mercoledì 22 novembre 2023

La mia seconda volta col cinema coreano: Decision to leave

 Undicesimo lungometraggio del regista coreano Park Chan-wook, che ho conosciuto per la prima volta con questa pellicola, Decision to leave è un thriller e una drammatica storia d'amore.


Qualcosa turba la vita e, soprattutto, il sonno del detective coreano Jang Hae-jun. Il detective vive in un'altra città rispetto a sua moglie e torna a casa solo nel week end, mentre durante la settimana si impone turni massacranti e spesso notturni.

In questa atmosfera di irrequietezza e dalle tinte cupe Jang si imbatte in un caso molto strano: la morte di un uomo che sembra un incidente in montagna. La moglie cinese, Song, vittima di violenza domestica da parte del marito, però risulta sospetta e Jang indaga su di lei per capire se in realtà non si tratti di un omicidio mascherato da incidente. La donna incuriosisce e attrae il detective, già stremato dal poco sonno, rendendolo ancora meno lucido nelle indagini.

Cosa si nasconde dietro le storie di Jang e Song? La trama si infittirà sempre di più e vale la pena di seguirla per arrivare al bandolo della matassa. 

Il regista piazza anche un paio di colpi di scena imprevisti e un finale abbastanza spiazzante.

Non mi ero mai confrontata con il cinema di Park Chan-wook e, in generale, conosco a malapena il cinema coreano, eccettuato Parasite. Si tratta sicuramente un modo di fare cinema molto attento a cosa mettere in scena per passare determinate informazioni, indizi, emozioni.

Decision to leave è un film psicologico, che analizza le emozioni e i pensieri dei personaggi (soprattutto di Jang, mentre Song è più criptica e lo sarà fino in fondo), essenziali nella dinamica della storia, nel meccanismo del thriller. Persino gli oggetti in questa messa in scena non sono casuali e aiutano a costruire il racconto o a delineare i personaggi. Il ritmo risente un po' di questo aspetto e in alcuni momenti, soprattutto a metà/tre quarti della storia, mi ha un pochino annoiata, complice anche la durata di due ore e un quarto di film.

Tuttavia il film è comunque interessante e per me ha rappresentato una novità: ha una storia originale, interessante, anche intrigante. Mi sono molto piaciuti i personaggi, soprattutto Song, così indecifrabile e incantevole, sulla quale sicuramente è stato fatto un attento lavoro di scrittura. Anche le recitazioni sono notevoli e piuttosto diverse da quelle occidentali. Non a caso Tang Wei è un'attrice molto nota a oriente ed è stata voluta per questo film dal regista e dallo sceneggiatore (Jeong Seo Gyeong), che forse già pensavano a lei quando hanno scritto il personaggio. 

Probabilmente una seconda visione e una più approfondita cultura dei film orientali in generale (e coreani in particolare) mi permetterebbe di apprezzare meglio questa pellicola, per la quale la mia opinione è comunque favorevole, ma, al momento, tiepida.

Il film è stato presentato al Festival di Cannes 2022, dove il regista ha vinto il Prix de la mise en scène, ed è stato candidato come miglior film straniero ai Golden Globes e ai BAFTA 2023.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 1/2

martedì 14 novembre 2023

Un noir gotico nel 2023 che convince: the Pale Blue Eye

 All'inizio dell'anno, proprio per la Befana, su Netflix è approdato un prodotto molto interessante e abbastanza raro da trovare: un mistery, una detective story, dalle tinte cupe e gotiche. Si tratta di The Pale Blue Eye - I delitti di West Point (come è stato aggiunto al titolo italiano) di Scott Cooper.


Il protagonista è Christian Bale, che con Cooper aveva già fatto altri due film, Out of the FurnaceHostiles. Stavolta Bale interpreta un solitario detective vedovo, August Landor, stroncato dalla fuga della figlia anni prima, che è chiamato a indagare sulla morte di un cadetto dell'Accademia militare di West Point, che -guarda caso- è l'Accademia in cui Edgar Allan Poe si arruolò nel 1830, sebbene per restarvi pochi mesi, a causa di liti col patrigno. Poe (interpretato da un bravissimo Harry Melling), in effetti, partecipa con Landor alle indagini sulla morte del primo cadetto, che ovviamente sembra un omicidio e che non sarà l'ultima.

Il film mi è piaciuto: ha una bella estetica gotica, costumi e scenografie molto curate, atmosfere cupe. Ambientato tra nebbie, neve e scene notturne, presenta molti elementi anche del gotico. Inoltre la presenza di Poe e i riferimenti alla sua vita e alla sua poetica lo rendono un regalo per i fan dello scrittore.

La storia gialla funziona e poggia anch'essa sul gotico. Ha alcuni interessanti colpi di scena, di cui uno inaspettato, almeno per me.

Giudizio: Giallo godibile, leggero, dalle atmosfere perfette per una bella serata autunnale o invernale, magari nella spooky season. Ottime interpretazioni. ⭐⭐⭐⭐

martedì 7 novembre 2023

Esordio alla regia di Paola Cortellesi: C'è ancora domani

 Alla seconda domenica di proiezioni sono rimasta non poco stupita di vedere un discreto (considerando il periodo) numero di persone in sala per assistere al primo film diretto da Paola Cortellesi: C'è ancora domani. Il motivo mi è stato chiaro ben prima della fine del primo tempo: passaparola positivo, senza dubbio.


Se Bisio ha scelto la Seconda Guerra Mondiale (e un argomento molto sensibile da trattare) per ambientare il suo primo film a Roma, la Cortellesi sceglie un periodo di poco successivo e la stessa città: il secondo dopoguerra e, in particolare, la vigilia del referendum monarchia vs repubblica e delle elezioni per l'assemblea costituente del 2-3 giugno 1946, le prime dopo il fascismo e la guerra e le prime aperte alle donne.

Anche Paola Cortellesi parte col piede sull'acceleratore, trattando della condizione femminile sotto multipli punti di vista, a partire dal diritto di voto: la storia della famiglia di Delia (Cortellesi protagonista, oltre a regista) dà l'occasione per passarli in rassegna.

Delia si è infatti sposata con un uomo violento (Valerio Mastrandea), che, come il padre Ottorino (Giorgio Colangeli), ne pretende i servigi e il silenzio. La donna all'epoca (e non solo) era reputata infatti solamente una nullità, da tenere sotto sorveglianza perché poteva comportarsi sempre in modo sconveniente e lascivo, e da malmenare per "istruirla". Inoltre l'educazione, indipendentemente da inclinazioni e merito, era riservato solo ai figli maschi: alle figlie femmine toccava trovarsi un lavoro per aiutare a mantenere la famiglia e, possibilmente, portare il prima possibile la propria bocca da sfamare a un marito in grado di mantenerle. Così è per Marcella (Romana Maggiora Vergano, che mi è molto piaciuta), la figlia più grande di Delia e Ivano, che spera, col matrimonio con Giulio, di allontanarsi presto dalla miseria e meschinità della sua famiglia. Anche Delia desidera che la figlia si emancipi, si salvi: desidera per lei una condizione migliore e spera che la trovi nel ragazzo che sembra volerle così bene (ma sarà così?). Per questo fa la cresta sui suoi guadagni, così da metterle da parte i soldi per acquistare uno splendido abito da sposa.

Già, perché i soldi guadagnati da una donna non appartenevano certo a lei, bensì al padre o al marito, che li spendeva a propria discrezione. Nel caso del marito di Delia nel gioco e nelle donne, oltre che nelle spese di casa. Inoltre lo stipendio delle donne era sempre inferiore a quello di un uomo, indipendentemente dall'esperienza e dall'anzianità lavorativa. Nelle classi più agiate, invece, la donna non doveva affatto lavorare, bensì farsi mantenere, per non far sfigurare il marito: in ogni caso l'indipendenza economica femminile non era contemplata per nessuna classe sociale.

Nel buio di questa situazione, l'unica cosa a cui aspira Delia è proprio tutelare la figlia (e nel corso del film capirà il modo migliore per farlo, in una soluzione che ho adorato), finché non scopre che il suo amore di un tempo, Nino (Vinicio Marchioni, eccezionale come sempre, anche se per poco più di un cameo), sta per lasciare Roma, offrendole una possibilità di vita diversa.

Venendo alla regia di Paola Cortellesi, sono rimasta molto favorevolmente colpita, a partire dai tempi comici, orchestrati alla perfezione, a volte anche a tempo con la musica, che spesso gioca grande parte nella scena, fino a essere parte stessa della narrazione (cose che ho adorato), come nel delizioso finale, parzialmente aperto. La principale scena di violenza di Ivano è infatti mascherato da ballo, riuscendo al contempo a edulcorarla per portarla al tono della commedia, sia a far comprendere comunque la gravità di quanto accade, rafforzata anche dalle reazioni degli altri personaggi che vi assistono o che notano i segni su Delia.

Inoltre ho apprezzato che il contesto della rappresentazione non rimanesse mero sfondo delle vicende: già nei titoli di testa scorrono infatti immagini della Roma del dopoguerra e dei suoi abitanti, ritratto di quel periodo e delle sue abitudini, e successivamente vediamo altre abitudini di vita e di lavoro: il mercato, il bar, l'attacchino dei manifesti elettorali, la corte, il servito buono, la fabbricazione manuale degli ombrelli, le riparazioni della biancheria.

E che dire della mia scena preferita? La condivisione con Nino della cioccolata che un soldato americano regala a Delia, dona a noi una scena romantica e dolcissima, ma anche comica, mentre i due si guardano e si sorridono.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐ 1/2

Le interpretazioni sono buone, anche nei personaggi secondari, i costumi e le acconciature mi sono piaciuti e hanno contribuito a connotare i personaggi, mostrandone con chiarezza il livello sociale. L'uso della musica, come ho già detto, l'ho trovato brillante. Ma soprattutto adoro come la storia, che è molto coinvolgente, è stata usata come strumento di racconto sociale e di memorandum di cosa la donna si è conquistata nel corso del tempo, poiché no, non abbiamo sempre avuto le libertà e le possibilità di cui godiamo oggi e questo lo dobbiamo a quel voto del 1946 che per la prima volta ci ha permesso di dire la nostra sui nostri diritti. Da qui il finale, il riferimento al titolo e il fatto che il momento dell'attesa di quel momento cruciale sia proprio la locandina del film.

Ricordiamocelo.

Esordio alla regia di Claudio Bisio: L'ultima volta che siamo stati bambini

 La prima volta di Claudio Bisio alla regia lo vede impegnato in una storia sulla Seconda Guerra Mondiale, trattando un tema delicato e importante, da un punto di vista molto particolare: quello dei bambini.


Italo (Vincenzo Sebastiani), Cosimo (Alessio Di Domenicantonio), Riccardo (Lorenzo Mc Govern) e Vanda (Carlotta De Leonardis) sono bambini che giocano insieme nel cortile di un quartiere romano proprio nel mezzo della Seconda Guerra Mondiale, tra attacchi aerei e sotto un regime fascista che si è compromesso con i tedeschi fino al punto di aiutarli a deportare gli ebrei nei campi di concentramento.

È quello che origlia Italo, figlio di un federale fascista (Bisio), in una riunione del padre con un alto militare nazista: così scopre cosa sta succedendo quando Riccardo, di famiglia ebrea, scompare qualche giorno dopo. I bambini capiscono che un misterioso treno si è portato via il loro amico e decidono di andare a salvarlo seguendo i binari dalla stazione Termini fino alla Germania.

Sulle loro tracce si mettono a inseguirli il fratello di Italo, Vittorio (Federico Cesari), militare fascista a riposo per una ferita di guerra, e Suor Agnese (Marianna Fontana), religiosa del convento in cui Vanda è ospitata in quanto orfana, molto affezionata alla bambina.

I tre ragazzi hanno tutti storie tristi alle spalle, ma affrontano con allegria e col gioco tutto il viaggio alla ricerca di Riccardo. Italo si sente disprezzato dal padre, che considera il fratello maggiore il perfetto esempio, mentre Italo non sarebbe mai all'altezza. Cosimo è orfano di madre e ha il padre in esilio, quindi vive con il fratellino e con un nonno che riesce a stento a mantenerli. Vanda sogna di essere adottata, ma è troppo grande per piacere a degli aspiranti genitori.

È solo il punto di vista di un bambino che può domandarsi come mettere insieme gli insegnamenti del padre che gli dice che gli ebrei sono il "male del mondo" col fatto che il suo amico ebreo sia in tutto e per tutto nel fisico proprio "l'ariano" che sempre il padre gli descrive e soprattutto come inglobare il fatto che quel bambino è simpatico e che gli vuole bene.  È solo l'ideale di un bambino che può condurre i tre ragazzi ad affrontare fatica, fame e paure per l'avventuroso viaggio al salvataggio di Riccardo.

Riguardo alla politica, Vittorio e Agnese, col loro continuo dibattito, si renderanno portavoce di opposti ideali: quello fascista e militare, inculcato nelle menti degli italiani dal regime e quello pacifista, guidato dall'amore per l'altro (in lei ispirato chiaramente dalla religione).

Le interpretazioni sono state buone, soprattutto quelle dei bambini, veramente straordinari a reggere la telecamera così bene e così a lungo. Lo sguardo dolcissimo e sperduto di Cosimo quando pensa alla mamma è tenerissimo.

Il film è stato divertente e mi è piaciuto. Per lunga parte ho ritenuto che la tematica della shoah (ma anche quelle del fascismo quella dei partigiani -guerra civile nella guerra-, accennata proprio en passant) venisse trattata con troppa leggerezza, però il punto di vista della narrazione è quasi sempre quello dei bambini (è meno giustificabile il teleromanzo di Vittorio e Agnese), dunque volutamente lieve. In effetti il finale è una stilettata al costato e giustifica il titolo del film.

Giudizio: ⭐⭐⭐ 3/4

sabato 4 novembre 2023

Dolcemente strappalacrime: l'imprevedibile viaggio di Harold Fry

 Condito come se fosse una commedia, in realtà L'imprevedibile viaggio di Harold Fry di Hettie Macdonald è un film agrodolce, che maschera con la vena comica di Jim Broadbent una tristezza di fondo neanche troppo celata.


Il film è tratto dall'omonimo libro di Rachel Joyce. C'è un dramma nella vita dei coniugi Fry, che si svelerà a poco a poco nel corso del film. Un giorno Harold riceve la telefonata di una vecchia collega, con cui si sente in debito: Queenie sta morendo di cancro, è ricoverata in un hospice a Berwick-upon-Tweed, nel Nord dell'Inghilterra. Harold decide, dopo aver sentito un aneddoto simile, di compiere un atto di fede, una sorta di fioretto, per salvarla: camminare per circa mille chilometri dal Devon, nel sud, fino a Berwick. L'uomo, che aveva sempre condotto una vita tranquillissima, sconvolge la moglie e parte, del tutto impreparato per l'impresa. Fortunatamente lungo la via incontrerà molte persone disposte ad aiutarlo, riuscendo addirittura a raccogliere un seguito di pellegrini desiderosi di unirsi alla causa.

Il film mi è piaciuto e mi ha travolto emotivamente: i personaggi impattano tutti fortissimamente con Harold e con lo spettatore, soprattutto la ragazza del distributore e il medico che ospita il viandante stremato. I misteri della storia di Harold e di sua moglie Maureen si svelano a poco a poco nel corso del film e colpiscono molto sotto la cintura. Oltre al dramma principale, molte altre piccole storie si inanelleranno nella narrazione.

Passando ai protagonisti, Harold è un personaggio all'apparenza delizioso, ma che rimpiange l'indolenza del passato e le sue difficoltà nei rapporti umani. Commette comunque un colpo di testa che lo porta a crescere e a confrontarsi anche con i fantasmi del passato. Maureen, invece, è una donna estremamente fragile, intrappolata nel suo ruolo di moglie, che vacilla quando il marito intraprende il viaggio, che la farà sentire spaesata e insicura. Per questo l'unico aspetto stonato, per me, nel film è la negatività del personaggio di Maureen per una parte del film, caratteristica perfettamente comprensibile per l'epoca in cui si ambienta la sua storia, ma comunque spiacevole. I due interpreti, ad ogni modo, sono bravissimi.

Giudizio: alto livello di lacrime ⭐⭐⭐ 1/2

lunedì 16 ottobre 2023

La perfezione registica di Wes Anderson raggiunge il massimo in Asteroid City

 Presentato allo scorso Festival di Cannes, Asteroid City scritto, diretto e prodotto da Wes Anderson è l'11° film del regista e il terzo che vedo della sua produzione, dopo Gran Budapest Hotel e The French Dispatch.


Il film è un divertente mix di realtà e finzione dove il confine tra la costruzione della pièce teatrale e la vicenda ambientata in questa cittadina nel deserto è labile.

Nell'ordinatissima Asteroid City, alla premiazione delle più brillanti giovani menti scientifiche, capita un incontro ravvicinato del terzo tipo e tutti i presenti devono restare in quarantena per approfondire cos'è accaduto.

I primi due film che ho visto di Anderson mi erano piaciuti, ma non tanto questo. Ho adorato due elementi di questa pellicola sopra a ogni cosa: la struttura e la regia.

Dal punto di vista della regia, si può parlare di pura perfezione: ogni inquadratura è perfettamente disposta e ordinata, tutto è pulitissimo, manieristico, maniacale. Il tutto rende anche un grande senso di staticità. Vanno lodate naturalmente anche la fotografia, che contribuisce alla perfezione alla resa finale, anche nel bianco e nero, e la scenografia pulita, ma divertente, dai colori pastello, patinatissimi.

La struttura del film, divisa in capitoletti, è stata particolarmente geniale: mi è piaciuto tantissimo l'intreccio di storia recitata (a colori) con il racconto della realizzazione della storia (in bianco e nero), il tutto condito da ampie dosi di humor, tipiche della comicità dei film di Anderson.

Altra grande perla del film è stato il cast: immenso. A un certo punto, in una delle scene in bianco e nero, sono comparsi allineati quattro pezzi da novanta: Willem Dafoe (quattro nomination ai premi Oscar), Edward Norton (tre nomination), Adrien Brody (premio Oscar al Miglior attore) e Brian Cranston (una candidatura agli Oscar).

Nella parte del film "recitata" ci sono come protagonisti Jason Schwartzman e Scarlett Johansson, che mi sono piaciuti moltissimo (la Johansson si è esibita in una serie di prove veramente di talento). Non mancano Tom Hanks, Steve Carell, Margot Robbie (un cameo, ma magistrale), Tilda Swinton, Liev Schreiber, Rupert Friend, Hong Chau, Matt Dillon, Tony Revolori e, altro cameo, intravisto al trucco, persino Jeff Goldblum.

Giudizio: film piacevole, divertente, esteticamente perfetto in ogni suo momento ⭐⭐⭐⭐

venerdì 22 settembre 2023

Assassinio a Venezia: ma quanto ha fatto parlare di sé questo film di Kenneth Branagh!

 Se vi dicessi che questo film c'entra poco col libro da cui dichiara di essere stato tratto, mi credereste?

Penso di sì, perché sono mesi che non si sente parlare d'altro e partivo con tutti i pregiudizi possibili prima della visione: la storia originale non era ambientata a Venezia, ma in un delizioso paesino inglese; la Christie non lo aveva connotato come un libro sui fantasmi; perché mai hanno ri-edito la storia con il titolo del film, creando un sacco di confusione ai lettori, etc, etc.

Non pensavo dunque di potermi ricredere così tanto quando ho visto il film.


Facciamo un passo indietro e torniamo al 2017, all'anno di uscita del primo adattamento di Kenneth Branagh (come regista e protagonista) di uno dei più famosi gialli della regina Agatha Christie, Assassinio sull'Orient Express. Fu un adattamento carino e niente di più: non stravolse la trama originaria e rimase abbastanza vicino agli altri due adattamenti che conosco dell'opera, ovvero quello della serie televisiva inglese con l'interprete che ormai è il vero Poirot per tutti gli amanti del detective belga, David Sushet, e quello di Sidney Lumet del 1974. Quest'ultimo, come quello di Branagh, ha dalla sua un cast formidabile di celebrità del periodo, e per me rimane l'adattamento più riuscito dei tre. Diciamo che il primo film giocò sul sicuro e rimase un "nulla di che", abbastanza trascurabile.

La seconda pellicola, progettata per uscire a soli due anni di distanza dalla prima, uscì invece nel febbraio 2022 a causa della pandemia da COVID-19 e porta al cinema, di nuovo, Assassinio sul Nilo, altro celebre romanzo della nostra. In questo caso non mi soffermerò a dire che preferivo la versione di John Guillermin con Peter Ustinov del 1978, perché sarebbe ridicolo. Branagh ripropone l'operazione "copiatura del capolavoro degli anni Settanta con un cast stellare", ma toppa alla grande stavolta. Si vuole distaccare, ma non lo fa del tutto: la storia rimane a grandi linee quella originale, ma viene infarcita di altre cose inutili e che non aggiungono alcunché alla trama, appesantendola e distogliendo dall'indagine. Poirot in questo film fa cose, un sacco di cose, ma non interroga i sospettati. Senza del tutto tralasciare il fatto che Bouc è stato estrapolato dall'altro film per essere stravolto a caso in un'opera a cui non apparteneva e che sicuramente Simon e Luoise negli anni Trenta non potessero stropicciarsi in una sala pubblica (cosa che mi ha fatto alterare come non mai), aver tolto l'elemento cardine e più piacevole del giallo da un film giallo non è qualcosa che potrò mai perdonare a Mr Branagh. Resta inoltre un film che non aggiunge assolutamente nulla di dignitoso, tranne un sacco di bellissimi vestiti.

Infine, però, Kenneth Branagh gioca una nuova carta: una rilettura completa di un giallo che non era mai stato adattato al cinema e che non aveva dunque termini di paragone: Halloween party, tradotto in Italia col titolo La strage degli innocenti, perché nessuno negli anni Settanta in Italia conosceva o festeggiava Halloween o Samhain, figuriamoci a fine anni Quaranta, quando il film si ambienta.

In Assassinio sul Nilo, Poirot dice a un personaggio che intende ritirarsi a coltivare zucche, dopo la fine dell'avventura egiziana. Avevo dunque creduto che il terzo adattamento sarebbe stato quello di L'assassinio di Roger Ackroid, nel quale in effetti troviamo un Poirot in pensione che coltiva zucche con scarso successo, salvo poi rivestire i panni del detective al bisogno. In questo Assassinio a Venezia, ci ritroviamo di fronte a un Poirot che sembra in pensione a coltivare l'orto, ma a Venezia (il che è proprio insolito) e la location non sembra mai avere un senso nella storia perché non svolge nessun ruolo cruciale per la trama. Branagh sarebbe potuto restare in Inghilterra, ma si vede che filmare i canali e le vedute aeree di Venezia era un capriccio da soddisfare a ogni costo e non ho nulla da dire: le riprese, la fotografia e le scenografie sono assolutamente stupende, così come il palazzo decadente in cui si ambienta la vicenda. Capriccio che cozza terribilmente con la rappresentazione di un festeggiamento della festa di Halloween nella Venezia del 1947, con tanto di bambini mascherati con costumi un po' troppo moderni e di bandierine americane appese per le strade, che mi hanno fatto imbestialire per la loro inverosomiglianza, anche se non tanto quanto la battuta che il personaggio di Ariadne Oliver rivolge a Poirot dicendogli che è per merito di loro americani se...segue qualcosa che non ricordo. Peccato che loro siano inglesi, entrambi. Inglesi e non americani.

Insomma, Poirot si è ritirato e ha una guardia del corpo (Scamarcio) che allontana gli aspiranti clienti, finché un giorno non è la scrittrice Ariadne Oliver (Tina Fey, che traspone il suo personaggio in tutto e per tutto da Only murders in the buildings, cancellando completamente ogni ricordo della vana Ariadne che ci conservavamo) a cercarlo per proporgli un caso: la medium Joyce Reynolds (Michelle Yeoh) è un'impostora o ha davvero capacità medianiche?

A questo punto è necessario raccontare un briciolo di trama del libro per far comprendere le differenze col film, senza addentrarsi nel modo in cui proseguono le trame di entrambi, solo per contestualizzare gli eventi.

Nel romanzo originale Ariadne Oliver presenzia a un party per bambini dell'età di 11 anni o più a casa della signora Rowena Drake, insieme a una sua amica della quale è ospite nel paesino di Woodleigh Common. Durante questa festicciola di Halloween, una bambina, Joyce Reynolds dichiara di aver visto tempo prima un omicidio, anche se allora non aveva capito di cosa si trattasse. Prima della fine della festa la bambina viene trovata assassinata e la signora Oliver corre a chiedere l'aiuto di Poirot, che subito riconosce il movente dell'omicidio nella dichiarazione che la vittima aveva rilasciato. Il detective inizia le sue ricerche ricercando il caro sovrintendente Spence di Fermate il boia, adesso in pensione ma in grado di raccontargli che Joyce poteva aver visto l'omicidio di quattro persone, tra cui la zia della signora Drake, la cui ragazza alla pari, Olga Seminoff, era scomparsa misteriosamente poco dopo la morte della padrona, e un impiegato in uno studio legale, Leslie Ferrier.

Ecco. In comune con l'originale c'è che la casa in cui si ambienta, nell'arco di una notte tempestosa che li blocca dentro, appartiene a Rowena Drake. Anche il motivo scatenante il delitto è simile, ma sfumerà e resterà un po' dimenticato e non così centrale come nel romanzo.

In questa casa che si dice essere infestata (come tutte le case di Venezia, secondo gli sceneggiatori) la signora Drake (Kelly Reilly) organizza prima una festa di Halloween per bambini e a seguire una seduta spiritica in cui la medium Joyce Reynolds deve contattare Alicia Drake, figlia dell'ospite, morta l'anno prima. Tra i presenti anche Olga Seminoff, governante nella casa e per nulla scomparsa, e il dottor Leslie Ferrier (Jamie Dornan), che è evidentemente risuscitato rispetto al libro e ha cambiato mestiere.

Una cosa che trovo curiosa è che abbiano reso madre la signora Drake in entrambi gli adattamenti, questo e quello della serie televisiva, quando nel libro non ha invece figli.

Di fatto resta solo una vaga traccia: un omicidio avviene in casa di una tale signora Drake e dopo un fatto ben preciso nella notte di Halloween. Fine. Appurato ormai che la storia è del tutto diversa, come ci si aspettava del resto dal trailer, ed esaurite le lamentele sulle storpiature compiute ai danni dell'(ormai non più) adorabile signora Oliver e della Venezia degli anni Quaranta, posso passare a valutare quanto ha di buono questo film.

Una volta riuscita ad accettare (quasi) che la storia non è la stessa, mi sono ritrovata ad apprezzare in primis la parte tecnica ed estetica del film, che ha riprese, scenografie e fotografia veramente belle, riuscendo a rendere luminose e chiare anche le scene ambientate nel palazzo infestato, quando i personaggi dovrebbero ritrovarsi in una relativa tenebra. Per quanto inutili anche le scene veneziane sono molto gradevoli da vedere.

Inoltre ho trovato il film ben recitato. Non ci possiamo certo lamentare del cast: metà di quello di Belfast (Dornan e Jude Hill, il cui personaggio porta il nome del fratello di Joyce Reynolds nel libro, ma è figlio del dottore), Yeoh, Reilly, Fey, Branagh. Michelle Yeoh non ha vinto un Oscar a caso.

Riguardo la storia, tutto sommato l'ho trovata funzionante: gli indizi sono disseminati nella storia e Poirot, per lo meno, stavolta interroga gli altri personaggi e conduce delle indagini. Sì, la soluzione arriva abbastanza velocemente e caoticamente, ma ormai lo spettatore poteva già sospettare qualcosa, compresa la spiegazione al perché il nostro belga vedesse strane apparizioni. La componente soprannaturale non mi è dispiaciuta: non fa veramente paura e introduce un tema caro alla Christie, sebbene non presente nel romanzo Halloween party. I testi della giallista fanno spesso riferimento a sedute spiritiche (sia in romanzi -Un messaggio dagli spiriti- sia in racconti -L'ultima seduta spiritica che per un dettaglio mi era subito tornata alla mente durante la visione-) e a elementi soprannaturali inquietanti (La bambola della sarta è da brividi). E questi sono solo alcuni esempi.

La verità è che aver stravolto l'opera, pur con tutti i suoi difetti e con le cose che mi procurano rabbia, ha portato un contributo originale, di fatto dando un senso a questa rivisitazione, cosa che non era stata per i due precedenti che non portavano nulla di nuovo e rimanevano insipidi.

Dunque?

Cosa ho odiato: aver stravolto Ariadne Oliver è qualcosa che non perdonerò mai; aver reso Venezia assolutamente inutile, ancorché bella, e invasa di festeggiatori anzitempo di Halloween pure.

Cosa mi è piaciuto: il giallo funziona e, per lo meno, è un giallo; regia, recitazione, fotografia, scenografie sono validissime; la componente soprannaturale ci stava.

Giudizio: ⭐⭐⭐⭐