mercoledì 29 marzo 2023

Argentina, 1985, il processo ai crimini contro l'umanità della Giunta militare

Nel 1976 un golpe militare pose fine al governo democratico retto da Isabel Martinez, la terza moglie di Perón che gli succedette come Presidentessa della Repubblica alla di lui morte, e instaurò una dittatura militare (ben vista durante la Guerra Fredda dagli USA), nel cosiddetto Processo di riorganizzazione nazionale. La nuova Giunta Militare, col pretesto di sedare una fantomatica guerra civile, si prefissò di reprimere qualunque tentativo sovversivo comunista o peronista: i possibili o presunti dissidenti e tutti coloro, amici o familiari, che potevano avere informazioni su ribelli furono prelevati da militari e fatti sparire, portati in luoghi segreti di detenzione, interrogati, torturati e, spesso, uccisi. Si ipotizza che 30.000 persone siano scomparse (desaparecidos) in questa guerra sporca, un sistematico piano di instaurazione di un regime di terrore. Nel 1983 la sconfitta contro gli inglesi nella guerra per il controllo delle isole Falkland (o Malvinas per gli argentini) e la denuncia contro i crimini commessi contro i civili, che cominciava a farsi sentire anche all'estero, per esempio attraverso le manifestazioni non violente delle Madri di Plaza de Mayo, le madri di desaparecidos che ogni giovedì si riunivano per mezz'ora in cerchio nella piazza con in testa un fazzoletto bianco, indebolirono la dittatura, costringendola a indire elezioni democratiche, che furono vinte da Raúl Alfonsín, che fece iniziare indagini contro i generali della Giunta militare.


Il film Argentina, 1985, scritto e diretto da Santiago Mitre è la storia del processo (civile e non militare) che si tenne ai nove membri che furono a capo della Giunta militare tra il 1976 e il 1983, accusati di crimini di guerra e contro l'umanità. Soprattutto, però, è la storia degli eroi di questo processo, ovvero del pubblico ministero Julio César Strassera (Ricardo Darín, che mi è piaciuto), incaricato di condurre l'accusa durante il processo e dei pochi collaboratori (tutti molto giovani, poiché chi era più esperto o più anziano non voleva correre il rischio o era filomilitare) che furono disposti a far parte della squadra che in quattro mesi dovette mettere su le prove contro la dittatura, ascoltando più di 800 testimoni dei rapimenti e delle torture messe in atto in ogni angolo del paese contro chi era sospettato di essere un eversore o di avere informazioni al riguardo. Il compito di Strassera, di Luis Moreno-Ocampo (Peter Lanzani), collaboratore e vice, e del loro team fu duro non solo per il poco tempo a disposizione, ma soprattutto perché fortemente messi sotto pressione dalle costanti minacce ricevute prima e dopo il processo contro sé stessi o le proprie famiglie. Anche durante il processo furono emessi molti allarmi bomba e alcuni attentati furono compiuti realmente.

Il film, disponibile su Prime Video da ottobre 2022, è stato molto interessante e ha esposto la storia con ordine e chiarezza, cercando di mostrare la storia dell'instaurazione del processo, dei molti risvolti politici e, al contempo, cercando di fornire spaccati di vita privata dei due stoici procuratori che guidavano l'accusa. Le testimonianze sono molto forti, un cazzottone nello stomaco e, in generale, il film non è di lieve digestione, affrontando di petto gli orrori del periodo della Riorganizzazione e le ipocrisie della successiva democrazia.

È un film composto, con un ritmo non lento, ma costante e che si prende il tempo, neanche abominevole, ma comunque importante (2 ore e 20 minuti), per raccontare i fatti.

L'ambientazione è opaca, sembra un film girato negli anni Ottanta, ma ha una fotografia molto curata e pulita. La scrittura è asciutta e priva di populismo o di idolatria verso i protagonisti, anche se la loro compostezza non basta a farceli apparire modesti funzionari pubblici nell'esercizio dei loro doveri, come ripete Strassera nel film. Proviamo simpatia per i modi e i valori di Strassera, apprensione per i suoi familiari, compatiamo la situazione familiare di Moreno-Ocampo e troviamo brillanti e scanzonati i giovani membri della squadra di accusa e il personaggio di Carlos Somigliana.

Il film è stato candidato come miglior film straniero a tutti i principali concorsi di quest'anno, Venezia, Golden Globes, BAFTA, Critics' Choice Awards e Oscar, vincendo il Golden Globe e il premio FIPRESCI alla Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia.

Giudizio: Per me non ha guizzi particolari, ma è ben fatto e molto interessante. ⭐⭐⭐ 1/2

Il ritorno di Brendan Fraser: the Whale

 L'ovazione di Venezia ha accolto un commosso Brandan Fraser al termine della proiezione di The whale, il nuovo film di Darren Aronofsky, adattamento di Samuel Hunter di una sua stessa opera teatrale. Dopodiché l'attore è stato candidato per la sua performance a Golden Globes, BAFTA, SAGA, Critic's Choice, Satellite Awards e Oscar.


Ha un taglio teatrale, in effetti, questo film: tutto ambientato nella casa -nel salotto- di un uomo obeso, Charlie (Brendan Fraser), istruttore universitario di corsi online sulla scrittura. In particolare nel corso del film sarà ossessionato dalla rilettura di una testina su Moby Dick (dai contenuti discutibili, ma sono americani e non se ne sono accorti, mentre mia sorella è stata male per tutta la visione, finché gli errori non sono stati in un certo senso giustificati). È un uomo solo e malato: ha divorziato dalla moglie anni prima per mettersi con l'amore della sua vita, Alan, che poi è morto; da allora non vede più la figlia Ellie (Sedie Sink, star di Stranger Things), con cui cercherà di ricucire i rapporti negli ultimi giorni della sua vita. Si occupa di lui l'amica e infermiera Liz (Hong Chau, candidata come miglior interprete non protagonista ai SAGA, ai BAFTA e agli Oscar), ma in quell'ultima settimana anche un altra persona cerca di salvare di Charlie, il missionario Thomas (Ty Simpkins).

Si tratta di un film tristissimo, che affronta marginalmente anche il binge eating, ma si concentra soprattutto sulla solitudine del personaggio, che si è lasciato andare dopo la morte del compagno. È un film sugli errori, sui rimpianti e anche sul non poter tornare indietro, molto severo, con una visione americana che non perdona i peccati e non concede salvezza, anche se uno sweet ending, perché happy decisamente non è, ce lo lascia come spiraglio in un'angoscia altrimenti imperante per due ore tonde. 

Una tristezza tendente al deprimente e una scrittura pietista, un ritmo molto lento, fino alla noia: non mi è piaciuto. Potrei anche essere satura di film ad alto tasso di depressione quest'anno e via via riesco ad accettarne sempre meno nel mio cuore. Questo non ci è rientrato.

La miglior cosa del film sono le interpretazioni, anche se, per essere onesta, ne ho preferite altre quest'anno, soprattutto nella categoria Miglior attrice non protagonista. Brendan Fraser non l'ho trovato superiore a Austin Butler o Colin Farrell, ma alla pari con questi.

Giudizio: ⭐

sabato 25 marzo 2023

L'ultimo capitolo della saga di Rocky (senza Rocky)

 Il terzo film della saga di Creed, spin off e sequel di quella di Rocky Balboa, non ha nel cast, dopo ben otto pellicole, Sylvester Stallone, che però è tra i produttori.


Il protagonista è Adonis Creed, figlio di Apollo, a cui Rocky fa da allenatore nei primi due film, entrambi molto piacevoli, soprattutto il primo, che nel 2015 mi aveva molto convinta, pur non essendo una fan della saga. Perché Stallone non è della partita nel terzo capitolo? L'attore ha dichiarato che la piega che stava prendendo la storia, nella scrittura di Keenan Coogler e Zach Baylin e sotto la direzione dell'interprete di Adonis, Michael B. Jordan, non incontrava il suo favore. 

I like my heroes getting beat up, but I just don’t want them going into that dark space. I just feel people have enough darkness.

Mi piace che i miei eroi si facciano picchiare, ma non voglio che vadano in quello spazio scuro. Sento solo che le persone hanno abbastanza oscurità.

Con queste parole, rilasciate in un'intervista a The Hollywood reporter, Stallone si sarebbe dissociato dal lavoro creativo svolto per Creed III.

In effetti i tre capitoli sono abbastanza duri col protagonista, ma questo ultimo è davvero più oscuro e più crudo, tornando a perseguitare Adonis un fantasma del suo passato. Jonathan Majors porta sullo schermo un uomo che cova in sé rancore e voglia di riscatto. Damian Anderson e Adonis Creed erano amici da ragazzi, quando Dame sembrava essere destinato a diventare un grande pugile. Ma Damien finisce in prigione per vent'anni e quando esce cerca l'amico di un tempo, che decide di aiutarlo nel suo sogno di riprendere la boxe facendolo allenare nella sua palestra, che gestisce con l'allenatore Duke, dopo essersi ritirato dal ring da campione in carica. Adonis sottovaluta però l'ambizione cieca di Dame e anche i sentimenti che cova nei suoi confronti. Tocca tornare a combattere.

La storia ci mostra una situazione iniziale idilliaca: Adonis con la sua ridente famigliola (al limite della leziosità), nonostante le difficoltà della figlia sordo muta. Poi, con l'ingresso in scena di Damien, una serie di cambiamenti (la salute della madre, i rapporti con Duke e Dame, la propria incapacità di aprirsi con la moglie ed esprimere i sentimenti) precipitano il protagonista in un vortice da cui fatica a uscire.

Il film è scorso abbastanza bene, con un ritmo discreto, ma che lascia poco spazio ai combattimenti sul ring. Il secondo tempo, in questo senso, è decisamente migliore.

L'esordio alla regia di Jordan è convincente. Fa uso anche del rallenty e di molti primi e primissimi piani. Nello scontro finale, per sottolineare l'intimità degli avversari, Adonis e Dame sono rappresentati isolati dallo stadio che li ospita. Il film, che è stato girato con la tecnologia IMAX, ha una bella fotografia e ne approfitta per esaltare i primi piani degli attori.

Il cast è bravo, in particolare mi è piaciuto tantissimo Jonathan Majors, credibile in tutte le sfaccettature che ci mostra il suo personaggio.

La musica, che ha caratterizzato così tanto tutti i capitoli di questa saga sequel, legandosi alla storia di Bianca (Tessa Thompson), moglie di Adonis, anche in questo caso è incisiva nei momenti clou del film.

Cosa mi è piaciuto: regia, Jonathan Majors

Cosa non mi è piaciuto: ritmo non sempre trascinante, poche scene ambientate sul ring, molte di più incentrate sul vortice nero in cui scivola il protagonista

Giudizio: film d'intrattenimento mediocre, inferiore ai primi due episodi ⭐⭐⭐

domenica 5 marzo 2023

Everything Everywhere All at Once è perfetto

 Il film con più nomination agli Oscar, ben undici (film, regia, sceneggiatura originale, montaggio, costumi, colonna sonora, canzone, Michelle Yeoh, Ke Huy Quan, Stephanie Hsu, Jamie Lee Curtis), quest'anno è Everything Everywhere All at Once dei due registi e sceneggiatori Daniel Kwan e Daniel Scheinert, detti anche Daniels per la condivisione del primo nome. 


In generale questo film sta macinando candidature (sei ai Golden Globes, dieci ai BAFTA, quattro ai SAGA, e altre ancore ad altri premi che non seguo abitualmente) e vittorie (le performance di Michelle Yeoh e Jonathan Ke Quan stanno convincendo ovunque e hanno già vinto i Golden Globes e rispettivamente la nomina di migliore attrice per il National Board of Review e migliore attore non protagonista ai Chicago Film Critics Association).

La storia è molto articolata e sceneggiatura e regia non danno un attimo di respiro allo spettatore, catapultato da una situazione a un'altra e anche da un universo all'altro. La storia è infatti quella di una famiglia cinese che abita negli Stati Uniti: la madre Evelyn (Michelle Yeoh) e il padre Waymond (Ke Huy Quan) mandano avanti una lavanderia e si stanno preparando a una giornata impegnativa. Sono in attesa della visita del padre (James Hong) di Evelyn, sempre molto critico nei confronti della figlia, che ha paura della sua reazione se gli presenterà la fidanzata della figlia (Stephanie Hsu), e devono recarsi a una revisione dei conti dalla severa signora Deirdre (Jamie Lee Curtis). In quella giornata, però, Evelyn riceverà la rivelazione che un pericolo incombe su tutti gli universi, nei quali una forma alternativa dei suoi cari ha una storia e un carattere diversi. Dovrà imparare in tutta fretta (e con lei lo spettatore) a districarsi in questo multiverso, se vorrà salvare la sua famiglia.

Per me questo film è stato una bomba: regia e montaggio sono sempre ben calibrati, alternando le parti di dialogo e di azione senza mai rallentare troppo il rimo e senza mai annoiare. Mi ero già innamorata della regia nella primissima scena in cui le immagini riflesse in un piccolo specchio rotondo danno il via alla narrazione. Le sequenze action sono pura goduria: sono coreografie chiare, dinamiche, ben comprensibili, ben illuminate e molto originali e divertenti. La scrittura è fresca e originale, ha delle trovate veramente geniali, ma tocca anche la corda dell'emozione nell'intrecciare i legami dei personaggi nei vari universi e dando una conclusione meravigliosa alla(e) storia(e). Le storie sono ricche e si susseguono rapidamente: allo spettatore è richiesta una certa velocità nel comprendere i meccanismi di funzionamento del multiverso e i suoi passaggi, ma in poche sequenze diventano chiari. Manca il tempo di rilassarsi, le emozioni si rincorrono e riempiono il tempo del film: due ore e dieci passano senza accorgersene, è un tempo giusto.

Le quattro interpretazioni candidate, ma si potrebbe mettere anche quella di James Hong, sono state incredibili: l'asticella era alzata dal dover cambiare personaggio al cambiare multiverso e restano tutti molto credibili. Ke Huy Quan compie delle trasformazioni incredibili: da marito pesticciato e timido a uomo realizzato e sicuro di sé, a combattente di una sorta di resistenza dell'Universo Alfa. Ha colto il punto Jamie Lee Curtis che ha ironizzato sul fatto che non molti attori forse avrebbero recitato come lui dopo 30 anni di stop: l'attore era infatti stato un divo bambino al tempo de I Goonies e di Indiana Jones e il tempio maledetto, ma poi non aveva più trovato mercato nel cinema ed è stato commovente il suo discorso al momento del ritiro del Golden Globe. Stephanie Hsu è al momento la mia preferita tra le Attrici non protagoniste, per me è stata stupenda. Michelle Yeoh è stata altrettanto brava, altrettanto brillante, altrettanto disinvolta e versatile e sono combattuta se preferisco la sua performance o quella di Ana de Armas, come lo sono per le interpreazioni di Ke Huy Quan e Barry Keogan.

Non ho altro da dire su questo film, che ho trovato grandioso, fresco, divertente, emozionante. Mi sono piaciuti l'intreccio, i colpi di scena, i personaggi in tutte le loro versioni, i guizzi geniali della sceneggiatura, il ritmo e la dinamicità della messa in scena, la regia: non riesco a trovargli un difetto. Tiferò questo film in molte categorie per cui è nominato, lo so già anche se mi mancano ancora diversi film da vedere.

Giudizio: 🥯🥯🥯🥯 1/2

Il realismo (non) violento di Niente di nuovo sul Fronte Occidentale

L'adattamento, scritto e diretto da Edward Berger, di Im Westen nichts Neues di Erich Maria Remarque è stato presentato al Toronto International Film Festival e non è stato solo candidato come miglior film straniero a Golden Globes, BAFTA e Oscar, ma per questi ultimi ha collezionato nove nomination totali (film, sceneggiatura non originale, fotografia, scenografia, trucco-acconciatura, effetti speciali, sonoro e colonna sonora, oltre a quella già citata). Il film si può trovare sulla piattaforma Netflix dallo scorso anno.


La storia è quella di alcuni giovani tedeschi, Paul e i suoi amici, che si arruolano nella Grande Guerra, convinti che avrebbero vissuto un'avventura da eroi e che, anche grazie a loro, la Germania avrebbe conseguito una vittoria schiacciante in breve tempo. Ma oltre a non essere di rapida risoluzione, il conflitto si rivelerà lontanissimo dalla gloriosa avventura che si attendevano. Mentre gli viene consegnata la divisa i ragazzi fremono d'impazienza, ignari che quelle casacche hanno vestito altri soldati che hanno conosciuto una triste fine. E poi il fango, la trincea, il terrore, il freddo, il lutto, la nostalgia di casa, dei genitori, delle fidanzate, la durissima vita di stenti. La guerra, senza poesia né retorica e senza nemmeno insistere sulla spettacolarità delle uccisioni, senza alcun intento splatter, ma senza negare la crudezza atroce delle trincee e delle battaglie, contrapposte alle scenografie scintillanti dei palazzi e dei treni in cui si decidono le sorti del conflitto. La storia principale si alterna, infatti, con le trattative della delegazione tedesca, tra cui figura Matthias Erzberger (Daniel Brühl) con quella francese, che, come sappiamo, imporrà a Compiègne le condizioni che porteranno alla pace infame, che tanta parte avrà nel destino degli anni a venire.

Ogni avanzamento di un esercito o di un altro è futile e quasi ridicolo. L'intento del film è mostrare con schiettezza la quotidianità dell'attesa, delle privazioni, della paura, la brutalità degli scontri, l'agonia dei feriti, l'ammasso di corpi maciullati con un livello di spietatezza e al contempo di oggettività estremo. I piccoli dettagli, le uniformi, le medagliette, i pasti sottolineano le miserie e i fugaci destini dei soldati. L'angoscia è scandita da una colonna sonora il cui tema principale è già iconico: tre note che ci trasmettono paura.

La scena dei carri armati ha una potenza visiva ed emotiva da pelle d'oca: è semplicemente agghiacciante. Regge meno il confronto con il libro la sequenza "Camerade", che è una delle ragioni principali della fama del romanzo, col brano riportato su ogni antologia didattica.

È certamente molto dura affrontare la visione di questo film (e ho temuto moltissimo due ore e mezza di un film di guerra, che come genere non è certo dei più divertenti), ma è un'esperienza emozionante e visivamente grandiosa: ha una fotografia straordinaria, precisa e limpida anche nei momenti più oscuri (al momento mi sbilancio a tifare per questo film in questa categoria). Gli armamenti e gli scontri sono bene evidenziati dagli effetti speciali e dal sonoro. Ho apprezzato anche alcune interpretazioni, prima tra tutte quella di Albrecht Schuch (Kat). Ma soprattutto ho adorato questa dissacrazione di ogni velleità romantica della guerra: non c'è eroismo, solo "squallore disgraziato" (si riconosce la citazione?) e grette miserie quotidiane. Il tutto esaltato da un comparto visivo e sonoro di alto livello.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ Un film spietato, molto difficile da vedere per la durezza e il realismo con cui è rappresentata la guerra, ma, anche per questo, bellissimo

sabato 18 febbraio 2023

Gli spiriti dell'isola: fiaba nera teatrale e macabra

Il film scritto e diretto da Martin McDonagh, Gli spiriti dell'isola, che ha concorso per il Leone d'Oro a Venezia, aggiudicandosi la Coppa Volpi (Colin Farrel) e il Premio Osella (sceneggiatura), si è meritato anche otto candidature ai Golden Globes (vincendo per il miglior attore protagonista e come miglior Commedia) e nove agli Oscar (film, regia, sceneggiatura originale, Colin Farrell, Barry Keogan, Brendan Gleeson, Kerry Condon, colonna sonora e montaggio).


Il pretesto per l'avvio è molto semplice: "non mi vai più a genio". Un pochino più motivato, ma a un certo punto della loro amicizia Colm (Gleeson), compositore e violinista, decide di rompere i rapporti con Pádraic (Farrell), che è incredulo, oltre ad avere l'orgoglio ferito e il cuore a pezzi, tanto da non rassegnarsi alla prima che tutto sia davvero finito. Su questa situazione semplicissima si innestano una serie di cause-effetti, che non si possono raccontare perché vanno scoperti in sala (il trailer non fa capire quasi niente, cerca solo di restituire l'atmosfera del film), in una catena di eventi inarrestabile che costituisce questa sceneggiatura molto efficace e di impianto chiaramente teatrale. Ogni passaggio è orchestrato in modo preciso come in un meccanismo i cui ingranaggi sono perfettamente oleati: la narrazione è pulita, senza sbavature, apprezzatissima.

La storia è ambientata nel 1923, sullo sfondo della guerra civile irlandese, di cui si sente parlare dai personaggi, che però sono estranei a quei conflitti che riguardano la Terraferma, li percepiscono lontani, mentre loro, confinati nella lenta vita isolana di Inisherin, vivono contrasti e malumori più quotidiani, ma non meno viscerali.

Il tono è metà giocoso, con alcune battute molto divertenti, e metà grottesco, come in una fiaba nera in cui, infatti, compaiono anche le Banshees, gli spiriti annunciatori di disgrazie, che poi sono mantenute (mi sono data anche una mia interpretazione al riguardo), spostando velatamente la narrazione sul genere fantastico. Il grottesco in questo film si sposta fino al macabro, accentuato e molto insistito, anche se cartoonesco: è sopportabile, ma occupa molta parte della storia, quasi troppa, vi viene pesantemente posto l'accento, come se il regista lo eleggesse a elemento cardine. Il finale resta un po' aperto e a me lascia anche un dubbio sul personaggio di Colm.

La storia è ricca di personaggi che animano l'isola, un po' più che comparse, molto pittoreschi: c'è il barista diplomatico, la gestrice dell'emporio avida di pettegolezzi, il poliziotto violento, la vecchia megera, che come in tutte le fiabe non è mai quello che sembra, lo scemo del villaggio, che però interpretato da Barry Keogan ha una credibilità e un'autenticità non comuni (una delle mie interpretazioni preferite nella categoria Attori Non Protagonisti per gli Oscar). Altro ruolo importante, quello della sorella di Pádraic, Siobhán (Kerry Condon), combattuta tra prendersi cura del fratello, uomo semplice e illetterato, ma gentile, e perseguire i propri obiettivi personali.

Le interpretazioni conferiscono davvero un'anima a tutti questi personaggi: è un'esperienza immersiva, si entra davvero nel mondo di Inisherin, i cui bellissimi paesaggi sono, oltretutto, fotografati al meglio. Mi sono molto piaciuti i coprotagonisti, anche se ancora non so se Colin Farrell sarà il mio preferito, ma mi ha convinto molto e dà corpo a un ruolo che abitualmente non gli tocca. Trovo Gleeson sempre impeccabile, qualunque personaggio gli sia assegnato, e qui è stato davvero preciso e in parte, ma l'interpretazione che ho davvero trovato perfetta è stata quella di Keogan. Nella cinquina delle attrici non protagoniste, invece, ora che ho visto Everything Everywhere All at Once, ha pane per i suoi denti la comunque brava Kerry Condon.

In conclusione, però, malgrado questo film non abbia difetti (è pure più corto dei polpettoni che stanno uscendo ultimamente, sotto le due ore, che occupa per intero, e la sceneggiatura è così ben scritta -questo è il motivo per cui è contenuto- che non lascia niente da tagliare), non ha incontrato il mio gusto, probabilmente per il genere, per la storia in sé, che non mi ha interessato e conquistato davvero, e per il macabro molto sottolineato visivamente. È puramente una questione di gusto personale, perché tecnicamente il film è perfetto e consiglio ugualmente la sua visione.

Cosa mi è piaciuto: scritto benissimo, ottime recitazioni, ambientazione che ricrea il fascino di un villaggio irlandese in modo davvero piacevole

Cosa non mi è piaciuto: Jenny (chi ha visto sa), vicenda per me poco interessante, macabro

Giudizio: ⭐⭐⭐1/2

giovedì 9 febbraio 2023

I lati più fragili della più famosa bionda del cinema

 La conosciamo universalmente come sex symbol e diva per eccellenza, ma nel libro di Joyce Carol Oates e nell'omonimo film che adatta il romanzo, Blonde, scritto e diretto da Andrew Dominik, si esplorano i lati più fragili di Marilyn Monroe, celati dietro quella maschera di bionda svampita e frivola.


Presentato in anteprima al Festival del Cinema di Venezia prima di approdare sulla piattaforma Netflix, su cui l'ho recuperato la settimana scorsa, il film affronta la vita di Norma Jeane Mortenson (al secolo Marilyn Monroe) dall'infanzia alla morte, soffermandosi quasi esclusivamente sui momenti più dolorosi, mortificanti e svilenti della sua esistenza in un susseguirsi di apici del dolore: la madre che la picchiava e che tentò di affogarla da bambina, l'abbandono in orfanotrofio; la malattia della madre e il rapporto di assenza con entrambi i genitori; la violenza sessuale che la portò a debuttare nel mondo del cinema dopo le fotografie fatte come modella; il continuo svilimento della sua persona in quanto donna-oggetto che aveva un corpo stupendo e basta; quel ruolo da bellissima ma stupida che non riusciva a staccarsi di dosso (perché in quegli anni eri il personaggio che rappresentavi al cinema la prima volta, dentro e al di fuori del set, con tanto di sorpresa nello scoprire che poi la ragazza leggeva Dostoevskij e aspirava a interpretare i personaggi di Cechov); la dissociazione tra Norma e Marilyn; i matrimoni e le relazioni in cui o veniva picchiata o sfruttata; gli aborti; la solitudine, le droghe. A un certo punto mi è venuto spontaneo chiedermi perché fossero stati scelti solo questi spaccati (mi sono ricordata che la nostra diva aveva anche recitato al fianco di Laurence Olivier, per esempio, e ho ipotizzato che qualche soddisfazione nella carriera forse le sarà giunta), ma la risposta è subito apparsa evidente: non solo una precisa scelta di chi ha scritto almeno la sceneggiatura (non so dire del romanzo), ma l'inevitabile risultato degli eventi che hanno segnato la sua storia.

Come si può facilmente comprendere dalla trama, questo film è stato un calvario: tutto questo dolore condensato in due ore e quarantacinque minuti non lasciano la possibilità di riprendersi un istante. Ed è un peccato che temi importanti e sottovalutati come quelli che il film porta siano stati affrontati proprio in questa pellicola così controversa che ha spaccato la critica, riuscendo a farsi candidare per la straordinaria interpretazione di Ana de Armas ai principali premi cinematografici dell'anno (Golden Globe, BAFTA, SAGA, Oscar) e contemporaneamente a otto (il maggior numero di nomination di quest'anno) peggiori performance ai Razzie Awards: peggior film, peggior prequel-remake-rip-off-sequel, peggior regista, peggior sceneggiatura, peggiori attori non protagonisti (Xavier Samuel e Evan Williams), peggiori coppie.

Il film in effetti ha diversi problemi e probabilmente la scrittura e la regia, che ha alcune scene veramente girate in modo strano, con riprese dal basso in movimento, riprese da video della comunione e scene fanta-cartoonesche dei feti.

Malgrado la discutibilità della messa in scena, ci sono state scene che mi hanno veramente devastata emotivamente per gli eventi raccontati: fino al matrimonio con Miller ero "solo" scossa. La sequenza in cui si inserisce la splendida canzone di Nick Cave and the Bad Seeds, Bright Horses (mannaggia, poteva ricevere una candidatura!), mi ha proprio strappato il cuore a brandelli e ho cominciato a piangere da quel momento per poi precipitare in un vortice di degrado e lacrime. Finito il film (rendiamoci conto che due ore e 45 minuti così sono un buco nero che assorbe ogni briciolo di serenità, speranza e buonumore), che ho visto da sola sul divano, sono stata angosciata per tutto il resto della serata. Questo effetto "Dissennatore" avrebbe dovuto imporre una durata più contenuta al film, per porre fine alla mia agonia molto prima. Ma, come sempre, niente poteva lo stesso giustificare la sua mastodontica lunghezza: una quarantina di minuti sarebbero potuti tranquillamente essere tagliati.

Riguardo alle interpretazioni, dopo aver visto Ana de Armas, trovo difficile credere che qualsiasi altra attrice possa piacermi altrettanto e, nel momento in cui scrivo, è la mia preferita nella cinquina per l'Oscar. Devo dire di aver trovato molto valida la recitazione di Adrien Brody nella piccola particina che ha avuto come secondo marito di Marilyn, nella scena in cui per la prima volta si confrontano Norma e Arthur.

In conclusione...

Cosa mi è piaciuto: Ana de Armas, Adrien Brody, Bright Horses

Cosa non mi è piaciuto: tutta la messa in scena e questo abisso della disperazione

Giudizio: ⭐⭐ 1/2