sabato 18 febbraio 2023

Gli spiriti dell'isola: fiaba nera teatrale e macabra

Il film scritto e diretto da Martin McDonagh, Gli spiriti dell'isola, che ha concorso per il Leone d'Oro a Venezia, aggiudicandosi la Coppa Volpi (Colin Farrel) e il Premio Osella (sceneggiatura), si è meritato anche otto candidature ai Golden Globes (vincendo per il miglior attore protagonista e come miglior Commedia) e nove agli Oscar (film, regia, sceneggiatura originale, Colin Farrell, Barry Keogan, Brendan Gleeson, Kerry Condon, colonna sonora e montaggio).


Il pretesto per l'avvio è molto semplice: "non mi vai più a genio". Un pochino più motivato, ma a un certo punto della loro amicizia Colm (Gleeson), compositore e violinista, decide di rompere i rapporti con Pádraic (Farrell), che è incredulo, oltre ad avere l'orgoglio ferito e il cuore a pezzi, tanto da non rassegnarsi alla prima che tutto sia davvero finito. Su questa situazione semplicissima si innestano una serie di cause-effetti, che non si possono raccontare perché vanno scoperti in sala (il trailer non fa capire quasi niente, cerca solo di restituire l'atmosfera del film), in una catena di eventi inarrestabile che costituisce questa sceneggiatura molto efficace e di impianto chiaramente teatrale. Ogni passaggio è orchestrato in modo preciso come in un meccanismo i cui ingranaggi sono perfettamente oleati: la narrazione è pulita, senza sbavature, apprezzatissima.

La storia è ambientata nel 1923, sullo sfondo della guerra civile irlandese, di cui si sente parlare dai personaggi, che però sono estranei a quei conflitti che riguardano la Terraferma, li percepiscono lontani, mentre loro, confinati nella lenta vita isolana di Inisherin, vivono contrasti e malumori più quotidiani, ma non meno viscerali.

Il tono è metà giocoso, con alcune battute molto divertenti, e metà grottesco, come in una fiaba nera in cui, infatti, compaiono anche le Banshees, gli spiriti annunciatori di disgrazie, che poi sono mantenute (mi sono data anche una mia interpretazione al riguardo), spostando velatamente la narrazione sul genere fantastico. Il grottesco in questo film si sposta fino al macabro, accentuato e molto insistito, anche se cartoonesco: è sopportabile, ma occupa molta parte della storia, quasi troppa, vi viene pesantemente posto l'accento, come se il regista lo eleggesse a elemento cardine. Il finale resta un po' aperto e a me lascia anche un dubbio sul personaggio di Colm.

La storia è ricca di personaggi che animano l'isola, un po' più che comparse, molto pittoreschi: c'è il barista diplomatico, la gestrice dell'emporio avida di pettegolezzi, il poliziotto violento, la vecchia megera, che come in tutte le fiabe non è mai quello che sembra, lo scemo del villaggio, che però interpretato da Barry Keogan ha una credibilità e un'autenticità non comuni (una delle mie interpretazioni preferite nella categoria Attori Non Protagonisti per gli Oscar). Altro ruolo importante, quello della sorella di Pádraic, Siobhán (Kerry Condon), combattuta tra prendersi cura del fratello, uomo semplice e illetterato, ma gentile, e perseguire i propri obiettivi personali.

Le interpretazioni conferiscono davvero un'anima a tutti questi personaggi: è un'esperienza immersiva, si entra davvero nel mondo di Inisherin, i cui bellissimi paesaggi sono, oltretutto, fotografati al meglio. Mi sono molto piaciuti i coprotagonisti, anche se ancora non so se Colin Farrell sarà il mio preferito, ma mi ha convinto molto e dà corpo a un ruolo che abitualmente non gli tocca. Trovo Gleeson sempre impeccabile, qualunque personaggio gli sia assegnato, e qui è stato davvero preciso e in parte, ma l'interpretazione che ho davvero trovato perfetta è stata quella di Keogan. Nella cinquina delle attrici non protagoniste, invece, ora che ho visto Everything Everywhere All at Once, ha pane per i suoi denti la comunque brava Kerry Condon.

In conclusione, però, malgrado questo film non abbia difetti (è pure più corto dei polpettoni che stanno uscendo ultimamente, sotto le due ore, che occupa per intero, e la sceneggiatura è così ben scritta -questo è il motivo per cui è contenuto- che non lascia niente da tagliare), non ha incontrato il mio gusto, probabilmente per il genere, per la storia in sé, che non mi ha interessato e conquistato davvero, e per il macabro molto sottolineato visivamente. È puramente una questione di gusto personale, perché tecnicamente il film è perfetto e consiglio ugualmente la sua visione.

Cosa mi è piaciuto: scritto benissimo, ottime recitazioni, ambientazione che ricrea il fascino di un villaggio irlandese in modo davvero piacevole

Cosa non mi è piaciuto: Jenny (chi ha visto sa), vicenda per me poco interessante, macabro

Giudizio: ⭐⭐⭐1/2

giovedì 9 febbraio 2023

I lati più fragili della più famosa bionda del cinema

 La conosciamo universalmente come sex symbol e diva per eccellenza, ma nel libro di Joyce Carol Oates e nell'omonimo film che adatta il romanzo, Blonde, scritto e diretto da Andrew Dominik, si esplorano i lati più fragili di Marilyn Monroe, celati dietro quella maschera di bionda svampita e frivola.


Presentato in anteprima al Festival del Cinema di Venezia prima di approdare sulla piattaforma Netflix, su cui l'ho recuperato la settimana scorsa, il film affronta la vita di Norma Jeane Mortenson (al secolo Marilyn Monroe) dall'infanzia alla morte, soffermandosi quasi esclusivamente sui momenti più dolorosi, mortificanti e svilenti della sua esistenza in un susseguirsi di apici del dolore: la madre che la picchiava e che tentò di affogarla da bambina, l'abbandono in orfanotrofio; la malattia della madre e il rapporto di assenza con entrambi i genitori; la violenza sessuale che la portò a debuttare nel mondo del cinema dopo le fotografie fatte come modella; il continuo svilimento della sua persona in quanto donna-oggetto che aveva un corpo stupendo e basta; quel ruolo da bellissima ma stupida che non riusciva a staccarsi di dosso (perché in quegli anni eri il personaggio che rappresentavi al cinema la prima volta, dentro e al di fuori del set, con tanto di sorpresa nello scoprire che poi la ragazza leggeva Dostoevskij e aspirava a interpretare i personaggi di Cechov); la dissociazione tra Norma e Marilyn; i matrimoni e le relazioni in cui o veniva picchiata o sfruttata; gli aborti; la solitudine, le droghe. A un certo punto mi è venuto spontaneo chiedermi perché fossero stati scelti solo questi spaccati (mi sono ricordata che la nostra diva aveva anche recitato al fianco di Laurence Olivier, per esempio, e ho ipotizzato che qualche soddisfazione nella carriera forse le sarà giunta), ma la risposta è subito apparsa evidente: non solo una precisa scelta di chi ha scritto almeno la sceneggiatura (non so dire del romanzo), ma l'inevitabile risultato degli eventi che hanno segnato la sua storia.

Come si può facilmente comprendere dalla trama, questo film è stato un calvario: tutto questo dolore condensato in due ore e quarantacinque minuti non lasciano la possibilità di riprendersi un istante. Ed è un peccato che temi importanti e sottovalutati come quelli che il film porta siano stati affrontati proprio in questa pellicola così controversa che ha spaccato la critica, riuscendo a farsi candidare per la straordinaria interpretazione di Ana de Armas ai principali premi cinematografici dell'anno (Golden Globe, BAFTA, SAGA, Oscar) e contemporaneamente a otto (il maggior numero di nomination di quest'anno) peggiori performance ai Razzie Awards: peggior film, peggior prequel-remake-rip-off-sequel, peggior regista, peggior sceneggiatura, peggiori attori non protagonisti (Xavier Samuel e Evan Williams), peggiori coppie.

Il film in effetti ha diversi problemi e probabilmente la scrittura e la regia, che ha alcune scene veramente girate in modo strano, con riprese dal basso in movimento, riprese da video della comunione e scene fanta-cartoonesche dei feti.

Malgrado la discutibilità della messa in scena, ci sono state scene che mi hanno veramente devastata emotivamente per gli eventi raccontati: fino al matrimonio con Miller ero "solo" scossa. La sequenza in cui si inserisce la splendida canzone di Nick Cave and the Bad Seeds, Bright Horses (mannaggia, poteva ricevere una candidatura!), mi ha proprio strappato il cuore a brandelli e ho cominciato a piangere da quel momento per poi precipitare in un vortice di degrado e lacrime. Finito il film (rendiamoci conto che due ore e 45 minuti così sono un buco nero che assorbe ogni briciolo di serenità, speranza e buonumore), che ho visto da sola sul divano, sono stata angosciata per tutto il resto della serata. Questo effetto "Dissennatore" avrebbe dovuto imporre una durata più contenuta al film, per porre fine alla mia agonia molto prima. Ma, come sempre, niente poteva lo stesso giustificare la sua mastodontica lunghezza: una quarantina di minuti sarebbero potuti tranquillamente essere tagliati.

Riguardo alle interpretazioni, dopo aver visto Ana de Armas, trovo difficile credere che qualsiasi altra attrice possa piacermi altrettanto e, nel momento in cui scrivo, è la mia preferita nella cinquina per l'Oscar. Devo dire di aver trovato molto valida la recitazione di Adrien Brody nella piccola particina che ha avuto come secondo marito di Marilyn, nella scena in cui per la prima volta si confrontano Norma e Arthur.

In conclusione...

Cosa mi è piaciuto: Ana de Armas, Adrien Brody, Bright Horses

Cosa non mi è piaciuto: tutta la messa in scena e questo abisso della disperazione

Giudizio: ⭐⭐ 1/2

martedì 7 febbraio 2023

Il primo giorno della mia vita mi è piaciuto tantissimo

Il nuovo film diretto da Paolo Genovese è l'adattamento, scritto insieme a Paolo Costella, Rolando Ravello (che erano anche co-sceneggiatori di Perfetti Sconosciuti) e Isabella Aguilar, del romanzo dello stesso regista, Il primo giorno della mia vita. Mi è piaciuto così tanto che credo mi procurerò il libro.


La storia ha inizio in una notte di pioggia a Roma: un uomo (Toni Servillo) sta facendo salire in auto alcune persone, un uomo (Valerio Mastrandrea), Napoleone, una ragazza su una sedia a rotelle (Sara Serraiocco), Emilia, una poliziotta (Margherita Buy), Arianna, per condurli all'Hotel Columbia, poiché hanno accettato di dargli una settimana di tempo per provare a far loro cambiare prospettiva.

Non mi è possibile dire altro della trama senza rischiare di svelare sorprese (che magari dal trailer si intuiscono anche). In altre occasioni ho rivelato anche molto di più, ma trovo che in questo particolare contesto sia proprio bello scoprire tutto in sala e raccomando fortissimamente di vedere questo film.

A me piacque molto anche Perfetti Sconosciuti (ho trascinato il mio compagno a recuperarlo, quando di solito me lo porto dietro solo per film action-thriller-avventura) e Tutta colpa di Freud, anche questo visto un paio di volte, fatto abbastanza insolito per me. 

In tutti questi tre casi Paolo Genovese non era solo alla regia, ma anche nella sceneggiatura e in tutti questi tre casi l'ho trovata molto ben scritta. Ne Il primo giorno della mia vita i personaggi non sono stereotipati o tagliati con l'accetta, non sono nemmeno sfaccettati al massimo, ma sono abbastanza approfonditi: Napoleone più di tutti, ma abbastanza anche Emilia; un pochino meno i personaggi di Arianna e del piccolo Daniele. I dialoghi sono stati in molti casi brillanti, esclusa qualche frase un po' plateale, ma sono pochissime. La situazione creata è molto interessante e originale e le regole che sono stabilite vengono abbastanza rispettate, a meno che non sia spiegato allo spettatore il motivo per cui sono sospese. La storia ha molto da dire (e lo fa in solo due ore, cosa possibilissima, anche se a Hollywood non se ne sono ancora accorti), toccando uno stesso argomento da quattro (più una) prospettive diverse, ognuna diversa, alcune poggiate su motivazioni più tangibili, ma una no (e per questo è quella più bella e controversa da affrontare). Ci sono alcuni colpi di scena, alcune sorprese in questo racconto, che lascia in sospeso lo spettatore fino all'ultimo (anche se l'ultima scena era un briciolo telefonata). L'emozione c'è, molto spesso trattenuta: non è un film che fa piangere, fa più riflettere. Non mi stava piacendo nelle prime scene: era molto buio e anche il sonoro sembrava spento, durante quella notte piovosa e oscura, ma quando inizia questa settimana "di prova" l'illuminazione cambia.

Le recitazioni sono state precise e mi sono piaciute, anche Margherita Buy, che in altre occasioni mi ha lasciata più tiepida. Toni Servillo sempre ad alti livelli, Valerio Mastrandrea vestiva una parte aderentissima alla sua recitazione. Si rivede anche Elena Lietti, che sta girando un film (di successo) dopo l'altro: era anche in Le otto montagne e Siccità.

Il ritmo regge, le storie sono interessanti e la suspense sulle decisioni dei personaggi fa sì di voler andare avanti, di voler sapere come va a finire. Gli spaccati sul futuro dei personaggi ci lasciano ancora una curiosità insoddisfatta.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐

lunedì 30 gennaio 2023

Il nuovo film di Chazelle è una Babilonica confusione

Facciamo una premessa molto scomoda: io ho detestato e detesto tuttora La La Land, cioè il film considerato dall'intero pianeta il "capolavoro" di Damien Chazelle.

Era il 2017. Ormai resto sveglia ad assistere alla Notte degli Oscar dal 2014. Di solito le cerimonie si svolgono con ordine e ben cadenzate da riti istituzionali. A parte lo schiaffo dell'anno scorso e qualche momento divertente o emozionante, come il selfie di Ellen DeGeneres o le esibizioni canore di Justin Timberlake e del duo Lady Gaga-Gary Cooper, nessuna premiazione è stata più memorabile di quella del 2017. Io e mia sorella avevamo passato tutta la sera a tifare contro La La Land, ma, una dopo l'altra, eravamo rassegnate a vedergli conquistare statuette su statuette. Tutto già scritto, nessuna sorpresa. E invece la sorpresa ci fu eccome. La storia ricorderà per sempre Warren Beatty che apre la busta e legge perplesso. Un breve momento di panico, poi Faye Dunaway lo invita a smettere di scherzare, ma il divo resta attonito e così le passa la busta. La Dunaway prende in mano la situazione e annuncia La La Land. La produzione e il cast si abbracciano e saltellano baldanzosi verso il palco: baci, lacrime, Jordan Horowitz sta ringraziando tutti. Ma qualcosa non va. Mentre è il turno di Marc Platt ai ringraziamenti, gli altri produttori aggrottano le sopracciglia e un addetto ai lavori comincia a controllare quelle buste rosse. Fred Berger non riesce a concludere i suoi ringraziamenti. C'è confusione e lo stesso Horowitz svela il colpo di scena e il contenuto della busta corretta: il vero vincitore è Moonlight e molto galantemente il produttore resta sul palco per consegnare personalmente la statuetta a Barry Jenkins, che abbraccia. Il nome nella busta che Beatty e Dunaway avevano in mano è in realtà quello di Emma Stone, già annunciata come vincitrice ormai da diverse decine di minuti. Il cast di Moonlight è sbalordito e si abbraccia stupefatto e io e mia sorella altrettanto! Il più bel plot twist della notte degli Oscar. Non che Moonlight ci piacesse di più, ma avevamo maggiore avversione per La La Land. Non è che non mi piace, si tratta di autentica, viscerale antipatia. Chissà da quanto tempo non restava così scioccato il pubblico a una serata dell'Academy. Da quando Benigni ha marciato sullo schienale delle sedie per salire sul palco a ritirare l'Oscar, probabilmente, o da quando ci è salita Sacheen Littlefeather al posto di Marlon Brando.

Procediamo con una seconda premessa: l'ultima fatica scritta e diretta da Damien Chazelle dura sicuramente troppo. Tre ore e dieci erano troppe già prima che ne cominciassi la visione. Qualunque film di quella durata è eccessivamente lungo, escludendo forse la trilogia de Il Signore degli Anelli, in cui il materiale è talmente tanto e il tono così epico che era difficile accorciarlo molto (anche se ne Le Due Torri si poteva e si doveva fare). Anche Avatar 2 è troppo lungo di almeno mezz'ora-quaranta minuti. Nel particolare caso di Babylon, inoltre, le recensioni, che ne hanno preceduto l'arrivo in Italia e che lo stroncavano in termini mica tanto gentili, facevano intendere che quelle tre ore e dieci minuti sarebbero pure state di sofferenza.

Così sono arrivata in sala un tardo pomeriggio (sconsiglio l'orario serale per una lunghezza così impegnativa) di un giorno feriale, quasi col patema d'animo all'idea di (non) affrontare un'impresa che sembrava titanica. Ma è andata meno peggio del previsto.


La storia si ambienta tra Anni Venti e Anni Trenta del secolo scorso a Hollywood, nel dorato ("ma non troppo" ci dice il film) mondo del cinema, precisamente tra gli ultimi fasti del cinema muto e i primi anni del sonoro. Il film inizia con i preparativi per una festa di proporzioni gigantesche a casa del più importante produttore di Hollywood, Don Wallach (che somiglia proprio tanto a Harvey Weinstein, fisicamente e nel timore che suscita la sua apparizione): alcol a fiumi, droghe a chili, musica, orge e la già famosa scena dell'elefante, che in un momento di eccessiva ansia evacua in primo piano. La scena, a mio parere, è anche riuscita e divertente, ma è già celebre per l'irriverenza della ripresa e il suo sottintendere che il bersaglio era la telecamera. Anche la sequenza della festa ha fatto parlare di sé, ma non mi è sembrata tanto esagerata, quanto poco verosimile, checché se ne possa dire degli Anni Venti. Trovo sia un peccato che si parli così tanto di queste prime due sequenze e molto meno di altro, perché sono entrambe poste prima del titolo del film, che è ancora tutto da vedersi.
Il protagonista della storia è il messicano Manny (Diego Calva), vagamente ispirato a Rene Cadorna, che al momento dei preparativi è al soldo degli organizzatori di casa Wallach, ma che in breve tempo si ritroverà a lavorare nel mondo del cinema. Sarà proprio la sua storia quella di cui seguiremo le evoluzioni, intrecciandosi con le vicende degli altri attori che Chazelle ha voluto rappresentare. 

Partiamo dai due comprimari di Diego Calva. Già The Artist trattò questo tema, storicamente corretto: molti attori versatili per la recitazione nei film muti, che erano venerati al punto di generare il fenomeno del divismo negli Anni Dieci e Venti, non erano altrettanto portati per la recitazione vocale o avevano voci sgraziate e finirono per non avere più il loro spazio nel cinema, cadendo in disgrazia. Se in The Artist questa storia è raccontata attraverso il personaggio di George Valentin, in Babylon invece vengono usati ben due personaggi e due linee narrative distinte per rappresentarla. Da una parte abbiamo Jack Conrad (Brad Pitt), che dovrebbe riprendere la storia di John Gilbert, con cui condivide un alto numero di divorzi e la fine della carriera dovuta al "miagolio" della voce. Dall'altra però non abbiamo la controparte che Bérénice Bejo era in The Artist, cioè l'attrice che nel sonoro fa carriera relegando la vecchia guardia nel dimenticatoio, ma abbiamo una seconda attrice di cui si descrive la discesa. Per la precisione, incontriamo Nellie Le Roy (Margot Robbie) all'inizio del film, quando ancora è una sconosciuta che fa innamorare il giovane Manny, legandolo per sempre alla sua figura e, in qualche modo, anche alla sua fulminea carriera. Nellie è infatti notata da una regista per il suo talento espressivo durante una sostituzione fortuita e sale rapidissimamente alla ribalta, ma i suoi eccessi e le difficoltà a lavorare nel sonoro la condurranno in modo altrettanto veloce a consumarsi e ad autodistruggersi. Per alcuni aspetti questo personaggio rimanda all'attrice Clara Bow, che ebbe però una carriera molto più brillante, recitando anche in Ali, il primo film a vincere il premio Oscar nella categoria Miglior Produzione (che è divenuta poi Miglior Film) nel 1929, anno in cui fu assegnato per la prima e ultima volta anche l'Oscar alla Miglior Produzione Artistica ad Aurora di Murnau.

I due personaggi di Pitt e Robbie vogliono denunciare l'ipocrisia di Hollywood, che organizza baccanali e poi fa la morale, che lusinga e poi dimentica ciò che diventa troppo vecchio o imbarazzante, mentre ne succhia l'anima finché la gallina fa le uova d'oro. Questo aspetto di sfruttamento si legge anche negli altri due personaggi a cui, però, il film dà il compito principale di rappresentare il razzismo imperante nei vertici Hollywoodiani. Chi non è nato bianco e benestante non sarà mai davvero accettato: sarà usato e poi nascosto o gettato.

Così è per Lady Fay Zhu (Li Jun Li), personaggio che ha l'ingrato compito di rappresentare due minoranze: la provenienza da una famiglia cinese di commercianti e l'orientamento sessuale lesbico. Fay Zhu sarebbe ispirata in parte a Anna May Wong e in (minima) parte a Marlene Dietrich, ma solo in una scena indossa abiti maschili come feceva, a volte, la Dietrich. Per ottimizzare il numero di personaggi, si condensa in lei anche il ruolo di scrittrice di didascalie, che diventano obsolete nei film sonori, rendendo superfluo quel tipo di lavoro.

Il razzismo ha modo di essere rappresentato anche attraverso il personaggio di Sidney Palmer (Jovan Adepo), quando una branca di produzione si specializza in film con attori di colore e recluta a tal scopo questo trombettista jazz. Palmer però incarna anche qualcos'altro, strettamente connesso alla libertà del suo stile musicale, che gli consentirà un destino più fortunato degli altri personaggi.

Questi quattro attori, la cui scrittura non mi soddisfa del tutto perché sono più ruoli che personaggi, sono uniti nello scopo di denunciare il marcio di Hollywood, ma al contempo questa denuncia è contraddetta dal loro essere infatuati dal cinema, dal set. In particolare il personaggio di Brad Pitt (e nella parte iniziale del film lo fanno anche Manny e Nellie) a più riprese proclama la grandezza del cinema, la sua importanza per gli spettatori, la pubblica utilità dell'attore. Più didascalico di così non credo potessero scriverlo.

Ultimo ruolo-personaggio molto strano perché (anche lei) doveva condensare più ruoli in uno, è quello dell'opinionista Elinor St. John (Jean Smart). A tratti appresenta la morale imperante, aiuta a un certo punto Nellie come un Pigmalione, a tratti raffigura l'origine del gossip e incarna la stampa che fa e disfà, che crea il mito del divo, come la figura di Elinor Glyn ha fatto con Rodolfo Valentino o Clara Bow, ma che può anche affondare il suo stesso prodotto. Verso la fine del film il suo personaggio avrà la sua parte di dialoghi didascalici sulla sua categoria e su quella degli attori.

Le recitazioni del film, compresa quella di Tobey McGuire (del cui personaggio non posso raccontare niente, a differenza di quelli ispirati a biografie vere), sono una delle parti più convincenti del film. Penso soprattutto all'interpretazione di Margot Robbie, che ho trovato strepitosa. Considerando la premiazione come miglior attrice di Emma Stone proprio per l'altro film di Chazelle, in cui aveva anche una scena molto simile a quella girata in Babylon (autocitazione!), o nel caso del 2017 sono stati troppo generosi, o quest'anno non è stato reso il giusto merito alla Robbie, che ho trovato superiore alla Stone sulle due performance in questione. Margot Robbie non ha ricevuto nessuna candidatura ai Premi Oscar di quest'anno, ma l'aveva ricevuta ai Golden Globes come migliore attrice nella categoria Musical/Comedy. Nella stessa categoria era stato nominata l'interpretazione come miglior attore di Diego Calva, che non avevo mai visto recitare, ma che mi è piaciuto moltissimo. Anche Brad Pitt aveva ricevuto una nomination ai Golden Globes come attore non protagonista.

Il film però non è stato escluso dalla corsa agli Oscar, ricevendo tre nomination: ai migliori costumi (di Mary Zophres), che francamente trovo discutibile, alla migliore scenografia (di Anthony Carlino e Florencia Martin), che ci può stare, e alla colonna sonora, che è probabilmente la cosa migliore del film, sempre azzeccata rispetto al contesto e molto scoppiettante. Justin Hurwitz, già due volte premio Oscar per La La Land -colonna sonora e canzone, che avevano vinto proprio tutto dai Golden Globes al BAFTA-, ha già vinto il Golden Globe e si prepara a raggiungere un probabile "triplete" all'Academy.

Fin qui ho potuto parlare di tutto ciò che si può definire bianco o nero nel film, ma le cose si fanno dure su tutto quello che invece ha diviso la critica.

In primis, il ritmo. Avevo letto che era molto discontinuo, con un primo tempo molto più veloce del secondo tempo, dove c'era un crollo netto. A me invece il ritmo è apparso sì discontinuo, ma senza differenze così significative sancite dall'intervallo: il ritmo per me è stato molto lento, con sequenze anche noiose fin da subito, per esempio quando compare Nellie, alternate a cinque-sei sequenze frenetiche, distribuite nel corso del film (tre-quattro nella prima parte e due nella seconda, circa), di cui un paio al cardiopalma. Ma sono un'alterazione momentanea di una calma altrimenti piatta, non immobile e insopportabile, ma che si è presa tutto il tempo (troppo, sempre quella buona mezz'ora di troppo) per raccontarti le vicende.

Lo stesso discorso può essere fatto per il montaggio. Ci sono due sequenze, una poco dopo il titolo del film e quella finale, in cui il montaggio è ultra frenetico, quasi nevrotico per la velocità con cui si susseguono i tagli, ma con risultati, per me, totalmente opposti.

Nel primo caso abbiamo una lunga sequenza che si svolge dopo la festa, che rappresenta il cambio di rotta per Manny e Nellie, una svolta nelle loro vite: entrambi approdano su un set cinematografico e sono fagocitati dalla sua immensità e dalla sua frenesia. In questo caso quel montaggio veloce quasi da far girare la testa ci stava, contribuiva a rendere benissimo il senso di quella sequenza. Le scene parlavano, raccontavano senza bisogno di tutti i sottotitoli che sono stati messi nei dialoghi di Pitt. Quella sequenza vale il prezzo del biglietto e le tre ore, altrimenti mal spese, di quel pomeriggio: è stata una delle cose più belle visivamente che ho trovato al cinema ultimamente. Ne ero entusiasta.

Al contrario questo stesso tipo di montaggio sulla sequenza finale che inanella spezzoni di questa stessa pellicola (autocitazione al quadrato!), spezzoni di altre opere cinematografiche famose, in ordine secondo il programma delle lezioni di storia del cinema, e un trip di colori psichedelici che, okay, mi vuoi far vedere che tingono la pellicola come si usava fare agli albori, m'ha fatto storcere il naso. Questa sequenza, mezza citazione di 2001: Odissea nello spazio, per me non aveva senso, in quanto ennesimo tributo che Chazelle offre al cinema, ancora didascalico da morire. Aveva già tentato di omaggiare i film muti e anche un po' di Tarantino, ma non aveva ancora citato a memoria gli appunti dell'Università. Se Chazelle avesse cassato questo ultimo tributo, chiudendo dopo una delle scene clou del duo Manny-Nellie, al grido di "stop!" avrebbe celebrato lo stesso la settima arte, ma con un risvolto a sorpresa e un risultato meta-cinematografico, ma i finali del regista devono rendere insoddisfatto lo spettatore o non se ne fa niente. 

La regia a me è anche piaciuta: ci sono tagli diversi, c'è il piano sequenza, c'è la ruffianata simpatica dell'elefante. Potremmo dire che è un esercizio di stile (e visti gli intenti palesi di Chazelle, probabilmente è vero) ed è per questo probabilmente che non è stata inclusa nella cinquina per gli Oscar. Spielberg è stato più pulito e onesto e mi piacerebbe molto che la sua regia vincesse l'Oscar, la preferisco senza dubbio a questa, ma è comunque una regia che si è data da fare, che ha voluto dire qualcosa e farlo in modo ricercato. Se Chazelle merita o meno (per me) di stare negli esclusi ancora non posso dirlo, poiché mi mancano ancora molti dei film in lizza nella categoria (sia per l'Academy, sia per i Globes). Sarà una lunga maratona di qui al 12 marzo.

Il problema di questo film è la scrittura, tanto per cambiare, visto non lo dicevo da un paio di recensioni. M'ero abituata troppo male con Living. La sceneggiatura mette troppa carne al fuoco, ma è approssimativa. Alcuni dialoghi sono odiosi da quanto sono banali e faciloni. La deriva della storia è ovvia da subito, anche se a un certo punto la storia diventa un po' gangster-movie a caso, per dare la svolta finale e per inserire elementi di mostruosità che non comparivano abbastanza nella scena della festa. Si potevano concentrare questi aspetti insieme invece che in due scene messe proprio in cima e in fondo. Sommando il tempo che si sarebbe risparmiato eliminando le lungaggini e i dialoghi scritti con lo scalpello, forse si poteva eliminare quasi un'ora intera.

Ma quindi...m'è piaciuto? Nonostante ci stia pensando da cinque giorni, non trovo una risposta. Non è un brutto film, magari un po' noioso, ma ho davvero visto di peggio. Di sicuro non è neanche un capolavoro. 

Cosa non mi è piaciuto: La storia non mi piace. Scritto coi piedi lo è e Chazelle è antipatico almeno quanto in La La Land. La sequenza finale m'ha fatto perdere la pazienza. Il ritmo è tendenzialmente noioso, salvo alcuni scatti concitati, raggiungendo il massimo della discontinuità.

Cosa mi è piaciuto: D'altro canto visivamente è molto bello e ho apprezzato in alcuni momenti sia il montaggio, sia la regia (ma non sempre). Ho adorato la sequenza sul set e mi è piaciuta molto la scena in cui Manny assiste alle reazioni del pubblico al primo film sonoro. Margot Robbie e Diego Calva mi sono piaciuti moltissimo e la colonna sonora è una bomba.

Giudizio: ⭐⭐⭐1/2

Grazie Ragazzi: il teatro nel carcere

Il regista Riccardo Milani dirige il remake del film francese del 2020 Un triomphe, Grazie Ragazzi con Antonio Albanese, Vinicio Marchioni, Sonia Bergamasco, Fabrizio Bentivoglio. Di Milani avevo visto e apprezzato molto Ma cosa ci dice il cervello. Nel 2007 avevo anche visto Piano, solo, ma dovrei dargli una seconda visione perché non è più fresco nella mia memoria. Anche questo ultimo lavoro del regista romano mi è piaciuto abbastanza.


La storia riprende quella vera di un giovane regista e dei cinque attori di un carcere svedese che nel 1985 recitarono Aspettando Godot di Samuel Beckett, ottenendo così tanto successo per la loro autenticità nella recitazione, da essere chiamati a portare lo spettacolo in tournée. All'epoca anche Beckett ne rimase conquistato e gli concedette i diritti per la rappresentazione e il documentario del 2005, che ne ricostruisce la storia, si chiama appunto Les Prisonniers de Beckett.

Questo adattamento di Milani e Michele Astori ambienta le vicende a Roma, ma si mantiene fedele nei fatti principali alle due opere precedenti. Antonio Albanese interpreta un attore, Antonio, che non calca più i palcoscenici da qualche anno e per tirare avanti doppia porno, finché non viene contattato dal ben più celebre collega Michele (Fabrizio Bentivoglio), con cui aveva recitato anni prima. Michele gli propone di accettare sei ore di insegnamento di recitazione in carcere. Antonio non è neppure convintissimo, ma accetta. Il progetto ha più successo del previsto tra i detenuti, che si appassionano alla recitazione, così come Antonio si affeziona a loro e all'impresa, arrivando a portarli a teatro recitando addirittura Aspettando Godot

Il film solleva non poche tematiche, ma, dal mio punto di vista, in modo più ruffiano, puntando allo stomaco dello spettatore medio, che autentico. Questi argomenti vengono sì menzionati, ma in modo abbastanza veloce e, soprattutto, didascalico, senza un approfondimento sentito ed emozionante. Le vicende che portano in carcere i neo-attori non ci sono raccontate, a parte quella di Aziz (Giacomo Ferrara), di cui si racconta anche parte della storia. Questa è accennata e solo a parole: non funzionano, non trasmettono empatia, sono solo state buttate lì, quasi da "acchiappa-like". Lo stesso vale per il breve accenno alla condizione di Diego (Vinicio Marchioni). Si intuisce qualcosa della storia di Radu (Bogdan Iordachioiu), che si ritaglia un piccolo spazio a un certo momento del film. Nulla sappiamo delle storie di Mignolo (Giorgio Montanini) o Damiano (Andrea Lattanzi) invece. 

Si fa cenno alla  condizione di perenne attesa dei detenuti (delle visite, dei corsi, dei ricorsi, dei ritmi del carcere e così via), invece, che li rende appunto perfetti a incarnare l'opera di Beckett. Ma anche in questo caso non assistiamo in prima persona: passa di sfuggita in un paio di dialoghi.

Un'ultima ragione che voglio addurre alla mancanza di vera empatia che si può provare nei confronti della storia portata su schermo è che ci troviamo davanti ad attori di mestiere (ovviamente). Le interpretazioni, che dovrebbero essere disincantate e pure, nel teatro dentro il cinema non possono veramente esserlo, perché sono inscenate da professionisti, per quanto bravi. Si tratta di una ricostruzione. In tal senso mi piacerebbe molto recuperare il documentario del 2005, sperando di trovarci spezzoni di quelle originarie recite degli anni Ottanta.

Fin qua ho parlato non propriamente di difetti, ma delle leggerezze del film. La storia, però, mi è molto piaciuta e il tono del film è molto leggero, piacevole. Le battute sono spesso divertenti e, tendenzialmente, è una comicità non volgare, sebbene non fine. 

Le interpretazioni sono veramente molto buone. Mi è piaciuta persino Sonia Bergamasco, che per esempio non ho apprezzato ne Il Commissario Montalbano. Bentivoglio è sempre convincente e non si poteva dubitare di nomi come Albanese e Marchioni, a cui da tempo sono già riconosciuti tutti i giusti meriti. In particolare Vinicio Marchioni ha una scena quasi tutta per sé in cui fornisce una prova (un esercizio di stile, in effetti) veramente significativa. Ma sono stati all'altezza anche gli interpreti dei carcerati.

In conclusione è una commedia leggera, che può divertire, adatta a una serata non impegnativa.

Giudizio: ⭐⭐⭐

domenica 29 gennaio 2023

Close: il film belga candidato a Golden Globes e Premi Oscar

L'ho visto nel piccolo teatro di un paese vicino al mio e mi sono veramente forzata per andarlo a vedere. Temevo che un drammone di quasi due ore su due adolescenti che forse si piacciono, ma non lo accettano fosse troppo fuori dal mio gusto. Invece il film del regista e sceneggiatore belga Lukas Dhont mi ha sorpresa in positivo.


Close è la storia di due amici per la pelle, Léo e Rémy, cresciuti insieme e inseparabili, fino a che non iniziano le scuole superiori. La storia si ambienta da un'estate (quella che precede l'inizio del Liceo) a quella successiva. Nella nuova scuola la loro grande vicinanza è letta, però, in senso romantico. I due ragazzi forse hanno (o forse no) un'attrazione l'uno per l'altro che è confusa e indefinita, come è normale per l'età in cui si trovano, soggetta a cambiamenti, nuovi interessi, all'allargamento della cerchia di conoscenze della loro età. L'accettazione o meno di questo mutamento del loro rapporto di amicizia porterà conseguenze significative da affrontare.

La storia, scritta a quattro mani dal regista e da Angelo Tijssen, che avevano già lavorato insieme, è molto bella e lo dico da amante delle storie d'azione e molto poco delle storie sentimentali. Ho colto qualche vibes alla Moonlight, ma la storia è totalmente diversa. Non posso entrare nel dettaglio nelle tematiche del film perché sfuggirebbero spoiler, quindi non lo farò. Il protagonista è Léo ed è attraverso i suoi occhi e le sue reazioni che lo spettatore assiste alle vicende. Nel susseguirsi e, proprio, nel ripetersi del suo quotidiano (andare a scuola, rapportarsi coi compagni, aiutare i genitori, allenarsi e di nuovo e di nuovo le stesse dinamiche) cogliamo il suo modo di affrontare quello che gli accade, le sue emozioni e difficoltà. Poco prima dell'ultimo atto della storia, è in questo ripetersi che il protagonista sembra trovare la forza di affrontare di petto quello che l'evento principale del film ha provocato in lui. È una scena bellissima, che riprende e quasi chiude il cerchio con una frase pronunciata da un altro personaggio precedentemente.

Ho trovato incredibile che il giovane attore, Eden Dambrine, abbia retto un numero così elevato di scene da solo e dando ai sentimenti del personaggio credibilità e profondità. Anche l'interpretazione di Émilie Dequenne mi è piaciuta molto.

Il film ha un ritmo abbastanza lento, si prende il suo tempo, ma non mi ha annoiata. Unica eccezione: una delle primissime scene, in cui osserviamo i ragazzi dormire vicini per un tempo quasi infinito, e che mi ha dato quasi un senso di claustrofobia per la sua immobilità. Poi il film si riprende e il ritmo diviene costante.

Il film, presentato al Festival di Cannes nel maggio scorso, dove ha vinto il Gran Prix Speciale della Giuria, è uscito in Italia ai primi di gennaio. È stato candidato come miglior film straniero ai Golden Globes, dove è stato superato da Argentina, 1985, e ai Premi Oscar.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

venerdì 20 gennaio 2023

Living: storia di un gentiluomo e della sua eredità

Bill Nighy per la sua interpretazione in Living di Oliver Hermanus è già stato candidato ai Golden Globes, ai BAFTA e ai SAG Awards e fra cinque giorni sapremo se sarà candidato anche agli Oscar. Il film, sceneggiato nientepopodimeno che dallo scrittore Kazuo Ishiguro, Premio Nobel per la letteratura nel 2017, è il remake di Vivere, film del 1952 di Akira Kurosawa. È stato presentato al Sundance Film Festival e alla Mostra del Cinema di Venezia.

Non sono Mary Poppins, ma un gentleman

Nella Londra degli anni Cinquanta, Mr. Williams, uomo serio e tutto d'un pezzo, è a capo dell'Ufficio Progetti Pubblici e assolve ai suoi doveri in modo impeccabile in una routine invariabile, finché non gli viene scoperto un cancro. All'uomo rimangono sei mesi di vita o poco più e questa scoperta sconvolge il suo tran-tran. Da un lato vorrebbe approfittare del tempo che resta per godersi la vita, dall'altro una vita di bagordi non ha mai fatto parte del suo essere e gli sembra insufficiente a riempire il tempo rimasto.

Questo film mi è piaciuto moltissimo. La storia è delicatissima, ma in un'ora e quaranta (eccellente pregio del film) affronta una serie di tematiche molto serie con una certa dolcezza. Oltre al senso della vita, al doversi separare dai propri cari, alla paura non solo della morte o del tempo che scorre inesorabile, ma anche di affrontare la realtà, si affiancano la coerenza con sé stessi e la scoperta di chi siamo per gli altri, il concetto di esempio di vita, il lascito spirituale e la memoria che restano dopo di noi. È un film pieno, che riempie di emozione e molto merito va sia alla sceneggiatura, sia alla recitazione.

Bill Nighy è un gigante, ma sono molto credibili anche le altre interpretazioni, tra cui quelle di Aimee Lou Wood, Alex Sharp e Tom Burke.

Vorrei ancora rimarcare come sia possibile gestire una storia e i suoi sottotesti in meno di due ore, quando un testo è ben scritto. Continuo a ritenere che le lunghezze eccessive siano non solo superflue, ma anche segno di una difficoltà a concentrare la storia, a raccontarla esaustivamente e in modo sintetico allo stesso tempo. In questo film sceneggiatura e regia invece riescono alla perfezione.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2