Roma del dopoguerra e dei suoi abitanti, ritratto di quel periodo e delle sue abitudini, e successivamente vediamo altre abitudini di vita e di lavoro: il mercato, il bar, l'attacchino dei manifesti elettorali, la corte, il servito buono, la fabbricazione manuale degli ombrelli, le riparazioni della biancheria.

E che dire della mia scena preferita? La condivisione con Nino della cioccolata che un soldato americano regala a Delia, dona a noi una scena romantica e dolcissima, ma anche comica, mentre i due si guardano e si sorridono.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2

Le interpretazioni sono buone, anche nei personaggi secondari, i costumi e le acconciature mi sono piaciuti e hanno contribuito a connotare i personaggi, mostrandone con chiarezza il livello sociale. L'uso della musica, come ho già detto, l'ho trovato brillante. Ma soprattutto adoro come la storia, che è molto coinvolgente, è stata usata come strumento di racconto sociale e di memorandum di cosa la donna si è conquistata nel corso del tempo, poiché no, non abbiamo sempre avuto le libertà e le possibilità di cui godiamo oggi e questo lo dobbiamo a quel voto del 1946 che per la prima volta ci ha permesso di dire la nostra sui nostri diritti. Da qui il finale, il riferimento al titolo e il fatto che il momento dell'attesa di quel momento cruciale sia proprio la locandina del film.

Ricordiamocelo.