Che cos'è un NAZA chiede l'intervistatore, il giornalista e co-regista del progetto, Yuval Abraham, all'inizio del documentario omonimo.
I NAZA sono le "vittime collaterali", il modo in cui l'esercito israeliano chiama i civili uccisi nelle missioni di fuoco.
NAZA (Premio speciale della Giuria a Venezia) è il nuovo documentario del duo israeliano Abraham-Rachel Szor, che nel 2025 avevano già vinto ogni premio internazionale di categoria con No Other Land (insieme all'attivista e giornalista palestinese Basel Adra).
In questo progetto Abraham intervista sui tetti di Tel Aviv alcuni membri (o ex) dell'intelligence israeliana: progettisti, ingegneri, corpi speciali, soldati sul campo e a distanza (droni, missili, etc...), spie. Tutti quanti, in anonimo e col volto di profilo o in ombra e modificato (alternati a scene prese dai palazzi adiacenti con vite quotidiane e tranquille e immagini di repertorio), testimoniano la stessa cosa, qualcosa che sapevamo già, un'accusa che stiamo formulando dall'inizio del conflitto mediorientale, ma che trova sempre un respingimento dal fronte di Israele.
Stavolta, invece, è proprio questa parte in causa, quella che rifiuta l'addebito di una tale ignominia, che testimonia: l'annientamento di chiunque viva nella Striscia di Gaza è un piano ben preciso e studiato.
Che sia per prendere un membro di Hamas quando si trova in casa sua (spiando le conversazioni telefoniche dei figli per sapere quando rientra) o per distruggere, quartiere per quartiere, edificio per edificio, l'intero territorio del nord di Gaza per spingere gli abitanti ad andare a sud, droni e intelligenza artificiale sono al servizio dell'obiettivo. Non conta quanti NAZA ci rimettono, anzi. Gaza va distrutta ed è completamente indifferente se a morire è un membro dell'organizzazione nemica o dieci innocenti, donne e bambini compresi.
La tecnologia all'avanguardia permette ai soldati israeliani di fare tutto: vedere ogni abitazione, seguire ogni conversazione, ogni chat, conoscere quante persone abitano in ciascun appartamento e stimare a priori il numero di civili che morirà bombardando quell'obiettivo. Sembra un videogioco, commenta uno dei soldati, solo che è la vita di qualcuno, di un nemico, secondo l'indottrinamento a cui sono sottoposti. Li eliminiamo perché non ci colpiscano, tuttavia, rapidamente diventa un "non lo sappiamo perché, obbediamo soltanto agli ordini".
Vi ricorda niente?
Forse la stessa prospettiva ribaltata? Quella banalità del Male che avevamo conosciuto sui banchi di scuola rivolta agli ebrei dai nazisti? Quel cieco obbedire sotto una propaganda che ti spiega perché l'altro è cattivo e in fondo non stai che compiendo il tuo dovere? Quell'uccidere visto da lontano, un'azione disumanizzata, un bieco compito, persino divertente perché c'è l'adrenalina della missione?
Il giornalista israeliano che intervista i soldati resta il più possibile impassibile: bastano da sole le parole aberranti e leggere della maggior parte degli intervistati a pietrificarci.
L'intera sala ieri sera ha abbandonato il cinema in silenzio. Soli 80 minuti, ma sufficienti a farti dire "basta, basta, non voglio vedere altro". Eravamo sconvolti da quello che avevamo sentito? Dalle immagini finali? Ci stavamo chiedendo come sia possibile che tutto si ripeta di nuovo, immutato, o come si faccia a trasformarsi in bestie senza coscienza e pietà (come si chiedeva in Vietnam 60 anni fa Oriana Fallaci)?
Non saprei a cosa stava pensando ciascuna delle persone che ha lasciato la sala con me, ma vi invito ad andare al cinema (dovrebbe essere ancora disponibile perché il grande successo che sta avendo lo ha riportato in sala dopo i tre giorni inizialmente previsti per il rilascio a fine settembre) e a fare le vostre riflessioni in merito.
Giudizio: ⭐⭐⭐⭐
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